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La mossa del Casini

L’alleanza di centrodestra, che ha guidato l’Italia nella passata legislatura, si è stipulata sulla base di un tacito accordo di non ingerenza reciproca tra le sue componenti principali. Ciascun partito ha scelto di garantire voti e coesione territoriale a uno schieramento di larghe intese, a patto di ottenere in cambio il via libera incondizionato al soddisfacimento di determinate rivendicazioni identitarie e – nel contempo – di collaborare con gli alleati affinché potessero a loro volta centrare gli obiettivi di un’agenda politica qualificante. Gli interessi divergenti di Lega e Alleanza Nazionale avrebbero dovuto trovare una sintesi al ribasso nel pacchetto di riforme istituzionali preparato dai quattro “saggi” di Lorenzago, naufragato però con il referendum confermativo dello scorso Giugno. Ai lümbard un federalismo di facciata (perché privo di conseguenze fiscali, cioè di sostanza tangibile) e ai finiani un po’ di foraggio sullo statuto di Roma capitale più gli ulteriori cascami romanocentrici legati al premierato forte (anche se l’ideale, per gli aennini, sarebbe stato il semipresidenzialismo alla francese). A Forza Italia spettava carta bianca per scatenare gli spiriti animali della tanto perorata “rivoluzione liberale”, ridottasi invero a un’ottima riforma del mercato del lavoro – il cui artefice, il socialdemocratico Marco Biagi, ha pagato con la vita l’aiuto fornito ai “nemici del popolo” capeggiati dal Cav. e dal suo ministro Maroni – e a una riforma dell’ordinamento scolastico fatta di luci e ombre – di luci laddove colpisce gli ingiustificati privilegi del baronato universitario, di ombre per l’indiscriminata “licealizzazione” che introduce.
E l’Udc? Ai postdemocristiani spettava una legge elettorale di impianto proporzionale. Scopo anche questo ottenuto a metà, data la permanenza di un dispositivo polarizzante come il premio di maggioranza. Il partito della diarchia Cesa/Casini, sin dalla sua fondazione, punta abbastanza scopertamente a sovradimensionare la propria rappresentanza parlamentare e/o a far pesare la sua “fungibilità” elettorale: essendo partito contiguo all’ideale linea di demarcazione tracciata tra Casa delle Libertà e Unione, in teoria potrebbe fare la spola tra le due coalizioni o stimolare la confluenza doro-morotea in un terzo polo di stampo cristiano sociale.
Ciò che innervosisce la base a vario titolo “moderata”, nell’atteggiamento di Follini prima e del suo deus ex machina poi, è la dissimulazione d’intenti. Da dietro un’esangue cortina di enunciazioni vaghe e perciò stesso ragionevoli, infatti, si levano gli sgradevoli odori emanati dal nutrimento naturale della politica di mestiere: l’opportunistico gioco delle parti.
Sulle questioni politico-culturali di fondo – bioetica, economia, relazioni internazionali – un elettore dell’Udc non dovrebbe distinguersi granché, se non forse nei toni, da un sostenitore di FI, di AN o della Lega. Alcune indicazioni strategiche impugnate in questi giorni dall’ex presidente della Camera, inoltre, con buona pace dei berlusconiani a oltranza, sono largamente condivisibili.
È vero che i provvedimenti attuati dalla sinistra vanno combattuti avanzando proposte alternative, magari incalzando la maggioranza a insistere sui lati migliori delle sue iniziative ed evidenziando così automaticamente le contraddizioni che dividono la coalizione prodiana. Poiché un autentico piano di genuine “liberalizzazioni” non potrà mai venire da una maggioranza retta, per un terzo, da formazioni politiche che guardano con deferenza alle figure del subcomandante Marcos e di Hugo Chavèz, conviene portare acqua al mulino degli avversari più riformatori, se si vuole neutralizzare il debole collante che li lega a elementi radicalmente immobilisti. Non certo ergersi con miserabile demagogia a paladini di una sfrontata congerie di interessi corporativi. È vero che la grande manifestazione di sabato scorso ha lanciato slogan contraddittori – “troppe tasse” fa decisamente a pugni con “troppi tagli” – e rischia di compattare la maggioranza attorno al suo unico agente di coesione, cioè l’antiberlusconismo viscerale. È vero, infine, che il Cav., per il “solo” fatto di aver tenuto a battesimo il primo governo di centrodestra italiano da Tambroni in avanti, non può assolutamente permettersi di proclamare la sua insostituibilità (“dopo di me, il diluvio”, disse una volta Bossi, ma l’epitaffio si addice benissimo anche a Berlusconi) né di celebrare a proprio piacimento l’investitura piazzaiola del suo delfino, sia esso Fini o chiunque altro.
Detto questo, e riflettendo sul recente comportamento tenuto dai vertici udiccini, si profila qualche interrogativo dettato dalla logica e dal buonsenso: tali criticità strategiche si presidiano meglio “mastellizzandosi” all’esterno della Cdl o calamitando consenso centrista al suo interno? L’auspicato ricambio di classe dirigente si ottiene con più efficacia a forza di strappi e di ricatti o partecipando attivamente alla costituzione di un soggetto partitico unitario, entro il quale innescare ad armi pari una dialettica democratica di formazione delle segreterie e degli organi esecutivi? Di quel 6% di suffragi - voto più, voto meno – raccolto dall’Udc alle consultazioni dell’ultimo paio d’anni, quanto si disperderebbe dopo un’eventuale uscita dalla Cdl o, peggio, appoggiando l’Unione previa estromissione della sua ala massimalista?
Le ovvie risposte a queste domande (retoriche) non possono sfuggire a un animale politico di razza come Pierferdinando Casini. Perciò è evidente che la condotta indisciplinata del felpato pupillo di Arnaldo Forlani, di là da un’apparente profondità di respiro, rientra nel tatticismo tipico del “teatrino della politica” tanto deprecato dal Berlusconi della prima ora. La partita strumentalmente giocata da Casini non si svolge sul campo delle petizioni di principio, ma su quello – più prosaico – del tornaconto politico. Probabilmente il presidente dell’Udc non vuole affatto incidere la carne viva del policy making, ma solo strappare agli alleati la promessa di un sistema elettorale ancor più vantaggioso dell’attuale. Conoscendo le golose sponde offertegli in Forza Italia da nomi del calibro di Giuliano Urbani e Giulio Tremonti, verosimilmente si tratterà del proporzionale alla tedesca, con soglia di sbarramento al 5%. E con tanti saluti alla semplificazione democratica e ai vantaggi sistemici offerti dal bipolarismo più o meno spurio.
Ma se l’interesse personale e del proprio partito costituisce un perimetro tattico del tutto legittimo da difendere, le astuzie e le mezze verità adoperate nel perseguirlo, di fronte all’elettorato (corpo votante più smaliziato di quanto sembrano ritenere certi politicanti), alla lunga si riveleranno armi controproducenti e ridaranno smalto alla leadership del Cavaliere. Rinviando nuovamente il nodo della successione a data da destinarsi.

Update – sullo stesso argomento, sia pure con un taglio d'analisi più "loico", c'è questo post di Zamax. Colgo l'occasione per accoglierlo nel dorato mondo della blogosfera e per fargli i miei migliori auguri!

Pubblicato il 7/12/2006 alle 9.44 nella rubrica Diario.

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