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Nativity

Alcune storie di successo accusano una specie di “effetto Pinocchio”. Tanto prolungata diviene la sedimentazione ai bassi strati dell’immaginario popolare per certe fortunate intuizioni narrative, che la loro fabula – in bilico tra l’assurgere a leggenda e il degradare a luogo comune – rischia di subire lo stigma della prevedibilità o addirittura del semplicismo proprio a causa dell’efficacia delle formule espressive che ha coniato. Il celeberrimo “romanzo di formazione” di Carlo Collodi è forse la quintessenza stessa del suddetto iter culturale: chiunque ne saprebbe raccontare la storia per sommi capi, ma quanti lo hanno mai letto davvero?
Il racconto evangelico, se possibile, costituisce il bacino di ispirazione e di rielaborazione più frequentato di sempre. Sia estraendone limitati spezzoni e ricamandoci sopra ardite speculazioni post-moderniste (si pensi a L'ultima tentazione di Cristo di Scorsese) che scambiandone con greve strabismo il contenuto per fedele resoconto storiografico (è il caso de La Passione di Cristo di Mel Gibson), il cinematografo vi ha attinto con risultati assai controversi.
Coniugando l’aderenza alle fonti per quanto necessario e il riarrangiamento d’autore per quanto possibile, Catherine Hardwicke riesce nel non facile compito di girare un film sulla Natività fresco ed emozionante. Posto a capo di una trilogia filmica sui (mal)umori giovanili inaugurata con Thirteen e proseguita con Lords of Dogtown, Nativity svecchia le arcinote vicissitudini della Sacra Famiglia guardandole da un’inedita angolatura “adolescenziale” calibrata con grande discrezione. Maria, risoluta nell’affrontare il disprezzo dei genitori e della comunità nazarena per la sua scandalosa gravidanza extra-matrimoniale, e Giuseppe, nel censurare per amore il suo orgoglio coniugale ferito, diventano protagonisti di un faticoso passaggio dalla fanciullezza all’età adulta che, per estensione sineddotica, ricalca la promozione dell’umanità intera avvenuta con la nascita del loro figlio. Come viene sottolineato reiterando a mo' di giaculatoria alcuni passi biblici tratti dal I Libro dei Re, ci si scopre adulti tenendo fede a un mandato impegnativo, percorrendo con tenacia un sentiero del quale non si scorge la fine nonostante le molte avversità che si incontrano lungo il cammino.
La regia segue i contorni di questo motivo portante forzando i testi di riferimento con la dovuta indipendenza creativa (in sogno, Giuseppe appare in procinto di dare il via alla lapidazione della promessa sposa, quando l’arcangelo Gabriele gli si para innanzi e lo blocca), associando rimandi eucaristici a elementi scenici solo apparentemente secondari (le inquadrature di agnelli in braccio ai pastori, oppure il gesto di spezzare e di condividere il pane) e raffigurando solo lo sbocco finale della vicenda in modo facilmente accostabile all’iconografia tradizionale (il presepe vivente raccolto attorno alla mangiatoia avrebbe potuto essere un tripudio di naif, ma si rivela una scelta azzeccatissima).
Una fotografia eclettica nei soggetti ma irreprensibile nella continuità della taratura cromatica (sempre ottimamente desaturata) conosce i suoi momenti migliori quando la macchina da presa si rivolge al cielo. Stellato, abbagliante, gravido di nubi crivellate da fasci di luce: nella rutilante mutevolezza della volta celeste si leggono, nel contempo, la labilità della condizione umana e la comune finalità (escatologica) del creato.
Mentre il viaggio dei Re Magi offre un gradevole sollievo comico all’insieme, il catenaccio tra il flash forward iniziale e la Strage degli Innocenti appesantisce inutilmente l’epilogo del film, costringendolo a risolvere in extremis un residuo di trama che avrebbe potuto essere meglio integrato nel tessuto narrativo. Durante la sequenza conclusiva, peraltro, il kitsch che si era magistralmente sublimato nella grotta di Betlemme e appena sfiorato nella caratterizzazione dell’arcangelo Gabriele (un santone fluorescente a metà tra il sacerdote raeliano e il figurante di Jesus Christ Superstar) viene pericolosamente lambito sulle note di Stille Nacht. Uno screzio che però non guasta assolutamente il buon livello del film – e della colonna sonora, che farà la gioia dei maniaci del coro polifonico.
Toccante e memorabile lo sguardo teneramente verecondo di Keisha Castle-Hughes (Maria).

Sullo stesso film: Alessio Guzzano, Francesco Alò

Pubblicato il 4/12/2006 alle 9.58 nella rubrica Film e DVD.

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