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Il Labirinto del Fauno

Nella geografia dei generi artistici, tracciata all’ingrosso per facilitare la critica e la vendita al dettaglio dei singoli prodotti riconducibili a ciascun filone di massima, sotto le stesse denominazioni convivono spesso opere concettualmente diversissime. La letteratura e il cinema, arti lungamente sottoposte alla suddivisione in categorie di genere, ovviamente non fanno eccezione. Così succede che alla dicitura fantasy appartengano lavori anche molto dissimili tra loro, sia sul piano estetico che su quello simbolico. Esiste un fantastico che rielabora in chiave mitologica le esigenze trascendenti comuni agli uomini di ogni epoca, così come merita a pieno titolo le stigmate in questione anche la imagination vagheggiata da Coleridge, cioè la capacità di collocare situazioni e problematiche tratte dalla realtà contingente in contesti immaginari. Nel primo caso l’arte e il sacro si mescolano nel racconto dell’esistenza, nel secondo l’ingegno creativo trasfigura il presente limitrofo nel racconto del “vero”: è il motivo per cui, a mio avviso, tra cent’anni si parlerà ancora molto diffusamente de Il Signore degli Anelli e invece Harry Potter sarà diventato materia per specialisti della pagina scritta.
Questa premessa serve per inquadrare le ragioni che, verosimilmente, porteranno Il Labirinto del Fauno a seguire la medesima sorte appena preconizzata per le avventure del maghetto uscito dalla penna di J. K. Rowling. Il film di Guillermo del Toro – ambientato nella Spagna del primo franchismo, ancora scossa dagli ultimi strascichi di guerra civile – narra le vicissitudini sul filo del fantapulp che vedono Ofelia, novella Alice nel paese delle meraviglie, dividersi tra una realtà carica di sofferenza e un mondo horror-fiabesco parallelo, che reclama la sua principessa perduta. La compresenza di elementi narrativi altamente discordanti, quali i fatti storici e le escursioni nell’immaginifico, è però maneggiata con scarsa attitudine all’amalgama, dando l’impressione di un contrappunto reciprocamente pretestuoso.
La regia allestisce la scansione binaria tra due ordini di clichè figurativi – sbozzando la grossolana caratterizzazione del perfetto nazistoide Vidal da un lato e passando in rassegna tutta l’iconologia del fantasy classico dall’altro – attraverso dissolvenze a spazzata tanto frequenti quanto stucchevolmente telefonate (sempre giuntate scorrendo un tronco d’albero o un setto murario) e tallonando con insistenza particolari truculenti di sicuro impatto, che si riducono però a fornire il tappeto visivo per una mera ostentazione di stilosa gore obsession. La rappresentazione dell’attrattiva esercitata da alcuni oggetti su (pre)determinati avvenimenti, inoltre, al netto dell’autoindulgenza che la sottende, ottiene solo di rendere molto prevedibili certi sviluppi della trama. Le ripetute sequenze riservate alla morbosa rasatura di Vidal lasciano intuire per lui la prospettiva di grattacapi “taglienti”, diciamo, così come la sua fissazione per l’orologio da taschino – unitamente alla storia che lo lega alla morte in battaglia del padre – non depone certo a favore della suspence complessiva attorno al suo personaggio. Se attentamente considerato, il bassorilievo raffigurato sulla stele in fondo al labirinto magico – sulla cui valenza evocativa verte un dialogo ad hoc tra Ofelia e il fauno – svela poi buona parte del finale.
La sceneggiatura zoppica vistosamente tra infiltrati che si tradiscono nei modi più ingenui, disseminando la scena di indizi compromettenti e inciampando su trabocchetti dialettici degni della Signora in Giallo, e un’eroina protagonista di atteggiamenti a dir poco schizofrenici (si infanga fino al collo per portare a termine la sua prima prova, ma infrange inopinatamente una consegna abbastanza banale nel corso della seconda) e arranca nel tirare le fila della riflessione che vorrebbe suscitare sul tema dell’obbedienza. Tale discrepanza tematica va addebitata al fiato corto che contraddistingue quasi tutto il fantasy moderno il quale, come accennavo all’inizio, si affanna a rispecchiare le ansie passeggere di un’epoca gravata dal peso dell’angoscia e del cinismo confezionando favolette formalmente impeccabili, ma segnate – anche in assoluta buona fede – da un’erronea concezione “escapista” del fantastico. Assieme all’immancabile frattura dimensionale tra mondo reale e mondo fatato che la accompagna, essa non fa che negare proprio il potenziale salvifico che, in prima battuta, intende attribuire al linguaggio fiabesco. Di fatto spezzando una lancia in favore di quanti – nella finzione letteraria e cinematografica, ma anche nella realtà – nella magia dei miti non credono, e pretendono di essere obbediti di conseguenza.

Sullo stesso film: Colimckenzie, Gli Spietati, Alessio Guzzano

Pubblicato il 30/11/2006 alle 9.48 nella rubrica Film e DVD.

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