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"Prodienko": scoop o fregatura?

Premessa: per raggiungere il (meritorio) obiettivo di infrangere la sudditanza alla mistica sinistrorsa dell’onestà “democratica e progressista” – contrapposta, manco a dirlo, allo speculare affarismo senza scrupoli di conservatori e reazionari – personalmente trovo inutile e controproducente mettere in scena mirabolanti spy story tra il lusco e il brusco, tanto allusive quanto prive di riscontro. Mi ha fatto specie, tanto per prendere il primo di una lunga serie di riferimenti, la montatura a proposito dell’inesistente “scandalo” riconducibile – a detta di un solitario millantatore – a Telekom Serbia e ai suoi rapporti con eminenti personalità del centrosinistra italiano. Un gran polverone mediatico risoltosi in un clamoroso boomerang per i suoi estensori e, di riflesso, per tutta la parte politica alla quale l’opinione pubblica li ha prontamente associati. Per smascherare la corruzione che alligna anche a sinistra basterebbe una bella inchiesta sul sistema di potere campano, ovvero una sorta di feudalesimo regionale unionista remunerato a suon di clientele (anche para-camorristiche) assai laute.
Invece pare che il sensazionalismo goda di un fascino irresistibile, presso i media di area cidiellina. Quale nuovo epifenomeno di tale consolidato appeal, si sta imponendo il vespaio di illazioni più o meno top secret scoperchiatosi a latere dell’avvelenamento londinese di Alexander Litvinenko. Quest’ultimo, ex tenente colonnello dei servizi segreti russo-sovietici, è esule in Gran Bretagna e attualmente in fin di vita presso il Barnet Hospital di Londra, in seguito all’ingestione di una dose letale di tallio radioattivo.
La nuova vita di Litvinenko da dissidente fuoriuscito e attivista anti-Putin è al crocevia di una fitta rete di contatti, che lo collegano a numerose inchieste internazionali inerenti il collaborazionismo filosovietico di ieri e gli abusi autoritari nella Russia di oggi. Attraverso il professore napoletano Mario Scaramella, per esempio, l’ex “barba finta” forniva informazioni utili alle indagini svolte dalla nostrana Commissione Mitrokhin. Ma non solo:

 

“amico personale di Ana Politkovskaja, stava indagando proprio sull'omicidio della giornalista, uccisa il 7 ottobre per le sue inchieste sull'occupazione russa della Cecenia.
[...] Pupillo del vicecapo del Kgb Vladimir Trofimov, assassinato nei mesi scorsi, Litvinenko è da tempo considerato un fastidioso grillo parlante per il governo russo. Nel 1998 aveva accusato le autorità russe di avergli commissionato l'assassinio dell'oligarca Boris Berezovski, dirigente del governo di Boris Eltsin e stratega del Cremlino. E non si era tirato indietro nell'accusare Putin di aver orchestrato attentati terroristici per giustificare l'intervento militare in Cecenia. Sulla serie di massacri che scosse Mosca causando circa 300 morti, Litvinenko aveva anche pubblicato un libro inchiesta, che gli costò 9 mesi in carcere accusato di abuso d'ufficio, per aver sostenuto il ruolo del Kgb come regia occulta delle stragi.” [fonte]

 

Sgarri difficilmente perdonabili, se arrecati a un regime torbido come quello putiniano. Eppure, alle nostre longitudini, si cerca di far apparire quale reale movente del tentato (per il momento) omicidio la posizione testimoniale di Litvinenko rispetto ai rapporti di Romano Prodi con il fu Kgb. Come si può facilmente evincere dalla marea di interventi sul tema che, in questi giorni, stanno comparendo – un po’ in sordina, a dire il vero – su internet e sui notiziari, fu nel 2000 che Litvinenko dovette fuggire dalla Russia e decidere in quale nazione straniera riparare. Il suggerimento datogli dal suo mentore Trofimov fu il seguente: “Non andare in Italia, ci sono molti agenti del Kgb tra i politici. Romano Prodi è il nostro uomo lì”. Un’indiscrezione rimbalzata fin dentro le aule dell’Europarlamento, allorché il deputato euroscettico Gerard Batten, il 3 Aprile 2006, pronunciò una brevissima interrogazione (qui il video e qui la trascrizione ufficiale) nella quale sottolineò che il consiglio di Trofimov era stato “riferito a Mario Scaramella, della commissione Guzzanti sul Kgb” nel Febbraio di quest’anno. Per inciso, la “Commissione Guzzanti” di cui sopra è sempre la Mitrokhin, solo denominata per eponimia al senatore che la presiede.
Ora, si dà il caso che Litvinenko abbia accusato i primi sintomi dell’avvelenamento proprio al termine di un incontro con Scaramella, avvenuto il primo di Novembre nei paraggi di Piccadilly Circus. I media stanno però fornendo una copertura piuttosto contraddittoria dei dettagli di quella circostanza. Da Il Giornale di ieri:

 

“L’esperto di sicurezza [Scaramella, NdIsmael] racconta del suo appuntamento - durato circa 45 minuti - con Litvinenko. «Un incontro come tanti altri» per Scaramella che rigetta ogni accusa di un suo presunto coinvolgimento nell’avvelenamento. «Confermo di aver incontrato Litvinenko il primo novembre. L’incontro era stato da me richiesto con una mail inviata il 25 ottobre. Ci siamo incontrati, come altre volte, a Piccadilly Circus. Era pomeriggio». Scaramella spiega che fu l’ex spia russa a volersi recare in un sushi bar per mangiare qualcosa. «Fu lui stesso a prendere una porzione di sushi dal frigo mentre il cameriere gli servì della zuppa. Mi è sembrato che fossimo da soli nel locale, a parte le cameriere».
L’ex consulente della commissione Mitrokhin rivela di aver voluto incontrare Litvinenko per parlargli di un documento «che mi era giunto da un signore russo e che lanciava un allarme per la sicurezza». «Gli ho chiesto di questa persona - spiega Scaramella - perché era stato lui a presentarmela e perché quel documento conteneva notizie incredibili». Quali? «C’era una lista di possibili obiettivi di complotti, personaggi residenti sia in Italia che in Gran Bretagna. E sulla lista dei possibili bersagli c’era il suo nome, il mio e il nome di Paolo Guzzanti».” [link]

 

Eppure il Times rende una versione abbastanza diversa dell’accaduto (vedere qui), secondo la quale la lista sottoposta da Scaramella a Litvinenko sarebbe stata composta dai nomi di personaggi a vario titolo implicati nell’uccisione della Politkovskaja, non da bersagli di possibili rappresaglie russe. Nell’articolo, l’ex tenente colonnello ricorda (tramite dichiarazioni significativamente virgolettate) che sia stato Scaramella a chiedergli di “sedersi”, e non viceversa, e inoltre si domanda come mai, per inoltrargli il contenuto di una normalissima email, il professore italiano non si sia limitato a un clic sul computer.
Dal canto suo Paolo Guzzanti, in un comunicato diramato via internet, dice testualmente:

 

“[...]che le informazioni di Litvinenko fossero sempre impeccabili, e sempre trasmesse attraverso il mio collaboratore Scaramella, è confermato da ogni verifica possibile. Un anno fa, anche grazie alle informazioni di “Sacha” Litivinenko fu bloccato a Teramo un pulmino con sei giovanotti ucraini che trasportavano, fra masserizie e generi di conforto, due grosse Bibbie scavate per alloggiare due granate destinate ad un tiratore scelto dell’area ex sovietica, presumibilmente a Napoli.
Ciascuna di quelle granate era in grado di far saltare un carro o una macchina blindata. Ho appreso al processo, dove sono stato chiamato a testimoniare, che i probabili destinatari delle granate eravamo io e Mario Scaramella.”

 

Tuttavia la dislocazione cronologica dei fatti riferiti desta qualche perplessità, se raffrontata alla dichiarazioni rilasciate da Scaramella in conferenza stampa. Come mai il trait d’union tra Litvinenko e Guzzanti avrebbe attraversato in tutta fretta la Manica allo scopo di comunicare al suo contatto londinese informazioni già note – delle quali il senatore forzista aveva avuto contezza durante un processo pubblico – per di più solo un anno dopo che gli attentati “anticipati” nella scottante informativa avevano mancato il bersaglio, e proprio grazie a una dritta dello stesso Litvinenko (vedi anche qui)?
Come se non bastasse, in questo post, oltre a mettere in risalto molta della documentazione da me trattata, vengono ricordate alcune mirabolanti “topiche” nelle quali, in passato, sarebbe incorso Mario Scaramella. Si va dall’incontro con un tizio ucraino di nome Sasha, in grado di vendere a Scaramella cinque chili di uranio arricchito, rimasti per mesi in un garage di Rimini (!), all’allarme lanciato per la presenza di venti testate nucleari sul fondale del golfo di Napoli, quale souvenir depositato in loco dai sommergibilisti sovietici nell’ormai lontano 1970. Non che io ritenga plausibile l’ipotesi – prima ventilata e poi derisa anche nell’articolo linkato, del resto – secondo cui Scaramella sarebbe un astuto doppiogiochista a sua volta al soldo di Mosca, ma il ricordo delle fantasiose accuse mosse da Igor Marini è ancora abbastanza vivo da permettermi di non sottovalutare il discredito in cui ripiomberebbe la controinformazione se anche quest’altro soggetto si dovesse rivelare un mestatore a cottimo. In un momento così favorevole, e per ragioni totalmente estranee allo scandalismo ad personam, alla pubblica critica contro il presidente del Consiglio, una boccata d’aria come una ridda di accuse false e tendenziose sarebbe proprio una disdetta.
Tanto più che le prove di collaborazionismo a carico di Prodi sono ancora meramente testimoniali, come queste:

 

“La prima testimonianza in questo senso è quella dell'ex colonnello sovietico Alexander Litvinenko, ora cittadino britannico, che ha raccolto le notizie nel servizio segreto prima sovietico e poi russo, prima di rifugiarsi a Londra. La seconda e' di Oleg Gordiewski, il più noto transfuga del KGB, oggi ufficiale in pensione del servizio segreto britannico, il quale, pur non disponendo di informazioni dirette, udì i suoi colleghi del Kgb che operavano con lui in Scandinavia, dire: 'Prodi è un uomo nostro: del Kgb'. Le altre due testimonianze provengono da ufficiali russi rifugiati in Occidente (uno negli Stati Uniti e uno in Francia) di cui non intendo fare il nome per ovvi motivi di sicurezza, entrambi pronti a ripetere quanto sanno alle autorità italiane. L'inspiegabile reticenza di Prodi a rivelare la fonte che gli suggerì la seduta spiritica per trasmettere una micidiale disinformazione sul covo di via Gradoli dipenderebbe dunque dal fatto (dichiarano i due ex ufficiali Kgb disposti a testimoniare) che la fonte dell'informazione e della disinformazione (Gradoli paese in luogo di via Gradoli in Roma) era il falso studente Sergueij Sokolov che aveva pedinato a lungo e insospettito Aldo Moro e la cui vera identità è Felix Konopikhin (o Konopkhin, secondo traslitterazione nell’alfabeto latino), oggi 52enne congedato che vive a Mosca. Costui, secondo gli agenti rifugiati, ebbe anche il compito di depistare gli emissari della famiglia Moro con false informazioni.” [fonte]

 

o tutt’al più circostanziali, come quest’altra:

 

la società Nomisma era in joint venture con l'istituto Plehanov, sezione economica del KGB.” [ibidem]

 

Insomma, allo stato attuale questo filone di indagine, visti e considerati gli elementi conoscitivi assai aleatori su cui si basa, va preso con le pinze, prima di agitarlo a mo’ di possibile capo d’imputazione contro il premier. Dopo aver ammonito per oltre una decade sulla fallacia del pentitismo quale veicolo unico di investigazione, mi sembra il minimo.

UPDATE (24/11/2006) - Alexander Litvinenko è morto ieri sera. Dal sito dell'ANSA: "Oleg Gordievskij, amico e collega in passato di Alexander Litvinenko, [...] ha accusato "le forze del male" in Russia di essere colpevoli di questo delitto commesso per vendetta. "Litvinenko stava lottando contro le forze del male in Russia, contro il Kgb, contro le autorità che stanno sopprimendo la democrazia e la libertà in Russia", ha spiegato Oleg Gordievskij, in un'intervista a Sky Tv".

Pubblicato il 23/11/2006 alle 9.41 nella rubrica Diario.

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