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USA 2006: l'America plurale

Le elezioni di medio termine appena svoltesi negli Stati Uniti hanno decretato una sonora sconfitta del Partito Repubblicano. Il Grand Old Party, dopo dodici anni di predominio assoluto nei due rami del Congresso, cede la maggioranza sia alla Camera Bassa (i democratici si sono già aggiudicati 227 seggi sicuri su 435) che al Senato Federale (il partito dell’asinello ha strappato agli avversari anche il Montana e la Virginia, conquistando un totale di 51 seggi su 100). Il quadro della debacle repubblicana si completa con la rimonta democratica alla guida dei governatorati: la conta dei capi di stato – che fino a ieri vedeva un netto vantaggio del partito presidenziale per 28 a 22 – è uscita perfettamente capovolta dalla tornata elettorale.
I media italiani e internazionali stanno già enfatizzando oltre ogni dire la valenza referendaria anti-Bush che questi risultati assumerebbero, ponendo l’accento sulla presunta bocciatura che la cittadinanza statunitense avrebbe emesso nei riguardi del presidente in generale e della sua politica estera in particolare. Gli exit poll, per il poco che sono in grado di dire, confermano invece che il dissenso espresso dall’elettorato americano riflette un sentimento di prudente disaffezione verso un prolungato ciclo monocratico, secondo una dinamica tipicamente anglosassone di attivo “contenimento del potere”. La guerra irachena, sondaggi post-voto alla mano, occupa solamente – per un tema tanto soggetto a martellamento mediatico continuo – la quarta posizione, nella scala di priorità trasmessa alle urne dal corpo elettorale yankee. Al primo posto si trova l’indiziata numero uno di ogni sistema di consenso politico anglo-protestante che si rispetti, ossia l’etica pubblica. Per un partito ai vertici del potere periferico e centrale da oltre un decennio è fisiologico sconfinare nella tracotanza del voto di scambio dilagante, nel lobbismo ai limiti della legalità, nella corruzione che lubrifica i notabilati. Il già menzionato stato del Montana ha passato la mano anche al fine di sanzionare definitivamente il senatore uscente Conrad Burns per gli scandali che lo hanno visto coinvolto; gli affari Abramoff, DeLay e Foley – quest’ultimo strumentalizzato attraverso una campagna moralista piccina piccina, che la dice lunga sull’intolleranza dei tolleranti di professione – hanno fatto il resto.
Senza contare poi la tendenza a governare in modo invadente e spendaccione che le lunghe permanenze al potere incoraggiano. Le risultanze di autorevoli ricerche economiche dimostrano che, in regime di “governo unificato” (potere legislativo ed esecutivo nelle mani di uno stesso partito), la spesa pubblica americana è mediamente superiore che nei periodi di “governo diviso”. Buona parte della base repubblicana, formata dal connubio fiscale tra libertari e conservatori, ha registrato troppi segni di cedimento a politiche dispendiose – i programmi MediCare e MedicAid, gli Health Savings Accounts e, in questo senso, lo stesso intervento in Iraq – e si è regolata di conseguenza, astenendosi o votando altrove.
Le conseguenze politiche immediate di questi esiti elettorali sono molteplici. La prima, potenzialmente la più rilevante, è la revisione in senso restrittivo dei poteri del presidente in tempo di guerra che un Congresso democratico sarà agevolmente in grado di ottenere. Confortati da numerose sentenze della Corte Suprema, i democratici cercheranno di vincolare l’assunzione di provvedimenti straordinari da parte dell’esecutivo – quali la cornice legale per gli interrogatori dei prigionieri oltre confine, per la loro detenzione in strutture carcerarie “franche” come Guantanamo, per le intercettazioni delle telefonate dall’estero e così via – al voto delle camere. La seconda, già in atto con le dimissioni di Donald Rumsfeld, è quello che in Italia chiameremmo un rimpasto di governo. Per ora l’operazione sembra circoscritta al siluramento del controverso segretario alla Difesa, accusato – soprattutto da analisti conservatori e neoconservatori – di aver condotto l’occupazione irachena al risparmio, impostando il dispiegamento di uomini e mezzi in accordo con i dettami della “guerra leggera”. Non è da escludere, però, che la ritirata di George W. Bush possa anche costare il posto di ambasciatore all’ONU al falco John Bolton, la cui nomina non è ancora stata ratificata dal Senato. Escluderei invece un allontanamento di Dick Cheney, sulla cui eventualità una composizione “ostile” delle assemblee non ha alcuna voce in capitolo. In terzo luogo, la vittoria democratica scompagina i giochi del fronte avverso in vista delle presidenziali del 2008 che, con l’agone libero dai tradizionalmente più appetibili vicepresidenti uscenti e/o generalissimi pluridecorati, sembrano lasciare un discreto spazio di manovra a congressisti, governatori e amministratori locali più o meno in carica. Tra i governatori repubblicani i papabili rimasti sono Mitt Romney (Massachussetts) e, benché l’interessato neghi e il clamore sul suo nome sia stato (deliberatamente?) silenziato, Jeb Bush (Florida), il fratello del presidente. Le elezioni di Midterm hanno fatto strame dei congressisti più quotati tra i conservatori, cioè George Allen (Virginia) e Bill Frist (Tennessee). Rimarrebbe John McCain (Arizona), tanto amato dagli elettori indipendenti quanto inviso all’establishment repubblicano. In ascesa le quotazioni di due sindaci consecutivi di New York, Rudolph Giuliani e Michael Bloomberg. Forse, però, l’azzoppamento dei candidati alla nomination repubblicana provenienti dal Senato – vivaio politico che condanna i suoi appartenenti, ove siano in corsa per la Casa Bianca, alla pubblica esposizione di stati di servizio il più delle volte decisamente flip-flop – può rivelarsi un’inattesa fortuna, per il partito dell’elefantino.
E per il “qui e dopo”? Quali ripercussioni avranno queste ultime elezioni sugli assetti culturali degli Stati Uniti? Si è trattato forse di un plebiscito progressista, che cancella ogni speculazione pubblicistica a proposito della Right Nation – la nazione giusta perché di destra – proprio nei giorni in cui la blogosfera italiana tiene a battesimo l’aggregatore eponimo di quella galassia culturale?
In realtà la stringente determinazione di coordinate politiche e sociologiche unificanti, per un paese vasto come gli USA, non può nemmeno darsi, se non facendo riferimento ad un ristretto gruppo di principi filosofici fondativi. I quali rimandano alla Dichiarazione d’Indipendenza: vita, libertà, proprietà. Opportunità di imperniare la convivenza associata non su chissà quale “modello sociale” di riduzione ad unum delle singole individualità, ma sulla liceità di tutto ciò che non è esplicitamente proibito.
Per cui un giudizio sugli orizzonti culturali americani, stavolta come sempre, non può che rimanere sospeso a dati contrastanti e frammentari. Se è vero che la rivincita democratica si deve in gran parte al contributo di deputati e senatori moderati e talora populisti, lo è anche la netta vittoria, tra i 205 referendum che hanno accompagnato le elezioni, di una misura a sfondo socialista come l’innalzamento del salario minimo, approvato in cinque stati su cinque. Se è vero che sul matrimonio gay è stata messa una pietra tombale in sette casi su otto, lo è altrettanto che il Sud Dakota ha respinto il divieto integrale di aborto e che il Missouri ha aperto alla ricerca sulle staminali embrionali.
Forse, dopotutto, il sogno americano non è uno solo, ma ce ne sono tanti. Tanti quanti sono gli americani.

Pubblicato il 9/11/2006 alle 9.21 nella rubrica Diario.

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