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Un giorno di libertà/3

Il terzo studio, presentato dalla montenegrina Maja Drakic, aveva per titolo Privatisation in Economic Theory. Il perno di questo intervento era la focalizzazione sull’importanza delle “condizioni al contorno” ambientali nella definizione della dialettica tra domanda e offerta. Se si pensa che nemmeno nelle economie di mercato più avanzate le teorie dell’equilibrio di Walrace o Arrow rappresentano nulla più che raffinati modelli teorici, a maggior ragione un’impostazione speculativa delle dinamiche di scambio – quali, appunto, le privatizzazioni – non può prescindere dalle coordinate socio-economiche del suo contesto di applicazione nel caso generale. La proficuità e l’efficacia delle transazioni economiche – è la tesi dimostrata – dipendono da una condizione necessaria fondamentale, ossia l’organico predominio dei diritti di proprietà privata e dell’economia di mercato nel complesso politico-culturale entro il quale hanno luogo. Attraverso un excursus sull’inserimento del fenomeno “privatizzazioni” all’interno di diverse teorie economiche – tra le quali riveste un’importanza primaria il contributo di James Buchanan –, la Drakic, oltre all’assunto di partenza secondo cui le privatizzazioni non possono mai costituire un evento isolato nel quadro di sistemi economici incompatibili con esso, dimostra anche un’ulteriore ricaduta operativa del suo asserto. E cioè che la transizione da sistemi collettivistici di stampo sovietico a mercati aperti non può avvenire mediante l’introduzione di revisioni istituzionali a macchia di leopardo, poiché in tal caso l’industria eventualmente privatizzata si troverebbe immersa in un ambiente di funzionamento vecchio e ancora ostile.
La controrelazione di Peter J. Boettke, corpulento e vulcanico professore della George Mason University, ha posto nuovamente l’accento sull’esigenza libertaria di far prevalere la common law – cioè la sociologia della contrattazione – sul giuspositivismo. Inoltre, a riprova delle tesi di Maja Drakic, lo studioso ha fornito i dati relativi all’incidenza di alcune misure politiche tipicamente “liberali” sulla crescita economica: i voucher (buoni scuola) pesano per il 3%, le riforme del mercato del lavoro per l’1,5% e la dismissione delle industrie di stato per lo 0,4%. Ancora una volta emerge l’assoluta importanza di adottare politiche ad alta diffusività sul tessuto connettivo del “senso comune” – e la scuola, dei tre settori sensibili di cui sopra, è senz’altro quello che coinvolge direttamente il maggior numero di persone.
L’ultima relazione del seminario è stata The Privatization of Water and Sewage Companies in Chile, redatta dall’ingegnere gestionale cileno Maria de la Luz Domper Rodriguez. Il paese che più di ogni altro ha beneficiato della messa in pratica delle teorie dei Chicago Boys, ha spiegato Rodriguez, prima delle rivoluzione “friedmaniana” versava in condizioni economiche riassumibili in un solo, sconfortante dato: inflazione al 48% su base annua. Oggi, invece, la nazione andina occupa stabilmente una tra le prime quindici posizioni dell’Index of Economic Freedom – l’Italia è al 44esimo – e raccoglie i frutti dell’intensa azione liberalizzatrice compiuta nel corso degli ultimi vent’anni. Tra le riforme varate durante il nuovo corso cileno vi sono l’abolizione del prezzo imposto sui beni di consumo, la riduzione delle tariffe e della pressione fiscale, nonché un cospicuo piano di privatizzazione dei servizi. I risultati sono stati la crescita economica, la diversificazione dei beni esportati all’estero, la riduzione della povertà e l’abbattimento dell’inflazione dal catastrofico 48 ad un lusinghiero 3%. L’ultima delle numerose privatizzazioni varate in Cile è quella della rete idrofognaria. Grazie ad essa, la copertura del suolo nazionale con acqua potabile è passata dal 99,3 al 99,8%, quella fognaria dal 92,3 al 95,1% e la percentuale di depurazione delle acque nere è salita dal 16,7 al 73,4%. Il nettissimo miglioramento rispetto al sistema concessorio precedente si evince anche dal più intenso ritmo di ammodernamento tecnologico e infrastrutturale guadagnato con il cambio di regime. Questo in virtù della più spiccata propensione privata a reinvestire gli utili netti in ricerca e sviluppo rispetto alle compagnie pubbliche le quali, non dovendo sostenere la pressione concorrenziale di alcun competitore, preferiscono quasi sempre convertire tutto il profitto in dividendi e rimanere indifferenti all’obsolescenza dei loro fattori produttivi.
Lo speech finale del carismatico Grover Norquist, onnipresente leader di Americans for Tax Reform, ha galvanizzato una platea già scalpitante ripetendo le parole d’ordine che, da oltre un ventennio, compattano l’eterogenea coalizione di contribuenti di cui l’attivista virginiano è presidente. L’ATR ha infatti istituito un Taxpayer Protection Pledge (Impegno di Tutela del Contribuente), sottoscrivendo il quale 233 deputati e 47 senatori americani si sono ufficialmente impegnati ad opporsi ad ogni possibile ipotesi di aggravio tributario. La punizione per gli spergiuri è l’apparizione del loro nome su una lista nera pubblicata online. Ideas have consequences, ha ripetuto più volte l’energico oratore, ma soprattutto se riescono a influenzare chi detiene il potere. Ecco perché, verso la metà degli anni ’80, è nato il progetto di accumulare massa critica attorno ad un collante fiscale capace di raggruppare mormoni, libertari, cattolici, ebrei, conservatori e mille altre identità culturali nel comune intento di limitare la tassazione di ogni ordine e grado. Da allora, ciò ha significato fidelizzare su un aspetto ritenuto primario, nella scala di priorità che indirizza la scelta di voto presso gran parte della platea elettorale, senza intestardirsi nella sintesi forzata di ossessioni identitarie contrastanti. Il gioco di squadra si orchestra nell’ambito di una piattaforma politica minima, quindi: è quello che – a mio avviso molto ingenuamente – si vorrebbe ottenere proponendo all’Europa continentale il cosiddetto “fusionismo”.
Peccato che, alle nostre longitudini, la politica non ruoti attorno alla responsabilità verso un impegno assunto in fede, da ratificare prima di tutto nell’aula di quell’eccellente “tribunale interiore” che è l’etica protestante. Nella vecchia Europa – e nella nostra italietta consociativa e azionista in modo particolare – l’impegno politico si basa sull’incessante lavorio di una sterminata pletora di postulanti, che gareggiano a chi più (e meglio) sa direzionare denaro pubblico verso i suoi cartelli clientelari di riferimento. Un contratto pubblico, sul modello del patto d’onore stipulato oltreoceano tra l’ATR e i singoli candidati, in Italia naufragherebbe nel mare del mal comune, mezzo gaudio. La personalità politica italiota, davanti alle proteste di alcuni suoi elettori per non aver prestato fede alla parola data, risponderebbe con una scrollata di spalle: votate per gli altri, tanto si comportano nello stesso modo anche loro. E la situazione rimarrà tal quale fintantoché il paradigma di governo fondato sul caro, vecchio paternalismo di stato converrà alla maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto.
Nel riprendere la strada verso casa, una punta di malinconia mi assale ripensando all’evidente difficoltà con cui Norquist ha affrontato questo genere di obiezioni durante il dibattito con il pubblico. Tanta dilagante, disincantata e decadente immoralità deve risultare lontanissima dal modo di vedere e di pensare di un alfiere della Right Nation.
Una bella intervista esclusiva con Grover Norquist, raccolta dal pluricitato Carlo Stagnaro, è disponibile qui.

 

3.Fine

Pubblicato il 12/10/2006 alle 15.28 nella rubrica Diario.

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