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Un giorno di libertà/2

Il tempo di registrare l’iscrizione al seminario e arriva il momento dell’attesissima prolusione di Peter A. Thiel, il fondatore di PayPal. All’incontro pomeridiano si era parlato della liberazione dei mercati dall’occhiuta sorveglianza sulla fase terminale degli scambi esercitata dal potere costituito: Thiel, economista-filosofo formatosi a Stanford, davanti ad un pubblico mollemente adagiato sotto la veranda del bar sulla terrazza, ha illustrato la particolarissima interpretazione di tale paradigma libertario che ha fatto la sua fortuna. L’appassionato trasporto con cui questo imprenditore di successo, nel raccontare l’elaborazione interiore e professionale dell’intuizione che lo ha indotto ad abbandonare il pigro pessimismo degli anni giovanili, è entrato in sintonia con la sua platea nella fascia oraria preserale – ipotecata dalla fame e dalla stanchezza dei tanti partecipanti reduci da viaggi più o meno lunghi – si poteva ben giudicare dal disinteresse generalizzato della gente verso il combinato cocktail/tartine dall’inizio dell’intervento in avanti.
La rivoluzione tecnologica introdotta con le reti telematiche di massa ha ampliato il margine di “smaterializzazione” dei beni di scambio? Bene, Peter Thiel ha applicato questa soluzione al vettore materico per eccellenza del commercio “in solido”, vale a dire la moneta stessa. Dopo aver trascorso anni a riflettere su come contribuire in prima persona ad incidere sul corso della Storia, troppo a lungo segnato dai soprusi dello statalismo sulla libertà individuale, Thiel ha localizzato nel monopolio della valuta il carburante da cui lo Stato trae la spinta propulsiva per annettersi le molte prerogative di cui si fa apoditticamente amministratore unico.
PayPal, servizio online che corona un’esperienza pluridecennale nel campo dei pagamenti elettronici, ha in pratica “napsterizzato” il meccanismo che governa la circolazione dei flussi di cassa. Prima di questa innovazione, le filiere di pagamento dovevano passare per le forche caudine allestite da un’esazione fiscale perlopiù ineludibile, specie per quanto riguardava (e riguarda) l’imposizione sul valore aggiunto. Oggi, grazie alla meritoria iniziativa imprenditoriale di Thiel, il prelievo coercitivo sui trasferimenti di denaro si scopre arma spuntata ed impotente, di fronte a due milioni di soggetti che muovono liberamente palanche ai quattro angoli del globo. Il che, per inciso, significa da un lato disinnescare il monitoraggio internazionale dei movimenti bancari transfrontalieri e, dall’altro, consentire anche ai comuni mortali di depositare i propri averi su conti offshore, finora appannaggio delle élite miliardarie. Una conquista di democrazia, quindi. Il timore di Thiel per il futuro è che alla globalizzazione dei mercati, fenomeno fuori dalla portata delle architetture istituzionali a noi conosciute, segua nel medio termine una vera e propria globalizzazione dei governi per progressiva integrazione di sovranità.
La giornata di Sabato ha visto lo svolgimento dell’attività attorno alla quale ruotava l’intero simposio, cioè la presentazione di una serie di tesine – o working papers, nella dicitura anglofona del termine – da parte di studenti e dottorandi. Che quest’anno, con una certa soddisfazione degli astanti, erano tutte ragazze.
Il primo intervento – a mio modestissimo avviso, il migliore – è stato quello della canadese Maria Klimas, poi contro-commentato da Kendra Okonski, dello International Policy Network. La relazione, intitolata Managing Nutrients with Property Rights, si proponeva di mettere a confronto due diverse filosofie giuridiche nell’ambito della legislazione sui fertilizzanti. La prima, sposata nel 2002 dallo stato dell’Ontario in seguito ad un grave episodio di contaminazione delle falde acquifere, si basa sulla regolamentazione preventiva, cioè su un dispositivo restrittivo caratterizzato da bassa conflittualità ex post ma da un alto costo di monitoraggio. Si tratta, in pratica, del binario normativo percorso dacché esiste lo Stato Moderno. La seconda, ricavata per estensione dalla teoria di Murray N. Rothbard sull’inquinamento dell’aria, si potrebbe definire “alternativa proprietaria”, ossia un impianto giuridico che mira a comporre eventuali controversie tra istanze private divergenti ricorrendo alla legiferazione per arbitrato, in regime di concorrenza tra le varie sedi giudicanti. La Common Law, in altre parole, ovvero la tradizionale impalcatura del magistero legale anglosassone. Nel primo caso prevale un’etica pubblica di tipo utilitarista, basata sul principio secondo cui “è bene ciò che rende felice il più alto numero di persone”, seguendo quindi una prescrizione eminentemente collettiva. Per l’etica libertaria, al contrario, legiferare in anticipo non è mai un bene, giacché si restringe il perimetro delle libertà individuali di tutti a causa delle esigenze di alcuni, quale che sia il numero di questi ultimi. Solo l’abbattimento dei costi di transazione – è il filo conduttore della controrelazione – consente l’affermarsi di una mentalità normativa libertaria nel common sense.
Il secondo paper era incentrato sulla reale necessità di formalizzare i diritti di proprietà per addivenire allo sviluppo economico nei paesi emergenti. Al titolo della ricerca – Is Codification of Informal Institutions Necessary for Economic Development? – le due autrici Claudia R. Williamson e Carrie B. Kerekes rispondono un secco ‘no’. L’accreditata tesi di Hernando de Soto, che considera la costruzione e il presidio dell’edificio normativo il motore naturale dello stimolo all’intrapresa (di fatto avvalorando l’opinione, vista ieri, di James V. DeLong e Richard A. Epstein), si limiterebbe infatti a riflettere la parabola storica del progresso occidentale. Un’analisi comparata della nuvola cartesiana di punti che correla il tasso di sviluppo economico al livello di formalizzazione dei diritti di proprietà, interpolata con una curva di primo grado (cioè una retta) e compensata con il metodo dei minimi quadrati, mostra infatti come l’interdipendenza tra le due variabili sia maggiore considerando un campione del mondo intero che restringendo l’indagine ai soli paesi in via di sviluppo. Questo approccio “matematicistico” – che personalmente condivido fino ad un certo punto: com’è possibile quantificare univocamente “variabili di controllo” quali la posizione geografica, la religione e la frammentazione etno-linguistica? – consente di affermare che le leggi scritte hanno un’evoluzione spontanea conforme a coordinate culturali e spazio-temporali. E che il diritto positivo gioca un ruolo meno importante di quanto si pensi, nella formazione di un patrimonio normativo condiviso e stimolante per l’intrapresa. Di nuovo sottolineando l’importanza di diminuire i costi di transazione più che di proteggere la proprietà con dispendiosi strumenti di legislazione accessoria.

 

2.Continua

Pubblicato il 10/10/2006 alle 15.50 nella rubrica Diario.

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