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Un giorno di libertà/1

L’abitato color pastello di Sestri Levante, disteso a mezzacosta su un panorama che degrada da collinare a marittimo nel raggio di poche centinaia di metri, sembra quasi spinto a confluire verso l’istmo che congiunge il suo entroterra con un promontorio roccioso, familiarmente chiamato “isola” dai locali. Proprio su quella sottile lingua di terra, stretta tra la baia delle Favole a Ovest e la baia del Silenzio a Sud, sorge l’Hotel non a caso battezzato Due Mari. Un palazzo seicentesco il cui rigore formale esterno nasconde l’intrico barocco di piani sfalsati, mezzanini, sottotetti e più recenti corridoi vetrati che – tra lussuose finiture in legno e ferro battuto – accoglie il visitatore una volta superato il banco della reception. Ma anche la sede abituale del Seminario Mises – che l’Istituto Bruno Leoni di Torino organizza ogni anno per approfondire uno specifico leitmotiv politico-economico a forte impronta liberista – giunto alla sua terza edizione con la due giorni conclusasi Sabato scorso.
Il tema conduttore scelto dagli organizzatori per il convegno di quest’anno verteva su Il ruolo dei diritti di proprietà in una società libera. Al ciclo di quattro conferenze previsto per la giornata di Sabato, che ha costituito l’ossatura portante dell’evento, il buon riscontro in termini di afflusso ha permesso di affiancare ulteriori momenti di confronto e arricchimento – variabili tra la calorosa accoglienza riservata alle prolusioni dei due ospiti d’onore e le estemporanee conversazioni quinci e quivi intrattenute tra semplici partecipanti. Alcuni dei quali, dopo le presentazioni di rito, non di rado si rivelavano esponenti di spicco del piccolo ma vivace arcipelago pubblicistico liberal-libertario nostrano. C’era Leonardo Facco, fondatore dell’omonima casa editrice specializzata nella riscoperta e nella valorizzazione del pensiero antistatalista di ieri, oggi e domani. Sanguigno e alla mano, l’editore di Treviglio si protesta leghista pentito, lamenta l’ignavia del centrodestra di governo sui fronti caldi del federalismo e della detassazione e, ammiccando in risposta ai rituali tentativi di dissuasione, applica generosi sconti sul prezzo dei pregevoli libriccini messi in vendita al suo ministand.
In camera col sottoscritto ha poi pernottato Tiziano Buzzacchera, una tra le più promettenti firme del vivaio giornalistico liberale. L’età del mio coinquilino occasionale – ventun anni – lì per lì m’ha fatto sbarrare gli occhi. Evasi i convenevoli, Tiziano si mostra amichevole e molto beneducato. E, dal mio punto di vista, ideologicamente affine.
Ma i personaggi più ambiti dalla platea dei convenuti erano senza dubbio le due punte di diamante del think tank torinese responsabile del seminario, ossia Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro. Tutti li cercavano, tutti li volevano, tutti si ripromettevano di parlare con loro anche solo per qualche minuto. Come trottole instancabili, questi dioscuri del liberalismo applicato hanno seguito l’andamento dei lavori dall’inizio alla fine, impartendo direttive ai loro collaboratori e curando le pubbliche relazioni senza mai dare l’impressione di selezionare gli interlocutori in base alla notorietà. Da bravi economisti, i due si dividono i compiti massimizzando il sinergismo del loro lavoro di coppia: mentre Stagnaro è un animale da backstage, abile ad affabulare l’uditorio individualmente, Mingardi ha un’indole ciarliera che lo rende naturalmente adatto ad animare in prima persona il lato ufficiale della manifestazione.
È proprio Alberto, infatti, a presiedere la tavola rotonda “di riscaldamento” fissata per il primo pomeriggio di Venerdì, nella quale sono stati discussi i possibili lineamenti futuri del diritto di proprietà intellettuale. Per commentare con competenza il libro significativamente intitolato La proprietà intellettuale è un furto?, scritto a quattro mani da James V. DeLong, Richard A. Epstein, Henri Lepage e Tom Palmer (e pubblicato, manco a dirlo, da Leonardo Facco), è intervenuto Antonio Pilati, membro dell’Autorità Antitrust. Nell’ideale “doppio tennistico” che oppone i quattro autori del libello a due a due – ha argomentato Pilati – l’unico terreno condiviso riguarda i criteri di distinzione tra proprietà materiale e intellettuale. Laddove la prima prevede l’utilizzo esclusivo di un bene concreto e il suo inevitabile logoramento, la seconda consiste nello sfuggente possesso di un’idea, cioè di uno strumento immateriale privo di oggettività, aperto all’utenza multipla in presa contemporanea e sottratto all’usura di funzionamento.
La storia del commercio in opere d’arte figurativa, alla luce di questo discrimine, si può interpretare alla stregua di una corsa alla “materializzazione” di idee accattivanti tramite sbarramenti tecnologici via via più sofisticati (libri, dischi, CD, DVD). Il dissenso scatta allorché si pone il problema di decidere quale filosofia seguire al fine di regolamentare la fruibilità delle opere d’ingegno. Lepage e Palmer ritengono che il forcing sui brevetti e sul copyright, nell’era della circolazione telematica delle informazioni-sorgente, sia un mero retaggio della (datata) cultura giuridica che si illude di poter ancora controllare e sanzionare eventuali illeciti alla distribuzione. DeLong e Epstein, invece, difendono l’idea che il profitto derivante dal monopolio – anche solo temporaneo – di una primogenitura intellettuale sia il motore del “progresso” nel più ampio senso della parola. L’analisi dei meccanismi di scambio attualmente in via di espansione – tra i quali internet gioca un ruolo di primissimo piano – conferma inoltre che la digitalizzazione sta progressivamente erodendo la stabilità materiale delle merci sul lato della “fisicità di realizzo”, mentre la globalizzazione ne sta pregiudicando la controllabilità su quello dei vincoli alla distribuzione. In definitiva l’opinione di Pilati è che tali dinamiche, all’interno della filiera produttiva, spostino forza negoziale nelle mani degli autori a tutto discapito degli editori, la cui macchina distributiva si dimostra sempre meno indispensabile a mediare tra gli artisti e il loro pubblico.
A questo punto Mingardi – servendosi di un argomento abbastanza ricorrente anche in certe sue riflessioni per iscritto – ha obiettato che il momento del profitto, comunque si arrangi la negoziazione tra gli attori di uno scambio, richiede necessariamente un redde rationem con la fisicità. Ma Pilati trova che l’esigenza di mettere una pluralità sempre più vasta di soggetti creativi in contatto con un bacino di utenza potenzialmente inesauribile, lungi dal fare spazio a nuovi marcatori di materialità, favorirà sempre più la preponderanza del binomio marketing & comunicazione.
L’unico traguardo raggiunto da una conversazione che, dati i ristretti tempi a disposizione e l’ampiezza del tema trattato, era giocoforza condannata ad una certa inconcludenza, è stato la definizione di un criterio di massima per stabilire in quali ambiti economici ammettere a priori l’avvento dell’approccio open source e in quali no. Esso dovrebbe poter distinguere tra opere d’ingegno individuali, più idonee all’acquisto informale, e collettive, per le quali invece mantengono validità i tradizionali dispositivi di tutela esclusiva del profitto. L’esempio del comparto farmaceutico combacia con questa prospettiva, ma basta misurarsi con le difficoltà poste da una stringente definizione di software come categoria merceologica per dover fare i conti con nuove difficoltà concettuali. Un programma informatico – sviluppato da una persona giuridica singola, ma testato e perfezionato iterativamente col contributo attivo dell’utenza - rientra nel primo o nel secondo raggruppamento?
Molto si sarebbe potuto aggiungere alla discussione, che a mio avviso permette di trarre un’ulteriore conferma ad una legge storico-economica fondamentale: l’impresa punta a minimizzare gli oneri di stoccaggio in magazzino. Perciò la “smaterializzazione” dei beni per via digitale consente di ottenere questo scopo in modo radicale. Di contro, però, un’opportunità del genere costringe a rivalutare al ribasso il ruolo della logistica e della distribuzione, sempre più strette tra l’incudine della produzione all’avanguardia e il martello del libero accesso telematico alle opere d’ingegno.

 

1.Continua


OT
: il giorno giusto sarebbe stato ieri, ma colgo l’occasione per auto-festeggiare il mio primo anno di blog. Grazie a tutti i lettori!

Pubblicato il 9/10/2006 alle 16.6 nella rubrica Diario.

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