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Più tasse per tutti. E più inflazione

Dietro l’esangue coloritura retorica che tratteggia sul filo della “giustizia sociale” i comunicati stampa governativi a latere della Finanziaria 2007, il ventaglio di finalità socio-politiche perseguite dal (poco) vice (e molto) ministro Visco reca il segno di un impianto ideologico votato ad una visione d’insieme affatto dissimile dal laburismo puro e semplice. Essa, fondendo il socialismo classico e la lezione keynesiana (limitatamente ai provvedimenti da adottare durante i cicli recessivi), vede l’applicazione delle teorie “marginaliste” come l’espressione di una lotta di classe al contrario, combattuta dai pochi ricchi padroni contro i molti deboli subordinati.
Prima di approfondire ulteriormente questo aspetto, è il caso di illustrare i numeri della manovra varata tra sabato e domenica dal Consiglio dei Ministri. La Finanziaria 2007 vale 33,4 miliardi di euro. Di questi, 14,8 sono destinati al risanamento dei conti pubblici (la discesa al 2,8% nel rapporto deficit/PIL) e i rimanenti 18,6 al rilancio dello sviluppo. Secondo il governo, 18 miliardi dovrebbero arrivare da un aumento della pressione fiscale e 15 da tagli alla spesa più o meno strutturali. A dire il vero, quest’ultima cifra sta già suscitando una ridda di reazioni tra il serio e il faceto: le minori uscite, infatti, sembrano composte solo da una serie di decentramenti della leva tributaria perlopiù occulti. Secondo un articolo pubblicato su lavoce.info e ripreso da Il Foglio di oggi, la manovra prodiana potrebbe contare sulle entrate per l’84% del suo importo totale.
Gli enti locali sopportano minori trasferimenti per un totale di 4 miliardi e 300 milioni, stanti però il ripristino delle quote addizionali sull’Irpef (abolite dal precedente governo) e il mantenimento della libera modulazione dell’Ici. Per cui, su questo versante, mettere a bilancio sotto la voce “tagli” un introito fiscale stornato alla tassazione periferica appare come un espediente contabile in stretto rapporto di parentela più con la tanto derisa “finanza creativa” che con l’idea di “serietà al governo”. Lo stesso dicasi per i tagli alla sanità, in parte compensati da una stretta sui ticket pari a 6-700 milioni di euro e comprensivi delle passività accumulate dal sistema sanitario l’anno scorso. Ma riallocare titoli di debito non significa averne evaso il pagamento: questo genere di operazioni va sotto il nome di cartolarizzazione. Cioè, guardacaso, proprio il cavallo di battaglia del “colbertista creativo”, Giulio Tremonti. Anche l’intervento sul Tfr rientra nell’ambito dell’appianamento di sofferenze mediante il loro discarico dal settore pubblico a quello privato. I soldi accantonati per la liquidazione sono un debito che le imprese contraggono con i loro dipendenti. Sottrarli al tasso agevolato di maturazione per lanciare un salvagente all’Inps equivale, da un lato, a riaffermare il principio secondo cui il dissesto delle casse statali (provocato da politici irresponsabili e da personale largamente improduttivo) è un problema del cittadino-schiavo e, dall’altro, ad assegnare agli istituti di credito il ruolo di monopolisti del finanziamento – a tasso tutt’altro che di favore – all’impresa.
Altri numeri e considerazioni in diretta da questo post di Jim Momo:

 

“Avete un'auto? Il bollo aumenta. Vivete in una casa in affitto? Più tasse sugli affitti. Siete giovani, ai primi lavori, pochi euro e contratto parasubordinato? Pagherete più contributi. Lavorate in proprio? Più contributi lo stesso. Siete dipendenti a tempo indeterminato? Uno 0,3% in più lo versate anche voi. Guadagnate 75mila euro l'anno lordi? Pagherete più Irpef. Ne guadagnate solo 40mila? Fa lo stesso. Avete investito i vostri risparmi sul mercato finanziario? Più tasse su Bot e titoli. Nel tritacarne ci siamo finiti proprio tutti, per un verso o per l'altro.
Tasse è la parola chiave della Finanziaria. I leader dell'Unione hanno mentito in campagna elettorale, assicurando che non sarebbero state ritoccate le aliquote Irpef.
Non solo a partire dai 75mila euro, le aliquote di tutte le fasce di reddito sono state riviste al rialzo. Sono 11 milioni i contribuenti colpiti dagli aggravi: i 9 milioni che hanno un reddito tra 15mila e 26mila euro passano dal 23 al 27% (tra i 26mila e i 28mila euro, invece, si cala dal 33 al 27%); un milione e mezzo di contribuenti che guadagnano tra i 28mila e i 33.500 euro passa dal 33 al 38% (tra i 33,500 e i 55mila si cala impercettibilmente, dal 39 al 38%); altri 600 mila contribuenti, con reddito tra i 55mila e i 75mila euro, passano da un'aliquota del 39 a una del 41%; infine, per i 250 mila compresi tra 75mila e i 100mila euro di reddito l'aliquota passa dal 39 al 43%. Questi ultimi, si è detto, sono solo l'1,5% dei contribuenti, ma ciò non fa che confermare il sospetto che centinaia di migliaia di contribuenti facciano di tutto per evitare di comparire in quest'ultima fascia. Quelli che vi rimangono, gli unici che per onestà o per obbligo subiscono il salasso, da questa rimodulazione vengono tartassati ancor di più, con il rischio concreto che comincino a chiedersi: "Ma chi me lo fa fare?".
Lo stesso Prodi ha ammesso che la soglia di un effettivo risparmio fiscale si colloca intorno ai 40mila euro lordi. Per i redditi inferiori l'aumento delle aliquote sarebbe compensato dalle detrazioni, mentre al di sopra dei 40 mila euro di reddito esse comunque non ripagano dei soldi sborsati per l'aumento dell'aliquota. Ma attenzione: vi dicono che quanti guadagnano tra i 1.500 e i 1.800 euro netti al mese risparmieranno tra i 43 e i 61 euro di tasse, sempre al mese, ma ciò vale solo per un lavoratore dipendente, con moglie e due figli a carico (sotto i tre anni). E per tutti gli altri? Aliquota più alta e detrazioni minime o inesistenti. [...]
Ai lavoratori ciò che viene restituito con la riduzione del cuneo fiscale viene in parte prelevato con l'aumento dei contributi, che colpisce tutti: 3 punti percentuali per i parasubordinati, 2 per i milioni di lavoratori autonomi, e uno 0,3% per tutti i dipendenti. Viene innalzato al 20% il prelievo su Bot, plusvalenze azionarie e compravendite di titoli. Anche ai redditi da affitto verrà applicata un'aliquota del 20%, ma non si vede come questo aumento dovrebbe favorire l'emersione contro gli affitti in nero. Diviene obbligatoria, senza distinzioni per zona, la polizza anti-calamità sulla casa, con relativo effetto distorsivo, come già l'obbligatorietà della Rc auto, del mercato assicurativo a danno dei consumatori.
[...] Oltre a questa gran massa di aumenti fiscali, ciò che è più grave di questa Finanziaria è che non prevede - nonostante il Governo si fosse impegnato con il Parlamento nel Dpef - riforme strutturali e incisive della spesa pubblica in nessuno dei quattro pilastri fondamentali: pubblico impiego, pensioni, enti locali, sanità. I sindacati vedono raddoppiati, rispetto al «tetto invalicabile» posto inizialmente da Padoa Schioppa, i fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, ancora da negoziare. Invece di licenziare i «fannulloni», il Governo prepara aumenti di stipendio a pioggia, in alcun modo legati alla produttività.”

 

Per riallacciarsi alla tematica di apertura, va aggiunto solo che lo sparuto “mercatismo di sinistra” – professato da radicali, popolari margheritini e destra Ds sotto l’egida del comune idolo Francesco Giavazzi – si richiama sì all’utilizzo di strumenti giusti, ma per i motivi sbagliati. Motivi di sinistra che, semplificandone il tracciato argomentativo per ragioni di sintesi, convergono sulla convinzione che diminuire le tasse, combattere l’inflazione e agevolare l’iniziativa individuale siano misure funzionali a “stimolare i consumi”, agendo quindi sul lato della domanda. Cioè ad intervenire sulle dinamiche macroeconomiche in completa unità d’intenti col social/Keynesiano Visco, il quale tassa i padroncini e abbatte il cuneo fiscale con lo stesso obiettivo. Occorre sgomberare il campo dal suddetto equivoco una volta per tutte: l’effetto Laffer, conseguenza pratica delle teorie di economisti come Von Mises, Von Hayek e Milton Friedman, ha lo scopo di incentivare l’offerta.
Abbassando la pressione fiscale anche e soprattutto sui quintili di reddito numericamente più esigui ma quantitativamente più elevati, sciogliendo nel contempo l’abbraccio mortale tra padronati industriali e cartelli sindacali, un’azione politica siffatta si prefigge di agevolare il capitalista nell’offrire lavoro e nel reinvestire gli utili netti, ma non solo. Essa vuole anche spingere il dipendente ad offrire più forza lavoro, meglio remunerata e maggiormente protratta nell’arco della giornata lavorativa e della vita professionale. Senza contare lo sviluppo della propensione al risparmio – vale a dire il contrario del consumo immediato – che questo orientamento politico punta a favorire. Il motivo del perché tale piattaforma economica, storia degli ultimi trent’anni alla mano, sia stata sposata nella totalità dei casi dal polo conservatore sta tutto nell’agile riepilogo dei suoi fondamentali.
Uno stimolo della domanda, d’altro canto, si può ottenere anche con strumenti di minor costo sociale iniziale della deregulation – abbassando i tassi nominali d’interesse, ad esempio. Ma sempre – e qui casca invariabilmente l’asino per le sinistre di ogni ordine e grado – con l’infausta conseguenza di generare spinte inflazionistiche. Perché la domanda deve essere conseguenza di un accrescimento dell’offerta, non viceversa. Il taglio del cuneo fiscale, nella fattispecie, viene ripartito alle imprese per il 60% e ai lavoratori per il 40%, con un duplice risultato.
Primo, si premia l’industria adoperando il criterio della stazza, variabile spesso campata su molteplici rendite di connivenza col potere sindacale e politico; per di più mentre il comparto imprenditoriale di grosso calibro non manifesta la benché minima intenzione o capacità di incrementare il valore aggiunto dei suoi asset. Secondo, si aumentano le retribuzioni nette dei dipendenti mantenendo invariata la loro produttività. Non ci vuole un premio Nobel per individuare un focolaio di inflazione in un intervento del genere. L’accresciuta domanda, oltre che sull’andamento dei prezzi al consumo, si scaricherà anche sul commercio con l’estero, specialmente con le economie emergenti. Più tasse, più inflazione, ma anche più Cina per tutti, dunque. Io sarei d’accordo – al netto di una politica commerciale attivamente impegnata a far rispettare poche, chiare regole di base, naturalmente – ma, a quanto mi risulta, gli indirizzi programmatici dell’Unione erano altri. Forse qui basta dire “più balle per tutti”, per capire come gira l’antifona.
Stamattina apprendiamo tutti con sollievo che Visco e Padoa-Schioppa promettono di abbassare le tasse dal 2008. Riprendendo uno dei leitmotiv umoristici che il barzellettiere Rutelli amava spendere nell’agone preelettorale di Ballarò, si potrebbe rispondere loro: e noi, allora, vi votiamo nel 2008.

Pubblicato il 3/10/2006 alle 15.44 nella rubrica Diario.

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