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Eutanasia: tre casi, un dilemma

Dibattere di eutanasia significa imboccare un sentiero dialettico scosceso che, addentrandosi in oscuri anfratti pieni di sibili, mormorii ed empie cantilene ad ogni passo più frastornanti, conduce fino al limite ultimo della cognizione umana. Là dove non rimane spazio per alcuna forma di premeditazione razionale, ma solo per la fiducia nelle ipotesi etiche che reggono la “scommessa con l’esistenza” di ognuno. Impossibile ponderare tutte le possibili conseguenze dei gesti che si prefiggono di interferire col decorso dell’altrui trapasso, specie quando quest’ultimo rimanga incastrato tra la vita e la morte per cause fortuite o tecnicamente indotte. Perché di quel che può eventualmente esserci “dopo” non esiste certezza.
Volgendosi all’immanente, cioè al freddo dominio della necessità, resta comunque ben poco di assolutamente determinato. La convivenza associata conosce infatti innumerevoli gradi di posizionamento rispetto ai due estremi (astratti) individuati dall’isolamento dell’eremita e dall’assembramento del gregge. La democrazia liberale, che ambisce ad approssimare nel miglior modo possibile l’ideale punto medio di tale scala graduata, deve fornire alla libera interazione tra i soggetti che la vivificano un ambiente giuridico idoneo a supportare un sistema di relazioni non coercitivo. Ogni “sistema di relazioni”, però, per non cadere vittima di paradossi capaci di pregiudicarne la funzionalità, necessita di un fondamento chiuso, assiomatico, in grado di sollevare ogni sua parte dall’obbligo di ridefinire in continuazione il nucleo di “proprietà di base” che la rendono organica ad un tutto. Così, nei sistemi politici, sorge la necessità di stabilire i principi autoevidenti di cui alla Dichiarazione d’Indipendenza americana oppure, spingendosi molto più indietro nel tempo, di scolpire quattro apodittiche parole – non uccidere, non rubare – sulle mosaiche Tavole della Legge. Non va dimenticato che ogni tentativo, passato e presente, di dedurre in modo geometrico la codifica dei postulati di cui sopra è sistematicamente naufragato nel mare della tautologia o dell’assurdità. Il trinomio giusnaturale vita-libertà-proprietà, pertanto, non appartiene al singolo individuo in via condizionale o progressiva, come attestato della sua conformità a determinate pregiudiziali fisiologiche o intellettive. Affermare il contrario porta spesso a conclusioni aberranti (si pensi solo alla delirante giustificazione dell’infanticidio formulata da Michael Tooley) che, in ultima analisi, contribuiscono a segare il ramo su cui la democrazia e il libero scambio stanno seduti.
In una liberaldemocrazia vige – almeno nominalmente – l’autodeterminazione dell’intrapresa individuale, ma non è una contraddizione in termini che al suo interno non trovino cittadinanza pratiche come la tratta degli schiavi o il suicidio su ordinazione. Diversamente, un sistema fondato sulla terna di valori portanti suddetta metterebbe in cortocircuito – logico, prima che politico – se stesso.
Detto questo, tuttavia, non è banale constatare che è l’incontro tra la coscienza singola e i principi primi, unitamente alla trascrizione positiva di questi ultimi, a permetterci di navigare sotto il cielo delle stelle fisse secondo rotte il più possibile compatibili con la nostra sensibilità e le nostre aspirazioni. Ciò significa che ai diritti essenziali non corrispondono necessariamente dei doveri. Volendo, è possibile rifiutare la vita suicidandosi, rinunciare alla libertà entrando in clausura e andare, vendere tutto ciò che si ha, darlo ai poveri e via di seguito: anche questi comportamenti appartengono al novero delle “libere scelte” assunte in totale autonomia. Senza contare che i tre principi primi menzionati poc’anzi, in particolari situazioni di urgenza e/o di emergenza, provvedono ad autosospendersi per non generare aporie essi stessi. Se qualcuno attenta alla vita, alla libertà o alla proprietà di un terzo, la vittima – nei modi e con le proporzioni di risposta previste dalla legge, ovviamente – ha tutto il diritto di difendersi, anche fino ad uccidere il suo aggressore. Per non parlare, poi, della fine che fanno vita, libertà e proprietà in tempo di guerra.
Fino a qui, dunque, l’applicazione delle usuali nozioni di diritto liberale all’ipotetica fattispecie giuridica determinata dall’eutanasia permette solo di circoscrivere un’area di riflessione, eliminando dal dibattito le problematiche ad esso estranee, per quanto contigue. No al suicidio assistito: sopprimere un soggetto nel pieno delle sue facoltà psicofisiche non trova giustificazione né nel profilarsi di un ultimatum emergenziale né nel presidio della milliana “sovranità su se stessi”. Chi può e vuole, deve suicidarsi da sé. Di contro, no all’accanimento terapeutico sugli infermi in stato di morte cerebrale: nel loro caso, la privazione dell’autocoscienza e dell’autosufficienza soggettive ha carattere totale e definitivo, non accidentale o transitorio.
Rimangono tutti i casi intermedi; per esemplificarli, benché sia decisamente spiacevole ridurre le drammatiche vicende umane dei malati borderline ad altrettante casistiche da manuale tascabile, farò riferimento a tre casi particolarmente controversi e abbondantemente coperti dai mass media.
Il primo riguarda Eluana Englaro. La ragazza, ormai trentatreenne, giace immobile da tredici anni in una clinica di Lecco, alimentata da un sondino nasogastrico e – aspetto di fondamentale importanza – senza alcuna speranza di riprendere coscienza. La sua disgrazia inizia con un incidente che, per colmo di crudeltà del destino, le ha lesionato “solo” la corteccia cerebrale anziché l’intero encefalo e finisce con una sentenza della Corte d’Appello di Milano che, nel 1999, ha respinto la richiesta del padre-tutore di sospendere la alimentazione artificiale che la tiene in vita. L’autosufficienza di Eluana, in pratica, si riduce al metabolismo basale e alla respirazione spontanea. Suo padre, in qualità di tutore, a mio avviso dovrebbe essere considerato anche il curatore delle altrimenti insondabili volontà della paziente in coma. Perciò, stante l’articolo 32 della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario...”), le disposizioni di Beppino Englaro dovrebbero subentrare a quelle della figlia e, contestualmente, vantare una priorità rispetto ad ogni mappatura normativa delle funzioni vitali minime.
Il secondo caso è quello di Terri Schiavo. La donna della Florida ha versato per quindici anni – dal 1990 al 2005 – in stato di coma vegetativo vigile. Poi, nel marzo dello scorso anno, Terri è deceduta in seguito alla prolungata mancanza di alimentazione meccanica, disposta già nel 2000 dal giudice Greer. La vicenda della Schiavo ha del paradossale. Soppressa quando ancora riusciva a comunicare coi genitori battendo le palpebre, la donna è stata oggetto di una vertenza processuale tra la sua famiglia e il suo marito ex lege, conclusasi con la pedissequa attribuzione a quest’ultimo della tutela legale dell’inferma. Micheal Schiavo ha lungamente vagheggiato le convinzioni della (di fatto ex, come le seconde nozze dell’uomo dimostrano) moglie circa il trattamento sanitario estremo, fino ad inserire di soppiatto l’ordine ‘do not resuscitate’ nella cartella clinica di Terri. Posto che, quand’anche il libero intendimento di Terri Schiavo fosse effettivamente quello di rifiutare la rianimazione, una conversazione estemporanea davanti a un film drammatico o ad un servizio di telegiornale non può avere alcun valore testamentario, il caso in esame verte sui criteri per la designazione del tutoraggio. Come per Eluana Englaro, una corretta valutazione delle circostanze di fatto avrebbe dovuto far pendere la bilancia verso i “creditori” di un lungo e oneroso percorso di sostegno alla degenza dell’infermo, cioè i genitori, non certo verso gli appetiti di un coniuge-ereditiero desideroso solo di esercitare la sua prelazione (o predazione?) sui beni in comune e di rifarsi una vita.
Terzo ed ultimo caso, peraltro fresco di dibattito, la malattia di Piergiorgio Welby. Prostrato dalla distrofia muscolare progressiva sin dall’età di sedici anni, l’uomo vive supino accanto ad un respiratore artificiale e ad un sintetizzatore vocale. Per Welby non serve nominare un fiduciario: egli è perfettamente in grado di essere il tutore di se stesso, essendo nel pieno possesso delle sue facoltà cognitive. Non nascondo di trovarmi in grande difficoltà, nel tentativo di valutare razionalmente la sua posizione davanti alla legge. La libertà di rifiutare una terapia ritenuta inutilmente ostinata a prolungare l’agonia dell’immobilità, infatti, dovrebbe indurre a disporre la cessazione dell’accanimento sul suo corpo malato. Ma, così facendo, Welby andrebbe incontro alla stessa fine toccata a Terri Schiavo: la morte per fame e per stenti. Per mitigare l’atrocità del suo decesso, d’altro canto, occorrerebbe somministrargli una dose letale di sostanze anestetiche o antidolorifiche. Ossia uccidere un uomo raziocinante in totale assenza di motivazioni emergenziali o, anche in senso lato, d’eccezione rispetto a terzi minacciati "in proprio". Inutile e puerile, poi, appellarsi alla retorica della “libertà” che esalta i liceali in libera uscita dalle assemblee d’istituto. La completa autodeterminazione presuppone autocoscienza e autosufficienza integrali: diversamente, Welby non chiederebbe di poter morire né di “mettersi nei suoi panni”. Chi è libero agisce liberamente, piaccia o non piaccia, e Welby, allo stato attuale, libero non è. Altro arnese di poca rilevanza è il concetto di “sacralità della vita”, lodevole finché si vuole, ma trascendente il campo d’applicazione delle norme positive. Questo caso mette la collettività di fronte ad un vero e proprio dilemma del prigioniero, al bivio tra il soddisfacimento di un’estrema volontà di sollievo dalla sofferenza e la salvaguardia dei principi giuridici su cui si incentra l’orbita della stessa libertà ordinata. Lo confesso, sono combattuto.
Infine occorre precisare il mio pensiero sul testamento biologico, che, una volta calmatasi la ridda di invettive contrapposte tipiche dei confronti televisivi giocati sull’onda di emozioni forti ma passeggere, rimarrà l’unica opzione sul tavolo. Io sono d’accordo, purché l’introduzione di questo dispositivo non serva a contrabbandare sotto falso nome innovazioni discusse e discutibili (PACS sinistrorsi docent). Così come avviene per i normali testamenti olografi, anche questi nuovi strumenti notarili dovranno essere assoggettati alla legislazione che preesiste loro. Anche se volessi nominare il mio cane erede universale, e poi lo scrivessi su un pezzo di carta, tale decisione non avrebbe alcun corso legale, perché la ripartizione testamentaria dei beni è soggetta a precisi vincoli percentuali. Allo stesso modo, un testamento biologico deve rispettare le norme vigenti, mediante il necessario contributo di un’expertise medico-legale alla sua stesura. In altre parole, il documento dovrebbe predisporre un prospetto dei parametri vitali sotto i quali poter ritenere il proprio quadro clinico inaccettabile, ma non riferirsi in modo vago ad un’astratta precognizione del dolore. Perché nessuno, nel suo futuro, vorrebbe mai ammalarsi gravemente, ma ciò non impedisce di mutare opinione nel caso in cui ciò accada -  e magari, contemporaneamente, venga meno la possibilità materiale di comunicare il proprio ravvedimento.

Di eutanasia infantile ho parlato qui.

Pubblicato il 27/9/2006 alle 15.12 nella rubrica Diario.

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