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Tra il Dio incarnato e il Dio incartato

Papa Wojtyla fu indubbiamente un personaggio battagliero e a suo modo rivoluzionario, benché la specificità confessionale del suo apostolato abbia subito un notevole logoramento da sovraesposizione mediatica – specialmente durante l’ultimo lustro dello scorso pontificato – a tutto vantaggio di una percezione vagamente irenista e new age del suo carisma. Ebbene, stante anche la cronaca internazionale dell’ultima settimana, non si può proprio negare che il fascino esercitato dal suo successore sia di gran lunga superiore. Un giudizio che vede aumentare le sue proporzioni al crescere del riguardo in cui ciascuno tenga gli aspetti prettamente “intellettuali” del papato, a prescindere da come la si possa pensare nel merito delle singole indicazioni dottrinali.
Una finta a destra – l’atto d’accusa contro il laicismo e l’illuminismo “drastici” pronunciato alla Neue Messe –, uno scatto a sinistra – l’esortazione a convertirsi all’esercizio del logos rivolta ad un Islam intrinsecamente irrazionale e bellicoso – e Ratzinger spiazza senza possibilità d’appello le schiere di censori che usano decostruire tendenziosamente le sue omelie e i suoi scritti. Poveri vaticanisti di complemento, poveri laici a cottimo: la troppa foga con cui hanno affondato il colpo contro un Papa colpevole – a loro dire – di offrire una sponda al fascismo islamico mostrando di condividere con esso il disprezzo per il declino etico occidentale, ahiloro, li ha lasciati impreparati al riflesso condizionato che ha incendiato le piazze islamiche fino a non più di due giorni fa.
Gad Lerner, a quanto è dato presumere, si starà ancora mangiando le mani, dopo aver affrettatamente accusato il Papa di voler instaurare un “asse del sacro” con l’Islam in funzione antirelativista. Passata la buriana che, sul Corriere della Sera, aveva indotto i commentatori di punta a schierarsi a ranghi compatti contro Ratzinger e la sua condanna dell’umanesimo ateo, è il solo Vittorio Messori a beneficiare della sostanziale indipendenza del suo punto di vista. Lunedì scorso, con questo editoriale, Messori tornava a soffermarsi su uno dei suoi spunti di riflessione più collaudati:

 

“I cristiani della mia generazione hanno passato gran parte della vita a confrontarsi con quelli che non credevano in Dio: i comunisti. E adesso, devono confrontarsi con quelli che, in un Dio, ci credono «troppo»: i musulmani”.

 

Questo, se vogliamo, è precisamente il nocciolo di tutta la disputa antropo-teologica in corso. La tesi accreditata da Joseph Ratzinger sposa in toto una visione “complementarista” del rapporto tra Fede e Ragione. Essa, scontrandosi sia con la separazione totale perorata dai radicalsocialisti sia con la completa sovrapposizione cara ai seguaci di Maometto, preferisce assegnare alle due sfere un legame fondato sulla semplice distinzione, che peraltro ricalca la linea ideologica seguita dalla Chiesa anche nel gestire le sue relazioni con l’istituto dello Stato laico. Per quanto qui si tenda a condividere più il pessimismo espresso il giorno seguente da Angelo Panebianco che la fiducia di Messori circa la scarsa appetibilità dell’Islam presso le “quinte colonne” nostrane, è innegabile che il rigetto della partizione secca Fede/Ragione permetta di comprendere al meglio l’impianto filosofico e teologico che sottende le tanto controverse “radici cristiane d’Europa”.
Dovendo abbozzare, i critici per partito preso stanno escogitando qualche nervosa controargomentazione. Ci vorrà un po’ per rispondere a tutte, me ne perdonerete.
La prima, in verità la più acuta, sostiene che è proprio la radice pacifica dell’Islam a giustificare il progetto di esportare la libertà e la democrazia nel Grande Medio Oriente. Se il culto maomettano è violento in partenza, e dunque il terrorismo globale non ne rappresenta una virulenta degenerazione, che ci stiamo a fare in Iraq e in Afghanistan? Come avvenne già all’indomani dell’11 Settembre, quando le folle islamiche festanti innalzavano cartelloni con il volto di Bin Laden stagliato dietro le due torri in fiamme, sono le reazioni belluine delle piazze arabe a fornire l’ennesima chiamata generale di correità in mondovisione. Bruciando l’immancabile bandiera americana accanto al fantoccio del Papa, infatti, sono le stesse masse musulmane a mostrare quanta correlazione vi sia tra la politica di Bush e la riflessione del successore di Pietro. Certo, il presidente americano, ispirandosi alla filantropia protestante e al galateo diplomatico, definisce l’Islam “religione di pace” per non pregiudicare il sostegno delle classi dirigenti arabe moderate alla sua politica estera. Ma la logica formale costringe ad ammettere  che, se per aprire un’intera regione del globo alla democrazia liberale ha ritenuto necessario un intervento armato, sia lo stesso George W. Bush a considerare il mondo islamico incapace di un processo di riforma endogeno. Toccando con mano una libertà mai sperimentata prima, si spera che ogni uomo – in quanto individuo latore di un’intrinseca aspirazione alla libertà, non certo in quanto islamico – conosca la felicità di un’autorealizzazione alla quale non rinunciare più per nessuna ragione. Di nuovo, si deve riconoscere come l’occidente giudeo-ellenico-cristiano abbia prodotto l’unica civiltà della storia in grado di sottrarsi autonomamente alla barbarie e al sottosviluppo.
È dal contatto fortuito e/o isolato di alcune personalità intellettuali arabo-islamiche (in un passato più o meno remoto) con la cultura occidentale che deriva la formazione delle sparute avanguardie riformiste che tanti equivoci hanno ingenerato nell’idea della loro portata che ci si è fatti all’esterno. Il trattamento riservato agli afflati revisionisti in seno all’Islam – e siamo al secondo argomento dell’ultim’ora, quello storico – ha sempre seguito un duplice destino: emarginazione o persecuzione nel caso in cui provenissero da filosofi e intellettuali, tacito dissenso laddove a dichiararli fossero esponenti delle élite di comando (tipicamente nell’ambito della “laicità armata” sunnita). Serve a poco, in quest’ottica, descrivere la contrapposizione tra l’aristotelico Averroè e l’integralista Mohammed al-Ghazali come se si fosse trattato di un testa-a-testa o di una “rottura” di continuità: il primo, antesignano degli islamici “occidentalizzati” dall’esterno, rimase famoso soprattutto a Occidente come arabo “illuminato”, il secondo fu l’unico dei due a parlare un linguaggio comprensibile alla ummah coranica in generale e alle gerarchie religiose islamiche dell’epoca in particolare. È ugualmente mistificatorio manipolare la storia dell’islamismo attribuendo uno spirito sincero al versetto “Nessuna costrizione nelle cose di fede” (sura II, 256), considerando l’avvenuta presa della Medina alla stregua dell’avvio di una fase “prospera” – e quindi non bisognosa di opportunismi tattici – per Maometto. A tal proposito viene in aiuto un’intervista a padre Samir Khalil Samir, l’insigne islamologo autore di Cento domande sull’Islam, raccolta da Il Foglio di Giovedì scorso:

 

“Quando Maometto arriva a Medina nel 622 è una specie di profugo, non ha ancora organizzato la città, l’esercito e non ha iniziato le razzie. L’idea essenziale del Papa è che Maometto era senza potere e minacciato. La sura 2, 190-93 è mistificata nella versione di Piccardo [Hamza, presidente dell’Ucoii, NdIsmael] nella parte ‘uccideteli ovunque li incontrate’. La parola fitna non significa ‘persecuzione’ come scrive Piccardo, ma ‘sedizione’, colui che seduce con la menzogna. La fitna è peggio dell’omicidio. ‘Combatteteli finché non ci sia più fitna’, tradotto erroneamente con persecuzione. Uccideteli, mettono in dubbio la vostra fede. ‘Scirk’ indica il politeismo. Al verso 193 Maometto dice ‘combatteteli’, è presente la radice della parola araba ‘uccidere’, affinché non ci sia più politeismo. Questo è il pericolo del Corano e questo ha capito il Papa dell’Islam”.

 

Volendo insistere sulla congenita aggressività islamica, bisogna rammentare che il jihad è un obbligo per tutti i musulmani adulti, in particolare per i maschi. L’Islam conosce, infatti, due tipi di obbligo, individuale e collettivo. E il jihad è un obbligo collettivo, nel senso che tutta la comunità è tenuta a parteciparvi, se si sente in pericolo. Solo l’imam ha il diritto-dovere di proclamarlo, ma una volta che l’ha fatto tutti i musulmani maschi adulti devono aderire.
Questo è un obbligo stabilito nel Corano, che rimprovera spesso ai “tiepidi” di non fare la guerra e di rimanere a casa tranquilli, e li chiama “ipocriti”. Quest’obbligo è stato praticato sin dall’inizio da Maometto e riguarda sia la guerra difensiva sia quella offensiva. E la guerra deve essere combattuta finché l’ultimo nemico non se ne sia andato oppure sia stato ucciso.
Nel Corano, alle affermazioni di segno tollerante, risalenti alle numerose fasi di “ritirata strategica” attraversate dall’Islam degli albori, si affianca la dottrina della soggiogazione, come nel caso del famoso versetto 29 della sura della Conversione (IX): “Combattete contro quelli che non credono in Dio, né nel giorno estremo, e non considerano proibito quel che proibisce Dio e il suo apostolo e che non professano la religione della verità, ossia coloro ai quali è stato dato il Libro, finché non paghino la jizya [tributo di capitazione, NdIsmael] alla mano, con umiliazione”. Oppure il versetto 110 della sura della Famiglia di Imran (III), che si rivolge ai musulmani proclamando: “Voi siete la miglior nazione che sia stata prodotta agli uomini, voi ordinate ciò che è lodevole e proibite ciò che è riprovevole e credete in Dio, che, se la gente del Libro pure credesse, meglio sarebbe per essa, tra quelli vi sono dei credenti però la maggior parte di essi sono degli empi”; o, ancora, il versetto 51 della sura della Mensa: “O voi che credete! Non prendete gli ebrei e i cristiani come amici: essi sono amici tra di loro. Chi di voi li prende come amici vuol dire che è uno dalla loro parte. Dio non guida un popolo ingiusto”. Il che equivale a dire che la maggior parte degli ebrei e dei cristiani sono degli empi e devono perciò essere combattuti come kuffar o kafirun, come dei miscredenti. All’interno dell’abbondante – e discussa – tradizione degli hadith (i “detti” di Maometto), uno di essi attribuisce al Profeta la massima: “Sappiate che il Paradiso è sotto le ombre delle spade”.
Del resto, a poco vale rovesciare sulla cristianità la responsabilità di aver a sua volta scatenato un elevato numero di conflitti per motivi religiosi, secondo il vetusto schema dell’improbabile “parallelismo sfasato di seicento anni” tra il cammino delle due civiltà. I cristiani che, nel passato, si armarono per combattere le loro “guerre sante” non pretesero mai di averlo fatto in nome del Vangelo: lo fecero, invece, ritenendo di dover difendere la cristianità – a loro giudizio sotto attacco – oppure il loro stato nazionale o ciò che consideravano un loro diritto. Insomma, in quanto uomini appartenenti a una cultura, a una nazione, a una tradizione, non fondandosi sul Vangelo. Non dimentichiamo, ad esempio, che l’idea delle crociate si impose a seguito delle persecuzioni anticristiane intraprese dal califfo fatimide al-Hakim bi-Amr Allah (996-1021) contro le popolazioni d’Egitto e di Siria – che all’epoca comprendeva anche la Terrasanta. L’episodio più grave, che scatenò la risposta bellica della cristianità coalizzata, fu la distruzione della Basilica della Risurrezione di Gerusalemme – il Santo Sepolcro –, iniziata il 28 Settembre 1009.
La terza e ultima categoria di obiezioni alla tesi di Benedetto XVI punta le sue carte non più sui riformismi musulmani del passato, ma su quelli del presente, individuati nel carisma di alcune autorevoli figure politico-religiose impegnate a rivedere gli aspetti più retrogradi della dottrina islamica. A tal proposito si fa il nome del muftì di Istanbul, progressista a tal punto da incaricare due donne di aiutarlo nell’opera di cernita degli hadith più misogini tra quelli erroneamente attribuiti al Profeta. Uno sforzo, il suo, senz’altro generoso e commendevole, ma reso inane dalla radice coranica della misoginia islamica, che non fa dunque capo alla tradizione dei detti. Due esempi tratti dalla sura delle Donne IV, 34: “Gli uomini hanno autorità sulle donne”; “Quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiscono, allora non cercate pretesti per maltrattarle”.
L’intervento del sovrano del Marocco Mohamed VI, che ripropone la teoria del “divorzio” tra Islam e Ragione come cesura ad opera di al-Ghazali, si inscrive nel novero delle posizioni controcorrente sopportate, a livello popolare, “in tacito dissenso” per via dell’alto rango riconosciuto al loro assertore. Talora il “dissenso” di cui sopra si trasforma in ribellione sanguinaria (come in Algeria) o trova sbocco nella costituzione di gruppi politici capaci di coagulare attorno a sé il malcontento della base popolare verso classi dirigenti ritenute troppo laiche (è il caso dei Fratelli Musulmani in Egitto o di Hamas in Palestina).
Un esempio più rappresentativo della reazione musulmana agli slanci “revisionisti” – perché tratto da una circostanza in cui la risposta all’apostasia sorse da un establishment islamico compatto e agguerrito – è quello della precipitosa fuga del semiologo Nasr Hamid Abu Zayd dalla sua terra natale, l’Egitto. Secondo Abu Zayd, il messaggio divino si comunica attraverso il codice linguistico che viene utilizzato. Non si tratterebbe più, dunque, di una rivelazione letterale, ma di un’ispirazione “tradotta” in linguaggio umano, da studiare e analizzare. A causa delle sue idee, Abu Zayd è stato denunciato con l’accusa di storicizzare il Corano, negandone così l’origine divina. Nel Giugno 1995 venne condannato per blasfemia e gli ulema dell’Università di al-Azhar chiesero al governo egiziano di comminargli la pena di morte, come previsto per gli apostati. Inoltre, non essendo più stato considerato musulmano, sua moglie perse il diritto a convivere legittimamente con lui: decisero così di riparare entrambi in Olanda. Un'altra dimostrazione di come il recepimento della teologia dell’interpretazione del logos da parte delle personalità musulmane più cosmopolite e/o intellettualmente privilegiate – Abu Zayd era professore di Semiologia all’Università del Cairo, quindi molto più coinvolto nella dinamica dello scambio culturale con ambienti extra-islamici della media dei suoi connazionali – non accenda mai una scintilla di riforma da divulgare, ma solo una ridda di ritorsioni.
Per i vaticanisti “adulti”, che accusano Benedetto XVI di aver interrotto la positiva esperienza di dialogo ecumenico avviata dal suo predecessore, basti citare il seguente passo del libro-intervista che Giovanni Paolo II scrisse a due mani con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza:

 

“Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s’è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti e poi in modo definitivo nel nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo Testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata. Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. Viene menzionato Gesù, ma solo come profeta in preparazione dell’ultimo profeta Maometto. È ricordata anche Maria, Sua Madre verginale, ma è completamente assente il dramma della redenzione. Perciò non soltanto la teologia, ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana” [corsivi miei].

 

Il contrasto tra cristianesimo e Islam trova spiegazione anche senza ricorrere a categorie metafisiche (importantissime per sorreggere la fede, ma inutilizzabili nell’argomentazione razionale), semplicemente rammentando la diversa “missione” storica svolta dalle due rivelazioni. La prima dovette trovare la forza per coabitare con un impero e, successivamente, per sopravvivere alla sua caduta, mentre la seconda fornì il retroterra culturale più adatto a fondarne uno nuovo. E solo l’ermeneutica, unitamente all’esercizio della logica e all’attesa paziente di poter indagare l’ignoto per mezzo di essa, può aiutare a difendersi dall’invadenza di un potere monoliticamente costituito e tramandato.

Pubblicato il 21/9/2006 alle 9.31 nella rubrica Diario.

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