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La semplicità del Papa

È illusorio credere di poter fendere con qualche speranza di riuscita la dialettica tra opposti fariseismi che contrappone clericali e anticlericali. Impossibile dialogare proficuamente se, nel contempo, si alimenta l’ottica delle partizioni ideologiche nette, che si ripropone ogniqualvolta due o più tribù orgogliosamente asserragliate in complessi di convincimenti inconciliabili tra loro entrano in rotta di collisione.
La copertura del viaggio papale in Germania offerta dagli inflessibili organi di stampa autoproclamatisi guardiani della laicità – e, di conserva, dal loro bersaglio prediletto, ossia quel Marcello Pera che per poco non fregava anche me – non fa che confermare l’esistenza di un profondo deficit di rappresentazione della realtà da parte dei media. Da un lato emerge la sensibilità di quanti, vedendo sempre nel magistero pastorale petrino un ripetitore di istanze meramente politiche, ribadiscono acidi l’aconfessionalità dello stato e, dall’altro, quella di chi, di nuovo scambiando le omelie per comizi camuffati, punta a scongiurare il crollo della civiltà occidentale lavorando ad un machiavellico recupero di convergenza semantica dei termini “peccato” e “reato”. Le posizioni intermedie rispetto ai due estremi così esemplificati forse non fanno notizia ma, stando anche ai risultati elettorali raccolti dalle formazioni che fidelizzano maggiormente sui temi etici e valoriali, sono di gran lunga maggioritarie.
Della lunga omelia pronunciata domenica scorsa da Benedetto XVI a Monaco, il dibattito di massa ha salvato solo il seguente estratto:

 

“Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell'Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare [beibringen, ma sembra che il Papa abbia invece usato un verbo più prossimo al senso di imporre, aufdraengen - NdIsmael] anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l'altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio”.

 

Sul Corriere della Sera, Magdi Allam ha rimproverato al Papa di non aver compreso l’11 Settembre, rischiando addirittura di essere strumentalizzato dai “predicatori dell’odio”; Lucio Villari lo ha accusato di sminuire il valore dell’Illuminismo; infine Vittorio Messori gli ha rammentato che la radice della “ostilità anticristiana” islamica “fu tanto più viva, quanto più l’Occidente si ispirava al Vangelo”. L’umoralista Michele Serra ha poi rincarato la dose, canzonando i cosiddetti “teocon” per il contropiede subito: volevano farsi subappaltare dal clero l’evangelizzazione di un Occidente giudaico-cristiano suo malgrado (e perciò sotto attacco fondamentalista), ma si scoprono immersi nella suburra come tutti gli altri. I volponi de Il Foglio hanno proposto un’esegesi alternativa:

 

“[Quella del Papa] era l’omelia domenicale a commento dell’episodio evangelico del sordomuto che Gesù guarisce con la parola «Effatà», apriti, e il richiamo ad «aprirsi a Dio» era rivolto innanzitutto ai fedeli tedeschi e ai loro pastori. Richiamo molto concreto: «Qualche vescovo africano mi dice: ‘Se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve’». Insomma Ratzinger stava criticando i vescovi tedeschi forti e anzi grandiosi nelle politiche sociali ma sordastri al primato dell’evangelizzazione: «L’evangelizzazione deve avere la precedenza, il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto e amato, deve convertire i cuori... Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche, là portiamo troppo poco». In questo contesto si inserisce la puntualizzazione sulle «popolazioni dell’Africa e dell’Asia» (l’islam non è citato)”.

 

La lettura fogliante del monito papale presenta alcuni elementi di indubbio rilievo. Innanzitutto, perché prende in considerazione ulteriori testuali frammenti della prolusione di Benedetto XVI. In secondo luogo, perché – in parte – aiuta a capire il motivo dell’intenso fuoco di fila laico partito per l’occasione: per i professionisti dell’anticlericalismo militante e del cattolicesimo “adulto”, infatti, la prospettiva dell’aggiunta di lievito etico e morale all’azione solidaristica svolta dalle strutture assistenziali controllate dalla Chiesa è uno dei peggiori spauracchi.
Tuttavia non è possibile ignorare come il discorso del Papa, in questo come in altri casi, ruoti attorno a tematiche più ampie, che coinvolgono l’impegno nell’opporsi all’esclusione “totale” di Dio dalla sfera razionale, il timore verso una libertà che consente il “dileggio del sacro” ed “eleva l'utilità a supremo criterio” e il rifiuto di un’interpretazione “drastica” dell’Illuminismo e del laicismo.
Jospeh Ratzinger, con la sua abitudine di accompagnare la complessità concettuale della lectio con l’utilizzo di un linguaggio accessibile a tutti, presta (deliberatamente?) il fianco all’accusa di semplicismo e di ingenuità da parte delle élite intellettuali. Del resto mi sembra normale che un prelato, per elevata che possa essere la sua posizione nella piramide gerarchica, si curi più di rendersi facilmente comprensibile al vasto popolo dei suoi fedeli che di sfidare con adeguata dovizia di erudizione la ristretta platea dei dotti, peraltro ostile allo spirito religioso nella stragrande maggioranza dei casi.
Se si limita a provocare qualche sbadiglio l’accusa di “intelligenza col fanatismo” – lanciata per colmo di contraddizione proprio da quanti deridono l’esortazione pontificia a vivere la fede in modo pacifico e amorevole –, è invece più interessante tornare nuovamente sul nesso causativo che collega storicamente e filosoficamente il sottofondo culturale greco-romano e giudaico-cristiano ai costumi pluralisti dell’Occidente moderno. Messori, nel suo editoriale, si avvicina molto all’iter argomentativo più adatto a sviscerare la questione; omettendo però di percorrerlo sino in fondo, non si capisce se per la scontata evidenza attribuita alle conclusioni o per rispettare la linea critica seguita dal Corriere per l’occasione – ma, di sicuro, non per ignoranza: il suo Ipotesi su Gesù fornisce da quasi trent’anni un’autentica miniera di pezze d’appoggio ai sostenitori di certe peculiarità del giudeo-cristianesimo. Il cristianesimo possiede effettivamente una «elasticità» e una «capacità genetica di adattamento» all’esercizio dell’ermeneutica e alla ricezione dei cambiamenti storici «che manca del tutto all'islamismo», e poco importa che l’“abbraccio mortale” tra potere costituito e autorità religiosa – strettosi quasi sempre su iniziativa dei tenti Cesari in cerca di consacrazione – sia stato sciolto nel sangue. Il nocciolo del discorso sta non solo nella capacità del cristianesimo di sopravvivere alla secolarizzazione e, anzi, di trarne purificazione cultuale, ma anche di suscitarla esso stesso attraverso la dialettica scolastica (nel Medio Evo), umanistica (nel Rinascimento), interconfessionale (con la Riforma) e storicistica (da oltre duecent’anni a questa parte). Nulla di ciò che si è detto, pensato o praticato “dopo Cristo” ha più potuto prescindere dall’annuncio evangelico. Lo stesso Illuminismo non fa che secolarizzare la stessa concezione lineare del tempo che contraddistingue il giudeo-cristianesimo; mentre il marxismo presenta numerose stigmate dell’eresia millenarista. Il liberalismo, poi, potrebbe efficacemente sunteggiarsi nel monito “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
In molti sembrano ignorare che l’ebraismo e il cristianesimo sono credenze “laiche” alla radice e che, in origine, ricoprirono la funzione storica di scardinare i sistemi politici e sociali fioriti sulle credenze sacrali e spiritistiche alla base del paganesimo. Addirittura (affermazione blasfema non solo per le antiche religioni, ma ancora oggi per i musulmani) gli antichi mistici ebrei giungono a dire che “Dio ha bisogno dell’uomo, come l’uomo di Dio”. E la meditazione giudaica sulla Scrittura si spinge fino ad attribuire a Giacobbe queste parole: “Come tu sei Dio nelle sfere superiori, così io lo sono nelle inferiori” (Ber. Rabbà).
Ancora, nessuno ci fa molto caso, ma la gran parte dei terroristi islamici assurti agli onori (o, meglio, ai disonori) delle cronache proviene da un particolare tipo di ambiente universitario occidentale: il politecnico. È ingegnere Bin Laden, così come lo erano Arafat e Mohammed Atta. Lo scandalo di un Dio absconditus e sottoposto a leggi fisiche universali, onnipotente nel senso che può fare tutto quello che si può fare, è insopportabile per il monismo islamico. Il progresso e il cambiamento – purché siano vissuti come necessità e non come volontà positive da idolatrare – sono perciò alle fondamenta dell’odierna società occidentale, anche nelle sue epifanie atee e postumane – giacché il pesce può ribellarsi al corso del fiume, ma rimane sempre nelle sue acque.
Ecco perché il costume occidentale è sorretto dalla morale cristiana anche quando esibisce lascivia e decadenza: noi uomini non pretendiamo di sbirciare furtivamente il disegno della Provvidenza e di imporlo agli altri, il Dio degli ebrei e dei cristiani rispetta la nostra libertà e non agisce direttamente nella Storia. Difficile che un musulmano possa accettare questo tacito accordo di non ingerenza reciproca.

Su Pera, Occidente e cristianità ho scritto anche qui e qui.

Pubblicato il 14/9/2006 alle 11.35 nella rubrica Diario.

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