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Com'era il mondo

La strada senza uscita, vista attraverso l’ampia porta finestra spalancata sulla terrazza che dà sul giardinetto di transito, cela allo sguardo la brusca curva posta all’imbocco dello slargo con spartitraffico centrale che, come una rotatoria, all’occorrenza consente alle automobili di fare dietrofront. Esco a prendere un po’ d’aria. Mi appoggio alla balaustra di ferro battuto, con i suoi riccioli allineati appena sotto il corrimano; lungo le curvature la vernice esibisce alcune bolle di vecchiaia. Con gli anni, lo sforzo di mordenzare il metallo dev’essersi fatto insostenibile. Da quel posto di vista la viuzza appare come un ago piegato di netto, con la cruna distesa da qualche parte oltre la mia siepe di cinta e la recinzione frondosa del dirimpettaio. Alla sinistra, abbandonata la linea del marciapiede, si intravedono la fila di ciliegi in fondo al campo giochi e la villa bianca affacciata sulla curva. Il sole sta arrivando a lambire la terrazza; tempo un paio d’ore, e quello che di mattina è un piccolo angolo d’ombra rinfrescante diverrà ricettacolo degli ultimi ostinati fulgori estivi. Rientro, chiudo e accendo il condizionatore, sia benedetto in eterno chi l’ha inventato.
Sul tavolone del soggiorno mi attende un coacervo di fogliame inchiostrato, fortificato sul lato interno entro una linea di libri, di fotocopie e di dispense. Di pomeriggio tocca agli esercizi, che da soli coprono più della metà del programma di Scienza delle Costruzioni. Manca una settimana precisa all’esame. Il professore è morto di infarto mentre viaggiava in aereo, ovvero mentre era pressoché impossibile fornirgli un soccorso più sofisticato della semplice respirazione bocca a bocca intervallata da massaggio cardiaco. Non che fosse precisamente un caro amico, ma un po’ di compassione sgorga da sé. Per giunta, senza di lui, quei tangheri degli assistenti avranno ancor più carta bianca del solito nello schierare il loro sanguinario plotone d’esecuzione. Mi sale uno sbocco di adrenalina dai reni. Questa materia rappresenta il nucleo fondamentale dell’ingegneria teorica; tutte le nozioni di matematica e fisica accumulate nei due anni precedenti convergono sullo sterminato scibile che presiede all’analisi strutturale – se di sistemi statici o dinamici, dipende dal corso di laurea. È affascinante – ed estremamente ostico – entrare progressivamente nella mentalità che permette di applicare un modello numerico e geometrico ad un progetto di trasformazione conservativa e ripetibile del reale. Il divario con le scienze descrittive, che rendono conto di fenomeni che preesistono alla loro osservazione e formalizzazione, è enorme. Ho sotto gli occhi un telaio piano a tre gradi di iperstaticità interna, esternamente isostatico e soggetto ad un carico uniformemente distribuito sul corrente superiore. Occorrono un’analisi cinematica preliminare e il calcolo delle incognite con il principio dei lavori virtuali. Dovrei risolvere tutto in meno di un’ora, stando a quanto prescritto in sede d’esame, ma faccio ancora una gran fatica a rispettare questo limite. Chi tarda a consegnare – sempre che non sia già a colloquio diretto con la commissione d’esame – riceve al posto la visita di un assistente che, a suon di solleciti ed esagitate obiezioni all’elaborato, spinge quasi sempre l’iter della verifica verso sviluppi decisamente tristi. Sento una fitta al torace. Squilla il telefono.
– Accendi la televisione. Qui la gente dice di esplosioni dentro il World Trade Center.
È mia madre, chiama dallo studio.
– Come nel ’93? Ancora?
– Sembrerebbe. Da’ un’occhiata.
In TV passa a reti praticamente unificate l’immagine di un cupo pennacchio di fumo che fuoriesce da un’affilata incisione praticata sul fianco di una delle due torri. Dalle finestre posizionate ai piani superiori al livello dell’incendio, alcune persone agitano disperatamente dei fazzoletti. Stando alle notizie che si accavallano convulsamente, quello sfacelo sembra in qualche modo dovuto ad un incidente aereo.
– È stato un aereo, ci si è schiantato contro. Non si capisce bene se per sbaglio o no.
– Che tipo di aereo?
– Non saprei proprio. Non dev’essere successo da molto.
Ad un tratto, dalla destra del teleschermo irrompe la sagoma nera di un velivolo. Dritta come un missile, si conficca obliquamente nel corpo del secondo grattacielo. Immediatamente, dal lato opposto dell’edificio, si sprigiona un globo fiammeggiante e schizzano detriti incandescenti.
– Un altro! Un altro aereo! Sull’altra torre!
– Come, ancora?
– Sì, sì, ancora!
– Ma che aereo era?
– Non lo so, ma non piccolo. Per niente.
Rimango in silenzio con il cordless all’orecchio, in contatto solo con il respiro della mamma. In televisione scorre un nugolo di caotici sottopancia. Su ambo i lati dell’Atlantico, gli operatori dell’informazione sembrano incapaci di far fronte in buon ordine al susseguirsi degli avvenimenti.
– Bush ha parlato. Lui e Cheney stanno per essere evacuati in due rifugi diversi.
– E tua cugina? Tua cugina dov’è?
– Non lo so, che discorsi sono, di sicuro non lavora lì...oddio, aspetta!
– Cosa?
– Il Pentagono, hanno preso anche il Pentagono..!
– Adesso? Ma chi l’ha detto?
– Adesso, adesso, lo dicono dall’America!
Decidiamo di chiudere la telefonata poco dopo, impossibile dialogare lucidamente. Nel giro di una quarantina di minuti, si apprende che un quarto aereo è precipitato in Pennsylvania, in aperta campagna. Lì per lì tutti i commentatori ventilano l’ipotesi che fosse diretto verso Camp David, prima – forse – di essere abbattuto da un caccia. Sopra il fumo nero inastato sulle due torri, frattanto, c’è chi si butta di sotto per sfuggire alle fiamme, chissà se alla ricerca di un paio di braccia coraggiose abbastanza da cercare di attutire una caduta libera di quasi mezzo chilometro.
Quando la volta celeste frana sul coronamento della torre Nord, la riserva di stupore ha toccato il fondo, cedendo il passo ad un’insolita afasia. L’apocalittico spettacolo dell’implosione di un secolo lungo, troppo lungo, esibisce le stigmate di una catarsi in mondovisione. L’illusione di poter ormai volare sopra le nubi della storia guerreggiata rovina a terra sollevando un gigantesco pulvinare d’amianto. Di tutte le voci, solo una può parlarmi con rassicurante freddezza.
– Pronto, papà?
– ...
– Perché il piano fratturato non ha fatto arco? Erano sbagliati i calcoli..?
– Non era una frattura di piano debole. Non si può presidiare una costruzione da eventi del genere. Non esistono parametri di riferimento o coefficienti di sicurezza da quantificare, in casi simili...
Torna il silenzio, gli occhi cadono su tutte quelle equazioni di equilibrio e integrali di linea, su tutti quei calcoli tanto sudati – per un telaio. Un telaio! Quanti gradi di iperstaticità avranno contato, le twin towers? Migliaia? L’impotenza e la frustrazione prendono il sopravvento, mentre le ingenue fantasie sull’indistruttibilità delle opere d’ingegno crollano a loro volta. Il futuro si preannuncia carico di sogni in frantumi.

Questi, in libera cronologia e con qualche omissione per quanto riguarda le imprecazioni, i miei ricordi dei fatti di cinque anni fa. Non mi entusiasma granché partecipare della molta (troppa) retorica che segna il contributo della blogosfera alle commemorazioni obbligate. Ma, essendo il mio primo anno di attività, l’11 settembre non poteva assolutamente mancare dal novero degli appuntamenti comandati – per onorare i quali, in futuro, rimanderò a quanto scritto quest’anno.
Per la cronaca: l’esame andò bene, anche se rovinai il voto a causa del secondo tema sottopostomi, che trattava di un argomento del quale ignoravo bellamente l’esistenza. Prima di dare il via ai colloqui, il presidente provvisorio della commissione d’esame invitò l’aula ad osservare un minuto di silenzio. Per ricordare il defunto professore, mica per altro.

Pubblicato il 11/9/2006 alle 9.59 nella rubrica Diario.

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