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8 Settembre, festa degli ondivaghi

È noto che Malvino non ama il contraddittorio in tempo reale. Riflessiva e ricercata, la nota blogstar radicale non si trova a suo agio col botta e risposta: troppo rozzo. Anche perché, obiettivamente, se confrontato con le sontuose invenzioni linguistiche tramite cui – una volta su trenta – i suoi post sanno coniugare forma impeccabile e contenuto sostanzioso, qualunque messaggio di risposta improvvisato si riduce ad eguagliare lo spessore letterario delle dediche scolpite sui muri dei cessi pubblici. Il narcisismo dell’uomo fa il resto; dopotutto bisogna pur tener conto che Malvino, per sbucciare una mela, accosta la lama del coltello alla superficie del frutto e poi attende che sia il mondo intero a ruotargli attorno. Figurarsi dunque quanto può impressionarlo una volata di commenti raccogliticci.
Per una volta, tuttavia, tenere aperta la buca delle lettere gli ha detto bene, offrendogli il destro per cavarsi d’un vecchio impiccio inerente i suoi rapporti d’amorosi sensi con Il Foglio pre-Legge 40. Tutto parte dal post significativamente intitolato La coerenza di Pietro, un apodittico tentativo di capovolgere il senso di un vecchio pronunciamento papale ostile alla stampa saldando a ciascuna parola di quest’ultimo un link ad altrettante testate clericaleggianti. Poi compare un tal “gloria funeraria”, che mette giù tre righe impertinenti:

 

“Manca il Foglio. Non l'avrai dimenticato, vero? Dopo aver tentato per sette anni di farti assumere dal Foglio (cosa che ti è costata una letterina mielosa al giorno), non puoi dimenticarlo così spudoratamente”.

 

Al che il titolare non può esimersi – sbuffando quanto, possiamo solo immaginarcelo – da una pepata autodifesa:

 

“Ho già un lavoro e mi fa guadagnare dalle 4 alle 7 volte in più di ciò che guadagna un redattore del Foglio. E poi non scriverei mai per giornali di cui non condivido la linea. E poi l'80% delle mie lettere al Foglio erano polemiche verso terzi, non compiacenti per secondi. E poi 'sta stronzata l'ho già sentita tante volte che manco ho più voglia di mandare a cagare chi la ripete.
Anzi, aspetta, no, un po' di voglia me n'è rimasta: va' a cagare, va'”.

 

Maestro di diversivi retorici, Malvino gioca – volutamente? – la sua prima obiezione sull’equivoco tra reddito sostitutivo e reddito aggiuntivo. Tanto più che, a giudicare dalla prolificità con cui blogga, il tempo speso a scrivere di sicuro non deve sovrapporsi agli orari di lavoro del Nostro. Trasformare un hobby extra-lavorativo in una seconda occupazione retribuita, lo confesso, è una prospettiva che alletterebbe pure me.
Ma quel giorno ci doveva essere un raduno di cazzari insolenti proprio su quel blog, perché poi si fa avanti un talaltro “Vexata Quaestio”, anch’egli col piglio da provocatore:

 

“La frase "E poi non scriverei mai per giornali di cui non condivido la linea". non vale nulla. Gloria Funeraria fa riferimento al periodo in cui condividevi la linea del Foglio e la condividevi così tanto che leccavi il culo a Ferrara quotidianamente o quasi. Dici che è una stronzata. Bene. Forse è il caso di aprire un blog e di ripubblicare tutte le tue letterine...”

 

E Malvino, di rimando:

 

“La linea del Foglio, ai tempi in cui mandavo le mie letterine (tutto è durato due anni, non sette), non era teocon. Era quella che appoggiava, sosteneva e promuoveva battaglie liberali e garantiste. A quei tempi, tanto per intenderci, il Foglio era il giornale sul quale scrivevano Mattia Feltri, Maria Giovanna Maglie, Oscar Giannino, Emanuele Ottolenghi, ecc. - tutta brava gente scappata via a gambe levate appena al signor direttore, al finale dei suoi ricorrenti avvitamenti autodistruttivi, è venuta l'andropausa intellettuale e la divorante nostalgia degli anni '50. Non c'è nulla delle mie 198 letterine al Foglio che non potrei sottoscrivere anche oggi, senza alcun problema. Le ultime, poi, erano in franca polemica con quello che il Foglio stava diventando o - meglio - era già diventato. Ne trascrivo qua sotto due o tre”.

 

E giù con un generoso copincolla di missive, tutte doviziosamente percorse da un rigore ghibellino di stretta coerenza con la linea ideologica sposata dal dott. Castaldi in questi due anni e mezzo di blogging. Prendiamone una a modello, via:

 

“Al direttore - Sarò breve, perché ho come la sensazione che le sia gradita solo la prolissità dei monsignori. Mi pare che anche stavolta in lei ritorni prepotente l'urgenza di una teologia senza Dio, del ribadire valori apparentemente tetragoni, ma ormai forti di mera suggestione tautologica. Se ridurre la realtà a interpretazione ci porta dritti dritti al gaio nichilismo, fornisca di grazia le chiavi di decriptazione univoca dell'universo. Il Libro? Non le conviene, si fidi. Qualche metafisica dei costumi che si faccia ginocchioni tutta Via della Conciliazione? Le conviene ancor meno, ci pensi. "Morto Dio, tutto è lecito", a farne le spese è il mondo in sé, posso anche essere d'accordo. Ma dopo averLo creato e ucciso, ora vuole resuscitarLo? Con l'aiuto di chi l'ha rinnegato tre volte? Possibile che tutta la sua filosofia non sappia inventarsi null'altro che il presto riparare in cattedrale all'arrivo del fulmine, che non è detto peraltro ci fulmini, che non è detto peraltro sia ormai solo tuono? Davvero non c'è nient'altro? Prendiamo pure Schopenauer a calci in culo, le do una mano, anzi un piede. Ma dopo, per piacere, non andiamocene a vantarci in sagrestia, tutti brilli del vinello annacquato del suo oste felsineo. Non mi faccia, per scoramento e stanchezza, la stessa fine di Papini. Cordialmente,

Luigi Castaldi, Napoli”

 

Peccato che tutta la fetta di carteggio addotta da Malvino a suo discarico sia un pochino troppo recente, per essere considerata una prova soddisfacente di quella “coerenza” che tanto fa dannare Pietro e i suoi eredi. La prossimità ai fattacci legislativi del primo quadrimestre 2004 e referendari del Giugno 2005, infatti, induce a ritenere la documentazione olografa di cui sopra un (legittima) emanazione dell’ultimo Castaldi-pensiero e niente più.
Forse “Vexata Quaestio” non lo sa, ma un blog che ripubblica alcune delle vecchie lettere di Luigi Castaldi a Il Foglio, non lesinando però sulla profondità di ricognizione, c’è già. È Molvino, simpatico replicante a sfondo parodistico. Per esempio:

 

“Signor direttore - Montalban su El País: “Una coalizione di avventurieri, razzisti da quattro soldi e post fascisti è la vera vincitrice della Guerra fredda.” Seguendo questo schema, faccio fatica a sistemare Karol Wojtyla nel libro di storia. “Razzista” non mi sembrerebbe e “post fascista” forse è un tantinello azzardato. Le risulta che il Vaticano sia un abituale ritrovo di sordidi avventurieri? Vuole chiedere (gentilmente, mi raccomando) a Socci? L.C.

© Il Foglio, 3 aprile 2002”

 

Oppure:

 

“Signor direttore - Nel suo editoriale sugli “eroi neri” trovo chiarezza, coraggio e onestà. Sono virtù che nella nostra povera “età di mezzo” hanno destino sventurato: vedrà, diranno che ha scritto cose rozze, le rinfacceranno di non avere figli. Quale Crepet le potrà mai perdonare infatti di aver parlato di “libero arbitrio”? Ma continui così, lei mi fa godere con la sua semplicissima complessità argomentativa! Permetta solo un appunto: come accidenti le è venuto di scommettere sulla controfirma postuma di Pasolini? Dopo aver letto il suo editoriale, così, per curiosità, ho voluto interrogarlo, quel fantasma onnipresente. Il medium mi ha rimandato a “Petrolio” (appunto 64, pag. 310): “Un borghese non sa realmente apprezzare un’innocenza che non sia quella insegnata nei libri di scuola e nel codice non scritto della società. Anzi, egli prova per l’innocenza una certa ripugnanza, di carattere razzista. I doveri li ha inventati per poter condannare l’innocenza, che non li conosce. Tanto più che spesso l’innocenza è collegata alla delinquenza: e se, quindi, è fuori dalla cultura, è anche fuori dalla legge. Il borghese prova sempre davanti all’innocenza un senso di spavento, e, nel migliore dei casi, la giudica come un prodotto inferiore del proprio modo di vivere, non sapendo o non volendo immaginare i termini dell’altro modo di vivere, a cui essa appartiene”. Via, un calcio in culo anche al fantasma! L.C.

© Il Foglio, 11 ottobre 2002"

Che dite, le verbalizziamo alla voce “polemiche verso terzi” o alla voce “compiacenze per secondi”, queste? E l’indulgenza nei confronti di Wojtyla e del Vaticano, verrebbe sottoscritta anche oggi? Proprio negli stessi-stessi termini?
Chi sostiene che la linea de Il Foglio abbia subito una svolta a cavallo tra il 2003 e il 2004 – e vede nella dipartita di alcune prestigiose firme un sintomo della resipiscenza incriminata – sbaglia. Semplicemente, prima di quel periodo, certi argomenti non ricevevano copertura, non erano seguiti, trovando il direttore più interessanti i temi giuridico-economici rispettivamente in chiave garantista e liberista. Ma se la bioetica e la lotta all’islamismo fossero rientrate nel novero delle disamine foglianti anche allora, la linea editoriale di Ferrara sarebbe stata la stessa di oggi. Prova ne siano i suoi vecchi scritti in materia per Il Corriere della Sera, sulla rubrica Bretelle Rosse, che vedono l’Elefantino di fine anni ’80 sostenere opinioni non molto dissimili dalla sua versione invecchiata di quasi un ventennio. Non trovo i link, ma fidatevi. Il ricambio generazionale, poi, è moneta corrente in tutte le redazioni di questo mondo: Giannino è diventato un personaggio televisivo, la Maglie s’è data alla radio (24), Ottolenghi è trattato da re su Il Riformista e lo stesso vale per Feltri su La Stampa. Le occasioni di avanzamento professionale, per i giornalisti, sono così rare che, appena se ne presenta una, viene subito colta al balzo.
Morale della favola: è reato cambiare idea? No, che domande, solo gli idioti non cambiano mai idea. Meno simpatico è rendere conto delle proprie altalene ideologiche con reticenza o, peggio, con autoindulgenza.

Pubblicato il 8/9/2006 alle 17.54 nella rubrica Diario.

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