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Metabio(gen)etica/4

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Abbandonata ogni residua fiducia nell’ottica adottata da Habermas per avvertire il lettore dei rischi legati allo smisurato potenziale della genetica futura, non resta che rammentare, rispolverando un recente intervento dell’ottimo Giorgio Israel, come sia profondamente sbagliato attribuire dignità scientifica e/o liberale al concetto di genetica positiva – sinonimo, ancor più letteralmente che nel caso di intervento negativo, di eu-genetica:

 

“L’eugenetica è una dottrina illiberale: essa sostituisce la libertà dell’individuo di curare la propria salute come meglio crede (magari trascurandola) con l’obbligo di seguire prescrizioni generali che impongono di adeguarsi a una nozione di salute valida per tutti. [...]
L’eugenetica non è frutto né di principi etici o morali né delle preferenze personali dell’individuo. Trattasi di una dottrina ispirata a una prescrizione tipicamente collettiva: promuovere il «miglioramento» della specie umana o di una particolare razza o etnia, la sua rigenerazione o addirittura la sua riprogettazione. Confondere un simile progetto con il perseguimento individuale di ciò che si ritiene meglio per sé è una mistificazione. L’eugenetica è un prodotto di un’idea nefasta del pensiero occidentale e che è alla radice delle sue tragedie totalitarie e razziste: l’idea della ricostruzione dalle fondamenta dell’individuo e della società, un ideale di «palingenesi» che rifiuta l’umanità per quel che è nella sua concretezza storica e pretende di rifare il (mal)creato dalle fondamenta. È un ideale che nasce dal divorzio tra etica, morale e scienza e attribuisce a quest’ultima la missione impossibile di ricostruire uomo e società su basi «razionali»: la scienza assume in toto la funzione sociale, mentre le prime due vengono relegate nella sfera delle opzioni individuali. Ma la scienza non ha le spalle così forti da sopportare un simile compito e lo si è visto dagli effetti tragicomici – comici per la loro miseria intellettuale, tragici per la loro concretezza – di una simile pretesa, fino ai più recenti presuntuosi manifesti pseudoscientifici di «riprogettazione» dell’uomo.
Non ci si può stancare di ripetere che quanto detto non ha nulla a che fare con una critica della scienza, ma piuttosto con una critica dell’ideologia che pretende di attribuire alla scienza un simile progetto paranoico, quell’ideologia detta «scientismo». [...]
Non è invece un buon servizio reso alla scienza presentare certe manifestazioni di delirio scientista come «scienza» e far credere che esistano forme di eugenetica moderna che mirerebbero alla salute individuale e al massimo benessere possibile senza alcuna pretesa di assoggettare il singolo a un progetto di ristrutturazione della specie: se così fosse l’eugenetica sarebbe soltanto medicina e, come tale, non avrebbe ragione di esistere. Ma così non è, e lo sa bene chiunque conosca la fenomenologia delle coercizioni e pressioni psicologiche pesanti che vengono esercitate su chi non si assoggetta alle prescrizioni diagnostiche in tema di procreazione, e la campagna tesa a suscitare sensi di colpa in chi si renderebbe responsabile di mettere al mondo individui «difettosi». È l’ideologia così bene descritta da Gregory Stock, che propone «operazioni di marketing mirate» in modo che la riproduzione tradizionale venga considerata socialmente come «antiquata» e «irresponsabile». [...]”

 

Il problema del saggio di Habermas è che avrebbe dovuto intitolarsi “Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica socialista”, altro che liberale o liberista – come se poi vi fosse un reale divario di significato tra i due termini. Non mi stancherò mai di ripeterlo: l’unico modo integralmente “anarchico” di procreare è il solo che, per avere successo, non necessiti di alcuna assistenza esterna regolata da un diritto positivo e, in quanto tale, revocabile o rimaneggiabile secondo i volubili umori del potere costituito. Tanto più lo stato di necessità percepito costringe il singolo a passare per il vaglio congiunto della tecnica e dell’autorità, tanto più la sfera individuale si riempie di ingerenze eteronome. Di qui devono trarsi gli unici validi argomenti per ribattere a Chiara Lalli, quando provocatoriamente si chiede:

 

“Sostenere che la programmazione genetica sia irreversibile e asimmetrica (di contro alla reversibilità e alla ideale simmetria delle relazioni umane) suscita una domanda: cosa c’è di più irreversibile e asimmetrico del mettere al mondo un figlio naturalmente?”

 

Nella domanda – che casomai serve a mettere sotto scacco alla radice ogni forma di volontarismo etico – è già inclusa la risposta: “più irreversibile e asimmetrico del mettere al mondo un figlio naturalmente” c’è solo la stravagante convinzione di poter sanare l’unilateralità della venuta al mondo sommando arbitrio ad arbitrio.
Aggiungendo cioè all’obbligo di nascere la costrizione a conformarsi ad un complesso di preferenze eterodirette, per giunta infuse nella totale incoscienza del riceverle e, quindi, nella completa impossibilità di ribellarvisi – assai diversamente da quanto possa mai avvenire con “la scuola, i campeggi, le lezioni di danza e di pianoforte”. Ulteriormente chiarificatore, a proposito del connubio tra eugenetica e collettivismo, può divenire lo spingere l’onnipotenza scientifica alle sue estreme conseguenze:

 

“Ma allora, se si potesse dotare il nascituro (tutti i nascituri, al fine di evitare le loro eventuali proteste) di tutti i talenti, in modo tale che egli (o tutti i nascituri) non potrebbe lamentare l’assenza di una qualche predisposizione genetica, Habermas sarebbe disposto ad ammettere che l’eugenetica non sia immorale?”

 

Habermas, che si è dato l’assetto della tecnoscienza futura sui piedi, probabilmente scoprirebbe con sommo raccapriccio di doverlo ammettere. Ma per chi, contrariamente a lui e alle sue controparti progressiste, rimane convinto che la diversità degli uomini “per nascita e valore” sia il motore “dell’autonomia individuale”, la presuntuosa velleità di dotare tutti i nascituri di tutti i talenti testimonia dell’omologante appiattimento connesso, in ultima istanza, ad ogni prospettiva di ristrutturazione genetica. Il cerchio di reciprocità tra le posizioni di Habermas e quelle di Chiara Lalli si chiude però solo al termine della bella disamina redatta da quest’ultima, allorché l’autrice scrive:

 

“Per molti è inverosimile che il conferimento di talenti o l’ampliamento di beni primari possa limitare la libertà del nascituro, e suscitare in lui la protesta. Per Habermas l’appello a un relativismo valoriale è sufficiente a fugare ogni dubbio: come possono i genitori sapere ciò che è meglio per il nascituro?”

 

Il rigetto del “relativismo valoriale” come garanzia dell’identità individuale suona alquanto stonato, sulla bocca di chi ha incardinato il proprio contrappunto alle premesse di un larvato assolutismo etico lamentando la difficoltà “di operare una cesura in una sequenza discreta non interrotta da avvenimenti moralmente significativi” e l’assenza di criteri oggettivi “per indicare, lungo il continuum degli interventi genetici, il punto in cui un intervento non è più terapeutico ma diventa migliorativo”. Anche il relativismo metodologico e/o valoriale, come il “diritto al caso” teorizzato da Habermas, non dovrebbe “essere invocato arbitrariamente”, no?
Concludendo questa mia lunga meta-recensione, e ringraziando coloro che l’abbiano voluta seguire con pazienza sino alla fine, posso solo convincermi una volta di più che l’immobilismo e il progressismo si alimentino a vicenda, essendo entrambe ideologie basate sull’invocazione del relativismo metodologico/argomentativo a corrente alternata, ma anche su una prefissata nozione del telos, il fine ultimo verso cui la Storia tenderebbe a convergere. E il liberalismo, sempre che quel suffisso in –ismo abbia mai avuto un senso, si basa proprio sull’inversione del suddetto paradigma gnoseologico: massimo rigore sul metodo (una ferrea ermeneutica dell’altro da sé), totale estromissione del telos dalla sfera immanente.

Altre mie opinioni in materia di bioetica sono disponibili quiqui e qui.

                                                                                                     (4.Fine)

Pubblicato il 5/8/2006 alle 9.39 nella rubrica Diario.

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