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Metabio(gen)etica/3

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Ma il dibattito sulla tutela dell’embrione ruota poi davvero attorno alla “considerazione circa lo statuto morale della vita umana prenatale”, come ritengono sia
Jürgen Habermas che Chiara Lalli? Io trovo che il cuore del problema – eminentemente giuridico – risieda piuttosto nell’impossibilità di codificare un criterio sufficientemente cautelativo per discretizzare l’attribuzione progressiva dei diritti essenziali a quel soggetto di specie umana – arbitrariamente traslato in stato di terzietà fisica – che è l’embrione. E qual è, di tutti quelli afferenti al tripode vita-libertà-proprietà, il “diritto essenziale” dell’embrione maggiormente intaccato dall’indiscriminata officina genetica che popola gli incubi di Habermas e – come vedremo – i sogni di Chiara Lalli? Ancora, se il pensiero corresse al “qui e ora”, la risposta si concentrerebbe attorno al diritto alla vita. Ma nel fantomatico “altroquando” esplorato da Habermas, come s’è già detto, a rigore la vita non si dovrebbe negare a nessuno, giacché ogni male si curerebbe semplicemente migliorandolo e promuovendolo a “bene”. Scartata la proprietà per la sua manifesta inapplicabilità allo stadio embrionale, rimane la libertà. In che senso?
Nel replicare ad una articolessa di Assuntina Morresi, Giuseppe Regalzi – che su Bioetiche riveste il ruolo di esperto medico-scientifico – adopera un sillogismo che consente di guardare al rapporto tra libertà individuale e diagnostica preimpianto da un’angolazione particolarmente adatta ad affrontare il tema. Scrive la Morresi:

 

“Scegliere l’embrione migliore, come chiedono i radicali, è fare selezione genetica del genere umano. Non è una novità, ci hanno provato in Germania cinquant’anni fa, non è stata una bella storia”.

 

Il riferimento è a questo passo di una precedente lettera di Domenico Danza a Il Foglio:

 

“[Il] SET (single embryo transfer) [...] , “repetita iuvant”, si esegue ottenendo molti embrioni e poi scegliendone uno tra i migliori e congelando gli altri, e non invece, ottenendone uno solo alla volta, nel qual caso, è bene sottolinearlo, si tornerebbe agli scarsi risultati dell’epoca pionieristica che risale a circa 30 anni or sono”.

 

Chiosa quindi Regalzi:

 

Scegliere uno degli embrioni migliori significa davvero «fare selezione genetica del genere umano»? L’accusa di «eugenismo» viene lanciata ormai con sempre maggiore disinvoltura e sempre meno a proposito da integralisti e teocon, ma in questo caso rischia doppiamente di passare inosservata, vista la possibile confusione con la diagnosi genetica di preimpianto, che però palesemente non è ciò di cui sta parlando Danza. [...]
Qui non si parla affatto di diagnosi genetiche ma di analisi osservazionali. Inoltre lo scopo non è quello di ottenere figli sani – ammesso che ci sia qualcosa di riprovevole in questo umanissimo desiderio – ma di massimizzare le probabilità che l’embrione si impianti nell’utero: un’esigenza cruciale, se si vuole implementare con successo la tecnica del trasferimento singolo”.

 

La struttura logica della controargomentazione addotta da Regalzi, semplificando, può esprimersi come segue: cara Morresi, hai equivocato; nel caso in esame non si parla di selezione embrionale sulla base di test genetici, ma di osservazioni al microscopio; quindi la tua accusa di eugenismo è lanciata a sproposito. Senza voler entrare nel merito, è possibile allora declinare il sillogismo al periodo ipotetico: cara Morresi, se non avessi equivocato, nel caso in esame avremmo effettivamente parlato di diagnosi genetica preimpianto; quindi la tua accusa di eugenismo a tale pratica sarebbe stata pertinente o, quantomeno, non del tutto fuori luogo.
La selezione diagnostica di preimpianto (genetica negativa, secondo la classificazione di Habermas), a giudicare da queste osservazioni, sembra meritarsi le stigmate dell’eugenetica a detta degli stessi pubblicisti che, in sede politica e dibattimentale, se ne fanno promotori. Ma il luminoso futuro che attende la biogenetica a un dipresso, nel distopico scenario determinista vagheggiato dal filosofo tedesco, metterà fuori causa la necessità di ricorrere al ripudio preventivo di caratteri indesiderati. Sarebbe infatti facilmente percorribile la strada complementare, la quale consegnerebbe all’intervento positivo per mano medica ogni possibile devianza dell’ontogenesi da percorsi prenatali e da sbocchi psicofisici esternamente predefiniti. L’idea di poter guidare l’interazione tra sostrato genetico, fenotipo e pressioni ambientali, a taluni, appare come l’avvento di un nuovo ed inesplorato “distretto di libertà educativa” alla facile portata della pedagogia parentale. Habermas vede profilarsi all’orizzonte un interrogativo cruciale:

 

“la trasformazione genetica costituisce un accrescimento dell’autonomia individuale, oppure stravolge la natura umana, rendendo gli uomini diversi tra loro per nascita e valore?”

 

In questa domanda, straordinariamente malposta, risiede la radicale contraddizione in termini che sembra attraversare come un fiume carsico il saggio di Habermas.
Istituendo l’antinomia tra
accrescimento dell’autonomia individuale e diversità interpersonale “per nascita e valore”, infatti, egli stringe un simbolico abbraccio con i socialismi e i progressismi di ogni ordine e grado. La libertà, al contrario, è diretta conseguenza proprio delle disuguaglianze e della “corsa alla compensazione” che esse sono in grado di innescare: proprio la lotteria delle disparità umana è il bersaglio elettivo dell’eugenetica, negativa o positiva che dir la si voglia. Ma Chiara Lalli, nel dimostrare l’ovvio asserto secondo cui rendere “gli uomini diversi tra loro per nascita e valore” non “stravolge” affatto la “natura umana”, ottiene il duplice effetto di costringere Habermas a mordersi la coda e di far passare il futuribile, sistematico ricorso ad una genetica positiva come l’evoluzione in senso liberale della procreazione tout-court. Alcuni esempi:

 

“Il diritto al caso è però un’arma critica piuttosto debole: anche gli interventi genetici terapeutici (dunque di interventi che Haberbas è disposto a considerare moralmente ammissibili) violano il diritto al caso, andando intenzionalmente a correggere anomalie genetiche: la trisomia del cromosoma 21, originata per caso, dovrebbe dunque essere protetta dall’intervento genetico? Habermas non spiega in modo soddisfacente il motivo per cui ritiene immorale sostituirsi alla casualità genetica nel caso degli interventi genetici migliorativi, ma non nel caso degli interventi genetici terapeutici. Il diritto al caso non può essere invocato arbitrariamente [...]
Dal momento che non è riscontrabile una differenza moralmente rilevante tra modificazione genetica e modificazione pedagogica, e che la pedagogia è accettata (la scuola, i campeggi, le lezioni di danza e di pianoforte), allora anche un intervento genetico migliorativo dovrebbe rientrare in un’area discrezionale dei genitori. [...]
Habermas non chiarisce però un anello fondamentale nella sua catena argomentativa, ovvero per quale motivo sia possibile presupporre un consenso rispetto a interventi terapeutici, e non rispetto a interventi che possano migliorare le caratteristiche del nascituro (incrementi genetici di bellezza, intelligenza, memoria). Questa carenza argomentativa è tanto più grave perché non sembra ragionevole interpretare questi miglioramenti genetici come un attentato alla futura libertà e autonomia del nascituro [...]”

 

Nel contestare l’ipotesi di una limitazione “negoziabile” alla genetica positiva e all’incremento di emancipazione individuale che, a suo giudizio, ne deriverebbe, le controdeduzioni di Chiara Lalli assumono i sinuosi contorni dell’auspicio.

                                                                                              
                                                                                              
(3.Continua)

Pubblicato il 4/8/2006 alle 11.3 nella rubrica Diario.

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