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Metabio(gen)etica/1

La recensione di una recensione può ben dirsi una meta-recensione. In parole povere, ove si decida di giudicare della bontà di un contributo critico che, a sua volta, esamini gli attributi qualitativi del prodotto di un ingegno “terzo”, ci si pone su tre distinti ordini di valutazione. Il primo riguarda il substrato creativo, culturale e intellettuale dell’autore “sorgente”. Il secondo prende in considerazione lo stesso retroterra, ma riferito all’estensore della prima critica. Il terzo – nel perlustrare la dialettica unidirezionale instauratasi tra i due soggetti già in campo – permette all’estensore “due” non solo di gettare un ponte tra sé e l’estensore “uno”, ma anche di fare lo stesso con la sorgente. Tale modello di intercomunicazione, per successive aggiunte di anelli all’estremità terminale della catena mediatica appena descritta, consente di scambiare vedute anche con gli interlocutori e a proposito dei temi di discussione più lontani dalla propria orbita cognitiva, secondo lo schema di funzionamento del classico telefono senza fili. Certo, basare le proprie asserzioni unicamente sui giudizi espressi da una teoria più o meno lunga di mediatori occasionali, anziché consultare direttamente la/le fonte/i da cui nasce un certo dibattito, può esporre il fianco delle argomentazioni così delineatesi ad un’ampia varietà di critiche. Pigrizia mentale, ignoranza informata, decodifica aberrante e millantata competenza sono solo alcune di esse. Ma si dà il caso che la forza motrice di internet e della blogosfera sia proprio il continuo ricircolo di informazioni attraverso un network ad altissima efficienza ma a bassa selettività. Chiunque desideri, a buon diritto, trincerarsi nel viceversa (bassa efficienza, alta selettività), è pregato di rivolgersi al centro studi o al dipartimento universitario più vicini.
Apro con questo prologo – del quale mi perdonerete – per mettere in chiaro l’assoluta deferenza con cui mi appresto a meta-recensire il saggio di Jürgen Habermas intitolato Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale (Einaudi, 2002, 130 pp.) per interposta recensione di Chiara Lalli, braccio filosofico del blog Bioetiche. Nel seguito – poiché, in accordo con quanto premesso, il testo “sorgente” non appartiene ai miei trascorsi bibliografici – prenderò per buoni i riferimenti al libro che l’autrice del pezzo si limita a trasferire al lettore, quali citazioni o sinossi, e ripartirò da quanto argomentato sopra di essi per intervenire sulle tesi avvalorate dallo scrittore tedesco, su quelle espresse da Chiara Lalli e su alcune delle controdeduzioni che quest’ultima presenta nel corso della sua disamina.
La mia prima perplessità, diretta ad Habermas, riguarda l’unico elemento del suo libro che mi sia stato dato attingere senza filtri durante la stesura di queste note, ossia il titolo. Nel regalare sin dal frontespizio l’etichetta di “liberale” all’opzione bioetica sostenuta dai suoi avversari, infatti, il saggista colloca automaticamente se stesso - e, assieme a lui, chiunque si scopra o si consideri suo seguace – tra le vituperate fila degli illiberali. Oltre a costituire un grave errore di targeting, in un’epoca che vede dilagare la moda dell’autocertificazione di liberalismo, il portato di questa ingenua titolazione sembra permeare di sé gran parte della trattazione, tanto da indurre Chiara Lalli a scrivere:

 

“Il cuore della riflessione di Habermas è costituito dalla discussione circa l’ammissibilità morale di una genetica liberale (che Habermas sembra ritenere equivalente a una genetica liberista, giacché la definisce regolata dalla legge della domanda e dell’offerta)”.

 

Ma la questione si pone davvero in questi termini? Ammesso e non concesso che, nell’ambito di un quadro politico autenticamente liberale e liberista, l’unico principio in capo alla convivenza associata sia l’incontro di domanda e offerta in regime di privativa (e non, come invece sarebbe più corretto sostenere, la massimizzazione di questo paradigma nel rispetto di una limitata serie di garanzie sottratte alla contendibilità, quali le “verità autoevidenti” scolpite nella Dichiarazione d’Indipendenza americana), l’attualità socio-politica vede davvero disputarsi uno scontro tra inveterati restrizionisti e fautori di un’opportunità commerciale che, lasciando fare, sarebbe benedetta dal libero mercato?
Per rispondere a questo interrogativo, può tornare utile riprendere uno dei punti in calce alla lettera aperta che, giusto la settimana scorsa, il Gruppo di Ricercatori Italiani sulle Cellule Staminali Embrionali ha inviato a Romano Prodi:

 

“la «curiosa» campagna secondo cui la ricerca sulle staminali embrionali sarebbe finanziata da non bene identificate «lobby internazionali», attente solo all’aspetto economico è falsa, inconsistente e faziosa. Al contrario, queste ricerche sono, per la quasi totalità, rigorosamente controllate e sostenute economicamente da Enti Pubblici e da Fondazioni”.

 

L’appello ufficiale dei ricercatori impegnati in questo delicato ramo delle biotecnologie, quindi, porta a “discolpa” dei suoi firmatari la provenienza dichiaratamente pubblica delle risorse finanziarie impiegate nel loro settore (com’è noto i capitali delle Fondazioni, bancarie e non, beneficiano di notevoli input del Tesoro e/o di agevolazioni fiscali ad hoc). A tal proposito, può sorgere il dubbio che il confinamento in ambito statale della ricerca sulle staminali embrionali sia dovuto alle pesanti restrizioni introdotte con la legge 40/2004. Eppure è proprio l’elasticità di interazione tra la microeconomia e la rule of law la condizione necessaria a rendere “libero” qualsiasi mercato. I fondamenti teorici minimi del pensiero liberale riconoscono nel perenne rimpiattino tra Diritto e Mercato la più alta forma di concorrenza. Diversamente, anche al giorno d’oggi un aspirante negriero potrebbe ragionevolmente intravedere nel divieto di schiavitù un’ingiustificata limitazione alle sue ambizioni imprenditoriali.
Ad ogni modo, pur volendo accogliere l’obiezione relativa all’«eccezionalismo normativo» italiano in materia di ricerca sulle staminali embrionali, è possibile allargare il campo visivo di questa riflessione alla situazione creatasi nella maggiore liberaldemocrazia del mondo, gli Stati Uniti. Dove – è notizia di pochi giorni addietro – il primo veto presidenziale in sei anni di mandato bushiano ha bloccato lo “Stem Cell Research Enhancement Act of 2005”, disegno di legge per lo stanziamento di fondi federali in favore della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Va ulteriormente evidenziato come il veto di Bush non impedisca affatto la libera erogazione di fondi privati a sostegno dello stesso tipo di attività, ma serva a riaffermare il principio – quello sì profondamente libertario – secondo cui “Costringere un uomo a finanziare idee alle quali non crede e che detesta è cosa malvagia e tirannica” (Thomas Jefferson).
Eppure, ai soggetti variamente colpiti dall’emanazione del veto basta anche solo presagire l’applicazione fattiva del suddetto postulato – testata angolare dell’identità politica americana – per veder tremolare a distanza ravvicinata il fantasma della disoccupazione. Come mai?
La probabile risposta rinvia ad un altro basilare rudimento di scienza politica: i titolari di asset rivelatisi fallimentari o scarsamente profittevoli, presto o tardi, stringono con il referente politico più disponibile alla bisogna quel “patto scellerato” che giace all’origine di ogni clientelismo. Tu mi metti a disposizione un posticino sicuro alla mangiatoia dei finanziamenti pubblici, di fatto riconoscendo al mio prodotto un “rilievo sociale” incompreso da una platea consumatrice inidonea ad apprezzarne la reale portata, e io ti assicuro il pacchetto di consenso della struttura produttiva che possiedo, indotto compreso – dice il mercante in ambasce all’intendente di fiducia.
La ricerca sulle staminali embrionali a scopi terapeutici versa in cattivo stato, se è vero che il confronto tra i protocolli medici avviati con questa metodologia e quelli a base di staminali somatiche segna un impietoso 64-0 (anche se le sessantaquattro terapie all’attivo della sperimentazione sulle staminali “adulte” appartengono tutte al ceppo trapiantistico, molto collaudato, e questa novità potrebbe far guadagnare il primo punto al contendente ancora al palo). Ai privati, banalmente, interessa guadagnare il più possibile smerciando prodotti appetibili – e il brevetto su una procedura curativa all’avanguardia rientra decisamente nella categoria. Ancora dalla già citata lettera aperta:

 

“la percezione, da alcuni veicolata all’opinione pubblica, che le cellule staminali siano un «mero strumento di trapianto», è frutto di una comunicazione superficiale e deviante. Non c’è niente di più sbagliato. Ad esempio, le cellule staminali embrionali presentano caratteristiche tali da renderle un preziosissimo elemento di conoscenza per giungere a capire lo sviluppo dei nostri tessuti, le molecole implicate o come si ammalino alcune delle nostre cellule. Non solo, esse possono essere usate per sviluppare e valutare gli effetti biologici di farmaci e vaccini o per capire la tossicità di composti dannosi alla salute del feto. Il trapianto cellulare rappresenta, quindi, soltanto uno dei potenziali ambiti applicativi delle cellule staminali, siano esse embrionali o adulte”.

 

Il molto tempo trascorso nella più totale assenza di vincoli – determinata da circostanze di vuoto o di permissivismo normativo che, in molte parti del mondo, vigono tuttora – lascia presumere che la ricerca sulle staminali embrionali stia imboccando più il secondo sentiero (sperimentale e ricognitivo) del primo (terapeutico via trapianto). Perciò i risultati che ne derivano lasciano molto all’immaginazione e poco alla concretezza, determinando, all’oggi, scarsi successi di vendita e una vera e propria corsa al sovvenzionamento anche nei contesti normativi più favorevoli. Bando agli equivoci lessicali veicolati da Habermas, dunque: liberista (si legga liberale) sarebbe lasciar fare al mercato il suo corso sotto condizioni legislative valide erga omnes, ferma restando l’inviolabilità dei diritti universali generati dalle “verità autoevidenti” di cui sopra. Appellarsi ora alla libertà d’intrapresa e ora all’«interesse collettivo» per di più ostentando la propria estraneità alla logica del profitto insita nel difendere “solo l’aspetto economico” – somiglia più alla doppiezza dialettica di certo radical-socialismo postsovietico che alla rigorosa applicazione dei dettami liberisti.

                                                                                            
                                                                                              (1.Continua)

Pubblicato il 31/7/2006 alle 14.59 nella rubrica Diario.

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