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La guerra infinita, l'ipocrisia al governo

A diciassette giorni dall’attacco palestinese a Kerem Shalom, al confine con la Striscia di Gaza, le milizie terroriste sciite di Hezbollah, ieri mattina, hanno lanciato un’offensiva contro le postazioni israeliane dislocate alla frontiera con il Libano. L’evidente sincronia tra le due operazioni paramilitari tradisce un connubio strategico di vecchia data tra Hamas e il Partito di Dio, come del resto è stato ampiamente documentato dagli analisti più esperti di dinamiche mediorientali.
Nel corso del primo attacco, condotto da un commando reclutato dal braccio armato dell’attuale partito di governo palestinese, sono rimasti a terra due soldati di Tsahal e ne è stato sequestrato un terzo, Ghilad Shalit, tuttora prigioniero.
L’offensiva di ieri, dal canto suo, ha causato l’uccisione di tre militari e, a seguito dell’immediata controffensiva israeliana, la morte di altri quattro soldati e di due civili libanesi. Stando a quanto sostiene Eliezer Geizi Tsafrir – autore di Labyrinth in Lebanon – in una dichiarazione raccolta da Il Foglio di oggi, “La matrice dell’attacco è la stessa, non la tattica. I palestinesi hanno scavato per diversi mesi un tunnel sotterraneo, utilizzato per entrare in territorio israeliano e attaccare i militari. Hezbollah ha bombardato postazioni israeliane per spostare l’attenzione dal luogo in cui ha compiuto l’incursione. Hamas e Jihad islamico e alcune componenti armate del Fatah sono addestrati da Hezbollah, tra Siria e Iran”.
È della prima mattinata di oggi la notizia del bombardamento di alcuni obiettivi in territorio libanese – tra i quali l’aeroporto di Beirut e la sede televisiva di Hezbollah – ad opera dell’aviazione israeliana. I raid aerei hanno interrotto i collegamenti telefonici tra la capitale e il Sud del paese levantino. Quel ch’è peggio, nel corso del contrattacco israeliano sono morti ventisette civili, tra cui dieci bambini. Il primo ministro libanese, Fuad Siniora, ha convocato le rappresentanze diplomatiche presenti in loco per esortarle a riferire ai propri governi circa un vero e proprio stato di preallarme bellico. Dalle coste libanesi, inoltre, sta partendo un’ondata migratoria di turisti stranieri verso la Siria, dalla quale i “villeggianti profughi” intendono far ritorno ai propri paesi di residenza.
Come sempre, quando si cerca di guardare con un minimo di obiettività alla situazione mediorientale, è assurdo e mistificatorio mettere su un piede di parità i criminosi esiti delle iniziative para-belliche del terrorismo panarabo – assunte da un prepotere transfrontaliero totalmente estraneo ad una formazione minimamente “democratica” del consenso che lo sorregge – e le pur gravissime conseguenze dei “danni collaterali” arrecati da Tsahal all’incolumità delle popolazioni civili che incrociano il suo possente cammino. Perché nelle manovre condotte dall’esercito di un paese democratico – diversamente dalla prassi che contraddistingue l’azione di ogni possibile milizia irregolare, quale che sia il suo grado di stragismo deliberato – l’assassinio di innocenti è l’eccezione, non la regola. E una casistica di “eccezioni” si fronteggia commisurandole adeguate sanzioni penali e disciplinari, come usa negli stati di diritto di cui Israele è un fulgido esempio.
Piuttosto, è la posizione attendista mantenuta dal governo italiano in questo come in altri frangenti di politica estera a destare più d’una perplessità. Perché se il giudizio di Massimo D’Alema sulla “sproporzionata” entità della rappresaglia israeliana di questi giorni fa parte di uno scoperto – ancorché discutibile – gioco al riposizionamento diplomatico sulla mappa delle alleanze postberlusconiane, non può invece trovare giustificazione alcuna l’opportunistica ambiguità che percorre l’atteggiamento dell’esecutivo negli ambiti politici più disparati, dall’economia ai trasporti alle infrastrutture alla diplomazia – per l’appunto. L’«equivicinanza», ormai assurta a cifra distintiva del prodismo teorico e applicato, sta diventando la foglia di fico sotto la cui egida far passare le più avventurose coartazioni ideologiche. I preparativi per il cospicuo drenaggio fiscale escogitato da Vincenzo Visco – non senza la volonterosa complicità di un circuito mediatico assai compiacente – vengono gabellati per meri strumenti accessori alle tanto celebrate “liberalizzazioni” di Bersani, neanche questi ultimi provvedimenti fossero qualcosa di diverso dalla minimale (ma sacrosanta!) cosmesi socio-economica che sono.
Allo stesso modo, l’improntitudine diplomatica dalemian-prodiana sembra davvero volersi spiegare adoperando parole come “equilibrio”, “saggezza” e “pragmatismo”. Il vero volto dello sciatto dilettantismo che fa da sfondo alla sconcertante titubanza del governo in materia di politica estera, invece, emerge da dichiarazioni come quelle rilasciate stamani dal viceministro degli Esteri Ugo Intini (RnP) a RadioDue: la violenza di Hezbollah, a suo dire, non si può addebitare alle autorità libanesi “ufficiali”, che non possono rispondere dell’iniziativa terrorista di alcune schegge impazzite.
Regge? No, non regge: Hezbollah, da formazione partitica strutturata qual è, esprime un nutrito gruppo parlamentare e un membro dell’esecutivo libanese. Dunque appartiene a pieno titolo ad un arco costituzionale riconducibile ad una sovranità chiamata a dotarsi di tutti gli strumenti legislativi, esecutivi e giudiziari atti a preservare la sua legalità interna.
Ma è ovvio come Intini non possa ignorare l’obiezione di cui sopra. Basta leggere i giornali per essere al corrente della frammentazione trasversale che affligge le fragili democrazie arabe. Dunque l’opinione del viceministro appare studiata per inscenare un triste gioco delle parti. Se in economia ci sono il gatto liberista (Bersani), la volpe keynesiana (Visco) e il Lucignolo che distrae le masse (Cento), agli esteri vanno in scena il filoarabo (Intini), l’ultrà amerikana (la Bonino, da un posto di vista solo apparentemente defilato) e il saggio paciere equidistante (D’Alema). Alla fine della fiera, tanto, qualcuno di loro dovrà pure essere nel giusto e poterne menar vanto.
Vecchio il trucco bolscevico, scontato lo sbocco nell’irrilevanza. Ma quel che conta è sopravvivere, con tanti saluti alla politica delle scelte di campo nette.

Pubblicato il 13/7/2006 alle 16.36 nella rubrica Diario.

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