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Padoa-Schioppa VS Bersani: vince la politica

La diversa fascinazione esercitata dai due ultimi provvedimenti assunti dall’esecutivo – cioè la manovrina correttiva da 7 miliardi di Euro e il decreto sulle liberalizzazioni – riflette sul piano dello stimolo intellettuale il differente spessore politico associato al ruolo e alla personalità dei loro rispettivi artefici, vale a dire Tommaso Padoa-Schioppa e Pierluigi Bersani.
Il primo, abile eurocrate prestato all’appianamento del deficit pubblico italiano, somiglia ad una sorta di maxi-commercialista incaricato di calibrare con cura le entrate e le uscite di una immensa partita di giro contabile. Stretto tra le intemperanze di un improbabile neofita dell’economia come Paolo Cento e l’ingombrante eminenza grigia del vetero-keynesiano Vincenzo Visco, l’ex vertice BCE si ritrova ostaggio del rissoso coté partitico che lo ha cooptato nella paralizzante veste di tecnico indipendente. Con tutto ciò che ne consegue sul cabotaggio della sua azione politica, che giocoforza si riduce a piccoli interventi di cassa, ben presentati e sostenuti dalla stampa amica (praticamente tutta quella presente su piazza), ma affatto somiglianti alle manovracce una tantum di tremontiana memoria. Mi riferisco, in particolare, alla rettificata ripartizione sulla platea contributiva dell’IVA e dell’imposta di registro. Quest’ultima, che sostituirà l’IVA per alcune voci di imposizione riguardanti soprattutto le categorie professionali, non è però soggetta alla stessa ampia casistica di esenzione. Come spesso accade, inoltre, la consapevolezza dell’inanità viene esorcizzata colpendo specifiche fasce sociali con castighi fiscal-elettorali ad hoc: i correntisti bancari, con la manovra bis, vengono obbligati ad informatizzare le procedure di deposito e di prelievo, perciò saranno più agevolmente sottoposti ai controlli incrociati della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate. Il che non significherà affatto condurre con maggiore efficacia la tanto sbandierata “lotta all’evasione” (che si combatte ampliando la base imponibile, cioè abbassando contemporaneamente tutte le aliquote marginali), ma solo indurre la gente a stornare dagli istituti di credito i propri introiti in nero, dirottandoli magari all’estero o su mercati immobiliari in debito d’ossigeno montante. Oltre che stendere la rete che in futuro, chissà, potrebbe servire a spazzare il fondale dei beni patrimoniali accumulati dagli italiani.
Di tutt’altro segno è l’appeal trasmesso all’esterno dal Ministro per lo Sviluppo Economico, nuova dicitura con cui usa altisonare il vecchio dicastero dell’Industria. Complici l’intelligenza, la visione strategica e l’intenso rapporto fiduciario che intrattiene con i suoi bacini elettorali di riferimento, Pierluigi Bersani restituisce alla figura del politico puro tutto la sua preminenza rispetto a quella del tecnico specializzato, assai simile al precario assunto con contratto a progetto. Solo chi regge le briglie di un circuito imprenditoriale e produttivo di dimensioni nazionali dietro mandato eminentemente politico, infatti, può farsi carico di lanciare la sfida delle liberalizzazioni ad un’opinione pubblica timida e abitudinaria come quella italiana.
Con le misure anti-protezionistiche appena avviate al dibattito parlamentare – dopo che il centrodestra nostrano, di tutta evidenza più propenso alle reiterate acrobazie contabili che al rispetto della sua ragion politica fondante, ne ha pavidamente trascurato l’introduzione per cinque anni esatti – una discreta quotaparte dell’onere tariffario per i servizi professionali qualificati tornerà a formarsi sul terreno più appropriato, ossia la libera contrattazione tra soggetti acquirenti ed offerenti. Finalmente, dopo secoli di corporativismo a danno della povera gente e del concetto stesso di democrazia, viene compiuto un primo, piccolo passo nella direzione di una società più aperta e libera dal retaggio medievaleggiante delle Arti e delle Corporazioni sottratte al controllo popolare.
Col tempo, la tesi secondo cui l’alta qualità può essere garantita solo tramite dosi – variabili ma imprescindibili – di oligopolio collusivo si mostrerà chiaramente a tutti per quello che è realmente: una mistificazione classista che offende la capacità di giudizio della gente comune. La quale presto potrà passarsi la proprietà di autovetture e ciclomotori senza subire l’infame vessazione dell’esosa gabella da destinare al firmaiolo in giacca e cravatta; comprare medicinali generici al supermercato (ma, ahimé, pagando ancora il farmacista per incartarglieli) e, più in generale, rivolgersi ai professionisti maggiormente capaci di coniugare la qualità e la convenienza. Ciò che implica la mia possibilità, di fronte alle furbizie del solito scadente geometra che marcia sull’economicità del suo onorario, di conservare la committenza privata ribassando a mia esclusiva discrezione le tariffe professionali.
Di fronte agli interessanti scenari che si prospettano con l’avvento di queste migliorie di assoluto rilievo, anziché rilanciare proponendo analoghe misure di tenore ancor più radicale all’indirizzo delle categorie deliberatamente “esentate” dalla nuova mini-riforma, il centrodestra nicchia o, peggio, cerca di speculare sul malcontento di alcuni ceti professionali, che lamentano l’abbattimento dei loro comodi (e antisociali) privilegi di lunga data. Proprio vero che il coraggio, quando manca, non ce lo si può dare. Evidentemente, oltre che per le persone singole, il motto vale anche per i raggruppamenti elettorali: ma che vi voto a fare?

Pubblicato il 3/7/2006 alle 14.17 nella rubrica Diario.

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