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Centrodestra, anno zero

Ieri pomeriggio è infine piombata la terza, devastante tegola sul groppone di un centro-centrodestra ormai in ginocchio. In poco meno di tre mesi elezioni generali, elezioni amministrative e referendum costituzionale hanno emesso verdetti dai contorni sfumati, ma dello stesso inequivocabile segno politico: la Cdl non è più in sintonia con la maggioranza strutturale degli italiani, sempre che lo sia mai stata davvero.
Nel quadro di quest’ultima scoppola, a ciascuna formazione di cui è composta l’alleanza cidiellina spetta una parte di colpa. AN e UdC, come al solito, hanno parlato bene a Roma e razzolato male a livello periferico. È un segreto di Pulcinella, infatti, che i responsabili territoriali dei due partiti a più forte impronta meridionalista della coalizione berlusconiana non abbiano mai mandato giù la revisione in senso federale degli assetti istituzionali. Trovandosi peraltro nelle ambasce di doverne rendere conto al loro elettorato di riferimento, in larga parte espressione del pubblico impiego e del settore primario (ossia i due strati sociali maggiormente fautori di politiche economiche mercantiliste e protezioniste), i militanti nelle truppe casinian-finiane hanno preferito fare buon viso a cattivo gioco una volta di più.
La Lega, a rigor di logica, dovrebbe sciogliersi e/o confluire in Forza Italia. Tanta pluridecennale retorica sul partito “fidelizzato e strutturato” in funzione autonomista trova in un plebiscito centralista e retrogrado la pietra tombale che potrebbe mettere capo alla sua ragion politica. Se lo scopo della Lega Nord – sancito a chiare lettere in calce al suo documento statutario – doveva essere l’introduzione del federalismo a furor di popolo, quest’oggi il popolo ha detto ‘no, grazie’. Pregasi trarne le dovute conclusioni.
Forza Italia, che doveva rappresentare un embrione di quel grande progetto di confluenza della parte variamente moderata, liberale, cattolica e conservatrice del nostro paese in un unico soggetto politico, sta implodendo su tutte le contraddizioni ingenerate dal personalismo antipolitico e privatistico inoculatole dal suo fondatore, sempre sia lodato. Un movimento d’opinione nel quale convivano posizioni che vanno da Baget Bozzo a Cecchi Paone non può sopravvivere a lungo, senza dotarsi di una piattaforma fondativa rispetto alla quale riconoscersi con varie gradazioni di dissenso.
Detto tutto questo, appare evidente il carattere conservatore del voto popolare uscito dalle urne con la consultazione di ieri. Conservatore nell’accezione peggiore del termine, perché punta a mantenere non un ordinamento liberale della vita politica sistematizzata, ma il “non luogo ad emendare” una carta fondamentale espressione dell’azionismo e del cripto-stalinismo più datati, nella quale si rispecchiano solo le velleità da capipopolo malamente imbandite da ristrette élite intellettuali savoiardo-capitoline.
Con ogni probabilità, oggi segna il passo la fisionomia del centrodestra per come l’abbiamo conosciuta durante gli ultimi dodici anni. L’inanità del partito-fisarmonica uscito dal cilindro di un estroso pubblicitario brianzolo, dopo essersi resa protagonista della sua ultima eroica battaglia persa ancor prima di avere inizio, si eclisserà a tutto vantaggio di una riorganizzazione generale del moderatismo italico in chiave morotea. Ossia erede dell’unico modello di aggregazione del non-socialismo nostrano che abbia una minima chance di vittoria contro l’inespugnabile fortezza delimitata dal pentagono cooperative-banche-magistrature-amministrazioni locali-apparati statali a tinte rosse.
Si farà all’italiana: avversari con cui non si può competere in regime di libera concorrenza si affrontano colludendo in duopolio. Con tanti saluti alla società aperta, di tutta evidenza rimasta patrimonio di una esigua cerchia di grafomani sognatori. Senza un’epopea collettiva di pionierismo attivo paragonabile – che so – alla conquista del West, il liberalismo funziona solo come magnete di retorica polverosa su qualche scaffale dimenticato. Ecco cosa ci insegna la parabola della nostra Repubblica fondata su una merce, il lavoro, e non sulla carne viva di chi quella merce domanda ed offre.

Pubblicato il 27/6/2006 alle 10.30 nella rubrica Diario.

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