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Referendum day...compromission day

Mentre scrivo queste righe il referendum confermativo del piano di riforme costituzionali, varato lo scorso Ottobre dall’ormai ex maggioranza di centro-centrodestra, sarà ancora in pieno svolgimento. Non nascondo di trovarmi in forte imbarazzo ideologico nell’affrontare il merito del presente snodo plebiscitario, che se non altro porterà finalmente a conclusione l’interminabile “campionato elettorale nazionale” – protrattosi per quasi un anno – al quale le nostre forze politiche hanno partecipato ricorrendo a toni dall’apocalittico al becero, dall’intellettualmente disonesto all’opportunisticamente accorato.
A suo tempo mi peritai di esporre alcuni motivi di perplessità in merito al testo di legge in queste ore sottoposto a votazione. In breve: troppi poteri per un Primo Ministro eletto contestualmente alla formazione delle assemblee parlamentari; equivoco lessicale sull’istituzione del nuovo Senato cosiddetto “federale”, ma in realtà convocato sulla base di un meccanismo a ripartizione demografica (una testa, un voto) del tutto in contrasto con la regola (uno stato, un rappresentante) che governa l’implementazione delle Camere Alte nelle confederazioni correttamente strutturate. E ancora: l’abolizione del bicameralismo – che pure mi ispira così tanta simpatia a livello epidermico – non provocherà un incremento della già spiccata tendenza a legiferare dei nostri rappresentanti? La vita civile italiana si muove su di un tappeto giuridico sotto al quale sono stati spazzati qualcosa come 250000 (duecentocinquantamila) tra codici, codicilli, commi, leggi, leggine e pandette. Ad oggi, pertanto, ogni nostro spostamento sul quel macroscopico coacervo di restrizioni che ci ritroviamo sotto i piedi rischia di sprofondare nelle sabbie mobili di un moloch normativo contraddittorio e disordinato, ai cui paradossi ciascuno di noi potrebbe un giorno ritrovarsi chiamato a soggiacere. Lo snellimento degli iter parlamentari può davvero garantirci nei confronti di una proliferazione giuridica tanto soverchiante, se già oggi siamo sommersi da un corpus giuridico potenzialmente annichilente?
In altre parole, mi sarei trovato più a mio agio di fronte ad un ventaglio di quesiti adeguatamente “spacchettati”, come accade quasi sempre nel caso dei referendum abrogativi, che consentono agli aventi diritto di misurarsi più liberamente con il merito delle domande poste loro.
Purtroppo, al contrario, ieri pomeriggio mi è passato per le mani un interrogativo secco. La logica binaria, al fine di approvare o meno un “oggetto” preso nella sua interezza e gravato anche da un solo motivo di disapprovazione, mi imponeva il rifiuto in blocco del quesito sottopostomi. Con conseguente NO anche a tutte le innovazioni positive eventualmente introdotte con la riforma, che a mio parere non mancano. Benedette siano la riduzione del numero dei parlamentari (l’autolimitazione dei poteri da parte di una qualsivoglia classe politica, com’è noto sin dall’antichità, costituisce una specie di miracolo), il riaccentramento degli ambiti decisionali in materia di lavori pubblici e di conformità costituzionale delle singole leggi regionali (altro che “Italia spaccata”: qui avviene proprio l’esatto opposto) e la moderatissima devoluzione alle regioni di alcuni comparti legislativi (scuola, sanità e sicurezza territoriale, ahimè senza portafoglio).
Solo che sbaglia Giuliano Ferrara allorché scrive, sull’ultimo numero di Panorama, che questo genere di consultazioni agevola il parteggiare “per null’altro che per un testo riformatore”. Casomai è vero che i referendum di tipo abrogativo facilitano l’opporsi a nient’altro che alla lettera di una determinata legge, senza costringere a troppo soprammercato partigiano ideologizzato. Invece dice bene il direttore de Il Foglio quando, rivolgendosi idealmente agli Oscar Luigi Scalfaro, ai Mario Pirani e ai Giovanni Sartori, asserisce che “non sanno quanto il meglio sia nemico del bene”.
Questo, se vogliamo, è esattamente il bandolo di tutta l’intricata questione. La portata del plebiscito che quest’oggi volge al termine fuoriesce dal ristretto perimetro della semplice conferma di un pacchetto di riforme altamente perfettibili, poiché esonda su territori concettuali assai più ampi e decisivi che non la contingenza normativa di medio-breve longevità. Essi conducono al rifiuto jeffersoniano dell’immobilismo costituzionale, all’affermazione, almeno in linea tendenziale, di principi come il federalismo fiscale (peraltro già contenuto nella Costituzione del ’48) e la gerarchia di governo a moduli decrescenti con la distanza dei gangli istituzionali dall’individuo-cittadino e al ripristino dell’interesse strategico di alcuni grandi ordini di opere pubbliche.
È per questi motivi che ieri ho vergato la mia crocetta sul SÌ, nella speranza che, giunta al termine la stagione degli slogan malmessi e delle grida belluine da scannatoio televisivo, le forze politiche sappiano riguadagnarsi il pane quotidiano tornando a svolgere con serenità e competenza il loro compito precipuo, vale a dire la compensazione in separata (e meno fisicamente “affollata”) sede delle indicazioni fornite dal popolo sovrano.

Pubblicato il 26/6/2006 alle 14.34 nella rubrica Diario.

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