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Pensierini bioetici

Oberato dagli impegni “tesistici”, sbarco la bloggata con una serie di pillole a tutto campo. A voler rimanere sui miei standard di logorrea ce ne sarebbe per redigere altrettante analisi da diecimila battute ciascuna, ma vedo cosa posso fare per condensare in poche righe le mie opinioni sui più scottanti argomenti di discussione emersi durante quest’ultima settimana.
Di che vogliamo parlare? Per stare ai fatti in modo succinto, servirebbe un motto in grado di descrivere appieno la cifra politica del nuovo governo. Per quanto sembra lecito desumere almeno dalle prime fiammeggianti dichiarazioni rilasciate da questo o quel ministro, un buon detto potrebbe essere “can che proclama, non morde”.
Esternazioni di taglio radicale senza pezze d’appoggio concrete nell’iniziativa parlamentare o nell’azione di governo, infatti, non fanno che trasmettere l’enorme debolezza di chi, vistasi preclusa la via del compromesso politico fattivo, può solo limitarsi a galvanizzare i suoi sostenitori più accesi con parole d’ordine ispirate agli ideologismi più astratti e impraticabili.
Il rituale bizantino (e prodianamente cripto-clericale: cattolico nella forma, secolare nella sostanza) tenutosi con il “conclave governativo” umbro, poi, è una formidabile spia delle ansie da prestazione che già affliggono l’amministratore di condominio assiso a Palazzo Chigi, ansie che discendono direttamente proprio dall’eccessiva disinvoltura manifestata da alcuni uomini di governo in sala stampa.
Basti pensare alla decisa sterzata in materia di etica pubblica che si pretende già impressa a partire dagli annunci in salsa zapaterista lanciati dalla trimurti Mussi-Bindi-Turco. Un referendum fallito per mancato quorum, è la tesi del Baffone impegnato a reggere le sorti delle patrie università, non ha valore asseverante. Ora, a parte il fatto che il sottoscritto ha votato SÌ al secondo dei quattro quesiti messi a plebiscito un anno fa e non ritiene perciò la Legge 40 un totem intoccabile, bisogna pur ammettere che un buon 30-35% di quanti allora non si recarono alle urne scelse l’astensione a ragion veduta, consapevolmente. È capzioso dire che “senza quorum, staremmo raccontandoci di un plebiscito a favore dell’abrogazione”, perché, se lo sbarramento sulla platea elettorale non fosse stato in vigore, sarebbe sicuramente aumentato il numero di NO. Grosso errore dei fautori della Legge 40, casomai, è non aver tenuto nemmeno lontanamente in considerazione la possibilità (plausibilissima) che l’eccezionalismo culturale italiano potesse permettere di far vincere il sostegno attivo ad una legge che – limite dei tre embrioni a parte – costituisce un precedente di assoluto rilievo nel panorama legislativo occidentale.
Finalmente all’oltranzismo degli ultrà utilitaristi e materialisti si è opposto il tentativo di contemperare con intelligenza ed equilibrio le esigenze etiche espresse da un corpo sociale moralmente molto diversificato. La Legge 40 non “vieta” affatto la fecondazione assistita, ma ne regolamenta l’accesso con riguardo alle molteplici sensibilità di tutta la base contribuente che finanzia con le sue tasse il sistema sanitario nazionale. Il divieto all’eterologa rappresenta un’indebita ingerenza nelle scelte che taluni ritengono di poter prendere, senza per questo arrecare alcun danno di sorta al prossimo? Sarebbe vero se l’eterologa che certi “libertari” hanno in mente non contemplasse l’anonimato del donatore esterno, che impone ad un soggetto inerme (il concepito) di subire una mutilazione della sua identità biologica.
Molti sedicenti liberali sposano un concetto di “contratto bilaterale” invero piuttosto singolare, specie nei confronti di soggetti lasciati alla mercé dell’arbitrio tecnoscientifico solo perché non confacenti al metro di “utilità” che tanto efficientismo neoclassicista vorrebbe contrabbandare come “minimo etico”.
Col tempo, la totipotenza staminale – e qui chiudo la prima, lunga controargomentazione – si dimostrerà per quello che è: una chimera irraggiungibile alla stregua del moto perpetuo in fisica o della fusione fredda in chimica. Ottime prospettive terapeutiche si sono aperte (e continuano ad aprirsi) grazie alle staminali somatiche; osservando poi che, alle viste, si profila la possibilità di “riprogrammare” le cellule adulte ad agglomerati biologicamente analoghi a quelli embrionali, ci si fa un’idea di quanto l’accanimento occisivo sugli embrioni inermi sia solo conseguenza di un ingiustificato irrigidimento ideologico.
Detto questo, Mussi che fa? Propone una legge? No, l’abbiamo detto, è debole, ha la Binetti attaccata al groppone. Per cui sceglie l’iniziativa ad effetto: ritiro del sostegno italiano ad una dichiarazione etica priva di valore legale, gran polverone polemico sulla carta stampata, ma impianto normativo invariato. Però, diamine, che coraggio i nostri bravi ministri democratici, si mormorano i compagni stravaccati alla Casa del Popolo.
Per le micro-sparate della Bindi in tema di PACS valgono le stesse considerazioni. La disciplina legislativa delle coppie di fatto non può limitarsi alla sola sfera privata, dice il neoministro delle politiche familiari. E qui bisognerebbe capirsi: se la Bindi intende dire che, oltre al diritto privato, un riordino delle norme in materia dovrebbe investire anche il codice civile e il diritto amministrativo, mi trova d’accordo. Personalmente ritengo che tutto questo bailamme – ideologico, tanto per cambiare – attorno al riconoscimento delle coppie di fatto etero ed omosessuali si debba risolvere ampliando la sfera delle libertà contrattuali, permettendo a chiunque ne faccia richiesta davanti ad un notaio di stipulare accordi di convivenza personalizzati, con rilievo giuridico anche nei confronti dell’autorità amministrativa.
Si tratterebbe dunque, secondo me, di saper allargare il perimetro normativo delle leggi che informano il diritto societario.
Altro discorso sarebbe se la Rosaria nazionale volesse sostenere la necessità di sanzionare pubblicamente qualsiasi scambio di promesse affettive pronunciato more uxorio. In tal caso, avrebbero ragione da vendere quanti denunciano i PACS come la mistificazione di un “piccolo matrimonio”. Ciò genererebbe conseguenze immediate sull’accesso ai benefici previdenziali da parte dei contraenti, i quali potrebbero disporre anche di risorse pensionistiche stornate dalla ripartizione pregressa. Assistenzialismo allo stato puro elargito a nuovi strati sociali questuanti, quindi, con l’aggravante dell’ingiustificata redistribuzione sotto il profilo della filosofia giuridica. Molti dei vantaggi fiscali e amministrativi accordati alla famiglia naturale, è bene ricordarlo, rappresentano il controvalore che la collettività riconosce all’impegno coniugale di armonizzare la propria potenzialità procreativa. In altre parole, si tratta di una specie di “ringraziamento” per aver scelto di sacrificare alcune “quote” della propria libertà individuale al superiore interesse di pro-creare e di crescere figli tutelati sul piano genealogico, ereditario ed educativo – almeno come prima intenzione, ovvio. La normalizzazione di altre forme di convivenza o di condivisione affettiva non può prescindere da tale peculiare distinzione: la famiglia naturale preesiste alle leggi scritte (ed eventualmente sceglie di conformarsi ad esse per spirito civile), tutto il resto discende dall’architettura di diritti e doveri positivi di cui il potere costituito ha deciso di dotarsi per normare i rapporti tra individui associati. Ecco perché la cointestazione di fondi pensione in conto capitale, la prelazione clinica, i permessi sul lavoro per gravi e documentati motivi, il testamento olografo e quant’altro attenga alla sfera delle libertà individuali va riconosciuto a tutti, mentre l’assistenza pubblica al coniugio – che remunera peculiari “esternalità positive” del matrimonio eterosessuale – assolutamente no.
Capitolo RU486. Anche il ministro Turco indulge alla diceria secondo cui si tratterebbe di un’opzione abortiva particolarmente efficace e indolore, discreta e mininvasiva quanto basta per preferirla all’ospedalizzazione. Fosse così – dopo qualche ritocco alla legge 194, laddove afferma che l’interruzione di gravidanza va eseguita solo all’interno di strutture pubbliche – sarei favorevole anch’io alla rapida introduzione e commercializzazione del farmaco tanto discusso. Solo che si tratta, per l’appunto, di dicerie. Il “bisogno di analgesia”, tanto per citare un ginecologo poco sospettabile di simpatie clericali come Silvio Viale, cresce ragguardevolmente passando dalle procedure chirurgiche all’assunzione della pillola. Sanguinamenti, nausee e forti dolori addominali si susseguono per molte settimane dopo l’aborto. Senza contare che approfondite indagini svolte dalla Food and Drug Administration americana dimostrano che l’incidenza di shock settici e di infezioni virali, in seguito all’utilizzo della RU486, eleva di dieci volte il rischio di morte riscontrato con questa metodologia rispetto a tutte le altre disponibili. Pare inoltre che la procedura di introduzione del mifepristone sul mercato statunitense sia stata condotta in modo assai poco ortodosso dalle autorità preposte, pur di ubbidire con sollecitudine alle pressioni politiche che all’epoca (era il 1993) fioccavano dall’amministrazione Clinton. Il mio sospetto è che la pillola abortiva fornisca un comodo alibi ai molti ginecologi che sperano di potersi liberare dall’assillo dell’ivg ospedaliera senza dover pagare pedaggio all’obiezione di coscienza. Poco altro da aggiungere: il miglior metodo per abortire, sempre che si debba proprio farlo, rimane il Karman (aspirazione).
Ohi, altro che “pillole”, qui sto imperversando senza ritegno. Allora i pensierini sulla politica “bruta” me li tengo per il prossimo giro!

Pubblicato il 7/6/2006 alle 15.18 nella rubrica Diario.

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