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La lussazione

Le conseguenze di certi gagliardi tentativi di “spallata” si giudicano in base al luogo fisico in cui ci si ritrova a tirarne le somme. E se quel “luogo” è un pronto soccorso, significa che la carica spintonatrice si è risolta in una prognosi (ortopedica) riservata.
A meno di clamorose smentite dell’ultimo minuto, è già possibile azzardare qualche commento ai risultati delle amministrative. Innanzitutto, un interrogativo di ordine strategico che mi assilla sin dalle Politiche di quasi due mesi fa: perché l’istinto suicida della Cdl si è spinto fino a indire tornate elettorali separate per i suffragi in calendario questa primavera? Come mai a Giuseppe Pisanu – responsabile degli Interni fino al recente cambio della guardia a Palazzo Chigi, dunque supervisore capo dello scadenzario politico di quest’anno – non è venuto in mente che alla scarsa militanza “municipale” dell’elettorato polista si sarebbe potuto ovviare convocando un Election Day per il 9 e 10 Aprile?
Domande che rimarranno inevase, o – peggio – rintuzzate appellandosi agli inevitabili rallentamenti che, in caso di accorpamento, si sarebbero profilati durante le operazioni di spoglio. Poveri scrutatori sfruttati.
Si conferma trionfante anche stavolta una cultura profondamente retrograda del governo degli enti locali. Il voto di scambio di marca assistenzialista la fa da padrone pressoché ovunque, contrabbandato – e conformemente percepito da ampi strati dell’elettorato – come esemplificazione strumentale della “grande politica”, almeno a giudicare da come tale espressione viene riempita di significato a livello amministrativo. Il politico capace, in altre parole, è ritenuto colui che si incunea tra le disparità sociali e le livella interferendo con la dispersione del reddito, allestendo pesanti cartelli clientelari in grado di stornare risorse da certi serbatoi tributari (situati per lo più nelle tasche del blocco elettorale avverso) verso bacini di consenso apoditticamente e arbitrariamente considerati “bisognosi” di un trattamento di favore. Valutazioni, le mie, che spiegano in larga misura i dati relativi a Roma e a Napoli, ma anche alla Sicilia dei “padroncini di voti” Cuffaro, Lombardo e Musumeci. Senza contare la fortissima implementazione che, con la vittoria di Prodi, questo paradigma di governo godrà a tutti i piani di potere: molte realtà territoriali si vedono amministrate da un monocolore politico (rossiccio) a cominciare dal sindaco fino ad arrivare al premier, con tutta la catena di controllo centrata sul comparaggio assistenziale appena descritto. Meno severo il mio giudizio su Sergio Chiamparino, una brava persona che si è ampiamente meritata la nettissima riconferma a primo cittadino di Torino.
Molti elettori di centrodestra non sono interessati a scegliere tra due diverse forme di prodigalità demagogica, per cui disertano le urne almeno finché non possono optare per l’austerità di bilancio applicata e continuamente riproposta da Berlusconi in persona – anche se, in cinque anni di governo, tanta enfasi risparmiatrice ha fatto capolino solo a livello periferico, cioè là dove allignano sindaci perlopiù sinistrorsi. Forse la Moratti ha insistito troppo sulla “discontinuità” rispetto alla gestione di Alberini, sindaco magari sopravvalutato ma capace, mediante l’esternalizzazione di molti capitoli di spesa comunale, di toccare le corde più sensibili di una città dall’animo profondamente liberale – e quindi attenta alla parsimonia con cui si maneggiano i pubblici denari.
Strappa un sorriso amaro, poi, la strabica partigianeria degli organi di stampa nel fornire un quadro complessivo di queste consultazioni: la Borsellino, con uno striminzito 42% in Sicilia, avrebbe riscosso un “fortissimo risultato” mentre Gianni Alemanno, con gli stessi identici numeri a Roma, si sarebbe buscato una scoppola.
La candida ingenuità di un centro-centrodestra che si illude di poter davvero ottenere una “rivincita” sul terreno, notoriamente sfavorevole, delle amministrazioni locali non cessa di allarmare quanti si aspettano – da anni! – che il berlusconismo, da geniale rimedio estemporaneo contro un golpe politico-giudiziario, si elevi a fonte battesimale di ciò che in Italia latita da sempre: una moderna destra liberalconservatrice che sappia federare le molte anime del moderatismo sparpagliato lungo quella oblunga “nazione” che, in teoria, dovrebbe essere la nostra.

Pubblicato il 30/5/2006 alle 10.35 nella rubrica Diario.

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