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Il Codice Da Vinci - Il film

Quello che penso – cioè praticamente tutto il peggio possibile – dell’arcinoto bestseller indovinato da Dan Brown e dal suo valente codazzo di editor e di promoter l’ho già messo per iscritto qui. Siccome le mie opinioni sull’argomento non sono cambiate di una virgola rispetto a quando lessi il chiacchierato romanzo per la prima (e unica) volta, mi asterrò severamente dall’approfondire di nuovo il mio punto di vista circa il rumoroso “caso letterario” fiorito accanto al Codice Da Vinci, o a proposito del massiccio risveglio gnostico-massonico del quale questo oggetto di culto – come del resto molti altri suoi parenti stretti – è indubbiamente uno degli epifenomeni più rilevanti. Molto brevemente: l’intera struttura narrativa costruita attorno alle peripezie notturne di Robert Langdon e di Sophie Noveau sulle due sponde della Manica, in effetti, si dimostra null’altro che un’infilata di pretestuosissimi colpi di scena messa in capo ad un risibile seminario fantareligioso itinerante. Morale della favoletta anticattolica: per prevenire i settarismi di ogni ordine e grado, meglio confidare nello spiritualismo fai-da-te e rifiutare il pedaggio che l’appartenenza alle consuete religioni “fallocratiche” finisce sempre per farsi pagare in termini di autonomia individuale e di rispetto per i “diversi”.
Dietro contenuti astutamente gabellati come “iniziatici” laddove, al contrario, costituiscono sin dal tardo Settecento materia polemica di pronta fruibilità per chiunque vi manifesti propensione, si snoda per giunta una vicenda di fattura dozzinale e poco credibile ma – e qui stiamo finalmente al punto – scopertamente predisposta all’adattamento cinematografico. Il testo originale, infatti, possiede già la fisionomia di una vera e propria sceneggiatura, sia pure in senso lato finché si vuole. Qualche traslato sintattico qua e là (spiegazioni a parole che diventano racconto visivo, per esempio) e il gioco, in teoria, dovrebbe venire da solo. È proprio questa presunzione di fondo, in fin dei conti, che impedisce al Codice Da Vinci di funzionare compiutamente. Uno script assalito da frequenti raptus di pigrizia (per l’esiguo sforzo profuso nel perfezionamento delle principali svolte tramiche del libro) e di ridondanza (a causa dell’abuso di inessenziali digressioni sul passato dei protagonisti) fa il paio con una regia accademica (cioè scontata) e irrigidita su manierismi alla penultima moda. Così, mentre il più accreditato ispettore di Francia continua ad accusare il lancio della saponetta satellitare, scopriamo che il buon Langdon – caduto nel pozzo sotto casa ancora pargoletto – soffre di una fortissima claustrofobia, il cui ricordo affiora da un tripudio di flashback privi di sbocco. Ron Howard, poi, di tutta evidenza deve ritenere molto incisivo marcare l’operosità neuronale dell’iconologo alle prese con le tangibili proiezioni del suo cogitare che, tassello dopo tassello, si illuminano d’arguzia e prendono progressivamente forma. Manca poco che la tomba di Newton si trasformi in un planetario semovente. Tra gli interpreti, inoltre, spiccano il tonfo di un’inguardabile Audrey Tatou e la prova glaciale del solitamente empatico Tom Hanks. E lo slancio istrionico del grande Ian McKellen non è tenuto sotto controllo come dovrebbe. Malgrado le grosse pecche sopra elencate, tuttavia, il giudizio su questo film non può prescindere dal tenore dell’aspettativa che questa (annunciata) trasposizione ha voluto e saputo alimentare nel pubblico a cui si rivolge. Voler andare troppo sul lezioso nel valutare la resa di un progetto di intrattenimento pop rischia di far perdere di vista i motivi per cui il prodotto finito – dati di incasso alla mano – incontra un così diffuso gradimento. E allora bisogna riconoscere che l’azione d’insieme scorre con una certa fluidità – almeno finché il film non si inerpica nella prolissa mezzora conclusiva – permettendo così di ignorarne gli snodi più forzati e, nel contempo, di (re)immergersi nella suggestiva complicità con un plot magari non sopraffino, ma capace di far sentire il lettore/spettatore occasionale molto “in” a buon mercato. In altre parole, il Da Vinci Code filmico riesce a riprodurre l’alchimia che ha fatto le fortune della sua controparte cartacea, proprio mantenendo intatta l’aurea mediocritas che accomuna le due versioni dell’opera. Qualche buono spunto, dopo tutto, non manca: il preludio all’incontro con Teabing, nel film, dimostra qualche minimo sforzo di “asciugatura” della trama libresca (la simulata fuga in Belgio, uno dei frangenti più infelici del romanzo, qui viene liquidata in pochi secondi) e il tema principale della colonna sonora, soprattutto durante un paio delle già citate sequenze “mentali” in stile Beautiful Mind, ispessisce con discreta efficacia i momenti topici della pellicola. Dopodiché, come torno a ribadire, siamo ben lungi dallo stato dell’arte visiva – meno che mai di quella letteraria. Ma le ragioni del grande successo riscosso da questa storiella convergono sul bisogno di narrazione che l’uomo, anche quello più umile, da sempre avverte come parte integrante delle sue esigenze di base. C’è chi giustamente ha detto che mentre certi capolavori della letteratura, per essere digeriti a dovere, richiedono la lettura di almeno altri cinquanta importanti libri, per apprezzare Il Codice Da Vinci occorre non averne letti altrettanti. Il secondo requisito, assai più frequente a verificarsi del primo, facilita però il soggettivo coinvolgimento in una narrazione che respira anche dopo essersi conclusa e che vivifica l’esperienza personale del lettore – giocando sull’equivoco e sull’illazione, ma anche sull’appagamento di una procurata curiosità – rimettendo ad essa il prosieguo di un’avventura verosimilmente tuttora in corso. Che illude di sottrarsi al grigiore quotidiano collaborando in prima persona a smascherare un’impostura di massa.
Desta casomai un certo postmoderno disincanto constatare come, da sola, la storia di Gesù – cioè dell’Uomo propriamente detto – non sappia più calamitare la stessa semplicità popolare di cui s’approfittano certi scaltri mestatori di esoterismo low cost.

Sullo stesso film: Gli SpietatiColinmckenzie e Fausto Carioti

Pubblicato il 22/5/2006 alle 12.14 nella rubrica Diario.

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