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Mimmu 'u Gurdasigilli/Un tuffo nel passato

Clemente Mastella, per gli amici Mimmo, raccoglie quest’oggi ciò che i suoi manutengoli dislocati a Palazzo Madama avevano seminato all’indomani dell’adunata parlamentare, semplicemente indirizzando in primissima battuta a tal “Francesco Marini” i loro tre suffragi valevoli per l’elezione del Presidente del Senato. Minghia picciotti, provaste a farci ‘u sgarru: l’avvertimento preventivo di guardiania dev’essere passato liscio come il buffetto d’un padrino, se l’intimidazione ha fruttato al ducetto dell’Udeur non già il pur rilevante dicastero “mediano” della Difesa, ma addirittura il più alto scranno assiso in quel di Via Arenula. Un partitino che porta in dote una percentuale di voti popolari inchiodata sotto il 2%, quindi, riscuote pro domo sua un bottino ministeriale decisamente sovradimensionato rispetto al suo effettivo peso politico. Potenza del centrismo fluttuante: bastano tre voti infilati là nel mezzo, per poter minacciare la precarizzazione di tutta la quotidianità legislativa nei mesi (o anni...) a venire.
La risultante dei singoli apporti "pesati" entro la compagine unionista ha prodotto anche altre anomalie degne di nota. Di Pietro, leader di una formazione anch’essa “minore” ma senz’altro più corposa della truppa mastellata, ottiene per sé il Ministero delle Infrastrutture, per l’occasione scorporato dai Trasporti. La Rosa nel Pugno, poi, forte di un 2,6% che, in teoria, le permetterebbe di guardare dall’alto in basso i due cespugli appena citati, rimedia la miseria di un ministero senza portafoglio. Non potendo agitare lo spettro di ribaltini di sorta – anche se l’appetito pannelliano, in tal senso, non mancherebbe affatto –, evidentemente alla neonata confluenza radicalsocialista tocca un mero attestato di presenza.
Ma, più in generale, il cambio della guardia a Palazzo Chigi genera la fortissima impressione di un geometrico ritorno alle prassi consolidatesi durante la Prima Repubblica, nel corso della quale l’attribuzione degli incarichi esecutivi non si attardava certo sul piano cartesiano definito dai meriti personali in ascissa e dal peso politico in ordinata, ma ruotava attorno al minuzioso riempimento di un casellario lottizzato in base a logiche spartitorie da mercato rionale. La riforma Bassanini, che intendeva semplificare la composizione delle diramazioni di governo, cinque anni or sono venne disattesa anche dal fu premier Berlusconi, prodigo di ridondanti dicasteri “per l’attuazione del programma di Governo” o “per gli italiani nel Mondo”. Verrebbe da dire che le numerose critiche fioccate allora, tutte variamente accodate al dispiacere ulivista per la mancata applicazione di una buona riforma ideata da un illustre esponente diessino, si ritorcono contro l’attuale organigramma governativo moltiplicate per dieci. Un colpo al cerchio euro-tecnocratico – con la scontatissima nomina di Tommaso Padoa-Schioppa all’Economia – fa il paio con uno alla botte politicistica – con l’istituzione dell’inedito Ministero per lo Sviluppo  Economico (ex Attività Produttive) a vantaggio del quotato stratega Pierluigi Bersani. Va bene la qualità a scapito della bottega, ma fino a un certo punto, che diamine. L’Università a uno che si chiama Mussi, inoltre, qui nel veronese – dove i “mussi” sono i somari – non mancherà di suscitare ilarità. La proliferazione delle nomine senza portafoglio al femminile, infine, sicuramente offrirà a qualche fregolo politically correct il destro per menare vanto di un’improbabile riguardo tutto progressista al “femminismo istituzionale”, così negletto in quest’ultimo lustro di malcelato machismo destrorso. Peccato che l’unico ministero davvero di rilievo assegnato ad una donna dal presidente Prodi, in realtà, sia quello della Salute affidato a Livia Turco: gli altri cinque dicasteri costituiranno titoli di riconoscimento assolutamente pleonastici, com’è normale per le cariche politiche prive di capitolati di bilancio. Alla fine dei conti, era molto più “rosa” – perché maggiormente responsabilizzante – la ridotta Istruzione-Pari Opportunità conferita dal Cav. rispettivamente alla Moratti e alla Prestigiacomo. La tripartizione del Welfare in Lavoro, Famiglia e Solidarietà Sociale completa il quadro.
25 ministri contro i 24 del Berlusconi III si prestano a diverse letture, per la verità. Perché, se le proporzioni aritmetiche non sono un’opinione, stanti questi numeri comparati, a suo tempo Berlusconi (capo di una coalizione formata da quattro partiti) avrebbe dovuto farsi bastare non più di venti nomine. Ma la critica di “cencellismo” non può che accrescersi, quando a cadere nello stesso errore rimproverato agli avversari di ieri sono i protagonisti di oggi. Forse il mio tono polemico trova amplificazione nel dispiacere per la forzosa sostituzione di tre persone coraggiose e intelligenti come Martino, Maroni e la Moratti con un quintetto di residuati togliattian-demitiani come Parisi, la Bindi, Damiano, Ferrero e Fioroni. Ma non illudetevi: nella migliore delle ipotesi costoro resteranno solo i tre anni necessari ai neoeletti per accedere all’indennità parlamentare vitalizia, anche se nutro fondati motivi per ritenere che questo sia un governo destinato a coprire l’intero arco della sua legislatura di spettanza.

Pubblicato il 17/5/2006 alle 15.53 nella rubrica Diario.

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