Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

La Signora delle contumelie

L’altroieri la Juve si è aggiudicata il suo ventinovesimo scudetto. Data la freschissima deflagrazione dello scandalo intercettazioni, ogni giudizio di merito sull’attribuzione del tricolore ai bianconeri entra come un maremoto nel sottocosta delle acque spente, cozza contro un simbolico frangiflutti e si divide in due. Le intimidazioni di stampo camorristico perpetrate dalla trimurti Moggi-Giraudo-Bettega, qualora dimostrate al di là di ogni ragionevole dubbio, si concentrerebbero nella parte distruttiva dell’onda marina, che l’ingegno applicato alla civile convivenza si perita di respingere anche a costo di dover deturpare il litorale. I meriti sportivi guadagnati dalla Vecchia Signora sul campo, invece, appartengono alla frazione d’onda che deve poter attraversare ogni barriera e spingersi fino a riva, affinché i bacini costieri rimangano abbastanza mossi da non trasformarsi in sentine imputridite.
Fuor di metafora: la prassi giuridica, a ben vedere, esiste per garantire alla collettività la meticolosa separazione del grano dal loglio in sede processuale, unica alternativa all’indiscriminato penzolar di forche. Insomma, va bene chiarire eventuali irregolarità a beneficio della trasparenza agonistica, ma non al prezzo del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Ancor più fuori di metafora: non vorremo davvero inoculare la famigerata mutazione del moralismo nota come “giustizialismo” – benché, in questa come in molte altre circostanze, sia più corretto l’uso del termine purismo – anche nelle arterie del calcio giocato? Non vorremo davvero condannare anche il pallone, dopo la politica, al doppio canone morale per cui le professioni di verginità coram populo abbondano sulla bocca delle zambracche?
Dice che la consorteria juventina, espressione calcistica dello strapotere (conf)industriale torinese, ha ripetutamente condizionato a suo favore l’andamento delle ultime due stagioni di campionato giocando sulla sudditanza psicologica della categoria arbitrale, alimentata – pare – con metodi alquanto baffuti (si parla addirittura di un sequestro di persona ai danni del reprobo arbitro Paparesta). Ah, viene da rispondere, benvenuti. Di grazia, dove avete mantenuto la vostra residenza legale nell’ultimo centinaio d’anni? Trenta scudetti entro i patri confini con un palmares internazionale ridotto a qualche coppetta striminzita – una delle quali incamerata a tavolino sotto gli insanguinati spalti dell’Heysel – non vi hanno mai fatto insospettire prima d’ora?
Milanista pentito semi-riconvertito a simpatie “chieveggiare” (a proposito: bravissimi, ragazzi!), non mi nascondo dietro un dito. Sarebbe specioso ostentare scandalo in seguito all’occasionale “scoperta” di costumanze arcinote e plurichiacchierate in ogni osteria che si rispetti da – almeno! – un secolo a questa parte. E pur non essendo un neoclassicista o un materialista – non ritenendo, cioè, che siano le regole e le convenzioni a modellare un ethos e una morale “previsionali” –, credo tuttavia che gli accorgimenti in grado di garantire la trasparenza nel calcio siano alla portata dell’intelligenza pratica di chiunque, esattamente come lo erano i rimedi per sanare il diffuso malcostume politico che imperversava sfacciatamente (anziché pudicamente, com’è avvenuto da allora in avanti) fino al biennio ’92-’93. Sorteggio integrale e playoff (ma assolutamente non la moviola in campo) da un lato, maggioritario uninominale dall’altro. Previa acquisizione di una coscienza collettiva, sarebbero rimedi di una banalità estrema. Solo che qui casca l’asino: in un sistema di illegalità dilagante, l’illecito comunemente accettato per “fluidificare” un farraginoso sistema di regole cartacee – a torto o a ragione ritenute semplici chimere per i gonzi che ci credono – non può diventare la scusa per colpire questo o quel bersaglio di comodo quando la misura è colma, per di più a discrezione degli organismi autoreferenziali di vigilanza che, immancabilmente, entrano in gioco in circostanze del genere.
Vediamo di intenderci: poche cose al mondo mi irritano come il compassato sussiego che permea il cosiddetto “stile Juve”, cioè l’odioso atteggiamento di chi accoglie l’ennesima vittoria con la facile preveggenza del corruttore di vaglia e le conseguenti critiche col disprezzo imparato alla corte del Marchese del Grillo (della serie: “Io so’ io e voi nun siete ‘n cazzo”). Ma gli andazzi, per imporsi come tali, devono per forza soddisfare le esigenze di almeno la metà più uno degli interessati coinvolti. Future condanne, se mai vi saranno, non potranno non tenere conto di tale evidenza – e risparmiarsi dunque qualsiasi ipocrita tentazione di rivalsa retroattiva. Pertanto niente golose spartizioni sul dorso del cadavere, gli scudetti passati rimangono dove sono. Se del caso, si proceda ad infiggere penalità per il “qui e dopo”: la serie B in questo senso è catartica, laddove parlo per diretta esperienza da tifoso rossonero/gialloblu.

Pubblicato il 16/5/2006 alle 11.52 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web