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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Liberalizzazioni:
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#1  #2


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#1  #2  #3


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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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27 dicembre 2006

Invito alla lettura di Tolkien

di Emilia Lodigiani
Mursia, 204 pp., € 9,50


“Desideravo i draghi con tutto il mio cuore”
J. R. R. Tolkien


Con il fisiologico sopirsi del clamore (multi)mediatico che ha accompagnato l’uscita e lo straordinario successo della trasposizione cinematografica de Il Signore degli Anelli, il riflusso dell’alta marea editoriale cresciuta durante la seconda giovinezza della Terra di Mezzo permette, da un lato, di valutare quali contributi critici si siano dimostrati abbastanza consistenti da rimanere a riva e, dall’altro, di stabilire una gerarchia di valore tra le più quotate pubblicazioni succedutesi nel comune proposito di “introdurre a Tolkien”.
Non deve sorprendere se, nel vasto mercato dei commentari tolkieniani, una pietra miliare di prima grandezza è tuttora rappresentata dalla presente monografia, redatta nel 1982 da Emilia Lodigiani. Pur avendo anticipato di una ventina d’anni la Tolkien-mania di celluloide, infatti, questo Invito ha fissato per primo il canone d’approccio che meglio si addice all’inquadramento “specialistico” della poietica tolkieniana, ossia la competente applicazione delle metodologie analitico-documentali all’esclusiva portata degli studiosi di scienze umane. Tutta la pubblicistica specifica successiva, fiorita a margine degli sfracelli dei film di Peter Jackson al botteghino, è quasi sempre caratterizzata dal taglio perlopiù generalista che è usuale conferire alla copertura editoriale dei fenomeni di costume in pieno fermento. Ma tra una sezione dedicata alle fanfiction (racconti brevi dei fan ispirati all’opera del loro beniamino), un’altra riservata ai cosplay (le sfilate a tema in costume) e qualche avventuroso accostamento topico (frequentissimo quello tra Tolkien e George Lucas, per esempio), molte delle pubblicazioni italiane più recenti garantiscono anche il doveroso apporto di critica letteraria strettamente intesa, ovunque secondo modalità assertive in forte debito di emulazione con il lavoro svolto dalla Lodigiani.
Nel volumetto scritto dalla fondatrice di Iperborea acquistano centralità l’esame approfondito dell’opera tolkieniana, con particolare riguardo ai suoi temi portanti tipicamente novecenteschi, e uno scrupoloso riepilogo delle fonti mitologiche di cui Tolkien si riteneva un moderno compilatore. Il corretto posizionamento politico-ideologico del professore oxoniense o il suo rapporto con una pluralità di voci critiche la più polifonica possibile, rispettivamente fili conduttori di due ottimi esempi di “tolkienismo corsaro” quali La Verità su Tolkien e Uno Sguardo fino al Mare, vengono sbrigati alla stregua di problematiche secondarie, come si evince anche dal numero di pagine (circa un quarto del totale) occupate da tali motivi. In merito al primo, ci si limita a ricordare l’appartenenza di Tolkien al pittoresco club letterario degli Inklings (gli imbrattacarte, volendo tradurre un po’ liberamente). Questo “Parnaso Inglese”, come alcuni biografi hanno definito gli Inklings, non costituì una cerchia artistica unitaria, in quanto furono molto poche le influenze reciproche tra i suoi membri. Tuttavia si può parlare di una comune visione filosofica di fondo, come spiega l’autrice: “una cultura che rivela un certo carattere revivalistico, con le sue nostalgie-utopie, le sue ricerche di mitologie e cosmogonie remote che incarnino quelle verità eterne che sole danno senso alla storia umana. Borghesi, non amano il progressismo materialista della propria classe, non si riconoscono nel mondo presente, ma rifuggono dalla politica e dalla scienza come forze trasformatrici: cercano una terza via, quella dell’arte, per restituire a una società decadente l’equilibrio perduto. [...] La base filosofica latente è il neoplatonismo in una delle sue tante reviviscenze e la forma da loro adottata è quella di cristianesimo romantico [...]. Conservatori, ma non reazionari, generalmente poco coerenti nelle loro utopie, sognano un mondo senza conflitti di classe, dove ogni individuo ha un compito ben definito all’interno della società (un mondo di artigiani, forse) e dove l’arte può ritornare a fornire il legame spezzato tra l’umanità e Dio”.
Dal canto suo, il breve capitolo conclusivo La Critica passa in rivista il reference bibliografico disponibile all’epoca della prima redazione, che dopo quasi venticinque anni di invecchiamento esibisce una comprensibile obsolescenza. Ciononostante la Lodigiani apre quest’ultima sezione con un cappello introduttivo contenente alcune perspicaci osservazioni sul perché della scarsa affinità tra Tolkien e il contesto culturale italico e, più in generale, neolatino: “non abbiamo una radicata tradizione di letteratura di fantasia né passata né recente: l’Ariosto, forse unica grande eccezione, è allo stesso tempo sintomatico del nostro atteggiamento congenito verso il fantastico e il meraviglioso: il suo poema cavalleresco è in chiave ironico-parodistica; e perfino nel mondo delle nostre fiabe tradizionali (si veda ad esempio la raccolta Fiabe Italiane curata da Calvino), il salto nel fantastico avviene sempre (quando avviene) attraverso l’esagerazione, l’assurdo, il comico, con una sottintesa e ammiccante incredulità verso ciò che si sta raccontando. Abituati alla canzonatura, alla farsa e alla risata, siamo un po’ imbarazzati nell’accettare la serietà di un’invenzione fantastica che ha invece alle sue spalle un’ininterrotta tradizione letteraria”.
Evasi gli aspetti laterali del “fenomeno Tolkien”, la Lodigiani estrae i ferri del mestiere. Ed esplora la produzione tolkieniana nel suo complesso, isolandone i nodi simbolici e le aree tematiche di maggior interesse, per riagganciarsi infine alle fonti mitologiche anglosassoni e scandinave che il genio linguistico dell’Emeritus Fellow ha saputo attualizzare e ridurre a nuova unità.
L’analisi comparata delle opere minori (vale a dire Albero e Foglia e i “tre divertimenti” Il Cacciatore di Draghi, Le Avventure di Tom Bombadil e Le Lettere di Babbo Natale) serve a delineare con estrema chiarezza la cifra stilistica e la concezione dell’arte caratteristiche di Tolkien. “L’artista diventa «Incantatore», ricco del potere magico della parola. [...] «Eppure la sua potenza, per quanto egli la creda grande, non è in nessun modo arbitraria e illimitata. Egli la può tenere soltanto finché si conformi strettamente alle regole della sua arte o a quelle che si potrebbero chiamare le leggi della natura come sono da lui concepite». Così Fraser nel Ramo d’Oro descrive il potere del mago presso i popoli primitivi, descrizione che equivale a quella che Tolkien dà dello scrittore; [...] e così è nel mondo della poesia. «In principio era il Verbo»: la parola è all’origine di tutte le cose e il suo potere resta il più assoluto ed eterno. [...] La parola distingue l’uomo dalle altre creature e lo avvicina al suo Fattore, dandogli a sua volta la possibilità di creare, di dar vita alla materia, proprio come Dio ha spirato il suo soffio immortale nell’inerte argilla rendendola «un’anima vivente»: «Creiamo secondo la legge che ci ha creato». [...] «Ristoro, Evasione e Gioia» [...] sono i doni che le fiabe apportano a chi vi si accosta non tanto con l’interesse dello studioso, ma con la disponibilità a lasciarsi di nuovo stupire, rapire e incantare [...], e cioè a chi sa vivere l’esperienza estetica in modo tale che essa non solo aumenti in lui l’amore per l’arte, ma sia capace anche di influenzare e cambiare la sua visione del mondo. [...] «Immergendo il pane, l’oro, il cavallo, la mela o le strade stesse nel mito, non ci astraiamo dalla realtà: la riscopriamo di nuovo», conferma anche Lewis in una sua critica al Signore degli Anelli.
L’estesa disamina della letteratura tolkieniana implicitamente riconosciuta come “maggiore” ha il merito di rintracciare nell’avventura intellettuale del Nostro il progressivo dipanarsi del dissidio interiore tra due anime creative, quella del glottologo di professione e quella del narratore per diletto. Mentre la prima fornisce il tessuto connettivo per assegnare una “architettura di significato” a mondi immaginari di sempre maggiore respiro epico e storico, la seconda rende la loro ideazione comunicabile all’esterno tramite l’inestricabile abbraccio tra sensus e littera, forma e contenuto. A una prima fase, nella quale Tolkien sopperiva alle sue lacune di storyteller rifacendosi ai classici registri dello humor inglese e della trivialità fiabesca (Alex Lewis), la prolungata lotta tra l’erudito e il romanziere fece seguire una profonda maturazione stilistica, sfociata però nell’incapacità di tirare una volta per tutte le fila di un corpus narrativo ormai divenuto colossale e incontrollabile. “Sempre più irretito nella ragnatela di problemi teologici e filosofici che si era lentamente intessuta intorno ai suoi racconti (inevitabile, data l’ambizione del progetto), continuava a correggere, ampliare, tagliare e riscrivere ciò che aveva già scritto, ogni volta ripartendo dall’inizio, come testimoniano la quantità di materiale che giace ancora inedito e la scarsa unitarietà dell’opera, che conserva appunto il carattere di «raccolta»”.
La cangiante tonalità espressiva che informa gli archi narrativi tesi tra le diverse opere di Tolkien riflette un travagliato percorso di affinamento artistico: dapprima la fiaba (Lo Hobbit) incontra l’orrore e diventa mito (Il Signore degli Anelli), quindi l’epos conosce la maledizione collettiva e si compie in tragedia (Il Silmarillion). Tra l’affresco di redenzione universale dipinto con la Guerra dell’Anello e le premesse gettate nel corso degli “eventi remoti”, raccontati nell’opera tolkieniana postuma, intercorre un profondo divario concettuale, naturale mimesi dello iato biblico tra Antico e Nuovo Testamento. “La molla della metamorfosi, il talismano magico che si è frapposto come una lente di ingrandimento tra il mondo di Bilbo e quello di Frodo è l’Anello, il cui disegno nascosto è già individuabile nell’apparente labirinto di trame e intrecci [...]: ed è così che l’inoffensivo cerchietto d’oro trovato da Bilbo e da lui poi usato soprattutto per evitare visite indesiderate, si trasforma nel Grande Anello del Potere della Trilogia”. Il passaggio di consegne tra zio e nipote porta a definire un eroismo dai contorni vocazionali fortemente permeati di misericordia evangelica: è proprio in questo tratto “oblativo” che Frodo si differenzia da Bilbo come Enea si distingue da Ulisse (Edoardo Rialti). “Frodo assume il ruolo di eroe di un’avventura il cui scopo si presenta fin dalla partenza negativo: «Bilbo era partito alla caccia di un tesoro e ne era ritornato, io invece vado a perdere un tesoro e senza ritorno possibile, a quanto capisco» [...]. Una Quest rovesciata che dà senso profetico al mito contemporaneo di Tolkien: il «mito della rinuncia» contrapposto a quelli di Prometeo, di Ulisse o di Faust in cui la civiltà occidentale ama vedere riflessa la sua irrequieta e tormentata anima. Frodo è l’anti-Faust [...]. È l’ennesima espressione del profondo bisogno di una rigenerazione morale e culturale della civiltà occidentale e l’illusione che l’arte possa farsene strumento”. Ne Il Silmarillion l’illusione traligna nell’incubo: “la Quest nasce da una non-rinuncia, da una divorante e faustiana ambizione, da una sete di possesso e di dominio che trovano aperta espressione in un giuramento d’odio: secoli di storia, tutta la Prima Era, si svolgono lungo il filo sottile della maledizione: regni sorgono splendidi e potenti, regge e foreste si popolano, amori e amicizie riscaldano i cuori, ma non sono che effimere illusioni, fragili veli stesi a celare l’abisso di tormento e disperazione in cui tutto irrimediabilmente precipita”.
Il Tolkien calato nel suo tempo e nel suo filone letterario va però ascritto a un apporto creativo esplicitatosi anche e soprattutto nella raccolta di narrazioni epiche arcaiche, poiché la mitopoiesi del Professore verte più sul lavoro di ricodifica e trasmissione che non in quello di produzione ex nihilo, laddove il senso di «invenzione» sta nell’etimo del termine – trovata, scoperta, rinvenimento – e non nel significato corrente di «ideazione dal nulla» o in quello, traslato, di «bugia» (Marco Respinti). Nei carmi mitologici ed eroici dell’Edda e del Beowulf, nella poesia scaldica e nelle saghe – cioè nel materiale che costituisce gran parte delle fonti di Tolkien – sono già presenti molti dei temi e delle parole attorno ai quali ruota la saga della Terra di Mezzo. Nell’Edda Nuova o di Snorri, ad esempio, si ritrovano quasi tutti i nomi dei Nani di Tolkien (peraltro ivi attribuiti a creature significativamente “forgiate nella terra”); Ent in anglosassone significa «gigante»; il re Frodhi tramandato dalle saghe nordiche è un mitico sovrano della pace e della concordia, e la silloge di fili d’Arianna etimo-filologici potrebbe continuare a lungo. All’origine dell’«invenzione» romanzesca ve n’è quindi una linguistica, che consiste nella “idea di colmare una lacuna, [nel]la meditazione su dei suoni, [ne]l gusto di accostare parole e inventare termini che avrebbero potuto (o addirittura dovuto) esistere, ma che, per la stessa casualità con cui il fato regge i destini degli uomini come delle lingue, non sono mai venuti alla luce”.
All’utilizzo, tipicamente novecentesco e borghese, del romanzo quale «genere proprio del cambiamento» (M. Bachtin), l’estetica tolkieniana unisce dunque la consapevolezza squisitamente filologica che «ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo» (Antonio Gramsci). La monumentale epica contemporanea scolpita dall’Emeritus Fellow attinge all’intimo contatto del suo artefice con le cause finali e formali del logos, la parola creatrice, ovvero poggia su una adamantina comprensione dei come e dei perché i vocaboli nascono e variano il loro campo significante. La Caduta collettiva e/o individuale, esemplificata dal rifiuto dell’Eden primigenio e dal successivo ingresso nella Storia, si manifesta innanzitutto sul piano del linguaggio. Immerso nella “caducità storica” per sua stessa volontà, l’intelletto – facoltà spesso a doppio taglio – si confronta con la necessaria parzialità di qualsiasi approccio “linguistico” a una realtà in costante mutamento: nella Storia, le parole sono conseguenza degli oggetti che designano. L’umanissimo desiderio di capovolgere questo paradigma, cioè di mettere il proprio Verbo al «principio» delle cose, di fatto equivale a voler emulare prerogative divine che – si badi bene – nell’uomo creato «a immagine e somiglianza» di Dio ci sono. Ma quando desidera i draghi “con tutto il cuore”, la creatura razionale si misura con due soluzioni poietiche radicalmente alternative. Essa può assurgere a collaboratrice e prosecutrice “artistica” dell’opera divina, popolando veri e propri mondi secondari con i frutti – siano essi draghi o quant’altro – di un atto sub-creativo in piena sintonia con il dono di vita amorevolmente elargito dal Padre. Oppure può avanzare l’assurda pretesa di “destoricizzare la Storia”, decidendo di pervertire il suo contributo al disegno universale nella possessiva rivendicazione di una propria particolare visione del mondo (Edoardo Rialti), cercando di far apparire i draghi (cioè la mostruosità) nel mondo primario in una sorta di “ribellione al reale”. È il contrappunto archetipico tra arte e tecnica, raffigurato a livello simbolico attraverso la personificazione del conflitto tra doppioni, della contrapposizione – tutta legata all’uso o all’abuso dell’ingegno creativo – tra un elemento buono e una sua controparte pervertita (*). Gandalf e Saruman, Frodo e Gollum, Théoden e Denethor, Faramir e Boromir: sono solo alcune delle antinomie che lacerano la Terra di Mezzo. Perfino la personalità subcreativa di Tolkien stesso, come già accennato, è scissa da un dualismo del genere. Ma va sottolineato che “il bene corrisponde al restare fedeli alla propria natura che è originariamente buona, ma poiché la libera scelta è condizione umana, la possibilità di corrompersi è sempre presente e il bene finisce ad essere una continua conquista. In Tolkien il mondo non è aprioristicamente diviso in buoni e cattivi: ciascuno è il prodotto delle proprie decisioni. È questo il significato del tema del Sosia (o controfigura): ad ogni personaggio positivo corrisponde un alter ego negativo”.
Se mi si chiedesse di segnalare le pecche sostanziali di questo Invito, ne indicherei solo due. Primo, lo scarso risalto dato alla stragrande maggioranza del materiale tolkieniano postumo il quale, oltre che da Il Silmarillion, è costituito anche dall’immensa History of Middle Earth, di cui il trittico Racconti Incompiuti-Perduti-Ritrovati (affrontato dalla Lodigiani nel rapidissimo volgere di tre pagine e mezza) rappresenta solo un estratto, ancorché cospicuo. Nel testo in mio possesso, l’autrice dichiara di aver aggiunto le brevi note relative ai Racconti solo in sede di ristampa, per cui immagino che tale carenza di trattazione sia dovuta esclusivamente alla prossimità temporale tra l’uscita di quei libri e la prima edizione del presente volume. In secondo luogo, è opportuno avvertire che il carattere “introduttivo” di questo saggio è più che altro millantato per farlo rientrare nella collana tematica Invito alla lettura di... Considerando la densità della prosa e la familiarità con gli argomenti trattati che presuppone nel lettore, è impensabile ritenerlo un agile viatico per neofiti: al limite, esso può fornire un buon trampolino di lancio per passare da una conoscenza “filmica” della Terra di Mezzo a un approfondimento più rigoroso.
Di pecche formali propriamente dette non ce ne sono, pur non mancando gli inevitabili (e pertanto giustificabilissimi) effetti dell’invecchiamento, agente usurante che la saggistica accusa in modo particolare: la punteggiatura desueta, ma soprattutto la scarsa reperibilità. E quest’ultimo è davvero un peccato, per un libro che non può non stazionare ad libitum sul comodino di ogni tolkieniano che si rispetti.

Chi volesse leggere la recensione di Introduzione a Tolkien, ottimamente scritta da Alessandro Moroni, la può trovare qui.


(*) Lo stesso tema, osservato da un’originale prospettiva legata alla “dissociazione” intrinseca all’arte drammatica, viene sviluppato anche nel film The Prestige di Cristopher Nolan, nelle sale da Venerdì scorso. Il trambusto festivo mi impedisce di commentarlo estesamente, ma basti dire che si tratta di una pellicola basata su un intrigante dialogo tra testi, sottotesti e veicoli espressivi. Forse pensata per compiacere un pubblico di primi della classe, a tratti artificiosa, ma di buonissima fattura ed elevato stimolo intellettuale. Dispiace solo che il prestigio finale proprio non le riesca.



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