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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Ipocralismi
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l'ipocrisia al governo

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Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

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Propaganda welfare

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Telecomgate, Prodi poteva
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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


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E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
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USA 2006:
l'America plurale


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La mossa del Casini

Né bio né equo
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massimamente etico


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Pannella e la morte
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Fassino, le sberle, la rivincita

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"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

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Come Prodi
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Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

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e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

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Gianfranco, Daniela
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La battaglia che fermò
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Harry Potter 5

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Il liberismo
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Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

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Sapessi com'è strano/
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La Libertà e la Legge

Bioetica
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Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

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USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

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Cattolicesimo,
protestantesimo
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In difesa di Darwin/
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Multiculturalismo o razzismo?

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Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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10 febbraio 2006

Il programma dell'Unione: non si fa, si fabbrica

Nell’attesa di poter finalmente allungare le mani sul programma definitivo dell’Unione prodiana (nel frattempo, tra ieri sera e stamattina, sono stati sparati gli ennesimi colpi a salve), in merito al piano di governo per la prossima legislatura fanno fede le proposte politiche unitariamente elaborate dall’opposizione nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo. Ora, anche riconoscendo allo schieramento ulivista tutto il beneficio d’inventario possibile per quanto riguarda termini come “unitariamente” e “elaborate”, bisogna giocoforza rimandare ogni considerazione politica complessiva alla presentazione ufficiale del testo-collettore che ispirerà l’azione dell’esecutivo venturo. Se, come l’algebra elementare e i sondaggi preelettorali sembrano ormai dare per scontato, il 9 aprile entrambe le camere vedranno diametralmente invertita la loro composizione, è più che lecito domandarsi quali saranno le linee-guida essenziali percorse da Romano Prodi per ridisegnare a sua immagine e somiglianza il sistema Italia.
Dopo un’adolescenza passata a gridare slogan antiprogressisti, ho maturato la convinzione che, nel quadro di una democrazia dinamica e liberale, sia opportuno non precludersi alcuna scelta di voto, pur di stimolare una corsa alla modernizzazione tra destra liberista e sinistra riformista. Diciamo allora che chi si impegna maggiormente sul fronte della liberalizzazione del mercato di beni e servizi, della contendibilità bancaria e industriale, dello smantellamento dei cartelli clientelari (presenti soprattutto al Sud, ma non scherzano nemmeno il Centro e il Nord), della libertà educativa e più in generale del ridimensionamento dell’apparato statale, si merita il mio umile voticino a prescindere da qualsiasi pregiudiziale ideologica. Non mi dimentico certo dei temi etici, ma tanto quelli vengono ovunque pavidamente liquidati dietro alla miserabile retorica della “libertà di coscienza” – come se si trattasse di una prerogativa indisponibile al singolo elettore, poi.
Sulle cocenti delusioni patite durante il quinquennio berlusconiano relativamente ai capisaldi di cui sopra tornerò più avanti. Per il momento, mi limito a rammentare che nemmeno l’avventura liberalizzatrice della signora Thatcher, in realtà, viene ricordata per i traguardi riformatori (invero piuttosto modesti) raggiunti dalla lady di ferro al termine suo primo mandato. E che, non fosse stato per la “botta di vita” presa con l’intervento militare alle Falkland, pure l’arcigna Maggie avrebbe rimediato una sonora lucidata alle prime elezioni utili.
Torniamo allora al vertice programmatico ulivista conclusosi con i comunicati stampa di stamane. Mastella si prepara a vestire i panni del pungolo democristiano sulla falsariga, per capirci, della fu mosca cocchiera Follini sul versante opposto. E vabbè, del resto è facile prevedere che lo schema adottato dalle schegge centriste rimarrà lo stesso anche in futuro: mascherare dietro a locuzioni aleatorie come “discontinuità nell’azione di governo”, “stanziamento di fondi strutturali in difesa della famiglia”, “federalismo solidale” e “spirito di accoglienza verso gli immigrati” la necessità di smarcarsi dal bipolarismo senza rinunciare alla visibilità garantita dal parassitismo di coalizione. La legge “Maroni” sul lavoro (meglio glissare sull’autentica paternità – socialista! – del Libro Bianco, eh?) viene depotenziata in senso filosindacale; la riforma delle pensioni subisce lo stralcio dello “scalino” fissato per il 2008, come chiedevano i rifondaroli; ogni finestra sulla revisione delle norme in materia di energia nucleare viene chiusa dal massimalismo retrivo dei Verdi. Lo spinosissimo nodo delle unioni civili – finora rimasto sospeso tra i contratti privati di Rutelli e i succedanei matrimoniali meglio noti come Pacs – viene eluso tramite una vaga dichiarazione d’intenti formulata per bocca di Fassino (“Non saranno matrimoni di serie B”). Tutto tace, infine, alla voce “politica estera”. Ne consegue che, com’è facilmente prevedibile, gli aspetti nevralgici riguardanti le relazioni atlantiche e la partecipazione alle missioni militari del caso verrà affidata al “voto di responsabilità” puntualmente accordato dall’opposizione di centrodestra.
Fin qui, dal mio punto di vista le premesse marcano malissimo. Gironzolando per la Rete e leggendo i giornali, tuttavia, un punto di apparente convergenza sembra ravvisabile anche all’interno della composita piattaforma sommariamente compilata dalla Grossa Coalizione, pardon, dall’Unione. Se si passa al setaccio un serbatoio di proposte come il sito della Fabbrica prodiana, infatti, e tralasciando i compitini dirigisti redatti dalle teste d’uovo in libera uscita dalla mangiatoia delle Partecipazioni Statali di demitiana memoria, emergono interessanti particolari a proposito della politica economica.
Concretamente, l’Unione sembra essere d’accordo nell’annunciare considerevoli sgravi sul cuneo fiscale, agendo cioè sugli oneri contributivi che pesano sulle buste paga dei lavoratori e sulle uscite delle imprese a causa dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP). Va notata l’onestà intellettuale di un premier in pectore che ammette implicitamente di dover modificare un provvedimento assunto dal suo precedente governo (l’IRAP è una creatura del già ministro delle finanze Visco). L’intervento, pari al 5% del costo del lavoro, ammonterebbe ad una cifra compresa tra i 10 e i 20 miliardi di Euro a seconda dell’aggregato di riferimento. Le dolenti note di questo indirizzo programmatico, però, si fanno sentire allorché le risorse per coprire il mancato gettito (ad oggi attestato sui 33 miliardi di Euro) si vogliano reperire elevando la tassazione sulle rendite finanziarie. Il che peraltro costituirebbe un ottimo esempio di gioco delle tre carte: sgravo di qua, però intanto maggioro il prelievo di là. L’abc liberale vorrebbe che si agisse sulla spesa pubblica, tagliandola. Invece il centrosinistra propone una stangata sui risparmi dei correntisti-sottoscrittori e sul mercato obbligazionario. Oltre ad accrescere lo stock di debito pubblico dislocato sotto forma di cedole, quindi, queste misure rivelerebbero l’atavica simpatia della sinistra per la leva tributaria finalizzata allo spostamento di ricchezza, seppur affinata in chiave ragionieristica.
Insomma, direi che il mio passaggio di guado, per il momento, rimane confinato al mondo delle mere ipotesi. Anche se non escludo la presenza di qualche piacevole scampolo liberale, tra le righe delle oltre duecento pagine di programma unionista. Riformisti, liberisti, radicali: all’occorrenza alzate la voce!




6 febbraio 2006

Tutti i figli della Bomba

Se volete liberarvi dalle molte imprecisioni storiografiche e dai moltissimi luoghi comuni che circondano il Progetto Manhattan, ovverosia il gruppo di lavoro che tenne a battesimo l’arma nucleare, potete consultare il dossier in tre puntate (quiqui e qui) completato proprio quest'oggi da Alessandro Moroni.
Per quanto attiene la fabbricazione e l’impiego degli strumenti di offesa, il posto di vista di Alessandro non è propriamente al di sopra della parti: il suo contributo si inquadra infatti all’interno delle attività svolte dal Sermig torinese, un’associazione missionaria cattolica fondata quarant’anni orsono da Ernesto Olivero. Per cui la filosofia che anima questo resoconto - a partire dal cappello introduttivo sulle armi che "uccidono quattro volte" - tradisce volutamente il suo segno antimilitarista (sia pure in un'accezione inedita, per chi è avvezzo al pacifismo militante di matrice rossastra).
Ma, come accade quasi sempre, è proprio la schietta dichiarazione della propria "parrocchia" di appartenenza, unita all’estrema competenza in materia (Alessandro è fisico nucleare) a far guadagnare all’estensore una notevole dose di obiettiva franchezza. Garantisce un weapon libertarian come il sottoscritto!




6 febbraio 2006

I fuochi dei kelt

di Giovanni D'Alessandro
Mondadori, 276 pp, €17,50

L’antico nome dell’odierna città di Bourges, situata nella Francia centrale, scorre immerso nelle acque del suo fiume, l’Auron. Au-ron, Au-aricum, Aw-reik. Il plurimillenario accumulo di vocaboli cresciuto assieme agli insediamenti urbani europei, dove al permanere dei luoghi si è sovrapposto il ricambio dei linguaggi e delle civiltà, ha invece seppellito sotto il nome di Bourges le radici storiche dei popoli nativi che per primi ne abitarono le terre. Bour-ges, Bitur-iges, Bitw-ureik. Fu Giulio Cesare, conquistando definitivamente la Gallia Transalpina nel 52 a.C., ad annettere a Roma anche la tribù dei Biturigi con la sua capitale, Avarico.
Ed è proprio lì che Giovanni D’Alessandro, giunto in visita a Bourges nel 2003, immagina di lasciarsi trasportare in comunione con gli elementi, per narrare fuso con essi la tragica capitolazione delle nazioni galliche sconfitte. Il suo racconto opera un duplice rovesciamento di visuale rispetto all’immaginario collettivo neolatino, erede di una tradizione culturale per lo più agiografica nei confronti della romanità. Se, da un lato, le alterne vicende di quella sanguinosa campagna militare vengono qui riportate dalla parte dei Galli - i celti, i kelt - e della loro lingua aspra e gutturale, dall’altro gli avvenimenti narrati non si riflettono sulle grandiose gesta di qualche importante condottiero, ma rivivono nell’umile testimonianza di vita di un giovane schiavo.
Hocham, Falco, è un auriga di belle speranze; diciassettenne, appartiene alla tribù dei wellaf, famosi allevatori e domatori di cavalli sottomessi agli arwern, gli Arverni, una delle due maggiori nazioni kelt. L’altra - gli haidwen - sembra essersi schierata al fianco delle legioni di Kaisar, l’invasore d’oltralpe, trascinando con sé gran parte delle popolazioni galliche del sud. In questa guerra fratricida, Hocham presta servizio al cocchio di Werkassvellauns, Vercassivellauno, cugino e fedelissimo alleato del comandante in capo della sollevazione antiromana, quel Werkinketrix meglio noto nella sua trascrizione latinizzata, Vercingetorige.
I ribelli, arroccati nei pressi di Awreik (Avarico), pregustano il sapore della vittoria sugli aggressori, ormai sfiancati e tagliati fuori da tutte le vie di approvvigionamento alimentare. Alcune vedette romane, sorprese e catturate durante una perlustrazione, subiscono perfino il supplizio del fuoco sotto gli occhi atterriti dei loro commilitoni acquartierati nella fortificazione dirimpetto, a poca distanza dalle mura. Immolate al dio Taranis, le vittime sacrificali vengono arse vive dentro gabbioni pensili fiammeggianti. Le loro urla disumane giungono alle orecchie di Kaisar come un insopportabile schiaffo morale e militare. I prodromi della vicenda non lasciano certo intravedere il repentino capovolgimento di fortune che, di lì a poco più d’un mese, avrebbe portato all’espugnazione di Avarico e all’eccidio dei suoi abitanti - di quarantamila ne rimasero in vita ottocento - nonché al ripiegamento degli eserciti kelt su Kerkof - capitale del principato arwern - e infine sulla città mandwaf di Alesia.
I sogni e le speranze di Hocham - destinati all’oblio che attende gli umili di ogni epoca, siano essi vinti o vincitori - procedono di pari passo con l’orologio della Grande Storia, scolpita nelle brevi citazioni liberamente tratte dal De Bello Gallico di Cesare. D’Alessandro sfrutta quel celeberrimo rapporto militare, redatto a beneficio dei posteri dal generale vittorioso, per restituire la freddezza della cronache ufficiali alle esperienze vissute in prima persona da tutti i loro protagonisti grandi e piccoli, mescolando emozioni romanzate e fatti documentati. Così, mentre le armate kelt si avviano verso una sempre più mesta anabasi passando da un assedio all’altro, il giovane auriga coltiva segretamente l’aspirazione di essere promosso sul campo esstahrt, cavaliere, come gli eroici combattenti che il suo padrone guida in battaglia. La trionfale cavalcata di Hocham verso il riscatto, interrotta solo da un fugace idillio amoroso con una focosa serva della moglie di Werkassvellauns, dovrà tuttavia fare i conti con lo spaventoso bagno di sangue che l’attende sotto le mura di Alesia.
Il filone del romanzo storico in salsa classicheggiante - tardivamente esploso in Italia grazie all’enorme successo commerciale ottenuto dal suo capofila, Valerio Massimo Manfredi - trova in D’Alessandro un validissimo interprete. Senz’altro per la sua capacità di far sembrare frutto dell’immaginazione alcuni particolari realmente suffragati dalla documentazione storica, com’è del resto abbastanza comune per uno studioso sufficientemente agile di penna. Ma anche in virtù della bravura con cui l’autore sa compiere il percorso inverso, cioè rendere verosimili le necessarie invenzioni del caso. Questa doppia direttrice narrativa, abilmente fasciata attorno alla verità storica nuda e cruda, conferisce all’intero racconto i crismi dell’intrattenimento piacevolmente istruttivo. Mentre Hocham si destreggia tra briglie e carriaggi, si apprendono molte interessanti notizie sull’addestramento dei cavalli presso i kelt; inoltre, lungo tutto la durata della vicenda, ma soprattutto quando i galli convocano le loro adunate generali, si può cogliere nel dettaglio la straordinaria ricchezza di una civiltà articolata in bacini etnografici estremamente compositi: oltre ai già citati arwern, bitwureik, wellaf, haidwen e mandwaf, abitavano la Gallia anche gli arcieri namneits, i seqwen, i marinai awlereik, i brannweik, i parieis (con capitale l’inaccessibile isola-città di Lutes, ossia Parigi) e ancora i kapal, i kadurk, lemweik, i wenet e i belk.
Sullo sfondo dell’avventura bellica in pieno svolgimento, però, non può non ergersi la figura veneranda e temibile di Giulio Cesare, Kaisar, mitizzata al punto da consegnarsi all’immortalità come emblema dell’imperatore per antonomasia. Nelle sue formidabili doti di stratega si misura il divario che separa lo sprezzo del pericolo puro e semplice dall’espansionismo scientificamente pianificato. I romani, avverte Werkinketrix poco prima del sacco di Awreik, "Combattono con la terra, non meno che con il ferro, combattono con i tronchi degli alberi, non meno che con le macchine, usando ogni risorsa a loro disposizione. Non conoscono una sola guerra, ne conoscono molte, diverse a seconda dei casi, e sanno combatterle tutte. [...]A differenza dei kelt, hanno in spregio il furore di Taranis, [...]poiché acceca la mente. Ogni loro follia è freddo calcolo. Ogni loro azione viene dal pensiero". Maestro nella spietata applicazione dell’adagio divide et impera, Cesare dirime le vertenze tribali dei kelt suoi alleati appellandosi alle loro antichissime leggi druidiche, guadagnandosi nel contempo un’aura di paternalistica autorevolezza da spendere contro i suoi nemici - cioè altri kelt. Abbandonato dagli haidwen, si rivolge allora ai germani insediati al di là del fiume Rhein, per poi sconfiggere agevolmente anche questi ultimi in separata sede, una volta vinta la guerra. Genio della poliorcetica (arte dell’espugnazione di città fortificate), Kaisar si rivela precursore della "guerra totale" moderna, in cui sul valore delle armi prevale l’attitudine a sostenere uno sforzo bellico a tutto campo, rapidamente convertibile da logistico a diplomatico, fino a impegnare le più avanzate conoscenze di ingegneria militare disponibili all’epoca. L’assedio di Awreik, costruita sulla cima di un colle, vede Cesare disporre la realizzazione di una "corsia sopraelevata" di avanzamento per le torri mobili; per reggere all’attacco di Alesia - lanciato contemporaneamente dalla città e, nella direzione opposta, dall’immensa armata di rinforzo in arrivo da tutte le province di Gallia - il generale ordina di circondare la città con una cerchia di bastioni, difendibile dall’alto e su ambo i lati.
Incuneandosi nell’atavica debolezza che, dagli albori dell’Impero Romano fino a quelli dell’Impero Britannico, contraddistinguerà i celti nei secoli a seguire - ossia la tendenza alla frammentazione clanica -, Cesare riesce infine ad avere ragione di una civiltà fiera e per nulla "primitiva". D’altra parte, l’epilogo della campagna gallica è un dato storico arcinoto. È merito di D’Alessandro, se un finale già scritto riesce comunque a sospendere l’incredulità del lettore. Lo spunto "tolkieniano" nell’imperniare la narrazione sul vissuto di un umile funziona da catalizzatore, mentre la particolare scelta dei tempi verbali (presente, sempre in seconda persona), anche se sulle prime risulta un po’ stucchevole, a lungo andare fluidifica la possibilità di immedesimazione. Un espediente, quest’ultimo, che lascia ancor più strozzato in gola il grido di disperazione che prorompe dalle battute conclusive del libro, urlato contro la guerra e le sofferenze di chi ne è vittima.
La gloria dei grandi, asetticamente trasmessa dai manuali scolastici, se esaminata accuratamente rivela pertanto di essersi sempre nutrita del sangue degli ultimi.

"Chi nasce sull’erba, respira il cielo; chi sulla paglia, la stalla" - proverbio kelt


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2 febbraio 2006

Jimmy, Fini e i joint

È capitato anche a me, una decina d’anni or sono, di sperimentare l’indicibile trasgressione della “canna” (chiunque ne adoperi il vetusto sinonimo di “spinello”, per quanto mi concerne, è destituito di ogni credibilità sull’argomento). Dove per “indicibile” intendo proprio la condizione dell’indescrivibilità assoluta o, per meglio dire, dell’indifferenza, visto che la combustione con annessa inalazione di quel rotolino di carta imbottito di hashish mi lasciò fisicamente ed emotivamente al punto di partenza. Zero effetti. Nessuna avvisaglia del benché minimo ampliamento sensoriale in salsa psichedelica. Magari è stata una fortuna; ma tanto mi delusero le profferte di Tabacco (chiamiamolo così...) che me ne tornai tra le ben più collaudate (e appaganti) braccia di Bacco.

Scacciando sul nascere la tentazione di commentare su basi meramente autobiografiche la “legge Fini” sulla disciplina della droga (giacché l’aneddotica in sé e per sé non dimostra mai nulla di sostanziale), vediamo un po’ di definire il mio pensiero a proposito della tossicodipendenza e del proibizionismo. Per farlo, tornerà comodo partire dalle posizioni espresse in merito alla stessa questione da JimMomo - uno dei principali responsabili del mio ingresso nella blogosfera, se a qualcuno interessasse sapere con chi deve prendersela - in suo recente post.

In apertura, Jim riscalda i motori appellandosi al più genuino - e fiacco - dei leitmotiv radicali: “Il consumo di droghe, più la cannabis che la cocaina (forse), fa parte ormai delle abitudini e del vissuto comune a milioni di persone in Italia. Milioni, non c'è dubbio. Che vogliamo fare? Cosa si propone di fare lo Stato? Secondo me dovrebbe semplicemente prenderne atto e regolamentare il commercio e il consumo”. Torna quindi alla ribalta la spericolata tesi secondo cui, per combattere il dilagare di una fattispecie di reato, sarebbe sufficiente sancirne la completa bonifica in termini penali. Proseguendo su questa falsariga, quindi, i dati riguardanti gli episodi di - che so - furto e omicidio dovrebbero suggerire di legalizzare i crimini suddetti: sono così tanti milioni, non vorremo mica allargare a dismisura il recinto dell’illegalità, nevvero?

Partito male, l’articolo sembra però individuare i corretti estremi della faccenda poco più avanti: “E' una legge ideologica, cioè da stato etico”, ma - ahia! - i postumi dell’ultima campagna referendaria tornano a mettersi di traverso allorché Jim confonde le acque subito dopo: “con essa, e con la legge 40 sulla procreazione assistita, questa maggioranza si qualifica. Il parallelo fra le due leggi è fondato. Si propone, non lo possono dire palesemente per non spaventarci, di punire il consumo”. Quale “consumo” vieterebbe la Legge 40, di grazia? Per come la vedo io, la tanto controversa normativa in materia di fecondazione assistita si limita a regolamentare una circostanza giuridica senza criminalizzarne l’oggetto specifico, così come il Codice della Strada presiede alla circolazione degli automezzi senza vietarla tout court. O vogliamo forse trattare i limiti di velocità come ferite aperte sull’autodeterminazione dei guidatori?

Dopo un paio di note sull’ineluttabile paradosso codificato nei limiti convenzionali - le leggi, da che mondo è mondo, delimitano la legalità mediante un casellario di parametri numerici per lo più arbitrari - si arriva invece al punto vero e proprio, che coinvolge l’ampio dibattito sul concetto di liberalismo. E qui non si può non dare a Jim quel ch’è di Jim: “Dice Fini: «E' innegabile che chi assume delle sostanze stupefacenti crea dei danni ed è giusto che lo Stato sanzioni amministrativamente il consumo personale». Quale concezione del diritto e del reato rivelano queste parole? Una concezione liberale vuole che per esserci reato debba esserci un danneggiato, una vittima”. Ecco, se vogliamo questo è precisamente lo spartiacque che dirime molte problematiche connesse all’esercizio dell’autocoscienza: in un regime liberale (o, se si preferisce, di liberalità), l’autorità costituita non dovrebbe mai arbitrarsi di sanzionare quei comportamenti che, eventualmente in prima battuta, ledano solo e unicamente chi li pone in essere. Il criterio del “procurato danno” a terzi, pertanto, s’imporrebbe come una stella polare indiscussa, per indirizzare la “navigazione liberale” nelle agitate acque che si frappongono tra persona e persona. Dico “s’imporrebbe”, perché poi basta far rientrare anche i feti abortiti nella categoria dei “danneggiati” per sollevare vivaci obiezioni dalle parti dei pro-choice. Ma vabbè, non divaghiamo. L’editoriale prosegue, se possibile, addirittura meglio: “E' inammissibile che i governi perseguano un comportamento individuale che non danneggi la vita, la libertà o la proprietà altrui. Nel consumo di droghe danni non ne vedo”. Lasciando perdere ogni puntuta chiosa a espressioni foriere di probabili divergenze con un radicale (danneggiare “la vita”), è innegabile la bontà dell’asserto virgolettato: il consumo di sostanze psicotrope, quali che ne siano i principi attivi, non reca di per sé danno al prossimo. E ancora: “Per procurarmela potrei ricorrere a scippi e rapine. Ma in questo caso i reati sono l'omicidio colposo, il furto, nient'altro”. Bene, bravo, bis. O magari senza il bis: “La legge deve sanzionare il danno, a prescindere dai motivi e dalle abitudini personali che lo hanno causato: incoscienza, avidità, ubriachezza, distrazione”. Qui tornano a echeggiare certe spiacevoli antifone indifferentiste. Al contrario di quanto affermato nella citazione, infatti, la legge, oltre a definire precisi criteri per isolare il “delitto”, deve contemporaneamente dotarsi del bagaglio di aggravanti necessario, se del caso, a inasprire le pene. Investire e uccidere una persona da sobri non si attesta sullo stesso grado di colpevolezza dell’omicidio al volante in stato di ebbrezza, in quanto la seconda ipotesi di reato configura un’evidente somma di (ir)responsabilità.

Segue a un dipresso il verdetto, anch’esso ineccepibile: “Come molte altre sostanze che l'uomo usa ingerire o introdurre nel proprio corpo la quantità e la qualità delle dosi determinano il delicato equilibrio tra effetti positivi e negativi”. Giustissimo e sacrosanto. Dopo che la stagione americana delle class action contro le multinazionali del tabacco si è chiusa con un nulla di fatto, sembra riaffermarsi con vigore l’irrinunciabile diritto/dovere a rispondere autonomamente - anche sul piano pecuniario - dei propri eccessi e dei propri stravizi, senza subire o invocare preventivamente alcuna ingerenza “salutista” da parte dello Stato.

In coda al post emerge purtroppo - perché sarebbe bello condividere con Jim anche le ragioni, oltre che le implicazioni di merito dell’antiproibizionismo – l’immancabile ostentazione radicale di utilitarismo a detrimento di qualsivoglia obiettivo “benefico” dell’azione politica: Contro la droga la politica più efficace è l'antiproibizionismo. Ma - appunto e beninteso - contro. Ma chi dice che ci dev'essere per forza una politica contro la droga?”. Magari sarebbe effettivamente opportuno non investire la politica di finalità antidroga, siamo d’accordo; ciononostante io trovo che sia indispensabile promuovere una cultura orientata al rifiuto spontaneo della tossicodipendenza – e, parimenti, dell’alcolismo! - su basi non solo medico-sanitarie, ma anche umanistiche. Soprattutto le droghe pesanti come l’eroina e la cocaina, infatti, difficilmente si possono gestire con la disinvoltura comunemente associata ad un semplice “svago vizioso”. Più spesso tali sostanze zombizzano irreversibilmente chi ne fa uso. Poi, certo, rimane una patente contraddizione legislativa il divieto assoluto di canna e l’accesso indiscriminato al whisky o, per quanto riguarda i minori, agli alcol pops (cocktail al succo di frutta venduti in bottiglietta, a gradazione medio/bassa).

Quindi, ricapitolando: “Ancora una volta dovrebbe valere il binomio libertà/responsabilità: sono libero di spararmi le canne che voglio e farmi da mattina a sera, ma se le mie azioni danneggiano gli altri allora sono guai seri. [...] Massima libertà, massima responsabilità”. Ovviamente, per quanto questo genere di considerazioni mi ispiri un’istintiva simpatia, preferisco non rispondere mai troppo sbrigativamente ai laceranti interrogativi che la prospettiva liberale pone sul fronte della prevenzione e della reversibilità. Ma il mio “ceppo di riflessione” è in ultima analisi parente stretto di quello di JimMomo.

Vuoi vedere che il bello del liberalismo sta proprio nella possibilità di giungere alle stesse conclusioni partendo da premesse diversissime - e viceversa?



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