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Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
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sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Liberalizzazioni:
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#1  #2


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
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#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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29 agosto 2008

Una batracomiomachia cristologica

Come accadde ai tempi del polverone sollevato dalle vignette danesi su Maometto – ma senza alcun contorno di tumulti e violenze, occorre precisare – ancora una volta una lesa sensibilità di gruppo pretende di violare una basilare norma di diritto naturale. Ovvero: casa mia la arredo come mi pare e ci entra chi voglio io.
Mi rincresce aderire a un’iniziativa lanciata da Malvino, ma pazienza: anche agli orologi rotti, due volte al giorno, capita di segnare l’ora esatta. Succede che il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano esponga l’obbrobrioso sgorbio che potete “ammirare” dabbasso. Il Papa non gradisce l’ardire, sicché ha esercitato pressioni censorie sul presidente della giunta regionale trentina. La scultura in questione è brutta? È bella? Non importa; vigente il regime di privativa, diventa superfluo ricorrere al corrivo motteggiare del benpensante medio, manco a dirlo infarcito di giaculatorie tipo “non è bello ciò ch’è bello, è bello ciò che piace” oppure “l’arte punta esclusivamente a suscitare una reazione”, come se le preferenze soggettive dovessero far capo a chissà quali motivazioni “razionali”. Si potrebbe obiettare che l’istituzione bolzanina gode del partenariato del suo ente provinciale, e quindi è semipubblica, ma così facendo, data la prelazione di cui gode il Vaticano sull’otto per mille inoptato, si rischierebbe di evocare la nota immagine evangelica della pagliuzza e della trave.
Il punto, nel nostro caso, è che nessuno può disporre o ingerirsi di quel che non gli appartiene, pena il venire meno delle basi logiche su cui poggia la libera convivenza. Del resto, il grande pubblico può accedere anche ai porno gay, al Black Metal, a blog e siti web che inneggiano alla blasfemia più estrema: tutti cascami mediatici che senz’altro feriscono “il senso religioso” dei molti fedeli devoti “all’amore di Dio”. Dando corso per legge all’autodisciplina imposta dalla morale (a maggior ragione se confessionale) ci si incammina sul sentiero dei restrizionismi contrapposti. Lo zelota laicista che denuncia il parroco per truffa poiché sospetta che la transustanziazione sia una messinscena, a ben guardare, è solo l’inevitabile contrappunto dialettico dell’invadenza clericale.
La Chiesa, avvezza all’opportunismo concordatario (retaggio storicamente giustificato ma moralmente deprecabile), finge di ignorare che il politicismo è la morte dell’autentico sentimento religioso. Io, per il nulla che conta, preferisco lasciare più libertà possibile al mio prossimo: libertà di fruizione, sicuramente, ma anche libertà di critica e di boicottaggio.
Ciò detto, vogliate apprezzare quest’opera tanto controversa. Consiglio di visionarla lontano dai pasti:





23 agosto 2008

Il quoziente etico

Capita spesso di sentir dire che, nella notte della globalizzazione, le vacche del libero mercato saranno sempre più nere per tutti e, di conseguenza, lo spartiacque tra Destra e Sinistra diventerà la biopolitica. Cioè che si imporranno come qualificanti i cosiddetti “temi eticamente sensibili”, laddove forse sarebbe più appropriato parlare con franchezza di questione antropologica. Si tratta però di un luogo comune, in favore del quale io stesso ho spezzato qualche improvvida lancia in passato.
La ratio di questo pensiero unico, a ben vedere, confida nella possibilità di intervenire su ambiti decisionali eticamente neutri – soprattutto quelli economico-tributari – agendo su variabili squisitamente quantitative, sbarazzandosi così dell’ingombrante necessità di definire una morale pubblica. Ci si scanni pure su eutanasia, droga e aborto (circostanze numericamente marginali, dopotutto), ma si eviti di filosofeggiare troppo sulle problematiche risolvibili mediante il calcolo costi/benefici e perciò demandabili a ristrette cerchie di asettici specialisti. Sennonché quest’etica invadente presiede, eccome, ai criteri adottati per effettuare il conto economico. Altrimenti non esisterebbero argomenti scevri di gratuità contro la soppressione degli orfani portatori di handicap psicofisici, che costano molto senza procacciare alcun guadagno materiale a chi li mantenga.
Forse la verità è che si può arrivare a idee politiche molto simili partendo da posizioni ideologiche lontanissime. Un Giavazzi canta le lodi del “liberismo” snocciolando l’arcinota tiritera sull’ampliamento di base imponibile che l’alleggerimento fiscale comporta, mentre l’antistatalismo del sottoscritto rifiuta il subordine a ipotetiche evidenze empiriche infauste. Là qualcosa è giusto perché funziona, qui funziona – ammesso che lo faccia – perché è ritenuto giusto. Non sto a dilungarmi sulle giustificazioni sovraeconomiche del mio libertarismo, del resto ripetutamente illustrate in molte occasioni prima d’ora. Preferisco invece esaminare una peculiare applicazione del mio discorso al dibattito politico.
In due analisi comparse mesi fa sul suo blog, malgrado qualche distinguo nel merito da un intervento all’altro, Phastidio giudicava in modo sostanzialmente sfavorevole la misura del quoziente familiare. I motivi della bocciatura si rifacevano a categorie di valutazione, in apparenza, puramente tecniche. Dico “in apparenza” perché, come sempre accade nell’osservazione di un fenomeno, sono le ipotesi iniziali a rilevare sotto il profilo pregiudiziale. La trattazione di Phastidio, come pure la logica sottesa alla da lui citata Agenda di Lisbona, parte dall’assunto secondo cui la donna o l’uomo di casa sarebbero soggetti improduttivi per la semplice ragione di non contribuire al PIL. Viene da obiettare che se risparmiarsi l’ingaggio di colf, badanti e babysitter comporta indubbi vantaggi di economia domestica, tutte queste mansioni non devono esattamente corrispondere a un ideale di vita riposante. Ma l’interrogativo che si impone è se non sia maggiormente “distorsivo delle scelte individuali” negare tale evidenza piuttosto che riconoscerne il valore tramite la leva tributaria.
Di lì a poco Carmelo Palma e Piercamillo Falasca avrebbero fatto seguito alle osservazioni di Phastidio sollevando, tra l’altro, dubbi inerenti l’equità orizzontale del provvedimento. Pur trovandomi d’accordo sull’opportunità di includere alcuni carichi familiari extramatrimoniali (bambini, anziani, disabili) nella partizione dell’imponibile, trovo tuttavia che per le convivenze solidali estranee al coniugio il secondo percettore di reddito vada escluso da tale novero. Questo perché il consesso civile trae ingenti esternalità positive dalla volontà di armonizzare e ufficializzare una potenzialità (la procreazione) che, nel suo esprimersi all’interno della coppia, precede strutturalmente lo stesso istituto giuridico che la regolamenta.
Gunnar Myrdal (quindi non certo un campione dell’anarcocapitalismo né un estimatore delle casalinghe, come si può evincere qui) ebbe a scrivere: “Allora [1929] credevo ancora che esistesse una teoria economica solida e obiettiva, priva di giudizi di valore... Questa credenza... non è, secondo la mia opinione attuale, che un ingenuo empirismo. I fatti non si organizzano da soli in concetti e in teorie solo perché vengono osservati... Sono perciò arrivato alla conclusione che sia sempre necessario, dall’inizio alla fine, lavorare con premesse di valore esplicite” (L’elemento politico, citato da Sergio Ricossa in La fine dell’economia, p. 182). Piaccia o meno, anche i sistemi di valutazione più rigorosamente quantitativi procedono da presupposti valoriali. Quindi i temi economici non appartengono a un equanime regno della “pura metrica”, totalmente separato dalla filosofia morale. E nemmeno il quoziente familiare fa eccezione.




14 agosto 2008

Il cavaliere oscuro

Una volta proiettate nella dimensione corporea, le antitesi astratte si contaminano reciprocamente, al punto da frammentare l’identità delle stesse “maschere” designate ad archetipizzarle. I modelli concettuali di riferimento vedono cioè la loro integrità estetica multisfaccettarsi in un bagno di “realtà narrativa” dove proprio la tensione tra opposti comunicanti, nel suo liberarsi, diviene motore della trama raccontata. Questo nucleo tematico/partito stilistico ha molti precedenti in Christopher Nolan (regista di Memento, Batman begins, The prestige), ma ne Il cavaliere oscuro domina la scena con inusitata abbondanza di varianti figurative. La dualità si pone su più strati di significato, informando livelli di lettura capaci di spaziare con la massima scioltezza dalla stretta vicinanza all’estrema lontananza dallo specifico filmico. Due sono le menti dietro all’opera, con Christopher coadiuvato nella scrittura dal fratello Jonathan Nolan; due i registri espressivi da coniugare, cinema d’autore e d’intrattenimento (Il cavaliere oscuro, riuscendo nell’impresa di confezionare una robusta epica pop, mantiene ciò che Wanted prometteva solamente). Tutta la vicenda, inoltre, ruota attorno alle due serie di polarità incarnate da Batman e Joker (Bene e Male, Amore e Odio, Ordine e Caos), fino a convogliare il suo potenziale simbolico sullo sdoppiamento solo interiore del protagonista positivo e pure esteriore del povero Harvey Dent.
Regia e sceneggiatura concorrono nell’esporre con grande maestria una simile densità di contenuto. Nel memorabile prologo – una delle più belle rapine in banca viste al cinema a mia memoria – l’immaginario dello spettatore è chiamato a riconoscere in una maschera da clown la presenza di un mito vivente, di un simbolo ultroneo, iconizzato tramite un oggetto-feticcio isolato nella sua solitudine. Il rivale, al contrario, viene messo in un’analoga luce “mitica” tramite un espediente moltiplicativo, nella scena in cui oltre ai soliti malviventi gli tocca neutralizzare anche un gruppo di mitomani intenzionati a emulare le eroiche gesta del Pipistrello. Il maligno pagherà l’identità a sé rimanendo vittima della stessa casualità al servizio della quale lavora (quando il suo “esperimento sociale” fallisce miseramente), laddove il buono disporrà infine della labile frontiera tra vero e verosimile in omaggio al bene comune quale ricompensa per la sue profonde contraddizioni (parliamo di un “paladino della giustizia” che accarezza l’idea di appendere il mantello al chiodo pur di riconquistare la vecchia fiamma e, per la stessa ragione, non esita a scegliere quest’ultima tra due ostaggi da salvare). È significativo, poi, che la caduta del già citato Harvey Dent inizi di fronte alle titubanze sentimentali di Rachel, vale a dire nella classica situazione in cui è impossibile “fabbricarsi la propria fortuna”.
L’estro dei Nolan bros nel combinare testo e immagini, d’altro canto, sorvola un po’ sbrigativamente su snodi critici consegnati senza troppi riguardi alla sospensione d’incredulità: Joker che si infila nel polsino della camicia tutta la mala e tutta la polizia di Gotham, Gordon che a metà film estrae dal cilindro uno stratagemma molto somigliante a una scappatoia per sceneggiatori in difficoltà e qualche personaggio secondario (il commissario pre-Gordon, il detective Wuertz) catapultato sulla scena di punto in bianco. Una regia altrimenti elegantissima ha un paio di cadute in occasione di altrettanti, pacchianissimi carrelli circolari (Wayne e Alfred intenti a pianificare la spedizione a Hong Kong, il faccia a faccia tra Joker e Rachel). E la colonna sonora di Hans Zimmer, sebbene emendata dal contributo di James Newton Howard, di fatto copincolla lo score de Il Codice Da Vinci.
Peccati sui quali si può chiudere un occhio, avendo presente le interpretazioni superlative di Heath Ledger e di Aaron Eckhart (Joker e Harvey Dent), la caratura drammatica dell’opera nel suo complesso e la perizia descrittiva con cui Christopher Nolan sa illustrare le azioni più concitate (di molto superiore a quella di celebrati maestri del genere come John Woo, che probabilmente avrebbe trovato il bandolo del complicato balletto sul grattacielo del Joker con un tripudio di esplosioni).
Ma certi commentatori hanno preferito guardare il dito e prendere a pretesto le pecche suddette al fine di posizionare su coordinate analitiche uno sgradimento invero tutto ideologico nei confronti dell’ultima fatica nolaniana. Il “messaggio” del film, ahilui, effettivamente non fa per i palati progressisti (vedi anche l’articolo di Rocca linkato qui sotto): certi uomini nascono crudeli senza che vi siano cause ambientali in grado di spiegare la loro malvagità (Joker si diverte a scherzare sull’origine delle sue cicatrici tirando in ballo violenze domestiche ogni volta diverse), la verità talora può e deve cedere il passo alla fiducia che innerva il tessuto sociale e, dulcis in fundo, l’unica speranza di spezzare la catena del male sta nel farsi anti-eroicamente carico di colpe altrui.
Inutile ripetere che nulla è più lontano da una buona critica cinematografica dell’anteporre l’etica all’estetica o, peggio, del nascondere questo erroneo metro di giudizio dietro categorie valutative apparentemente “tecniche”.

Round-up: Batman è segato in sezioni, mescolate in sé alla rinfusa, che lo rendono incerto e contraddittorio. Joker entra in Batman: affermata nettamente la funzione disvelatrice (“Nei loro ultimi istanti vedi le persone come sono”), lo perlustra nell’intimo” [Emanuele Di Nicola]; “Christopher Nolan gioca pesante – e spesso estenuante – con la contaminazione a specchio tra Pipistrello e Nemico, tra Bene ambiguo ma necessario e Male scintillante” [Alessio Guzzano]; “La gente di Gotham, così come l’opinione pubblica mondiale, pensa che se l’eroe non avesse scatenato la sua crociata a favore del bene, Joker o Bin Laden non avrebbero fatto saltare in aria ospedali e treni, ucciso decine di innocenti e terrorizzato il mondo civile” [Christian Rocca]




8 agosto 2008

Liberticidio di mezza estate

Quest’anno l’Italia agostana si scopre in balia di un’insolita ondata di divieti creativi. Ovunque furoreggiano campagne “moralizzatrici” che, come di consueto nel fu Bel Paese, aggrediscono svariati malcostumi secondo il ben noto canone inverso dell’intervento ad hoc. Non provvedimenti strutturali a cui ottemperare organicamente, ma ordinanze comunali “caso per caso”, grida manzoniane verosimilmente in contrasto con chissà quante norme pregresse e/o sovraordinate – oltre che portatrici insane di iperregolamentazione maligna.
Sì, perché vietare i castelli di sabbia o il déshabillé nelle località turistiche vuol dire trasformare in violazione dilagante un comportamento del tutto legittimo fino a poco prima dell’interdizione. E il sanzionamento di infrazioni così statuite dà quindi luogo all’odiosa discrezionalità della repressione a casaccio o, peggio, indirizzata verso bersagli politicamente convenienti. Il sindaco che vieta alle comitive dai tre elementi in su di stazionare nei parchi pubblici; quell’altro che multa chi fuma nei parchi giochi; il gestore di impianti sportivi che non permette di fotografare i bambini in piscina. Sono tutti esempi di un atteggiamento ben preciso da parte delle autorità, improntato a presumere la colpevolezza di cittadini ritenuti, di volta in volta, potenziali teppisti, untori o pedofili.
L’impossibilità di punire uniformemente (leggasi equamente) simili fattispecie si somma quindi alla diffidenza reciproca tra amministrazioni e collettività alimentata da questo proibizionismo a tutto campo. L’equivoco alla base di certe rigide disposizioni consiste infatti nell’idea che l’applicazione di una normativa meticolosa “moralizzi” il costume pubblico. Mentre nei fatti accade esattamente l’opposto: il “bene” cristallizzato nei regolamenti specifici viene (forse) rispettato per timore di una condanna esecutiva, non per libera e spontanea adesione a un’etica riconosciuta come giusta, nell’ambito di una neutralizzazione politicistica della legge morale. Logico poi che premesse del genere facciano da apripista alla mentalità degli “italiani brava gente”, laddove l’indiscriminata presunzione di colpevolezza viene ricambiata con furbizie assortite e senso civico assai volatile. Del resto solo chi dà fiducia può legittimamente usare severità con l’incoscienza; ma in caso contrario, se ad esempio il trattamento riservato all’italiano medio disegna il corridoio comportamentale di un eterno minorenne, non si potrà condannare fino in fondo il reo per “averci provato” e ci si dovrà accontentare di una sorta di paternalismo perdonista a singhiozzo.
Al saldo libertà/responsabilità non si scappa. Viene dunque da chiedersi come mai appaia tanto conveniente, nell’Italia di oggi, riparare sotto l’egida delle norme anziché produrre consuetudine interagendo tra uomini liberi. Perché a un vicino di ombrellone molesto non si può chiedere un po’ di tregua? Perché a uno che fuma vicino ai bambini non si può domandare di spostarsi? La risposta a tali interrogativi ci riporta alla scarsità di fiducia. Dovrebbe essere l’esperienza, come tempo fa scriveva un saggio amico, a insegnare “alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge”. La pretesa di rifondare la “moralità collettiva” di cui sopra tramite l’officina legislativa – capovolgendo il paradigma riassunto tra virgolette – erode allora la morale stessa, negandone l’autonomia individuale ed essenziale, e prosciuga la fiducia che dovrebbe irrorarla.
Per uscire dalla spirale draconiana che stritola l’Italia urgono riforme in grado di restituire le persone a una dimensione morale più autentica, nella quale rinunciare all’omologante prontuario normativo e tornare a farsi carico “fisicamente” delle responsabilità. Occorre rassegnarsi all’impossibilità di determinare le circostanze interamente a priori: chi mi vieta di mangiare il panino sulla scalinata di Palazzo Barbieri si illude del contrario.




5 agosto 2008

Segnalibro - Yoko Kanno & Seatbelts, Tank!


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3 agosto 2008

Il comandante diavolo



L’incredibile storia di Amedeo Guillet continua qui, qui, quiqui e qui


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1 agosto 2008

La fine dell'economia

di Sergio Ricossa
Rubbettino/Leonardo Facco, 225 pp., € 15,00

“il perfettismo tendenzialmente riduce la morale a politica,
l’imperfettismo riduce la politica a morale”

Nel mezzo dell’accidentato cammino che da liberale lo portò a riscoprirsi libertario, Sergio Ricossa si divertì a comporre questo zibaldone di teoria politica, col quale sfruttare la sua disciplina del cuore – l’economia – come punto di partenza per un excursus filosofico incentrato sulla dicotomia tra “perfettismo” e “imperfettismo”. La contrapposizione fra queste due grandi scuole di pensiero, talora insistita al limite della stucchevolezza, funge da esemplificazione concettuale della dialettica tra totalitarismi più o meno soft e le numerose variazioni sul tema del liberalismo. Nell’accezione dello studioso torinese, “perfettismo” è parola che sta a tratteggiare i lineamenti caratteristici di un’atavica ambizione umana: quella di pervenire, tramite una sistemazione inattaccabile e definitiva del reale e delle sue leggi, all’emancipazione collettiva dalla scarsità, dalla finitezza, dall’arbitrio, in una liberazione dalla servitù del bisogno resa possibile dal concreto ottenimento dell’assoluta perfezione, appunto.
Il conflitto interiore tra le due anime intellettuali del Ricossa anni ’80, sostanzialmente, si manifesta nel passaggio da uno scetticismo humiano-benthamita a un falsificazionismo popperiano con abbondanti venature premoderne. Non senza scontare molti degli svarioni tipici dell’armamentario ideologico in via di dismissione, come ad esempio laddove l’autore denuncia un secondo fine – la salvezza dell’anima – nell’etica religiosa. Ironico che poi, tirando le somme della sua ricognizione antropologica, egli stesso ammetta che però “Sant’Agostino era convincente contro Pelagio” (p. 191). Traduzione “secolare” della Grazia agostiniana è la verità morale che, assieme alla volontà e alla libertà, costituisce un trittico indissolubile proprio ai fini dell’imperfettismo tanto caro a Ricossa. Per i progressisti (gli odierni pelagiani) quella verità non esiste, sicché ciascuno può ricavare autonomamente le regole del retto vivere. Quindi delle due l’una: o tali regole hanno validità generale, e diventano una gnosi da imporre a tutti, oppure esse esauriscono la loro efficacia a livello individuale, nulla dicendo in merito ai rapporti interpersonali – ossia di fatto declassando a chiacchiera retorica il virgolettato che mettevo in esergo. E, en passant, ridando fiato alla politicizzazione dell’ethos. Lo stesso dilemma si presenta seguendo la via dei reazionari (i manichei parimenti criticati da Agostino) che, negando la libertà, fanno assurgere a verità indiscutibili asserti giocoforza parziali e transitori. Solo la complementarità dei tre termini etici di cui sopra scongiura l’avvento di una “fine della morale”, capace di far coincidere la rettitudine al rispetto di norme precodificate una volta per tutte.
Un’altra nota dolente arriva a proposito del diritto naturale, allorché Ricossa si richiama alla lezione del giuspositivista Bobbio sostenendo che “il giusnaturalismo è perfettistico in quanto creda «di aver messo certi diritti (ma non erano sempre gli stessi) al riparo di ogni possibile confutazione derivandoli direttamente dalla natura dell’uomo»” (p. 74). Ma la “natura dell’uomo” è appunto quella di essere imperfetto, capace di aderire all’infinito solo mediante un’ineffabilità non suscettibile di fondamento razionale. Dunque obbligato a operare chiusure convenzionali, assiomatiche, rispetto all’organizzazione sistematica di una materia eticamente rilevante come il diritto. Perfettistica sarebbe la pretesa di aver dimostrato dall’interno la verità dell’esistenza – anziché, più modestamente, la necessità concettuale – di simili fondamenti.
Tra una sbavatura e l’altra, comunque, l’autore tiene dritta la barra della sua personale navigazione verso un libertarismo scevro da incrostazioni positiviste, fino a scolpire riflessioni che non esito a giudicare ineccepibili. Come ad esempio quelle contro l’utilitarismo, memori del “monito di Popper (Congetture e confutazioni) [...] «non dovremmo mai cercare di controbilanciare la miseria di alcuni con la felicità di altri». Si nega così un cardine dell’utilitarismo, il “calcolo felicifico”, e si sottintende che sia in parte velleitaria l’intenzione di fare il bene dei posteri” (p. 99-100). E ancora: “gli utilitaristi tengono conto delle utilità di tutti gli individui, ma non esitano a sacrificare le utilità di alcuni a profitto di quelle degli altri (l’individualismo degli utilitaristi, che sono perfettisti, finisce presto)” (p. 160).
Non sono da meno i rimandi alla scuola liberale austriaca in merito all’annosa questione del tradizionalismo: [la tradizione] non deve fossilizzare il vecchio, ma formare un insieme di valori e di regole di condotta ampiamente seguite, che «per lo più non sono una scelta deliberata di mezzi per fini specifici, bensì una selezione nel corso della quale i gruppi di maggior successo sostituiscono gli altri o sono imitati dagli altri, spesso senza sapere a che debbono la loro superiorità» (F. Hayek, The Error of Constructivism). [...] Ai progetti rigidi di lungo periodo si sostituirebbe una sperimentazione flessibile, che non assicurerebbe l’ottimo, ma d’altra parte ridurrebbe il rischio delle peggiori catastrofi imputabili all’uomo” (p. 137). Il senso e il valore delle tradizioni derivano quindi dall’imperfezione umana, bisognosa di uno scudo contro la barbarie del dispotismo e le più sottili strategie accentratrici del costruttivismo democratico.
Naturale sbocco di queste premesse è un’impostazione epistemologica ove il relativismo si mantenga su coordinate strettamente descrittive, mai sbadatamente metafisiche: per quanto tale approccio sia costantemente “minacciato di degenerare [...] nel nichilismo: nulla è vero, nulla è falso, tutto è relativo, tutto è tutto, tutto è nulla [...] l’imperfettista popperiano crede nell’esistenza di assoluti (il vero, il perfetto), però non vuole illudersi che siano mai raggiungibili, né che, raggiunti per caso, siano riconoscibili e accertabili” (p. 183).
Una sistemazione gnoseologica che rievoca la dotta ignoranza di Nicola Cusano e che prelude all’abbraccio con la filosofia del libero arbitrio. La quale “continua tuttora a farci discutere, e forse sempre lo farà, anche perché nessuno di noi, mediante l’introspezione o in altro modo, sembra in grado di accertare se decidiamo come vogliamo o come vogliono innumerevoli cause ambientali e cause interne al nostro cervello; nessuno sa davvero se avremmo potuto scegliere diversamente da come abbiamo scelto” (p. 193). L’acquisizione delle norme comportamentali avviene tramite l’assorbimento nella coscienza individuale delle esperienze vissute, il che equivale ad ammettere la natura duale – oggettiva e soggettiva – dell’etica. In assenza di uno dei due poli, la gnosi ha gioco facile a esigere l’applicazione del suo disegno di “fine della morale”, nel cui ambito coltivare l’illusione di far coincidere parole e cose e di poter mettere capo al supplizio della precarietà esistenziale.
Giungere a conclusioni del genere, magari dopo faticosissimi percorsi di rielaborazione personale, comporta notoriamente il distacco dalla sensibilità dei più ed espone all’ostracismo ideologico da parte degli stessi cugini liberali “classici”. Forse il prezzo dell’imperfettismo è rassegnarsi a essere minoranza di una minoranza, ossia puristi ininfluenti e consci di sapere poco o nulla. L’avventura dell’intelletto, se non altro, ci gratifica con l’ironia socratica di questa consapevolezza.



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