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Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3


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#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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30 aprile 2008

In difesa di Darwin/Dimenticare Darwin

di Telmo Pievani
Bompiani, 123 pp., € 8,00

e di Giuseppe Sermonti
Il Cerchio, 150 pp., € 16,00

“È impossibile, in storia,
evacuare i fatti e spiegare tutto”
Alexandre Koyré

Dal 1859 a oggi, la teoria darwiniana ha suscitato roventi passioni ideologiche. I fautori del separatismo scientifico le hanno sempre trovate dispute fuori luogo, poiché per costoro la razionalità – con le discipline speculative e applicative a essa connesse – si esprime in forme e modi del tutto indipendenti dall’intuito. Sicché tra fede e scienza, così come tra arte e tecnica, andrebbe eretta e presidiata un’arcigna barriera d’ambito.
La visione epistemologica sottesa a tale assunto, in verità, è erronea nelle premesse e limitante negli esiti. Anzitutto perché fissare sotto il profilo storico una demarcazione assoluta tra scienza e non-scienza è compito titanico, a meno di non guardare alla ricerca scientifica condotta nel passato secondo il metro di riferimento giocoforza provvisorio disponibile nel presente. La lunga tradizione del creazionismo biologico, durante la quale fu l’idea dell’immutabilità delle specie (di chiara matrice teologica) a favorire l’attività di classificazione dei viventi, gettò le basi documentali su cui Charles Darwin poté costruire la sua celebre teoria evolutiva. La gravitazione e la dinamica newtoniane, frutti di una cosmogonia facente capo ai piani di un Grande Orologiaio, hanno rappresentato l’apogeo della meccanica classica. E gli esempi di come la “barriera d’ambito” di cui sopra abbia più volte esibito la tenuta stagna di uno scolapasta potrebbero proseguire a lungo.
Per non parlare poi del diffuso convincimento secondo cui la scienza sarebbe il regno inviolabile dell’oggettività empirica, solo a partire dalla quale l’astrazione trarrebbe i dati da elaborare in un secondo momento entro modelli sistematici. Questo paradigma aristotelico, che dal sensibile arriva all’ideale, rappresenta invece l’esatto opposto di quello (ri)affermatosi con la rivoluzione scientifica: grazie al recupero del platonismo avvenuto dal Quattrocento in avanti, è progressivamente tornata alla ribalta la gnoseologia che compie il percorso inverso, dall’ideale al sensibile. Priva di un buon motore metafisico, senza cioè essere cosciente di come all’intelletto occorra elaborare l’impulso di fattori non suscettibili di fondamento razionale, la riflessione scientifica moderna non avrebbe nemmeno potuto prendere le mosse. La scienza come sapere incontaminato è un animale probabilmente destinato a rimanere mitologico: essa “è intrisa di preconcetti metafisici, di visioni del mondo, di teologie, di filosofie di vario tipo. Nel suo percorso storico, associa sovente vecchi risultati con interpretazioni del mondo nuove e magari contrapposte a quelle precedenti” (Giorgio Israel).
Essenzialmente di queste tematiche si occupa il libello che Telmo Pievani, professore associato di Filosofia della Scienza presso l’Università di Milano Bicocca e acceso filo-darwiniano, dedica al “bestiario dell’antievoluzionismo all’italiana”. Benché attraversato da una vena polemica a tratti inutilmente e sgradevolmente astiosa, in più occasioni il pamphlet di Pievani punta il dito contro personaggi e atteggiamenti davvero indifendibili. Come altro qualificare la sorniona sparizione dell’evoluzionismo dai libri di testo di elementari e medie inferiori, con la panoplia di argomenti traballanti balbettata in difesa del provvedimento da Giuseppe Bertagna – all’epoca consulente ministeriale per la revisione dei programmi? Correva il 2004, allorché si tentò di rimediare al fattaccio istituendo una commissione di esperti per dirimere la questione: peccato che il dossier con cui il gruppo di scienziati tirava le somme sulla necessità di reinserire l’insegnamento del darwinismo nei programmi scolastici sia stato pressoché secretato.
Passando in rivista questo e altri esempi di depistaggio scientifico-pubblicistico, Pievani svolge però una linea argomentativa maestosamente ambigua. Oscillando spesso tra il “separatismo” e l’obliqua commistione tra naturalismo filosofico e teoria evolutiva, egli incorre in sottili contraddizioni e petizioni di principio. Quando prende di mira il “fisicalismo” antidarwiniano del solito, odiatissimo Antonino Zichichi, l’autore prima lo irride perché “ancora alla ricerca di un’equazione che gli dimostri la scientificità dell’evoluzione” (p. 42), poi lo critica rammentandogli “quanta matematica vi sia nella genetica delle popolazioni da ottant’anni a questa parte” e “quanti modelli quantitativi si usino in genomica” (p. 56). Questo secondo rilievo, se vogliamo, si rifà precisamente il nucleo epistemologico che Pievani costeggia senza mai addentrarvisi veramente: la biologia può ritenersi una scienza “dura” oppure no? Che la matematica sia propedeutica a un’importante sottoparte del raggruppamento disciplinare di cui la teoria dell’evoluzione si avvale, infatti, non evade il quesito una volta per tutte. Se consideriamo strettamente “scientifico” solo quel metodo che, tramite l’imposizione di precise condizioni al contorno, permette di operare una “de-storicizzazione” controllata e replicabile dei fenomeni oggetto di studio, va detto che perlomeno uno dei quattro pilastri del moderno neodarwinismo rientra a fatica nella definizione. Mi riferisco alla macroevoluzione per selezione competitiva, un processo ben lontano dall’essere osservabile e, di conseguenza, eventualmente falsificabile nelle spiegazioni che se ne danno. I batteri sottoposti all’attacco degli antibiotici mutano e si rinforzano, per esempio, ma non diventano balene per trasformazioni successive.
Inoltre l’anti-riduzionismo professato da Pievani aderendo alla concezione antropologica per cui i tratti umani caratteristici vanno studiati a tutto campo, senza tralasciare “la particolare evoluzione culturale, sociale e cognitiva della nostra specie” (p. 72), oltre a stridere fortemente con il matematismo metodologico sposato – non senza qualche incertezza, come detto – appena sedici pagine prima, morde la coda all’ontologia comunque naturalista avallata subito dopo. Se prevale l’immanentismo del “tutto è nella natura”, vale a dire riducibile a conoscenza, il riduzionismo cacciato dalla porta rientra dalla finestra: è quantomeno singolare come spesso tale prospettiva, trasferita nell’ambito della filosofia morale, si capovolga fino a deprecare ogni riferimento alla “natura” a tutto vantaggio della “cultura”. Nella sua battaglia contro i mulini a vento della metafisica e della trascendenza, Pievani rischia di svellere il chiodo al quale sta appesa la consapevolezza che il darwinismo non conferma né smentisce “se vi sia o meno un’entità ultraterrena”, specie dove l’autore conclude che però esso “ci mostra come non sia più in alcun modo necessario ricorrere ad alcuna causa finale né ad alcun principio finalistico” per spiegare “la storia naturale della materia e degli esseri viventi” (p. 97). Poiché l’idea di “causa finale” rinvia inevitabilmente all’agente che la determina, giova ricordare che il cardine dell’evoluzionismo è e rimane la generazione spontanea della vita, notoriamente indimostrabile e vivacemente dibattuta sin dai tempi di Redi e Spallanzani. L’indebita rimozione del quid metaforico a monte della teoria darwiniana ricorda la tattica dello struzzo; per giunta senza che ci sia alcun motivo di farvi ricorso, se si tiene presente che secondo Lakatos l’adozione di “ipotesi prime” chiuse alla falsificabilità è assolutamente legittimo per una teoria scientifica. Impossibile che Pievani dimentichi la lezione del filosofo ungherese, come peraltro dimostra il reiterato utilizzo dell’espressione “programma di ricerca” a proposito del darwinismo. Perché allora esporsi a queste critiche? Tanto più che, emendato da tutte le aporie del caso, il miglior argomento “in difesa di Darwin” – ovvero: quand’anche la teoria del naturalista inglese fosse falsificata, nulla autorizzerebbe per ciò stesso a cacciare le scienze naturali nella morta gora del creazionismo o nel larvato riduzionismo del “disegno intelligente” – è ottimamente padroneggiato dal saggista.
Tutt’altra temperie permea il libro del genetista romano Giuseppe Sermonti, ormai un classico dell’antidarwinismo. Nella prefazione, l’autore si chiama fuori dalla “disputa tra evoluzionisti e creazionisti”, in quanto “i primi propugnano una teoria sbagliata (che essi stessi hanno abbondantemente contraddetta), i secondi nessuna teoria («Dio solo sa...»)”. In estrema sintesi, per Sermonti la scienza studia le leggi invarianti e ripetibili della natura, mentre è la storiografia ad avere per oggetto gli eventi non sperimentabili, quelli che avvengono una volta sola – tipo l’evoluzione per selezione della singola specie. La critica sermontiana ha sicuramente in uggia l’induttivismo, poiché esalta la necessità contro la contingenza, il testo contro il contesto. Ma quali sarebbero le norme da rendere oggetto di formalizzazione a-storica per descrivere la “frazione codificabile” della cladogenesi? Secondo Sermonti, esse vanno ricondotte alle “leggi della forma” che accomunano i tre regni naturali. Impegnati a sezionare e studiare compulsivamente le unità elementari dei tessuti organici, gli scienziati avrebbero perso di vista le strutture complesse date dalla loro organizzazione.
Il grosso problema del suddetto asse tematico portante viene dalla mancanza di sbocchi teorici in grado di andare al di là della mera suggestione – per quanto affascinanti possano risultare i lirismi pindarici pennellati da Sermonti per restituire l’idea-forza del suo peculiare strutturalismo. L’analogia formale tra la morfogenesi dei viventi e la geometria dei frattali (Mandelbrot, 1975), famiglia di disegni in cui “ogni parte è la riproduzione miniaturizzata della figura di partenza”, non si salda in un impianto teorico dal quale trarre i criteri predittivi atemporali che l’autore giustamente invoca. Tant’è vero che, giunta alle battute conclusive, la trattazione ripara nelle meno tempestose acque dell’ereditarietà proteica, dove si “limita” a denunciare che tra le cause dell’ordine biologico i fattori epigenetici svolgono un ruolo di primo piano. Come del resto intuiva anche Darwin stesso accreditando la teoria della pangenesi, secondo cui “l’uovo era fatto dalle particolarità dell’organismo, che riversavano nel liquido seminale i loro trascorsi terreni sotto forma di particelle. «Pangenesi» vuol dire che tutto l’organismo genera il figlio”. Ma è un ripiegamento nella sfera della storicità e della contingenza anche questo spostare l’hindsight dai filamenti di nucleotidi alle catene di amminoacidi. Forse che l’unica scienza rigorosamente avulsa dall’accidentalità è la matematica?
Tuttavia l’opera di Sermonti ha il merito di voler contribuire senza infingimenti alla riappacificazione tra i due emisferi del cervello dopo la bisecolare dialettica Illuminismo-Romanticismo. L’inconcludenza dell’ermeneutica mitografica e letteraria alla quale l’ex professore ricorre apertamente per metaforizzare molti passaggi del suo discorso, infatti, non deve impedire di respingere la falsa coscienza del determinismo integrale, che ambisce a recintare spazi di oggettività insindacabile nei quali sia finalmente lecito – anzi, addirittura doveroso – abdicare alla fastidiosa necessità di sottoporre i “fatti” all’esercizio dell’interpretazione attiva. Essenzialmente perché non c’è nulla di male nel riempire i vuoti conoscitivi con “preconcetti metafisici, visioni del mondo, teologie e filosofie di vario tipo”: basta non indulgere alla iattante pretesa di potersi/essersi potuti esimere dal transito per questa ineludibile classe di presupposti, s’intende.




25 aprile 2008

Buon San Marco!


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20 aprile 2008

Operazione Crying Freeman - Lo showdown finale


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15 aprile 2008

Dopo il trionfo

Ieri pomeriggio, mentre le schede elettorali di Senato e Camera scorrevano sotto i nostri occhi di scrutatori e rappresentanti di lista, montava uno stupore congolese. L’orologio della Storia sembrava essersi nuovamente posizionato sul 1992, allorché il Carroccio vestì i panni dell’angelo sterminatore per conto di un tessuto sociale lombardo-veneto esasperato dalla partitocrazia. Lega e Pdl hanno viaggiato per cinquantine parallele (la cui effettiva consistenza numerica è spettato al sottoscritto conteggiare materialmente...) durante tutte le operazioni di spoglio, fino al sorprendente risultato definitivo: il partito di Bossi si è attestato al 30%, col Pdl al 36%. Fatti due conti, se si tiene presente che in paese Forza Italia ha sempre raggiunto il 30-35% in assoluta scioltezza, è evidente che i voti degli aennini locali si sono spostati in blocco sotto i tiepidi raggi del sole alpino. La defezione di strati sempre più ampi della base forzista, comprensibilmente disgustata dall’involuzione feudale e familistica del suo personale politico di riferimento sul territorio, ha fatto il resto. Stamattina, poi, i risultati definitivi per l’intera area comunale mi hanno lasciato definitivamente allibito: Lega 40,64%, Pdl 32,13%. Non esattamente un plebiscito progressista, insomma. Udc ferma a poco meno del 4%, Pd al 14,27%, agli altri le briciole.
A Verona la musica, seppur mitigata dal contesto ideologicamente meno monolitico del capoluogo di provincia, non cambia troppo. Anche se il Pd, con ardimentoso sprezzo del ridicolo, si strombazza “primo partito della città” (29,25%), il fatto che la somma di Lega e Pdl dia un 51% quasi tondo rimane lì a testimoniare come i numeri dell’exploit leghista dell’anno scorso (60%, al quale vanno sottratti il 5,42% dell’Udc e le frattaglie di estrema destra) siano sostanzialmente invariati.
Anche in regione i valori storici del consenso politico restano pressoché gli stessi da almeno quindici anni. Pdl+Lega al 54,3%, Pd+Idv 31,5%: per riaggregare il consueto rapporto di 60/40 occorre usare gli stessi accorgimenti indicati nel caso di Verona, visto che stavolta i due principali contendenti correvano con coalizioni leggere. A questo proposito, la tenuta dell’Udc veneta (5,7%) costituisce uno spunto di riflessione da estendere al piano nazionale.
Perché sarà pur vero che le elezioni hanno decretato la fine dei partiti identitari – quelle formazioni, cioè, che intendono vivere di rendita recintando il perimetro dei “valori” di loro esclusiva competenza – e l’enorme successo della Lega Nord, ma il dato da tenere in maggior considerazione per figurarsi le dinamiche della politica italiana prossima ventura è rappresentato proprio dalla discreta prestazione del partito di Casini. Al loft veltroniano si profila una – letterale – resa dei conti: il Popolo della Libertà, da solo, ha ottenuto grossomodo gli stessi voti del Partito Democratico e dell’Italia dei Valori messi insieme. Con il tracollo del cartello antagonista messo in piedi da Bertinotti, Diliberto e Pecoraro, per il Pd è da ritenere archiviata ogni ipotesi di alleanza strategica con le forze politiche alla sua sinistra. Quindi nel novero dei progetti per la rivincita democratica rimane solo un patto con l’Udc, il che avrebbe ottime credenziali per divenire il perno della probabile fronda dalemiana in seno alla nomenclatura ex diessina. Fagocitando un’altra razione di democristiani, al prossimo giro la partita sarebbe tutt’altro che scontata: 37,55%+5,62% dopotutto fa un buon 43,17%, sicché basterebbe solo che la Lega perdesse un po’ di mordente protestatario e i giochi sarebbero fatti.
Questa legge elettorale potrebbe favorire la semplificazione del panorama politico ben oltre il livello già registrato dai suoi estimatori dell’ultima ora.




13 aprile 2008

Campioni dello sport - Roger Federer


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11 aprile 2008

Juno

Incinta dopo la prima volta col suo ragazzo, la pepata sedicenne Juno (Ellen Page) decide di tenere il bambino e di darlo in adozione a una malassortita coppia di yuppie, ansiogena lei (Jennifer Garner) e bamboccione lui (Jason Bateman). Scoprirà di quanta pressione psicologica sia capace il conformismo della gente, ma anche di aver fatto la scelta giusta.
Jason Reitman, figlio d’arte già apprezzato alla regia del caustico Thank you for smoking, torna a scolpire personalità con una pellicola visibilmente attraversata dalla vena sardonica che lo contraddistingue. Riecco allora i beffardi siparietti extradiegetici, come la “vestizione” della secchiona-tipo o il ralenti del preservativo srotolato su una banana (perfetta metonimia dell’educazione sessuale istituzionalizzata), ma anche eleganti istantanee del disagio a un tempo adolescenziale e adulto sperimentato dalla protagonista. Il suicidio simulato fingendo di impiccarsi a un “cappio” di liquirizia ripiena saluta amaramente l’inizio di un’esperienza tanto gravosa quanto precoce, mentre le due semisoggettive sull’ingresso a scuola di Juno prima e dopo la gravidanza visualizzano altrettante varianti – quella ammassata e quella additata – della solitudine giovanile.
È però nel conferire spessore caratteriale al suo micromondo di personaggi che Reitman dà il meglio di sé. Appassionato ai loro destini all’evidente limite del coinvolgimento affettivo in prima persona, indugia su manie e dilemmi esistenziali con rapide passate di cinepresa (penso alle mani della futura mamma adottiva impegnate a rassettare nervosamente una fila di salviette) e senza mai diluire inutilmente il compattissimo copione. Incassando poi la superlativa interpretazione della primadonna Ellen Page, dotata di una gamma espressiva davvero eclettica, nonché l’elevato apporto recitativo del cast nel suo complesso, su cui svetta la sorridente emotività di Vanessa (Jennifer Garner).
Tutto questo in poco più di novanta minuti: occorrerebbe scomodare parole come “gioiello” e “capolavoro”, se solo la pur lodevole sceneggiatura del premio Oscar Diablo Cody non scontasse qualche ingenuità (vedasi l’atteggiamento dei genitori di Juno, forse un po’ troppo comprensivo per risultare credibile in una situazione del genere) e non imboccasse un epilogo all’insegna di un ottimismo sicuramente edificante, ma a maggior ragione in netto contrasto con il tono della commedia agrodolce messa in scena fino al quarto d’ora finale. Tanto sarcasmo politicamente scorretto per approdare a un macchina indietro della serie “due cuori una capanna”?

La parola agli esperti: “incisiva e divertente la commedia senza pretese di dramma, lezione di cinema & dialoghi e non di morale. Non la si rovini per paraculi motivi elettorali” [Alessio Guzzano]; “un film particolarmente garbato, capace di sollevare questioni di notevole richiamo mediatico (la società raccontata da Reitman, per quanto strampalata, non è nient’altro che l’odierno mondo in cui ci muoviamo) senza però imporre una precisa chiave di lettura” [Priscilla Caporro]




8 aprile 2008

Segnalibro - Ignite, Are you listening


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6 aprile 2008

Operazione Verità - Veltrusconi, il fumetto




4 aprile 2008

Cattolicesimo, protestantesimo e capitalismo

di Paolo Zanotto
Rubbettino/Leonardo Facco, 286 pp., € 10,00

“Ogni muta attività può ricoprire
l’intuizione dell’essere”
Elémire Zolla

Tempo fa scrivevo che le “divergenze parallele” tra liberali e libertari sono il riflesso della spaccatura gnoseologica tra protestantesimo e cattolicesimo nel ristretto ambito della dottrina individualista. Il senese Paolo Zanotto, esperto di pensiero libertario statunitense ed europeo, proprio al tema delle ripercussioni socio-economiche delle differenti sensibilità teologiche tra cristiani riformati e non dedica il presente saggio. [continua su Movimento Arancione]



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