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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Direttore Giancarlo Loquenzi
















































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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
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Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

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La lussazione

Pensierini bioetici

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compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
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La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
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La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
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Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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30 settembre 2007

Operazione Corrida - Fuochi d'artificio




28 settembre 2007

Appunti su "Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco"

 “Alla fine tutti noi diventiamo canzoni. Se siamo fortunati”

Negli sterminati e onnicomprensivi cieli della letteratura fantasy, da oltre dieci anni risplende l’astro di George R. R. Martin. L’opera dello scrittore americano è molto vasta; qui mi occupo di stendere qualche nota sull’edizione italiana del suo lavoro più acclamato, cioè Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco.
La pubblicazione del ciclo romanzesco segue una suddivisione in episodi premeditata all’origine, anche se già soggetta a qualche variazione in corso d’opera. La tabella di marcia inizialmente programmata dall’autore prevedeva tre volumi, Il gioco dei troni (A Game of Thrones), Lo scontro dei re (A Clash of Kings) e Tempesta di spade (A Storm of Swords), ai quali, dopo un controverso ripensamento d’intenti, si sono aggiunti Un banchetto per corvi (A Feast for Crows), La danza dei draghi (A Dance with Dragons), I venti dell’inverno, (The Winds of Winter, titolo provvisorio) e Il sogno della primavera (A Dream of Spring, titolo provvisorio). In Italia i primi tre libri sono stati pubblicati da Mondadori, non senza che il loro spezzettamento in due o tre sotto-volumi ciascuno suscitasse qualche giusto malumore, mentre finora del quarto la stessa casa editrice ha pubblicato solo la prima parte (Il dominio della regina).
Va subito specificato che l’inserimento di A Feast for Crows tra A Storm of Swords e A Dance with Dragons, a riempimento di una lacuna cronologica di cinque anni tra i fatti narrati nella prima e nella seconda trilogia, si deve tra l’altro a una vera e propria sollevazione telematica degli appassionati: vedremo in seguito come anche per Martin la poca fermezza nell’ignorare le ubbie del fandom si sia rivelata una cattivissima consigliera.
Le vicende raccontate ne Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire in lingua madre: non si capisce bene se l’insulsa traduzione italiana del titolo originale, peraltro unico neo nell’ottima trasposizione curata da Sergio Altieri, voglia parassitare il successo del lewisiano Le cronache di Narnia) si svolgono in un mondo immaginario nel quale le stagioni possono durare anni interi e le terre emerse vedono un continente occidentale e uno orientale dirimpettai sui due lati dell’oceano minore, chiamato Mare Stretto. Il baricentro dell’avventura è saldamente situato a Ovest, con uno dei tronconi narrativi salienti più qualche “deviazione” dal tracciato principale dislocati a Est. La regione occidentale del planisfero martiniano, cartografata abbastanza dettagliatamente all’interno di tutte le edizioni del libro, costituisce una sorta di macro-Britannia con sporadici innesti mediterranei. I punti di contatto dell’occidente tratteggiato da Martin con la storia e la civiltà anglosassoni, infatti, sono numerosi e significativi. I sette regni degli uomini, all’epoca in cui scoppia la guerra di successione al trono sulla quale si impernia il racconto, sono ingabbiati nel rigido sistema feudale e centralista creato tre secoli prima da Aegon il Conquistatore, ma in precedenza formavano una confederazione di reami indipendenti: esattamente come l’Inghilterra pre-normanna. Le rare tracce di politologia presenti nel testo, a tal proposito, hanno nell’alternativa tra unione e unità dei regni il loro tema cardine. Il confine settentrionale del mondo civilizzato è un’immensa muraglia di ghiaccio custodita da un ordine di monaci guerrieri, i Guardiani della Notte, e oltre la frontiera Nord si distende una selva abitata da tribù di feroci barbari, i Bruti. La similitudine con il vallo di Adriano, che anticamente proteggeva i domini inglesi dalle scorrerie dei Celti e ancora oggi segna il limitare della Scozia, è palese. Le due casate rivali nel “gioco del trono” sono i Lannister e gli Stark (rispettivamente signori di Castel Granito e di Grande Inverno, ovvero i lord protettori dell’Ovest e del Nord), consonanti perfino nel nome alle case di Lancaster e York che combatterono la sanguinosa Guerra delle Rose nel XV secolo. Tutta l’onomastica delle terre occidentali, poi, si regge su una fonetica che oscilla tra il celtico (Robert Baratheon, Vyseris Targaryen) e l’anglofono (Nestor Royce, Walder Frey, Jacelyn Bywater).
Più scarse sono le informazioni relative al continente orientale; sappiamo che in buona parte esso è organizzato in città libere sul modello delle poleis greche, che in alcuni territori si pratica il commercio degli schiavi e che l’etnografia complessiva del Levante martiniano unisce elementi (medi)orientaleggianti a caratteri più tipicamente europei (come ad esempio la conformazione della città di Braavos, che di Venezia riproduce i canali, i ponti e addirittura le gondole).
Come sempre, ogniqualvolta si profili all’orizzonte un bestseller “di genere”, scatta il riflesso condizionato di paragonarne gli stilemi con l’opera che, a torto o a ragione, viene universalmente riconosciuta quale capostipite del filone. Nel nostro caso, si tratta ovviamente di stabilire il grado di parentela tra i Sette Regni di George Martin e la Terra di Mezzo di John Tolkien.
Dietro una comune estetica a forti tinte medievali, in realtà, tra l’opera dello scrittore americano e del fellow britannico si rinvengono profonde differenze stilistiche e tematiche, pur con una peculiare convergenza nella poetica. Mentre Tolkien si prefiggeva l’obiettivo – a onor del vero raggiunto pienamente solo con gli scritti postumi – di svincolare radicalmente il testo dal contesto, cioè di fare mitologia, Martin è decisamente uno scrittore del nostro tempo. Certo, le sue Cronache non rientrano nel campo del fantasy “debole” ovunque prodotto dopo che la tragedia del Novecento è degradata in farsa, ma gli schemi compositivi adottati al loro interno avvicinano il risultato finale più al romanzo storico postmoderno che all’epos. Non a caso la temperie machiavellica da cui emergono alcune svolte narrative e la crudezza di molti registri espressivi ricordano in svariati frangenti I pilastri della Terra di Ken Follett (libro peraltro eccezionale). Se lo “scheletro portante” della cosmogonia tolkieniana è il Verbo, inteso come potenza (sub)creatrice del linguaggio, lo spessore storico del mondo martiniano riposa su sostegni retrospettivi più a buon mercato: un’abbondante araldica di stemmi, blasoni e segnacoli nobiliari, qualche riferimento cronologico per coordinare la storiografia dei Sette Regni, un arcipelago di credenze religiose stratificatesi nel corso dei millenni. Riguardo al rilievo della religione nell’indirizzare il corso degli eventi, del tutto latente in Tolkien, nell’opera di Martin l’adorazione delle diverse divinità ricopre la funzione – eminentemente politica – di legittimare il potere costituitosi attorno alle varie schiatte aristocratiche. Gli Stark e i popoli del Nord sono devoti al culto animista dei Primi Uomini, mentre nel resto del continente occidentale prevale la tradizionale adorazione dei Sette Dei (di marca “archetipica” vagamente greco-romana). Eppure sono i culti misterici monoteisti che, improntati a un ferreo dualismo ontologico, promettono di fornire all’autore un serbatoio creativo per future invenzioni tramiche. Il Signore della Luce e il Dio Estraneo, così come il Dio Abissale e quello della Tempesta, definiscono antinomie concettuali nette e dispongono di ministri in possesso della facoltà di resuscitare i morti. Ancora da inquadrare rimane la parte in commedia del culto panteista celebrato nella città di Braavos al Dio dai Mille Volti.
Da tali brevi note si desume la differenza forse più marcata tra le scritture di Tolkien e Martin, che attiene all’opposto arco teleologico descritto nelle due epopee: laddove la Terra di mezzo, con la distruzione dell’Anello e la partenza degli Elfi, si accinge a distaccarsi senza appello dalla dimensione magica e soprannaturale e a “secolarizzarsi”, i Sette Regni vivono immersi nel potere, per così dire “stagionale”, di forze (e creature) ancestrali in spola perenne tra quiescenza e risveglio.
Eppure il ruolo giocato dalla magia offre allo stesso tempo anche un interessante motivo di similitudine “poetica” tra i due autori: in Tolkien come in Martin le arti magiche assumono contorni incerti e sfuggenti, determinando un’esemplificazione della capacità di dominio. Il recente fantasy neognostico (ossia a vario titolo debitore di concezioni “elettive” della conoscenza), al contrario, ha sempre in un pervasivo brodo d’empatia stregonesco la sua forza motrice per eccellenza.
In conclusione, resta solo da esprimere un giudizio d’insieme sulla saga letta fin qui. Alla partenza piuttosto naif di A Game of Thrones ha fatto seguito una vistosa maturazione stilistica, culminata nella forsennata ecatombe di A Storm of Swords. Ma l’incognita che minaccia più seriamente il futuro del ciclo martiniano è la volubilità dell’autore che, sommata alla propensione ad accusare la pressione pseudocreativa dei suoi fans più agguerriti, rischia di replicare anche in futuro il mezzo passo falso compiuto sinora con A Feast for Crows. Un libro stancamente interlocutorio, che ignora due dei tre personaggi meglio caratterizzati del cast (il nano deforme Tyrion Lannister e il voltagabbana Theon Greyjoy, quest’ultimo gettato nel dimenticatoio davvero da troppo tempo) e serve al terzo (il keynesiano maestro del conio Petyr Baelish) solo una particina striminzita. George Martin avrebbe dovuto respingere i diktat del fandom e proseguire nella sua idea di frapporre un salto temporale tra le due trilogie con un po’ più di risolutezza, dote che però notoriamente non abbonda tra gli uomini di lettere.

Link utili:

Le voci di Wikipedia su George Martin e su Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco

La Barriera (sito non ufficiale di appassionati italiani: da vedere il loro atlante in flash dei Sette Regni)




24 settembre 2007

Espiazione

Nell’idillica brughiera inglese di metà Anni ’30 Briony, una petulante e agiata scrittrice in erba, lancia un’infondata accusa di stupro nei confronti del fascinoso giardiniere alle dipendenze della sua famiglia. La ragazzina, in realtà, sta piegando la cognizione del mondo che la circonda ai contorni fiabeschi delle sue fantasie letterarie e, nel contempo, vuole esorcizzare la gelosia che la attanaglia a causa della relazione amorosa tra sua sorella maggiore e il bel sottoposto. Allo scoppio della II Guerra Mondiale, dopo qualche anno di prigione, l’uomo sceglierà di riscattare la sua malasorte arruolandosi nel contingente britannico diretto a Dunkerque e struggendosi di dolore in attesa del sospirato ricongiungimento con l’amata.
Il film di Joe Wright vede in un nucleo drammaturgico ricco di sottotesti speculativi tipicamente “letterari” assieme il suo punto di forza e il suo tallone d’Achille. I due temi portanti che sorreggono per mutuo contrasto la struttura simbolica del film sono l’interdipendenza causativa tra finzione e realtà e, contemporaneamente, la tragica fatalità della colpa. Una volta completata la stesura della sua miniopera teatrale, Briony si adopera fino alle estreme conseguenze per applicarne gli stilemi al “mondo diegetico” che racchiude la sua esistenza. Dopodiché la fanciulla fronteggia gli esiti nefasti della sua alienazione, chiarisce a se stessa i motivi che l’hanno spinta a coartare la realtà dei fatti e prende coscienza del ruolo decisivo svolto dalla “dissonanza cognitiva” nella registrazione interiore del vero. Si accorge cioè di come la natura del dato osservato dipenda dalla disposizione visuale dell’osservatore, realizzando quindi l’insufficienza del linguaggio nella rappresentazione per analogia: tale consapevolezza la spinge allora a scrivere un romanzo autobiografico “riparatore” in grado di restituire la dinamica degli avvenimenti passati alla loro autenticità.
In Espiazione, poi, la colpa deflagra e annichilisce senza alcun riguardo per la responsabilità individuale. Un assunto che, in rapporto di dipendenza diretta con la “realtà della finzione” di cui s’è appena detto, espone i protagonisti della vicenda a un’assoluta precarietà esistenziale.
Le risorse espressive adottate da Wright per disegnare questi due lineamenti tematici sono le reiterazioni sceniche da punti di vista differenti, al fine di rappresentare le molteplici sfaccettature sotto le quali il reale si presenta, mentre la disgrazia incombe sotto forma di frattura materiale (una corda di pianoforte spezzata, la puntina di un giradischi che salta, un volatile che irrompe bruscamente sulla scena). Tale secondo motivo raggiunge un’esasperata intensità di raffigurazione nel camera indietro che ritrae un tappeto di bambini morti, variante estremizzata dell’innocenza punita.
La ridotta profondità di campo è di prammatica nei passaggi volti a mettere in risalto la sottrazione della coppia Robbie-Cecilia al loro contesto visivo: una soluzione che, al crescere del minutaggio, lascia progressivamente trasparire il casus fictus verso il quale converge, svelato nell’inquadratura finale. Briony giunge al traguardo di raccontare il passato “senza aggettivi” al caro prezzo di lasciarsi fisicamente agglutinare dal fine di perfezionare spasmodicamente la storia: vecchia, sull’orlo della demenza e significativamente ripresa in primissimo piano su un vuoto fondale nero. Il tutto mentre lo spettatore si scopre ingannabile proprio a causa delle sue aspettative nei confronti del racconto al quale assiste, ovvero realizza di trovarsi nelle medesime condizioni ricettive della Briony imberbe.
Tra il cast spiccano i protagonisti del ménage a trois su cui si regge l’intera pellicola, ossia Robbie (James McAvoy, già visto ne L’ultimo re di Scozia), Cecilia (Keira Knightley) e Briony (Saoirse Ronan da piccola, Romola Garai da grande, Vanessa Redgrave da vecchia). Versatile e convincente il primo, diva di bravura e bellezza sorprendenti la seconda, cupamente adunca la ragazzina, timidamente contrita la fanciulla, splendidamente corrugata l’anziana. Eccellente la fotografia, che contempla tra l’altro il memorabile piano sequenza al porto di Dunkerque, trasfigurato dalla guerra in una sorta di malabolgia infernale.
La prima ora del film scorre senza intoppi, densamente dialogica e “profilmica” senza bulimie verbali o sintattiche, ma l’elevato contenuto simbolico da arrangiare nella seconda parte dell’opera appesantisce notevolmente l’insieme. Peccato, perché uno snellimento dei registri espressivi avrebbe reso ottimo quello che è comunque un buonissimo film.

La parola agli esperti: “un film epico-intimista che incanterà chi rimpiange i grandi mélo anni 30-40 e le loro convenzioni annoiando forse tutti gli altri [...] l'estetica turgida del 35enne Joe Wright (già regista di Orgoglio e pregiudizio) sa più di spot che di grande cinema” [Fabio Ferzetti]“gli eventi assumono un mutevole valore a seconda di chi li guarda soprattutto se costui li elabora dalla prospettiva privilegiata (perché possibilmente manipolante) dello scrittore, anche se poi (salto mortale) la letteratura è anche lo strumento per smentire questo privilegio (a parole) e dimostrare, al contrario e furbescamente, che tutte le visioni delle cose hanno pari valore (il che non è: Briony si servirà ancora del suo essere scrittrice per raccontare gli stessi fatti e ristabilire torti e ragioni; altro che democrazia dello sguardo e della prospettiva: certi privilegi sono di pochi)” [Luca Pacilio]




23 settembre 2007

Settimana Arancione - Cos'è il liberalismo?

 Definire il liberalismo in poco più di dieci minuti è impresa al limite dell’umano: ci sarà riuscito il Movimento Arancione? View & judge!





21 settembre 2007

Fenomenologia del Grillo

 Il clamore suscitato dall’adunata piazzaiola convocata dal comico/tribuno Beppe Grillo restituisce al dibattito di massa il tema dell’etica politica. Altrimenti conosciuto come "questione morale", il malcostume sibaritico dei titolari di cariche elettive rappresenta un intrinseco problema dei sistemi democratici, notoriamente retti da temporanee "dittature della maggioranza". Per guadagnarsi il consenso necessario alla propria elezione, gli uomini politici hanno bisogno di ingenti risorse economiche. Come prevenire, allora, l’eventualità che la classe dirigente nel suo insieme sfrutti la leva legislativa per procacciarsi ingiustificati privilegi pecuniari? E dove collocare l’insofferenza – meglio nota come antipolitica – espressa dalla gente comune qualora una simile condotta diventi pratica corrente? [continua su Movimento Arancione]

Trackback: Phastidio, Show your stuff! [Weekend Open Trackback]

Update (24-09-2007): sul "perimetro dell'antipolitica", Zamax




16 settembre 2007

Operazione trailer - Titanic 2

 Questo finto trailer è ormai diventato una pietra miliare, ma visto quanto è ben fatto si merita l’embed. Mi stupisce che nessuno sceneggiatore “serio” abbia preso in parola la goliardata...



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permalink | inviato da Ismael il 16/9/2007 alle 15:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



11 settembre 2007

Dalla lotta di classe alla lobby continua: il liberismo è davvero di sinistra?

Scegliere tra la Destra e la Sinistra è un fatto dell’anima, purché ci si metta d’accordo su come riempire di significato due parole che – specie nei sistemi bipolari o bipartitici – definiscono l’appartenenza politica di persone e fasce sociali anche diversissime tra loro per esigenze materiali, capacità economiche e valori condivisi. Quando scrivo che, per dirsi dell’una o dell’altra sponda, occorre ad esempio stabilire se e in quale misura la legge è conseguenza della morale o viceversa, sottintendo che ogni possibile risposta a tale problema implichi una nozione sufficientemente chiara del “posizionamento binario” che ne deriva.
Già questa consapevolezza costituisce un requisito decisamente ostico, se consideriamo che a ciascun capitolo di una qualunque agenda politica è assai frequente attribuire pesi specifici molto diversi e magari fornire risposte ideologicamente incongruenti (come può essere il caso di una sindrome not in my backyard combinata al totale disinteresse per gli affari esteri o per la bioetica, circostanza peraltro comunissima). Se poi teniamo presente che ogni questione capitale rappresenta una variazione sul tema dell’uovo e della gallina, sia nella formulazione sincronica (chi dei due è nato prima?) che in quella diacronica (meglio il primo oggi o la seconda domani?), dobbiamo alzare le mani e ammettere l’insussistenza della dicotomia Destra/Sinistra.
O meglio, dovremmo farlo se la realtà storica non ci offrisse un orizzonte di eventi tramite i quali associare cause ed effetti a principi invarianti: ecco allora che l’indole innata può introiettare una scuola di pensiero, o un riferimento intellettuale, frutto della progressiva stratificazione di facies culturali accumulatesi nel tempo. Ferma restando la smisurata ipocrisia insita nella pretesa di sistemarsi la realtà una volta per tutte e definitivamente, rimane comunque legittimo aggiustare il proprio modello di lettura del “mondo fenomenico” in base a una pur perfettibile (cioè umana) scelta tra le alternative poste dai “grandi quesiti”. Uno dei quali è il seguente: in economia, la domanda è conseguenza dell’offerta o viceversa? La risposta del determinista – ossia di colui che, da buon pianificatore razionale, ritiene di poter prevedere e incasellare a priori i bisogni e i comportamenti degli uomini – sarebbe senz’altro “viceversa”. Storicamente, tale è la risposta di chi si ispira all’escatologia della predestinazione: in senso lato, è la forma mentis del socialista. Al realista, invece, non sfugge che la ciclica scarsità delle risorse produttive aguzza l’ingegno e dà origine a ritrovati merceologici sempre nuovi, capaci di incidere profondamente sulla formazione della domanda. I fautori dell’economia di mercato appartengono ovviamente alla seconda “famiglia”.
Sennonché, tornando a bomba al “qui e ora”, capita che Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, illustri editorialisti del Corsera, pubblichino una raccolta di articoli intitolata Il liberismo è di sinistra, dove per “liberismo” s’intende appunto la dottrina delle libertà economiche. Dopo La Casta di Rizzo e Stella, molto prosaicamente, il pensatoio Rcs tenta ancora una volta di conferire dignità intellettuale alla convergenza d’interessi tra i padronati confindustriali e la “sinistra d’affari” diessina. Quel ch’è peggio, sfruttando come collante programmatico temi che, se compitati dai loro “genitori biologici” destrorsi, ridiventano magicamente vieti cascami populisti e antisindacali: l’insofferenza per i costi della politica da un lato, l’efficienza sociale del libero mercato dall’altro.
Eccoci al punto chiave: l’efficienza sociale del liberismo applicata a propositi tipicamente progressisti. Io non conosco Alesina, ma del pensiero di Giavazzi ci si può fare un’idea abbastanza dettagliata leggendo questi suoi due editoriali. In sintesi: la liberalizzazione dei mercati serve a combattere i cartelli collusivo-lobbystici allestiti dagli avidi capitalisti conservatori, mentre la libertà educativa unita alla meritocrazia e alla contendibilità dei mercati finanziari, generando innovazione e maggiori guadagni, accresce i consumi, cioè contiene la depressione della domanda. L’argomento dell’efficienza, basato quasi sempre sull’analisi dei dati macroeconomici risalenti alle esperienze di governo di Reagan e della Thatcher, è però un’arma a doppio taglio. In primo luogo, perché spesso trasforma arbitrariamente dinamiche peculiari in nessi causali: non è affatto detto che la concorrenza comporti per forza un “abbassamento generalizzato dei prezzi”, specie nel breve termine, né che prevenga necessariamente il costituirsi di oligopoli. In secondo luogo, in forza al principio di non contraddizione, perché il criterio dell’efficienza potrebbe anche obbligare – nel caso in cui le riforme liberiste avessero a rivelarsi inefficienti – ad anteporre i fini ai mezzi. E quindi a seguire vie alternative e più efficienti per stimolare la domanda, come ridurre i tassi d’interesse o stampare carta moneta, ricadendo di fatto nel veterokeynesismo. I liberisti di vaglia, impegnati a rendere appetibile un “prodotto” politicamente scomodo, commettono spesso l’errore di promuovere il libero mercato descrivendone esclusivamente l’efficienza sotto il profilo del conto economico (maggiori gettiti fiscali complessivi, maggiore erogazione tributaria presso i quintili più alti della platea contribuente, maggiore mobilità sociale). Di fatto servendo su un piatto d’argento il controcanto ai riformisti: ma allora, aggiustando di pepe antilobbysta e agitando il tutto nello shaker delle class action, il liberismo è di sinistra!
Invece l’argomento che rende tale opzione politica sostanzialmente “di destra”, cioè anti-determinista, è la giustezza del liberismo a prescindere dai suoi risvolti efficientisti. Quelli sono una graditissima sopraddote, naturalmente, ma non influiscono in nessun modo sull’assunto base conservativo, secondo cui è illegittimo che lo stato travalichi il suo unico ruolo, che è quello di garante dell’imparziale applicazione delle leggi nei confronti di tutti i cittadini. L’equivoco del mercato come generatore di domanda e di spensieratezza è stato approfondito e sfatato da Guglielmo Piombini in un saggio su Murray Rothbard, nel quale si legge che “una società libertaria fondata sul puro lasseiz-faire capitalistico svilupperà con probabilità dei costumi sociali ispirati a regole di tipo tradizionale, sul genere di quelle tramandate dall’eredità giudaico-cristiana, e non stili di vita permissivi, edonistici e libertini, da controcultura anni Sessanta o Settanta. Di per sé, infatti, il capitalismo non è un sistema gaudente o materialistico, ma è anzi un sistema che impone a tutti elevati livelli morali di etica del lavoro, impegno, affidabilità, responsabilità personale, risparmio, previdenza, prudenza. Chi non si attiene a questi standard viene colpito da dure sanzioni di mercato (se non produci non guadagni) e sociali (legittime discriminazioni). È solo con l’avvento dello Stato sociale e della redistribuzione statale, che spezza il legame tra comportamento responsabile e disponibilità di risorse, che a partire dagli anni Sessanta del XX secolo in Occidente si sono diffusi a livello di massa stili di vita decadenti ed edonistici” (pag. 11). Cioè in una “repubblica ideale” libertaria esiste semmai una spinta al risparmio e all'investimento ben ponderato, non al consumismo schiavo delle preferenze immediate.
Se la sinistra sposasse il liberismo in questi termini, sarebbe la destra liberale la prima a felicitarsi di aver “convertito gli infedeli”. Ma l’assorbimento giavazzista dei dettami liberali tradisce la volontà di servirsi del mercato per proseguire la lotta di classe con altri mezzi, magari forgiando nel contempo monadi libertine che – immerse in una sorta di avveniristico solipsismo etico – diventino facile preda di mastodontici potentati sindacal-industriali. Vale a dire esattamente l’intendimento dell’accoppiata fissa tra Confindustria (tramite gli usuali terminali editoriali) e riformisti.
Per noi right-libertarian è meglio, molto meglio, lasciare Giavazzi e compagnia corrierina ai loro imbrogli ideologici nati logori e preoccupraci del “nemico” alla nostra destra: il mercantilismo continental-protezionista propagandato con vacuo sfoggio di tradizionalismo spicciolo dal Tremonti ultima maniera. Oggi come oggi il vero rischio fatale è vedere la cosiddetta destra “sociale” neocorporativa rialzare la testa.

Sullo stesso argomento: Zamax, Camelot Destra Ideale, Harry, Alberto Mingardi, Jim Momo




9 settembre 2007

Operazione rugby - He who sheds his blood with me...

Qualche sequenza di buon auspicio per la nazionale di rugby impegnata nei mondiali francesi, anche se l’inizio non è stato dei migliori (comprensibilmente, visto l’immenso avversario neozelandese).
Filmati da brivido e commenti di ottimo livello su Right Rugby.



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7 settembre 2007

Shrek Terzo

Giunto al terzo capitolo delle avventure del suo campione d’incassi verdastro, il team creativo autore di Shrek spara malamente le sue ultimissime cartucce. La formula umor(al)istica dietro al successo del celeberrimo orco computerizzato, dopo quasi vent’anni di globalizzazione dello humour nero simpsoniano, appartiene ormai all’accademia degli stili cinematografici. Essa consiste in un mix di surrealismo situazionista e di sistematico abbattimento degli archetipi fiabeschi sedimentatisi ai bassi strati dell’immaginario popolare, nel quale le sorellastre di Cenerentola diventano una coppia di baritonali drag queen, la Bella Addormentata soffre di narcolessia e i ruoli del principe e del mostro si rivelano intercambiabili poiché frutto di mere convenzioni formaliste. I consueti ammiccamenti sarcastici alla cultura pop – specialmente musicale – fanno il resto, rendendo i canoni della favola per l’infanzia il portato di una messinscena orchestrata in una sorta di universo parallelo.
Tutto spassosissimo, ma solo finché la vena comica e scritturale non si esaurisce. Le esilaranti gag culminate nell’impareggiabile trionfo di risate offerto con il secondo episodio, purtroppo, nel terzo si volatilizzano e/o scadono nello sterile manierismo di sostegno a sottotrame decisamente pleonastiche (vedasi a tal proposito lo scambio di corpi tra Ciuchino e il Gatto con gli Stivali, un espediente adottato solo per riproporre scene madri sempre identiche a se stesse). Fa eccezione all’afflosciamento generalizzato il nano-sitter, unica trovata davvero originale del film.
Come accade a tutte le trame sovrabbondanti di personaggi, poi, anche quella di Shrek III scricchiola rumorosamente in concomitanza con il suo scioglimento, allorquando una regina in grado di abbattere prigioni a capocciate attende di subire mille angherie prima di rivelare le sue mirabolanti doti di demolitrice (e, si presume, di combattente). Non meno forzata è la scena immediatamente successiva all’evasione di cui sopra, nella quale Fiona, per fortuita combinazione, incrocia il cugino abbacchiato giusto in tempo per pedagogizzarlo a dovere.
Sul fronte tecnico, appare a dir poco preoccupante il deficit di evoluzione qualitativa esibito dalla grafica del prodotto: a sei anni dall’uscita della prima puntata, sarebbe stato lecito aspettarsi una buona messe di migliorie visive. Invece le movenze legnose e l’espressività artefatta (mi riferisco in modo particolare alla scarsa interazione tra la “pelle” texturizzata e i “muscoli” dei personaggi, che fa a pugni con l’eccellente animazione dei capelli) rimangono tuttora il marchio di fabbrica per quanto riguarda le creature antropomorfe, mentre – pur riconoscendo l’enorme sforzo artistico e tecnologico necessario per curare questo aspetto ad alti livelli – le ambientazioni scenografiche rimangono assai scarne. Gli Incredibili, tanto per prendere un valido termine di paragone sfornato dalla concorrenza, rimane su un altro pianeta sotto tutti i profili.
Poco convincenti appaiono infine i contorni metacinematografici del palcoscenico finale, su cui si assiste alla definitiva caduta del gioco delle parti che regge gli stereotipi fiabeschi. Rifiutando le costrizioni di una sorte predefinita dai luoghi comuni, il nerd Artie (col quale Shrek, per soprammercato, fa palestra di paternità...) recita comunque una parte “a soggetto”, che è poi quella del re ragazzo in cerca di una prova del suo valore. Modernizzata in chiave individualista, l’ordalia di Artù resta comunque un’estrazione della spada dalla roccia in chiave esistenzialista.
Menzione d’onore per la colonna sonora, una miscellanea di classic rock e di intermezzi cantati tra i quali svettano le arie tragicomiche intonate dal Principe Azzurro.

La parola agli esperti: “Arrivato al terzo episodio Shrek riesce ancora a divertire con sequenze esilaranti e personaggi ben scritti, ma nel complesso ha perso smalto, manca l'energia che caratterizzava i primi due episodi” [Elisa Giulidori]; “il film è complessivamente quello meno efficace dei tre, in primis perché lo spettacolo [...] non è [...] altrettanto capace di creare un vero coinvolgimento per le peripezie dei protagonisti [...]. Inoltre vi è una serie di gag sulla odierna cultura pop non troppo riuscita, in particolare tutta la sequenza del liceo di Arthur, fra le meno convincenti di tutta la serie” [Manuel Celentano]


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6 settembre 2007

Segnalibro - Queen, Bohemian Rhapsody


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QUEEN lyrics


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