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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
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Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
editoriale.
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31 agosto 2007

Gli interrogativi di Walter

Rilasciando una pluricitata intervista al Corsera, Walter Veltroni ha rotto gli indugi sul fronte dell’understatement ecumenico e ha assunto la posa del decisionista con le idee chiare. Il sindaco di Roma dichiara infatti: “non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide”. E ancora, a margine del suo incontro con il presidente del Consiglio di qualche giorno prima, altrettanto commentato: “Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo”.
Sono parole che si prestano ad almeno tre livelli di lettura. Uno è quello tattico: spezzando l’asfittica triangolazione tra la cerchia prodiana e l’ultrasinistra (cioè il collegamento portante dell’ulivismo stesso), Veltroni punta a ottenere il duplice effetto di fare premio sull’ala più moderata della Margherita e, tramite l’esplicita messa in mora di Romano Prodi e del suo pretoriano, di accelerare il logoramento dell’esecutivo in carica. Negando di voler “sostituire” Prodi e di “poter andare a Palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni”, Veltroni fa ben più che solfeggiare l’ovvio rispetto della legge: il messaggio, obliquo, comporta la rivendicazione di un primato decisionale applicabile all’intera alleanza di centrosinistra.
Onde per cui si arriva al secondo, più intricato piano d’analisi: quello strategico. Se, come sostengono i bene informati, gli scenari che vanno delineandosi trovano un soddisfatto patrocinatore in Franco Marini, un uguale avallo alle manovre politiche in corso non può non provenire dalla decennale sponda diessina del presidente del Senato, ossia Massimo D’Alema. Il doppio placet dalemian-mariniano ai prodromi del Partito Democratico può significare solo che l’ossatura del nuovo soggetto politico – malgrado i propositi maggioritari, bipartitici e meritocratici del Veltroni a favore di telecamera – sarà in grado di soddisfare le esigenze “conservative” più volte manifestate dalle nomenclature di cui Marini e D’Alema sono espressione. Assisteremo a una convergenza parallela cattocomunista strombazzata in un rutilare di annunci a effetto e piccole operazioni di cosmesi mediatica, in altre parole. Ma il passo decisivo del ragionamento riguarda l’evoluzione del quadro politico che le ultime notizie descrivono. Mentre Silvio Berlusconi, tra lo scherno degli ingenui, si assicura contemporaneamente la primogenitura del Partito della Libertà prossimo venturo e una formidabile arma contro gli eventuali effetti aggreganti del referendum Guzzetta, sta a Veltroni progettare la cornice normativa più compatibile con gli scenari a venire. Affinché il Pd non diventi un grosso vaso di coccio circondato da tanti vasetti di ferro, occorrerà infatti un sistema elettorale che coniughi l’avvento di alleanze di “nuovo conio” centrista con la salvaguardia dei partitocrati che sostengono il candidato premier. L’adozione del proporzionale alla tedesca farebbe egregiamente alla bisogna, ma sarebbe un regalo d’oro a un governo tenuto sotto comodo schiaffo da così tanti cespugli, mortalmente minacciati dalla prospettiva di uno tsunami referendario. L’uninominale a doppio turno – a cui Veltroni ha fatto più volte riferimento – sarebbe parimenti funzionale, ma manca il consenso trasversale per approvarlo. Forse il permanere di liste bloccate, previsto dall’ipotesi di legge Guzzetta, rappresenta un inusitato uovo di Colombo sia per il Cav. che per il sindaco d’Italia.
Ma, mentre per Silvio cambierebbe tutto senza cambiare nulla, per Walter – e siamo al terzo strato di significato, quello culturale – una riforma elettorale lascerebbe aperte numerose incognite. Si dice che il “nuovo corso” veltroniano imprimerà una rivoluzione copernicana a sinistra, di modo che finalmente si partirà dai programmi per arrivare alle alleanze e non più viceversa. Eppure nella (tuttora vaghissima) piattaforma programmatica democrat convivono opposti irriducibili, anche prescindendo da qualsivoglia patto con la sinistra antagonista: si va dal doroteo Rutelli al “sinistro” Brutti. La scontata vittoria di Veltroni, in pratica, rende puramente fittizia la selezione di leadership (e di priorità) annessa al meccanismo delle primarie. Con non minore cautela, allora, va presa la notizia di un “tavolo di lavoro sul fisco”, presieduto dai liberal Enrico Morando e Nicola Latorre, in grado di fornire facili panacee contro l’antiliberismo della sinistra.
Il fenomeno Veltroni, anche in relazione a fantomatiche rivoluzioni liberali incompiute a destra, dà l’idea che il progressismo italiano abbia messo a verbale una comprensione davvero superficiale e infantile del berlusconismo. Che non è tanto – o non solo – l’intuizione populista di un teleguitto che, “se avesse appena una puntina di tette, farebbe anche la velina” (questo era Enzo Biagi), ma soprattutto la capacità di rendere credibile la fattibilità un progetto politico ben preciso presso le fasce sociali interessate ad esso. Di scrivere proposte politiche “moderne e avanzate” per poi recitarne a soggetto il canovaccio di fronte a microfoni compiacenti è capace qualunque intendente di partito, ma saper convincere la gente di avere la forza per realizzarle è tutto un altro paio di maniche.
Considerando che, seppur stanti tali premesse, l’azione del passato governo ha faticato moltissimo a imboccare i binari liberisti indicati (d)al popolo delle partite IVA, viene da domandarsi quali potranno essere le “rotture” praticabili da un capopartito come Veltroni, refrattario a qualsiasi vera battaglia culturale.




26 agosto 2007

Operazione Sol Levante - Del perché la TV giapponese fa molta paura




E se non volete che i vostri pregiudizi sulla psicologia televisiva nipponica aumentino, evitate di guardare questo.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Operazione Video comicità Giappone

permalink | inviato da Ismael il 26/8/2007 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa



25 agosto 2007

Abortion International

Rompendo la sua pluriennale neutralità sul tema dell’aborto, Amnesty International apre all’interruzione volontaria di gravidanza in caso di stupro. Al netto delle ragioni di opportunità politica e umanitaria che possono aver spinto la nota associazione per i diritti umani a optare per un’apertura “selettiva”, ritengo che questa presa di posizione rispecchi una pesante incongruenza logica di fondo. Se è pacifico scagionare il feto da ogni colpa concernente l’atto di violenza mediante il quale è stato concepito, infatti, non si capisce secondo quale principio sia lo stupro a rendere il rifiuto di una gravidanza più accettabile che nel caso – per esempio – di malformazione fetale o di probabili complicanze perinatali. La commistione tra linea di principio e linea di fatto, in merito ai “temi etici”, è sempre foriera di assunzioni contraddittorie.
In fatto di aborto non ho mai adoperato mezzi termini: è un omicidio. Come ebbi modo di rilevare scrivendo a proposito dello statuto morale dell’embrione, gran parte della retorica filoabortista riposa su un’aleatoria nozione di processo. Per inciso, tralascio qui ogni estesa confutazione dell’argomento “libertario” in favore dell’IVG poiché, essendo coinvolti nella fattispecie abortiva dai tre soggetti (madre, figlio, medico) in su, qualsiasi discorso inerente l’autodeterminazione “individuale” mi pare destituito di fondamento. Tornando invece all’insieme di trasformazioni che dallo zigote conducono al neonato, il primo impedimento scontato dal funzionalismo determinista – che afferma di poter segmentare la gestazione in un numero discreto di stadi sequenziali ben distinti – consiste nell’impossibilità di scomporre univocamente la cronologia dei “fatti biologici” che si susseguono durante la gravidanza. Accanto a un’indeterminazione temporale (qualunque testo di biologia scrive che la fusione dei gameti dura “intorno alle 24 ore” o che l’annidamento uterino ha inizio “a partire dal sesto giorno”) ve n’è una di tipo “frattale”, nel senso che la fine di alcune fasi della gravidanza avviene con ritardo rispetto all’inizio di certe altre (gli organi cominciano a formarsi a partire dalla terza settimana dalla fecondazione, ma la chiusura del tubo neurale – che prelude allo sviluppo del sistema nervoso – si completa attorno alla quarta settimana).
Ma anche ammettendo una discretizzazione la più conservativa possibile delle discontinuità che articolano il processo gestazionale, cosa che le normative in vigore oggigiorno non fanno, l’ostacolo insormontabile per ogni prospettiva funzionalista rimarrebbe tuttavia la mancata corrispondenza tra il carattere quantitativo di tali “fratture” – inerenti l’accrescimento di grandezze quali l’età, il peso, in senso lato le facoltà cognitive – e l’attributo qualitativo che si pretende di conferire alla “cosa in sé” da un certo punto in avanti. Non è banale osservare che disporre di una funzione non significa necessariamente saperne fare uso. Il tentativo di introdurre, quale variabile di una valutazione tecnico-giuridica, la causa formale del processo-uomo attraverso la definizione di “persona” equivale perciò a caricare il riconoscimento del diritto alla vita di un indebito requisito eticizzante. Oltre a essere scorretto formalmente, ciò difetta anche di laicità metodologica. La discontinuità qualitativa fondamentale a monte del processo-uomo è situata all’atto della fecondazione, per cui l’attribuzione dei diritti umani essenziali non può essere progressiva e/o successiva rispetto a quel momento.
Ciononostante, le considerazioni di cui sopra costituirebbero un presidio etico e giuridico invalicabile sia in linea di fatto che in linea di principio se e solo se il concepito e la madre si trovassero in stato di reciproca terzietà, cioè se fossero fisicamente separati. È questo il caso della fecondazione assistita. La specificità dell’aborto, al contrario, risiede proprio nel “conflitto di interessi” tra soggetti cointegrati e sperequati all’origine. Di qui l’incoercibilità fattuale della gravidanza, che si esplicita nel paradosso per cui volerne vietare restrittivamente l’interruzione porta di frequente alla morte di due individui anziché uno e, in generale, mette la pratica dell’aborto in mano a veri e propri “dilettanti allo sbaraglio”. Lasciate da parte le opinioni sommarie, va dunque detto che un diritto intrinseco non è di per sé stesso incondizionato.
Le peculiarità così descritte per l’aborto valgono a prescindere dai motivi che spingono una donna a interrompere una gravidanza indesiderata. Scrivere una legge con spirito liberale, come ho già avuto occasione di spiegare, implica non particolareggiare circostanze generali (e, viceversa, non generalizzare situazioni particolari). Ecco perché l’eccezione che Amnesty concede al solo caso dell’aborto per stupro, sul piano della logica formale, è del tutto arbitraria. Ed ecco perché una legislazione liberale considera legittimo – ma non per forza lecito, attenzione – abortire anche per ragioni clamorosamente futili come la contraccezione postuma.
In tal senso, appare quantomeno bizzarra l’idea – abbracciata da quanti benedicono l’aborto con il crisma del “diritto positivo” – stando alla quale l’interruzione di gravidanza legalizzata favorirebbe la “presa di coscienza” e l’educazione sessuale delle donne. Forse che l’esigenza di diffondere una sensibilizzazione culturale specifica (per quanto peculiare) si contrappone alla censura dei comportamenti illeciti e alla tutela dei diritti individuali? Che ci si dimentichi con sospetta intermittenza del ruolo di prevenzione svolto dai ritrovati anticoncezionali di massa?
Aveva ragione da vendere l’ottimo Zamax, allorché ebbe a scrivere: “L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Questo è in Italia l’unico patto stipulabile tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici”, laddove io mi permetterei solamente di sostituire “liceità” con “legittimazione”.

Trackback: Phastidio, Punitive Psychiatry in China [Weekend Open Trackback]




23 agosto 2007

Cor magis tibi Sena pandit

Ieri ha lanciato qualche tracciante tattico, ma oggi Ale Moroni, a difesa dell’amatissimo Palio di Siena, schiera compattamente una simbolica contraerea. E il maresciallo di terra è il celebre Franco Cardini.
Molto del manifesto morale redatto dallo storico fiorentino, in realtà, non mi appartiene: la calca rorida, le grida frastornanti, il machiavellico mercanteggiare. Epperò, d’altro canto, molto mi è familiare e merita ampiamente l’ospitata: la fierezza nel parteggiare per l’attaccamento agli umori inveterati che maturano nello studio e nella riflessione, la libera adesione alle “tradizioni viventi” di casa propria ma, soprattutto, la fascinazione per la rara coessenza dell’Ora e del Sempre. Roba forte, che scorre nelle vene e nei nervi.
Ale Moroni, amico e compagno di tante conversazioni natalizie e pasquali, è uomo di intense passioni e di peculiare cultura (andare qui e qui per farne esperienza diretta). Nel Palio, come dirà lui stesso più sotto, gli vive un pezzo dell’identità nascosta che ciascuno di noi scopre disseminata per il mondo. Buona lettura!


di Alessandro “Verdefoglia” Moroni

Mi hai chiesto un intervento personale, arrivando al punto di lusingarmi affermando che “un tuo minisaggio sul Palio in esclusiva per il blog sarebbe uno scoop sensazionale”. La tentazione era ghiotta: faccio appena in tempo a tornare dalla più bella città del mondo (senza tema di smentita!), alla Festa della quale per tanti anni ho sacrificato i ben più ameni e rilassanti intrattenimenti usufruibili in Luglio ed Agosto ai 4 angoli del globo, e cosa trovo ospitate sulle tue pagine? Le solite superficiali frettolosità – sì, oggi sono in vena di eufemismi… – sul Palio. Quello che più mi ha addolorato, alcune di esse scritte da penne che un’intensa attività di lurking dei link da te continuamente proposti mi aveva fatto apprezzare, e non poco. Tra gli altri, un contributo additato ai quattro venti come esemplare (tant’è che financo tu te lo sei letto 4 volte!) innegabilmente ben scritto, ma che sta a una corretta e approfondita descrizione del Palio di Siena quanto la Batracomiomachia può accostarsi all'Iliade, o Tersite rassomigliare a Diomede. D’altronde non vedo come avrebbe potuto essere altrimenti, visto che – dichiaratamente – è stato vergato da una neofita del Palio. Logico che tu pensassi che frequentando Siena e la sua Festa dall’ormai remoto 1981 avrei potuto aggiungere un contributo non banale. E invece no: vuoi perché ancora tutto preso a leccarmi le ferite dall’ennesima sconfitta patita dalla Contrada che amo (un appassionato di Palio, ancorché non Senese, non fa il tifo per una Contrada, la ama), da Giovedì scorso ufficialmente entrata nel diciottesimo anno consecutivo senza vittorie, vuoi perché l’età che inesorabilmente avanza mi sottrae anche gli ultimi rimasugli di vis polemica, ho ritenuto di soprassedere e di cedere la parola ad un senese autentico, sia pure per un solo ramo familiare: il Professor Franco Cardini, Ordinario di Storia Medievale presso l'Università degli Studi di Firenze. Mi sono preso la briga di editare, conservandone quindi uno stralcio perfettamente adeguato alla discussione in essere, la sua Introduzione al testo “Il Palio”, Sitcom Editore 2006, raccolta saggistica a carattere storico-antropologico. Premetto che non si tratta dello scritto più esaustivo ed erudito redatto dal Prof. Cardini sull’argomento in questione: se ho scelto in particolare questo contributo, che ha tra i suoi meriti quello di confermare, ribaltandoli sfacciatamente in positivo, alcuni dei luoghi comuni inerenti alla Festa, è stato per due motivi peculiari. Anzitutto perché rende perfettamente giustizia a quel modo di essere (prima ancora che di scrivere) peculiarmente sulfureo, dissacrante, sarcastico e ferocemente icastico che rappresenta – da sempre e per sempre – la senesità, che trova appunto nel Palio la sua quintessenza, festival del politically uncorrect se mai ci fu. In secondo luogo, perché lo trovo rappresentativo – diciamo al 102% volendo essere conservativi – non solo di come io vedo e soprattutto vivo il Palio, ma anche della mia indole personale spremuta fino al midollo. C’è in particolare un passaggio verso la fine che mi ha commosso perché è esageratamente vero, quando si spiega che non basta una vita per capire il Palio fino in fondo, pure se in un solo istante ti trapassa l’anima tu gli appartieni per la vita, e lui a te. È quel che è successo a me: così, semplicemente.

E così in qualche modo ti ho accontentato, caro Edo aka Ismael: c’è molto di me in questo pezzo.

Soddisfatto?!?

PER FORZA E PER AMORE
di Franco Cardini

  Dire che il Palio di Siena è una festa non vuol dir nulla. Così come paragonarlo ad altre feste, pur bellissime e che vantano a loro volta un'illustre tradizione, equivale soltanto a confondere le acque e le idee ed è, ancor prima che improponibile, offensivo. Forse, quanto a dignità e a profondità antropologica, solo il buzkashi afghano, quella splendida e barbara corsa che trova riscontri nell'antichità indoeuropea ed euroasiatica, può reggere il paragone.
 
Il Palio è un mito e un rito. Il Palio è lo spirito della Città, è la "Terra in Piazza", è l'afrore dei barberi (1) sudati, è il suono delle campane e il grido della folla che s'innalza verso il cielo come il filo sottile d'incenso che arriva fino al trono di Dio.
 
Il Palio è il Palio. Tanto nomini, nullum par elogium.
 
Per me, senese solo da parte di una delle mie nonne e quindi contradaiolo impuro e bastardo  poco più d'un barbaro straniero, con l'aggravante del sangue fiorentino – il Palio è il ricordo del sole a picco, della polvere, della sete, delle ore d'attesa; è il suono del tamburo che mi rintrona le orecchie e mi si ripercuote dentro, alla bocca dello stomaco, e mi sale fino agli occhi e mi scorre sulle guance per la commozione. Il Palio è il Segno di Croce che il Sacerdote traccia sul cavallo della Contrada mentre lo esorta con la benedizione antica “Va' e torna vincitore”. È l'attesa spasmodica dei sorteggi, della tratta (2) e della mossa (3); sono i mille auspici delle ore precedenti la corsa; è l'urlo di gioia ubriaca e assassina che saluta la vittoria, il “Daccelo!!!” minaccioso e trionfale che suona come uno stupro e una coltellata e sale dalla Piazza del Campo a ferire il cielo, e non sai se è più Te Deum o più bestemmia. È la disperazione di quando cade il fantino della tua Contrada. Sono i propositi di rivalsa e di vendetta di quando si perde e tutte le storie sui tradimenti e la scalogna per spiegare la sconfitta. È l'allegria della cena della Vittoria, e il cavallo ospite d'onore, coccolato come una bella ragazza e viziato come un bambino.
 
Nemmeno la storia basta a comprenderlo, a circoscriverlo, ad esaurirlo. Né quella vera, né quella inventata. Dico a voi, noiosi falsari che v’incaponite a “dimostrare l’autenticità” delle “origini storiche” della corsa e del premio e la loro “continuità” dalle origini ai giorni nostri, come se a questo mondo valesse solo il ricordare e invece l’immaginare e il reinventare non valesse un fico. Ma l’avete dimenticata la grande lezione di Lucien Febvre, che ci ha insegnato che l’uomo non ricorda nulla ma ricostruisce sempre?
 
Il Palio non è solo la storia di Siena, ne è l’essenza. La passione, il gusto forte dello stare in Piazza e di respirar la polvere, la devozione per Maria Nostra Signora che coinvolge tutti i figli della Civitas Virginis, atei compresi.
 
Antica festa crudele. Anni fa un celebre uomo di teatro fiorentino, molto impegnato in battaglie animaliste, si pose a capo d’una crociata antipaliesca. Morivan troppi cavalli, era una barbarie, una vergogna; e annunziarono, lui e i suoi seguaci, una “marcia su Siena” che avevan in animo di organizzare, quell’estate, per impedire il ripetersi dello scempio. “Davvero vengono?” si chiese un Contradaiolo col tono dubbioso di chi pensa che sarebbe stato troppo bello. Ricorderò sempre il sorriso feroce e il digrignar guerriero dei denti di Duccio, fiero nicchiaiolo (4), quando rispose “Volesse Iddio...”.
 
Il Palio dura tutto l’anno si dice, ed è vero. Passata la festa e finita la nottata delle bevute e delle scazzottate all’alba del 3 luglio e del 17 agosto si è di nuovo tutti lì, ché si ricomincia. Il Palio è una corsa truccata, la più corrotta di tutte, affermano scandalizzati i nipotini di Tartuffe credendo di condannarlo irreversibilmente: invece è proprio così, e gli si rende onore dicendolo. Alla faccia di tutti gli ipocriti e di tutte le ipocrisie. Vincere, bisogna: a tutti i costi. Quant’era scemo il signor De Coubertin, con quel suo insulso “l’importante è partecipare”! Macché, vincere, e costi quel che costi. C’è una sola cosa che conta e vale quanto e magari perfino di più della vittoria: la sconfitta e l’umiliazione dell'avversario. E, aggiungono i Contradaioli delle Contrade più fiere: non c’è nulla di più triste del “non avere nemici in Piazza”. Ma questa è una sentenza contestata: ché in fondo, non aver nemici tra le altre Contrade significa un po’ averle nemiche tutte.
 
Tutti possono comprare, tutti possono essere dei venduti. Come in guerra e in amore, pur di portare il Cencio (5) a casa tutto è lecito. E così, in questa danza circolare della menzogna alla fine tutto e tutti sono tanto corrotti e falsati che la corsa risulta limpida e pulita nella sua bella ferocia. E vince sempre il migliore, cioè chi arriva per primo perché Dio e la Fortuna hanno voluto così.
 
Il Nunc e il Semper. L’attimo fuggente della corsa, quei tre giri di Carriera che passano in un attimo e che sembrano un’eternità, la gioia e la rabbia di un istante dopo, l’urlare, lo spingersi, l’abbracciarsi, lo scazzottarsi. E il lungo ciclo dell’anno che non finisce mai perché ricomincia subito e di continuo, l’Eterno Ritorno dei riti del dopo-Palio ch’è subito la preparazione del prossimo, i battesimi alla fontanella di Contrada, i cenini a tema e le conferenze e i concerti, il ci-vediamo-in-Contrada e le feste per il Santo Patrono Contradaiolo, il custodire geloso i Drappelloni vinti e le monture della Comparsa (6). E l’orgoglio altero di chi ricorda l'anno che si fece Cappotto (7), e la tristezza stizzita di chi non riesce da tanti anni a togliersi la Cuffia della Nonna (8).
 
Cor magis tibi Sena pandit: sempre di più e per sempre, d’estate quando si muore dal caldo afoso ma si è contenti perché a Firenze bollono e d’inverno quando si trema di freddo ma si è felici perché Firenze è più umida e ci si bubbola anche quando ci sono un paio di gradi in più. Io ho solo la nonna senese, per il resto sono fiorentino e me ne vanto, ma prima ancora sono Ghibellino e me ne glorio: e a Montaperti c’ero anch’io, ho detto e ripetuto che dirlo è una scemenza, però lo dico lo stesso e allora gloria eterna a Farinata degli Uberti, a Messer Provenzan Salvani e soprattutto a Bocca degli Abati cavaliere e al suo ferro ben tranciante, e sputi sulla manaccia di Iacopo Nacca de’ Pazzi finita nel fango e calpestata da’ nostri cavalli insieme col maledetto gonfalone del Fiore “per division fatto vermiglio”; e accidenti anche a Dante per quel che ne ha detto nel Trentaduesimo dell'Inferno, e sempre a morte i Guelfi cani…
 
Non è sufficiente una vita per capirlo a fondo, il Palio: eppure l’amarlo per sempre e il comprenderlo appieno, come in una folgorazione, è questione di un attimo. Un barbaglio di sole riflesso da una corazza che per un attimo t’acceca, una bandiera che ti schiaffeggia le gote, l’urlo della folla e il pregar sommesso della vecchietta o del ragazzo che ti stanno accanto per caso, nella calca, e seguono disperatamente dal mezzo della Piazza il balenar di caschi colorati dei fantini, di nerbi di bue agitati in aria, di punte delle orecchie e di spennacchiere dei barberi. Se una sola di queste cose ti tocca una volta il cuore e ti trapassa l'anima tu sei suo per tutta la vita, per sempre.
 
Sei del Palio, e il Palio è tuo.

(1) i cavalli
(2) assegnazione dei cavalli alle Contrade
(3) la partenza della corsa
(4) Contradaiolo del Nicchio
(5) toscanismo per "Palio"
(6) i figuranti che sfilano in Piazza il giorno del Palio
(7) vincere entrambi i Palii di uno stesso anno
(8) la Contrada che non vince da più tempo

Update (25-08-2007) - Causa atavico malfunzionamento del Cannocchio, abr ha proseguito le sue riflessioni qui.




19 agosto 2007

Per la serie "chissenefrega"

Mi associo volentieri all’iniziativa di controinformazione lanciata da Phastidio qualche giorno fa, tesa a denunciare la dilagante fatuità mediatica agostana. Non ho nulla contro la voglia estiva di svago e divertimento, per carità, ma rimango molto perplesso ogniqualvolta l’offerta stagionale di un bene (nel nostro caso l’informazione) si omologa compattamente verso il basso. E quest’estate non si è nemmeno dimostrata delle peggiori: se non altro, Omnibus e Ottoemezzo sono stati trasmessi fino a fine Luglio, e La Storia siamo noi sta andando ancora in onda.
Riguardo al tema brevemente toccato da Mario, mi limito a dire che non sarei così severo nei confronti del Palio di Siena. Sarà forse perché considero le antiche manifestazioni folkloristiche un modo semplice ed efficacissimo di rappresentare i caratteri costitutivi e sociologici dei popoli che le tengono, ma trovo che un variopinto tuffo tra farsetti, fusciacche e gualdrappe, se ben radicato in “tradizioni viventi”, non sia mai l’evento più sciocco di cui rendere conto sui media. Se poi si teme che il certame stracittadino dell’Assunta sia l’ennesimo sintomo di arretratezza culturale di un popolo ancora troppo medievaleggiante per dirsi “avanzato”, basterà ricordare che paesi modernissimi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna pullulano di fiere in costume, di rievocazioni storiche e di raduni esoterici. Non parliamo poi delle feste tradizionali in luoghi attaccatissimi al loro passato come la Baviera.
Ad ogni modo, volete la notizia che mi ha fatto esclamare il fatidico “chissenefrega”? Eccovela qua: secondo la tesi di un Pico de Paperis statunitense (quando si dice il “colore locale”!), “a scoprire l’America furono [...] navigatori provenienti dal Giappone preistorico”. In effetti, il sospetto che i tratti somatici dei nativi americani rimandino a origini asiatiche era sorto svariate decadi fa a qualunque lettore di Tex o appassionato di film western. Vuoi vedere che, prima di essere invaso dalle acque, lo stretto di Bering formava un ponte tra Siberia e Alaska e, quindi, offriva un corridoio di migrazione? Ciò significa forse che gli uomini che lo attraversarono a piedi circa undicimila anni fa “scoprirono l’America prima di Colombo”? Cosa non si arriva a dire, pur di negare che l’unico “disvelamento” storicamente rilevante del Nuovo Mondo fu portato a compimento da uno schifoso italiano (e papista, ça va sans dire), per giunta messo a libro paga dagli spagnoli!
Magagne del relativismo storiografico, che punta a leggere il passato come una successione di avvenimenti banali, di accidenti governati da un ridicolo materialismo episodico e strutturalista. Purtroppo per i nordici (a molti dei quali è perfino toccato chiamare “America” la loro nuova casa, sempre in omaggio al solito navigatore italico), si dà il caso che a Erik il Rosso non basti veleggiare con il suo drakar e il suo rude elmo cornuto verso Terranova, per rivendicare di aver scoperto alcunché. Le “scoperte”, specialmente quelle scientifiche e geografiche, per potersi dire tali devono ammettere una ragionevole sistematizzazione del dato che acquisiscono. Devono cioè avere grandi conseguenze per tutti o – meglio – devono avvenire con ben altra consapevolezza a posteriori che non quella di una ciurma vichinga dell’alto Medio Evo o di una tribù di pastori erranti nell’Asia di dieci millenni fa.
A margine, rimarrebbe da analizzare il risvolto mediatico del successo riscosso da simili “rivelazioni”, per certi versi analoghe a quelle ammannite da libri (e film) come Il Codice da Vinci. Forse i mezzi d’informazione cavalcano lo gnosticismo da fast food per cui “la realtà non è mai come sembra o come te l’hanno insegnata”.
La Storia diventa pret-a-porter con la benedizione dell’ANSA: gli storici “togati” non trovano proprio nulla da obiettare in merito?




14 agosto 2007

I film dell'anno

Summit of the skies:

1) Miami Vice
2) XXY
3) Babel
4) Lettere da Iwo Jima
5) Apocalypto

Premio speciale “Urlo di Fantozzi”:

5) Blood diamond
4) The Departed
3) Il destino di un guerriero
2) The wicker man
1) Hannibal

Andate qui per leggere la classifica generale stilata dall’inarrivabile redazione de Gli Spietati.


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13 agosto 2007

Simpsonizzati!

 Il tizio giallognolo qui a lato sono io in versione “simpsonizzata”. E voi come verreste fuori? Provateci (grazie a Ilaria K.)!


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12 agosto 2007

Operazione riabilitazione - Filipino prison Thriller remake


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10 agosto 2007

Scemenze che vanno distinte

Francesco Caruso chiama, Giancarlo Gentilini risponde? A giudicare dalla veste grafica adottata dalla stampa per dare conto della duplice sparata – occhielli affiancati o incolonnati su tutte le prime pagine di oggi –, sembrerebbe proprio di sì. Il deputato di Rifondazione sostiene che “Tiziano Treu e Marco Biagi sono assassini” perché “certe leggi hanno armato le mani dei padroni, per permettere loro di precarizzare e sfruttare con maggior intensità la forza-lavoro e incrementare in tal modo i loro profitti, a discapito della qualità e della sicurezza”. Il “prosindaco” di Treviso, dal canto suo, auspica un po’ di sana “pulizia etnica contro i culattoni” e taglia corto: “a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili”.
Esternazioni particolarmente idiote e violente, ma sopra le quali si corre il rischio di rinverdire i fasti di un luogo comune infondato e qualunquista. Uguale imbecillità, infatti, non vuol dire uguale pericolosità, nemmeno sul mero piano politico. Se il primo membro dell’equazione si può dare tranquillamente per scontato, sul secondo c’è la possibilità di illustrare almeno un paio di distinguo.
Gentilini, che sin dai tempi della fantomatica “razza Piave” mostra una spiccata prossimità alla semeiotica della demenza psicofisica, spara a salve. Delle sue invettive, per fortuna, non è mai morto nessuno. Si dà invece il caso che il marxismo giuslavorista del Caruso di turno, recepito presso gli effervescenti vivai extraparlamentari dell’odio sindacale verso le figure tacciate di “collateralismo”, abbia già fatto le sue vittime in passato (una è proprio Marco Biagi). E che, seguendo dinamiche analogamente collaudate, possa farne altre in futuro.
Per quanto riguarda l’equiparazione del “potere di ricatto” esercitato dalle “ali oltranziste” dei due schieramenti politici italiani, poi, prima di teorizzare l’abolizione delle categorie di “destra” e “sinistra” occorrerebbe approfondire su quali criticità si appuntino gli ultimatum di cui sopra. Pretendere il rispetto di patti programmatici che prevedevano l’introduzione di (deboli) elementi di federalismo e di misure più rigide (ancorché male indirizzate) nei confronti dell’immigrazione clandestina, al netto della stupidità comiziale nel rivendicarle, è un “ricatto” al quale un’alleanza di centrodestra dovrebbe sottostare abbastanza serenamente. Inventarsi di finanziare la spesa corrente intaccando le riserve aurifere della Banca d’Italia o di mettere in discussione una controriforma della previdenza già dispendiosa sono diktat sempre e comunque nefasti, perché inconsulti.
Senza attardarmi su quale delle due tipologie di “ricatto” dovrebbe allettare maggiormente i liberali, torno a ribadire che destra e sinistra sono discrimini tuttora carichi di significato, perché rispondono a domande senza tempo. La legge è conseguenza della morale o viceversa? L’ordine della Storia emerge dalla storia dell’Ordine o viceversa? La domanda è conseguenza dell’offerta o viceversa? Le tradizioni pongono un argine alle pretese del potere o la legislazione deve indirizzare gli usi e costumi? La filosofia vince sulla gnosi o viceversa?
Non voglio semplificare troppo le sfumature di gradazione delle risposte che ciascuno può dare a queste domande, ma solo evidenziare come determinati interrogativi rappresentino spartiacque validi per ripartire “di qua o di là” tutte le famiglie politiche, compresa quella liberale. Sicché nel contingente i liberali possono eccome essere “di destra” o “di sinistra”. E nello specifico non tutte le prese di posizione estremistiche si equivalgono.
La caduta delle ideologie (in realtà, del solo comunismo) ha solamente fatto sì che la competizione elettorale non dovesse necessariamente disputarsi tra statalismi contrapposti: è quindi inutile invocare trasversalismi decisionisti tanto ambigui quanto insussistenti.




9 agosto 2007

Annibale, Asdrubale e i frutti perversi del consequenzialismo

L’etica consequenzialista – lo dice l’attributo stesso – giudica le azioni in base alle loro conseguenze (sovente associandole allo scivoloso concetto di utilità, ma per il momento lasciamo perdere questo possibile corridoio tematico). Al crescere dell’eccezionalità in cui hanno luogo tali azioni, però, l’assenza di un substrato aprioristico su cui fondare un criterio assoluto di giudizio fa tendere l’insussistenza logica del consequenzialismo asintoticamente all’infinito.
Facciamo tre esempi chiarificatori. Il primo: Annibale è dritto in piedi, guarda giù dall’orlo di un precipizio a strapiombo sul mare in burrasca. Lo sciabordio delle onde rimbomba, i marosi furibondi si frantumano in schiuma biancastra e crepitante. Il poveretto soffre e medita di rendere l’anima al mare, ma non sa decidersi: è un volo di sessanta metri. D’un tratto s’appressa silenziosamente alla scogliera Asdrubale, fratello del tapino. Egli è da tempo a conoscenza delle pene di Annibale, ma anche della sua titubanza a comportarsi di conseguenza. Come da travagliati accordi presi in precedenza, Asdrubale è lì per sopperire alla povertà di risolutezza di Annibale. Appoggia entrambe le mani sulle spalle del fratello. Con gli occhi puntati sulla sua nuca stringe la presa, porta a sé il corpo di Annibale, gli sussurra parole di commiato all’orecchio, poi lo fionda nel dirupo.
Il secondo: Annibale e Asdrubale sono a una ventina di metri dalla scogliera, stretti in un convulso abbraccio. Annibale ha raggiunto il limite della sopportazione e vuol buttarsi di sotto. Il fratello lo ha raggiunto e bloccato appena in tempo, ma adesso tra i due scorre l’impeto della lotta. Annibale, brevilineo e macilento, tenta con tutte le sue forze di divincolarsi dal placcaggio dell’aitante Asdrubale, ma non c’è partita. Sennonché l’aspirante suicida sbotta in una straziante supplica: “Lasciami! A cosa ti serve ostacolarmi? Riproverò a farlo finché non mi riuscirà!”. Come un lampo, quell’evidenza folgora Asdrubale nel profondo del cuore. Lascia la presa e rimane per qualche attimo di fronte al fratello; occhi negli occhi, i due si scambiano i ricordi di tutta una vita. Poi l’abisso.
Il terzo: Annibale è romantico e sognatore. Ha studiato da ingegnere e adesso esercita la professione da par suo. Legge Gadda e Dostoevskij, Foscolo e Leopardi. Dall’età di quattordici anni sta sempre con la stessa fidanzata storica. Ella, però, spasima da lungo tempo per Asdrubale (non credo di dover qui ribadire quali siano i rapporti di parentela tra Annibale e Asdrubale). Ricambiata, la fedifraga consuma in più occasioni l’amore galeotto. Non è che Asdrubale abbia la sensibilità o l’intelligenza del fratello, ma la sua fisicità è magnetica e ammaliante. Sembra che il suo corpo torrido parli una lingua misteriosa e sensuale. Ma i due amanti vengono colti sul fatto a una salsicciata estiva. Disperato, Annibale chiede conto del tradimento all’amata: la femmina, ingannatrice e crudele come si conviene alle esponenti del suo genere, rovescia la sua insostenibile leggerezza sul fidanzato, colpevolizzandolo per le sue manchevolezze caratteriali. Annibale si reca alla scogliera e attinge il nero fondale del mare in tempesta.
Come si vede, gli esiti del comportamento di Asdrubale sono sempre gli stessi: Annibale muore. Ma nessuno sano di mente attribuirebbe un’equivalenza etica alle tre situazioni. Tutta questa apologetica pre-ferragostana, in altre parole, mi serve per affermare che la moralità di un’azione è legata a una eziologia di significato – non può cioè prescindere dalle intenzioni con cui l’atto è compiuto. Anzi, il consequenzialismo, classificando le tipologie fattuali esclusivamente a posteriori, implicitamente vieta di esprimere un giudizio sulle traiettorie comportamentali che conducano a uno sbocco comune.
Da qui (forse) ripartirò per argomentare il mio punto di vista sulla necessaria distinzione tra eutanasia attiva e passiva (presumo si sia capito che intendevo arrivare lì), e sul perché io ritenga lo strumento del testamento biologico più compatibile alla seconda fattispecie.


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