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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
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30 giugno 2007

Operazione Hardcore Superstar - We don't celebrate Sundays


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permalink | inviato da Ismael il 30/6/2007 alle 17:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



28 giugno 2007

Un altro partito dei liberali? No, grazie

Ora che ha finalmente riposto la grancassa scordata del laicismo militante tra i rifiuti ideologici ingombranti, Daniele Capezzone si è calato nella parte del gentiluomo liberale. Moderato nei toni ma intransigente sui contenuti, l’ex delfino pannelliano coltiva da qualche tempo ambizioni da leader. Parla ormai al passato prossimo dell’iniziativa extraparlamentare avviata con i Volenterosi (“È stata un’esperienza davvero straordinaria”), ma si appresta a varare un movimento d’opinione “esplorativo” il prossimo 4 Luglio. I padri nobili evocati al battesimo della nuova avventura capezzoniana sono alcuni fuoriclasse della scena politica internazionale: Sarkozy, Blair, Aznar, Giuliani, Thompson, Anders Borg (il neoministro delle Finanze svedese). Eccetto l’uscente premier britannico, si tratta di un vero e proprio empireo della destra liberale contemporanea.
Non mi richiamo per caso all’attributo di “destra”, in questo periodo così prodigo di rigurgiti qualunquisti, nel riferirmi alla famiglia liberale. Benché neghi di voler dare vita all’ennesima, incongrua “Italia di Mezzo” (“Non ha senso avere velleità terzopoliste”), l’ex segretario radicale sembra comunque vagheggiare una fidelizzazione partitica sulla deprimente falsariga, se non proprio del vecchio PLI, perlomeno di una mimesi destrorsa della Rosa nel Pugno. Certo, l’appoggio condizionato al più appetibile e bendisposto dei due poli – il nuovo network intende infatti lanciare una “offerta pubblica di alleanza” al sistema politico italiano – vorrebbe far trasparire un approccio diverso, meno rigido, al mercato delle intese programmatiche. Niente “ultimi giapponesi”, insomma.
Eppure è evidente l’estremo bisogno di “discontinuità” che un’importante fetta del riformismo sente di dover convogliare lontano dal governo Prodi, già sclerotizzato ad appena un anno dal suo insediamento. La necessità di rompere con frequenza sempre maggiore i legami strategici allacciati con le parti politiche realisticamente a disposizione, unita all’annosa nostalgia di una “casa comune” per i pronipoti di Sella e Cavour, è però sintomatica dell’immaturità e dell’incongruenza che contraddistinguono molti liberali italiani.
Dopo essersi meritoriamente battuti per l’introduzione di regole maggioritarie e “spartitizzanti” nella competizione elettorale nostrana, quindi dopo aver spostato il giudizio dei votanti dalle bandiere alle persone, è una straziante contraddizione in termini inseguire il miraggio di una rinata unità liberale. Struggersi nel ricordo del passato può risultare comprensibile per i democristiani, che se non altro possono a buon diritto sostenere di rimpiangere il perduto ruolo di potenza egemone. Ma che senso avrebbe resuscitare un simbolo capace, nella sua uscita migliore, di calamitare appena il 7% dei consensi? Quale forza contrattuale avrebbero mai i liberali, concentrandosi in un simile cronicario per lungodegenti?
Dopo il crollo del comunismo, al liberalesimo si è presentata l’occasione per ridiventare una episteme, un seme capace di fecondare sterminati terreni di coltura intellettuali senza rinsecchire in uno sterile purismo. Con la diaspora post-Tangentopoli, voci liberali si sono potute levare dalla stragrande maggioranza delle nostre forze politiche.
Oggi, ancora una volta, la prospettiva di un lungo e faticoso lavoro di sensibilizzazione culturale – giocoforza interno a due schieramenti alternativi, conservatore e progressista – spaventa gli impazienti fautori di un “ritorno alle origini” destinato al fallimento operativo, prima che segnato da un grave equivoco di fondo. L’idea che esista un “ottimo ideologico” inscritto nel triangolo liberale-liberista-libertario, infatti, è suggestiva ma retorica. Uno dei refrain più battuti dai lobbysti del liberalismo settario recita che “un liberista contrario al matrimonio gay o alla liberalizzazione delle droghe è in realtà un conservatore”. Frase di sicuro effetto, ma incapace di formalizzare una tassonomia politicamente invariante: rimanendo alla griglia tematica di cui sopra, come definire chi – come me – tendenzialmente liberalizzerebbe tutte le droghe (non senza immaginare un severissimo apparato deterrente, beninteso), trova che il matrimonio gay rappresenti un’evoluzione espansiva del welfarismo e si ritiene ultra-liberista?
Osservato che è impossibile quantificare in assoluto, al di là dello spazio e del tempo, il quoziente individuale di liberalismo, meglio marciare divisi e contaminarsi che rinchiudersi in una caserma costruttivista capace solo di annichilire la nostra ragion politica.

Due eccellenti riflessioni sul tema dell’unità liberale, da angolazioni diverse ma convergenti: Alberto Mingardi, Dino Cofrancesco. Sulla sostanza di cui sono (erano) fatti i Volenterosi: Zamax.

Addenda fuori tema sulla discesa in campo di Veltroni, visto che le circostanze lo richiedono: La pulce di Voltaire, The Right Nation, L’Occidentale, Mario Sechi.


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permalink | inviato da Ismael il 28/6/2007 alle 9:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa



25 giugno 2007

Il destino di un guerriero

Mentre la cattolicissima Spagna seicentesca contende ai battaglieri eretici fiamminghi il crocevia strategico delle Fiandre, il capitano Alatriste accoglie sotto la sua ala Iñigo, figlio appena adolescente di un compagno d’arme caduto in combattimento. I due saranno protagonisti del classico itinerario formativo padre-figlio: dapprima il genitore soccorre e protegge l’inesperto rampollo, poi si profila la criticissima fase in cui il declino di mezza età è inasprito dall’ascesa filiale, infine il pareggio dei conti sopraggiunge appena in tempo per dare addosso a Sorella Morte con sufficiente sprezzo dell’ineluttabile. D’accanto a questo filo conduttore si intrecciano cospirazioni di palazzo, scorrono fiumi di sangue e di testosterone, sbocciano due storie d’amore parallele nel tragitto ed equipollenti nella (amara) morale.
Il film più costoso nella storia della cinematografia spagnola (22 milioni di budget, in Euri) offre ai bibliofili puristi dei “fedeli adattamenti” da carta a celluloide un’ottima gamma di motivi di ripensamento. Tratto dalla pentalogia Capitano Alatriste di Arturo Pérez Reverte, Il destino di un guerriero vede infatti coincidere regista e sceneggiatore nel medesimo, pedissequo yesman (Agustìn Dìaz Yanes). Le conseguenze dell’indebita identificazione mediale tra pagina scritta e testo audiovisivo – ben visibili anche senza aver compulsato i libri-pilota – sono ancora una volta annunciate, per chi giustamente avverte l’irriducibilità figurativa tra l’immagine che “si muove” da sé e quella che “va mossa” dal lettore. Il tessuto narrativo, slabbrato e interlocutorio da cima a fondo, giustappone meccanicamente una striscia di accadimenti preconfezionati e scanditi da dialoghi spesso inutilmente verbosi. Solo un’accorta rigenerazione estetica – prerogativa delle trasposizioni scevre da abboccamenti simpatetici tra gli autori o con il temibile fandom: non è stato proprio questo il caso, a giudicare dai risultati – avrebbe saputo mettere in discussione il costrutto romanzesco di partenza traendone una sintesi digeribile. Invece il polpettone si dilunga per due ore e venticinque minuti. Burp!
Viggo Mortensen (fu l’amletico Aragorn ne Il Signore degli Anelli) è il mattatore assoluto di un’opera in cappa e spada monocentrica al limite della marchettona divista à la Edward Zwick. La regia è tanto sobria da costeggiare la banalità espositiva, mentre in un paio d’occasioni la fotografia perde per strada il filtraggio.
A rimpolpare la situazione ci pensa lo stentoreo clangore di spade e pugnali, naturalmente. Ma ogniqualvolta un film si preannuncia e si dimostra “fedele alla lettera” bisogna tremare. L’autoreferenzialità e la pesantezza di registro, al cinema, indossano quasi sempre i panni del rigore filologico.

La parola agli esperti: “Due ore e venti più un poco di pubblicità, ed ecco tre puntate per una prima serata Rai o Mediaset” [Andrea D’Addio]; “La tentazione enciclopedico-grandiosa rovina la festa: momenti cruciali (l'attentato ai misteriosi stranieri) sono liquidati in tutta fretta, per lasciare spazio a pedanti citazioni” [Gli Spietati]; “A spanish history of violence, [che] viviamo come una telenovela in costume impreziosita da facce note (il nostro Lo Verso fa il kattivo che viene da Palermo) e lanciata sui binari dell’avventuroso orgoglio che lotta contro umili origini, tradimento e pregiudizio” [Alessio Guzzano]




24 giugno 2007

Operazione parodie - Lo Svarione degli Anelli


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21 giugno 2007

Gianfranco, Daniela e il moralismo farisaico

Gianfranco Fini e sua moglie Daniela si separano. Cotanto naufragio matrimoniale al vertice della destra postmissina sta provocando una ridda di compiaciute esternazioni presso i media di area “laica”. Corrivi riflessi sessantottini si sommano alla strumentalità politica, nello stigmatizzare il capolavoro di ipocrisia che – a detta dei gongolanti fautori della destrutturazione familiare – accompagna un fallimento emblematico della scarsa tenuta dei valori tradizionali alla dura prova della modernità. Vizi privati e pubbliche virtù; parlano bene e razzolano male; cristiani di nome, peccatori di fatto: è fin troppo facile sintetizzare i giudizi che fioccano sulla vicenda.
Tali prese di posizione, però, si limitano a lasciar trasparire l’inaridimento morale che colpisce sempre più vasti settori della società italiana ed europea, culturalmente collocati soprattutto alla sinistra dell’agone politico. Innanzitutto perché è sempre disdicevole godere delle altrui disgrazie, magari per avervi trovato conferma dei propri modelli di lettura degli “inesorabili destini della storia”. E poi in ragione del decadente percorso di senso che l’induttivismo antinuziale di cui sopra contribuisce a delineare.
Da un lato sotto il profilo logico, in quanto chiunque può benissimo sposare una causa a prescindere dal suo vissuto personale: credere nel valore della solidità matrimoniale pur avendo divorziato; sostenere l’antiproibizionismo pur non avendo mai toccato nemmeno un Mon Cheri; difendere la depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza pur deprecandola. A meno, naturalmente, di non voler avallare l’adagio illiberale secondo cui “il privato è politico”, oppure di non voler sostenere che la veridicità di una proposizione – sia essa di segno restrittivo o meno – dipende dalla biografia di chi la pronuncia. Al contrario, se un ladro afferma che rubare è sbagliato, la logica formale impone di dargli ragione.
Dall’altro, come detto, sotto il profilo morale. Tramite la moralità, l’uomo si costruisce un codice comportamentale in grado di razionalizzare l’insieme di difficoltà oggettive cui la natura – della quale i rapporti interpersonali sono parte integrante – lo sottopone stabilmente. L’idea di poter raggiungere lo stadio finale di questo processo, d’altra parte, rappresenta una degenerazione totalitaria della moralità. Essa è ottimamente esemplificata dal fariseismo, cioè dalla volontà di redimere il mondo attraverso un sistema di leggi “definitivo” nel sostituirsi alla tensione morale (e, di conseguenza, nel negarne la necessità). La moderna retorica del disimpegno esistenziale a tutto campo esibisce spesso i tratti di una deriva farisaica, poiché postula tra le altre cose l’inutilità di assumere impegni vincolanti in ambito sentimentale e, con essa, promuove l’esaurirsi dell’etica nel pedissequo rispetto della norma positiva. Stabilita dunque la (ridotta) misura del giusto in “ciò che è permesso fare”, ogni fallito tentativo di oltrepassarla si rivolge a punti d’approdo automaticamente sbagliati. O, bene che vada, inattuali.
Eppure la libera adesione a verità trascendenti consente di mettere in predicato il vietarsi ciò che la legge permette e l’eventualità di inciampare su ciò che si ritiene moralmente sbagliato per tutti. “Parlare bene e razzolare male”, allora, diventa un rischio concreto per tutti coloro che non si rassegnano ad abdicare alla propria autonomia morale, ossia al proprio libero arbitrio.
Forse solo chi non agisce mai razzola sempre bene.




17 giugno 2007

La riconquista del Paradiso - Quarant'anni dopo


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13 giugno 2007

Se Milano piange, Parma non ride

Il prossimo sei tu!Per la maggioranza in queste ore ardono le ultime braci di una settimana infernale. Come ampiamente preventivato, nessun tizzone ha scottato la sinistra abbastanza da provocare una crisi di governo. La vertenza Visco-Speciale trova una pur minima giustificazione nel surrettizio spoil system instauratosi a margine di un bipolarismo privo di adeguato corredo normativo e istituzionale. L’esito delle amministrative, senza l’espugnazione di Genova, vede l’Unione attestarsi sulla sua linea del Piave ma non implodere (situazione che la Cdl visse solo dopo quattro anni di governo, con la Caporetto alle regionali del 2005: considerato che l’anno prossimo ci sono in ballo il Friuli – Venezia Giulia e la provincia di Roma, tanti auguri a Prodi e compagnia). La divulgazione delle conversazioni telefoniche tra i vertici del comitato d’affari diessino e il loro referente operativo, stante l’irrilevanza penale delle parole sbobinate, si limita “solo” a sollevare una grave questione morale (relativa non agli inevitabili “legami tra politica e affari”, ma all’odiosa ipocrisia con cui da oltre tredici anni la sinistra tenta di circoscrivere la conflittualità d’interessi al solo Berlusconi, occultando la propria dietro il paravento di una presunta superiorità antropologica).
Il clamore mediale su queste tre criticità, però, sta facendo passare sotto silenzio il consumarsi di una scandalosa ingiustizia. I due tronconi – milanese e parmigiano – del processo a Calisto Tanzi per il crack Parmalat si avviano infatti a risolversi in un nulla di fatto. Malgrado una quindicina di giorni fa il giudice ambrosiano Livia Ponti abbia respinto le richieste di patteggiamento avanzate dagli imputati, a Milano il procedimento sta per azzerarsi a causa di una opportunistica inerzia da parte del ministro Mastella nell’applicazione del combinato disposto indulto-legge Cirielli. La prescrizione delle accuse è prevista per il 2008, ma l’indulto prodian-berlusconiano avrebbe cancellato l’intero iter processuale in ogni caso. La continuazione tra i reati contestati a Milano e a Parma – dove si procede per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta – era poi preordinata a legare gli esiti dei due processi, con il bel risultato di pene non oltre il mese di reclusione per aggiotaggio. Nel tribunale del capoluogo emiliano, inoltre, pendono diciotto tronconi d’inchiesta inerenti la vicenda; il tutto a fronte della vera e propria emorragia di organico che, da un paio d’anni a questa parte, coinvolge endemicamente quel palazzo di Giustizia.
L’indulto rappresenta una dichiarazione di resa dello stato di diritto nei confronti del crimine e la responsabilità della sua promulgazione pesa come una macigno sulla quasi totalità del plenum parlamentare italiano (solo Lega e An votarono contro). Ma la Cirielli – almeno per quanto riguarda la parte garantista della legge, che riduce i termini di prescrizione per i reati finanziari – andava recepita e applicata come incentivo all’efficientamento dei tribunali, non come sprone alla fuga dei magistrati dalle strutture periferiche. Il Guardasigilli, garante di un programma di governo improntato al ripristino del falso in bilancio come reato “di pericolo”, dà tuttavia l’impressione di dormire sugli allori. Non si fa molta fatica a comprendere il motivo di un simile atteggiamento: già intendente dell’agglomerato politico più copiosamente foraggiato dalle Parmabustarelle (la compianta sinistra Dc), il vispo sannita dagli occhi a palla temporeggia pro domo sua.
Ora si potrebbero alzare accorati lamenti contro la “casta”, colpevole di menare per il naso i poveri risparmiatori due volte. Invece io preferisco non tanto mostrare indulgenza verso gli sprovveduti che hanno incautamente sottoscritto prodotti finanziari ad alto rischio quali i corporate bond, quanto rammaricarmi per la riuscita della strategia escogitata dagli istituti di credito italiani al fine di sottrarsi ancora una volta a qualsiasi assunzione di responsabilità. Un quadro normativo ingenuamente concepito e dolosamente applicato, purtroppo, ha consentito alle cinghie di trasmissione tra popolo bue e industria decotta (nonché corrotta) di eludere una sempre più improcrastinabile resa dei conti davanti alla giustizia.
Le casseforti dei padronati editoriali e confindustriali – con i cui portavoce taluni “volenterosi” si illudono di poter scendere a patti liberisti – allontanano quindi il momento della loro trasformazione in un moderno mercato bancario al servizio della gente. Per noi comuni mortali, un’opportunità in meno per non essere più trattati – volenti o nolenti – come titolari di crediti perennemente in sofferenza.

Aggiornamento (15-06-2007)  Nemmeno a farlo apposta, per il crack Parmalat banche rinviate a giudizio. Il fatto che si tratti solo di istituti esteri (Citigroup, Ubs, Deutsche Bank e Morgan Stanley) e che l'istruttoria inizi con così tanto ritardo, però, mi lascia molto perplesso. Anche le ipotesi di reato contestate dalla procura, basate sulla responsabilità oggettiva, mi sembrano poco stringenti e assai opinabili in sede dibattimentale. Comunque spero che queste premesse siano funzionali a un impianto accusatorio ben pianificato dagli inquirenti. La prescrizione incombe.




10 giugno 2007

Operazione Guzzanti (Corrado) - Raccordo anulare


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6 giugno 2007

Gods of Metal 2007: qualche parola in libertà

Il Gods of Metal 2007 è stato calendarizzato per il 2, il 3 e il 30 Giugno. Con l’università ormai alle spalle, per la prima volta dalla Maturità a questa parte non devo più trascorrere il sesto mese dell’anno in quarantena pre-esame. Quindi Domenica scorsa ho potuto partecipare in tutta tranquillità psicologica all’annuale fiera del metallo pesante, ormai stabilmente dislocata presso l’Idroscalo di Milano.
Le abbondanti piogge cadute sulla Brianza nei giorni precedenti hanno trasformato l’area concerti – tranne gli spiazzi asfaltati situati nelle “retrovie” – in una distesa di fango acquitrinoso, con sporchevoli conseguenze sul vestiario degli incauti indossatori di pantaloni lunghi e delle graziose ragazze in completo dark. Bastavano un po’ di attenzione e un bel paio di bermuda, comunque, per uscire pressoché intonsi dalla giornata.
Per quanto riguarda le altre note “ambientali”, ho osservato stand gastronomici qualitativamente passabili ma economicamente esorbitanti (costava tutto dai 4 € in su, eccezion fatta per l’acqua in bottiglietta) e un pubblico molto composto. Dopo le accese polemiche infuriate in passato circa la condotta metallara sul piano collettivo (di cui la sassaiola contro i Methods of Mayhem nel 2000 fornì un esempio eclatante) e individuale (con le donzelle gettate senza alcun ritegno nella mischia pogante, a mo’ di ordalia, fino a uscirne lacere e contuse: poi non stupiamoci se il gentil sesso preferisce riparare tra le braccia di qualche truzzo discotecaro...), l’ho trovato un bel segnale di miglioramento. Probabilmente a selezionare la platea sul lato dell'offerta – anche numericamente: a occhio e croce saremo stati diecimila – ha contribuito non poco il salatissimo prezzo del biglietto, 55 € più 8 di prevendita per una sola giornata.
Ecco le mie valutazioni gruppo per gruppo:

Sinestesia: non pervenuti, ahimè. Mi sarebbe piaciuto molto ascoltare dal vivo la performance del quintetto toscano, ma l’inizio della loro esibizione – previsto per le 10.30 – ha anticipato il mio arrivo sul posto. Per riuscire a godermeli, avrei dovuto svegliarmi alle 6.30: troppo presto, per una band che nemmeno conosco.

DGM: come molti altri gruppi della scena Power-Progressive italiana baciati dal successo, anche questi quattro ragazzi di Roma sanno unire un’ottima preparazione tecnica, una buona creatività musicale e una discreta presenza scenica. Eppure anch’essi scontano in pieno l’annoso difetto di gran parte del Metal italico, ossia la mancanza di un’identità nazional-stilistica sufficientemente definita. Un problema che il quartetto capitolino condivide con mostri sacri del calibro degli Extrema o con altri emergenti quali i Browbeat, tanto per fuoriuscire dal ristretto ambito del sottogenere in questione. E che non pregiudica minimamente il mio positivo giudizio sulla “bravura” dei DGM, intendiamoci bene.
Ma se mi avessero detto che, anziché italiana, la band era svedese o tedesca, non avrei avuto alcuna difficoltà a fidarmi sulla parola.

Anathema: portabandiera della variante “triste” e psichedelica del Gothic, gli Anathema hanno coraggiosamente sfidato i gusti del pubblico convenuto, seguace più di un robusto Prog-Power che di un ricercato Rock d’autore. E hanno fallito, anche e soprattutto per colpa di un fonico da denunciare ad Amnesty International: l’amplificazione della sezione melodica ha risentito durante tutta l’esibizione di un antipatico effetto-sordina.

Symphony X: i meglio mixati della giornata. I cinque del New Jersey suonano un classicissimo Power Metal, e al Gods hanno beneficiato di una riproduzione in grado di coniugare elevata pulizia e alto volume. Una botta micidiale, tanto da provocare tra il pubblico svariati casi di intorpidimento delle cavità auricolari, che sta ai concerti heavy metal come il rilassamento post-orgasmico sta al sesso. Bravi.

Dark Tranquillity: riescono dove gli Anathema avevano fallito poco prima, cioè a spezzare con successo la continuità “di genere” che segnava la giornata. Bella forza: indiscussi maestri del Death Metal, gli scandinavi si producono in un’esecuzione quasi indistinguibile da un lavoro di studio. Mikeal Stanne, singer dalle corde vocali d’acciaio, non accusa mai la benché minima defaillance. Le capigliature dei chitarristi mulinano come le pale di un elicottero; quando attaccano con Final Resistance la folla va in visibilio. Peccato che non abbiano eseguito la grandiosa Feast of Burden, ma è del tutto comprensibile che la scaletta abbia privilegiato i brani tratti dall’ultimo album Fiction.

Dimmu Borgir: loro ci provano, a emulare i Cradle of Filth, ma non ci riescono proprio. Onore delle armi: va pur detto che, nel Black Metal, riuscire a essere contemporaneamente credibili e originali è impresa ardua. Ne approfitto allora per una birra e un panino allo stand apposito. La prima è annacquata; il secondo è con salsiccia, peperoni e zucchine: buono, ma il pane freddo gli fa perdere punti. Avrebbero potuto dare una scaldata sulla piastra anche a quello, considerato l’esborso complessivo (otto euri!).

Blind Guardian: consci di stare attraversando un inesorabile declino artistico dopo l’abbandono del loro batterista storico (Thomen Stauch) e il periglioso imbocco della lunga e difficile via della sperimentazione, i quattro guerrieri teutonici danno ampio spazio al repertorio più amato dai fan. Per cui largo ai capolavori Imaginations from the other side e Nigthfall in Middle Earth, che riecheggiano il sottofondo ispirativo fantasy-tolkieniano caro alla band. Le sezioni vocali non coprono il ventaglio polifonico di studio, però sono comunque di alto livello. Consumato trascinatore di folle, il buon Hansi raggiunge l’apoteosi con Time stands still: nel cantarla all’unisono, pubblico e musicanti si stringono in un ideale abbraccio collettivo.

Dream Theater: incontri ravvicinati del terzo tipo. Non posso essere obiettivo nel valutare i più grandi progster di tutti i tempi. Quando poi James LaBrie (sempre dato per sfiatato, ma per la verità sempre in formissima) ha annunciato che, in occasione del quindicesimo anniversario dalla sua uscita, Images & Words sarebbe stato eseguito per intero, ho rischiato di sciogliermi in una pozzanghera di lacrime. Esecuzione, va da sé, tecnicamente mostruosa, con la benedizione di qualche inserto pazzoide qua e là (batteria veloce, riarrangiamenti estemporanei, assoli chilometrici). Nei dieci minuti che avanzavano, gli alieni hanno suonato le prime due canzoni dell’album successivo, Scenes from a memory, al fine di sottolineare il filo conduttore che unifica la loro discografia in assoluta continuità. Poi sono saliti sull’astronave che avevano lasciato parcheggiata dietro al palco e hanno fatto ritorno al loro pianeta d’origine.
Quiquiqui alcuni estratti da Pull me under, Take the time e Metropolis pt. I. Vi esorto all’indulgenza nei miei confronti: ero spintonato ed emotivamente assai suscettibile.

Heaven & Hell: chi fossero costoro l’ho appreso Lunedì, consultando le schede dei gruppi disponibili alla pagina web con il calendario dell’evento. Trattasi dei Black Sabbath nella lineup del dopo-Ozzie. Dunque la bizzarra headline di Domenica – con i Dream Theater penultimi – trova verosimilmente spiegazione nel cervellotico proposito di creare una tensione competitiva con quella in programma per il 30 Giugno, quando a chiudere le danze sarà proprio Ozzie Osbourne. Sarà, ma visti i copiosi deflussi seguiti alla performance dei marziani rimango poco convinto della bontà “strategica” di questa scelta: in effetti, ho fatto più fatica a uscire che a entrare. Sì, perché gli orari ferroviari erano tiranni, dunque gli H&H mi risultano non pervenuti. Sarà per un’altra volta.


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