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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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con l'intemerata
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Il sofferto capolavoro
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Né bio né equo
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Fassino, le sberle, la rivincita

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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


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#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
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IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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26 febbraio 2007

Diario di uno scandalo

I mille volti della solitudine si specchiano tutti nell’impossibilità di realizzare appieno il proprio ideale di vita. Nel torbido incrocio di rancori e morbosità messo in scena da Richard Eyre, ispirato a un romanzo di Zoë Heller, i rapporti umani scontano l’insoddisfazione latente quale imprescindibile peccato originale. Non importa che si sia diafane bohemien accasate come Sheba Hart (Cate Blanchett) o stagionate diariste livorose come Barbara Covett (Judi Dench): la tentazione di voltare le spalle alla quotidianità consolidatasi a rigida routine è sempre in agguato, armata di lusinghe tanto pericolose quanto ammalianti.
Il suburbia londinese, screziato dal classismo etnico e non, fa da sfondo a una vicenda basata su una stratificazione narrativa a tre livelli. Sul primo piano diegetico si pone la scandalosa relazione di Sheba con il giovanissimo Steven (Bill Nighy), sul secondo il ricatto psicologico da parte di Barbara che ne nasce e sul terzo, scandito dal commento in voice off all’interazione tra i primi due, il punto di vista scrupolosamente annotato dalla vecchia coprotagonista sul suo quaderno di memorie.
Precisamente all’affabulazione fuori campo che accompagna quattro quinti del film va imputata la perdita di suspence che mina la pellicola da cima a (quasi) fondo. In letteratura, lo scritto nello scritto può servire a sottintendere e/o a dilazionare la rivelazione di un “non detto” decisivo per lo scioglimento dell’intreccio. Ma al cinema è raro che l’espediente funzioni a dovere: nel caso in esame, i secondi fini criptolesbici della malevola vegliarda si subodorano grossomodo nel giro di trenta minuti. A uno svolgimento assai prevedibile del plot, inoltre, va aggiunto che alcune circostanze tramiche appaiono oltremodo innaturali. Possibile che la fedifraga, nel commettere adulterio, si prenda così tanti rischi inutili? E che la sua persecutrice lasci la casa disseminata di indizi pesantemente compromettenti proprio mentre la sta ospitando?
Malgrado qualche incidente di scrittura, tuttavia, una regia di gran classe consente a Diario di uno Scandalo di mantenersi su buoni standard qualitativi. Il contrappunto dialogico tra Dench e Blanchett si gioca su una sfida a colpi di primissimi piani, ottimamente sostenuti da ambedue le interpreti. Qualche scipita caduta di stile (il dettaglio sulle espettorazioni gastriche della gatta moribonda) viene emendata da autentici pezzi di bravura (Barbara ammollo nella vasca da bagno, sublime ritratto del solipsismo). I ritmi, fatta salva qualche parentesi particolarmente tranquilla o – all’opposto – concitata, si attestano perlopiù su un costante mezzoforte. La fotografia scivola sulle superfici cutanee rubandone nitore latteo (Sheba), grinzoso (Barbara) e lentigginoso (Steven) a fior di pelle.
Peccato che Judi Dench non avesse alcuna reale possibilità di farcela contro la superfavorita Helen Mirren, agli Oscar di ieri sera.

La parola agli esperti: “Lo sceneggiatore di “Closer” impone una perfetta geometria spigolosa alle attrazioni morbose del romanzo di Zoë Heller. Nessuno è simpatico, tutti interessanti” [Alessio Guzzano]; “Una delle sorprese dell’anno. Anche perché Eyre non giudica mai i suoi personaggi, ma riesce a farci capire tutte le loro ragioni. Per cattive che siano” [Fabio Ferzetti]; “Il risultato è (...) poco appagante: un film che si lascia vedere (...) e che forse può anche appassionare, ma che oscilla pericolosamente, e costantemente, verso il baratro della deludente farsa” [Diego Altobelli]

Update
- A proposito di Oscar: Watergate, Andrea F. Berni, Colinmckenzie




25 febbraio 2007

Operazione anime - Naruto rewritten




23 febbraio 2007

Or sono tre anni

Lunedì scorso ricorreva il terzo “compleanno” della controversa Legge 40/2004, attorno alla quale si è riacceso in modo veemente il dibattito pubblico sulla laicità dello stato italiano. Il referendum per la parziale abrogazione delle nuove norme in materia di fecondazione assistita, per un’imprevedibile somma di criticità, si tenne quasi in concomitanza con l’ascesa di un teologo morale del calibro di Joseph Ratzinger al soglio pontificio. L’eterna lotta tra positivismo e naturalismo giuridico conobbe in quel frangente un momento di confronto particolarmente intenso.
All’epoca questo blog non esisteva ancora, per cui reputo di qualche interesse ripercorrere l’itinerario intellettuale che mi condusse al voto di quel Giugno 2005.
In famiglia tutto si svolse come da usuale ripartizione etica: mia madre stette a casa, mio padre andò e mise quattro ‘sì’. Io invece studiai uno spacchettamento del tetra-quesito:

-         sulla prima scheda (Salute della donna) apposi il mio unico e convinto ‘sì’. Le limitazioni all’accesso previste dalla legge, pur muovendo dal comprensibile intento di tutelare la salute dei soggetti coinvolti nelle pratiche di fivet, configurano un’ingiustificata intromissione del legislatore nel rapporto medico-paziente. I divieti e i vincoli stabiliti da un testo normativo, in teoria, dovrebbero servire a prevenire abusi indiscriminati o a soddisfare precisi requisiti tecnico-qualitativi. In quest’ottica, la gradualità nel ricorso alle terapie per curare l’infertilità (raccomandata in particolare all’Art. 1 comma 2 e all’Art. 4 comma 1) deve rimanere un orientamento a disposizione degli interessati, non un obbligo di legge: le pesanti ricadute di un ciclo di iperstimolazione ovarica non possono che essere rimesse al consenso – informato, va da sé – del(la) paziente al medico. Nessuno, del resto, si sognerebbe di obbligare alla gradualità i malati di cancro, lasciando loro la chemioterapia solo come extrema ratio. Allo stesso modo, il limite massimo di tre embrioni non trova fondamento in alcuna reale esigenza tecnica, ma sembra quasi dettato dal gusto di vietare gratuitamente. Per una donna giovane tre embrioni sono probabilmente troppi, mentre per una primipara attempata magari sono pochi. Nello spirito della legge – che condivido, come avrò modo di argomentare a breve – l’importante è che nessun concepito venga congelato in quanto “sovrannumerario”;

-         sulla seconda scheda (Fecondazione eterologa) barrai il ‘no’. Fu una scelta molto travagliata, perché io non sono affatto contrario all’eterologa in sé, ma solo all’imposizione di libertà a scapito del concepito insita nell’anonimato del donatore esterno alla coppia. Essendosi trattato di un referendum abrogativo – né avrebbe potuto essere altrimenti –, ritenni opportuno premunirmi rispetto all’eventuale assenza di una esplicita disposizione in tal senso. La libertà delle coppie sterili di procreare in via “adulterina” (valida per tutti i nuclei affettivi già “in natura”) non può ignorare il bisogno di ciascuno di disporre della propria identità biologica. È un aspetto della norma su cui, teoricamente, potrebbe intervenire una puntuale correzione da parte del legislatore;

-         idem come sopra per quanto riguarda la terza scheda (Libertà di ricerca scientifica). Anche in questo caso, non fu tanto la rosa di metodi o tecniche su cui insisteva il quesito (il trasferimento nucleare e la crioconservazione) a preoccuparmi, ma il merito etico cui preludeva. Unitamente alla cancellazione di alcune tutele al concepito, la terza domanda proponeva, almeno nel medio-breve termine, di ridare libero corso alla distruzione di embrioni in laboratorio;

-         non ritirai la quarta scheda (Per l’autodeterminazione e la tutela della salute della donna). Ai referendum è possibile far mancare il quorum selettivamente: scelsi di adottare un diniego tanto rigido verso l’ultimo quesito per affermare che i diritti essenziali (di cui quello alla vita costituisce la punta di diamante) non possono essere subordinati ad alcun criterio di attribuzione progressiva, qualora l’individuo di specie umana venga a trovarsi in condizioni di terzietà fisica. Nella codifica delle leggi, gli aspetti oggettivi (umanità) devono avere la precedenza su quelli soggettivi e/o convenzionali (personalità) senza tema di riduzionismo, poiché è assolutamente logico che il diritto applichi la sua sovranità al campo dei dati di fatto (come la specie) e lasci invece alle singole sensibilità ogni ulteriore restrizione motivata da fattori morali trascendenti o indimostrabili (come la presenza o meno dell’anima o la presunzione dell’autocoscienza). Diversissimo il contesto giuridico dell’interruzione di gravidanza, in cui l’antagonismo tra madre e figlio non si esplica in stato di separazione dei due soggetti.

Le linee-guida della legge hanno aggiunto alla normativa un’indicazione piuttosto contraddittoria: pur rimanendo severamente vietata la diagnosi genetica di preimpianto, viene permessa l’analisi osservazionale degli ovociti fecondati. La quale, ove dovesse avere esiti infausti, può mettere nelle condizioni di “lasciar morire” l’embrione. Ora, io mi domando: non è più sensato consentire anche i test genetici ed eventualmente ricorrere alla stessa soluzione, piuttosto che impiantare in utero embrioni difettosi da sottoporre a riduzione fetale certa?
Più in generale, il dibattito sulle biotecnologie mette a confronto diverse concezioni epistemologiche. Nella mia, le domande sul senso della vita e sui confini etici entro cui l’intervento su di essa è compatibile con la dignità dell’uomo sono le domande più autenticamente razionali. Il miglior attestato di dedizione alla scienza – detto da uno che ha passato tutta la vita a studiare materie scientifiche – consiste proprio nell’opporsi a ogni tentativo di separarla da questi interrogativi o di caricarle sulle spalle la missione impossibile di risolverli da sola. E nel ragionare attorno alle implicazioni della (bio)tecnologia per i destini dell’umanità, anziché accettare in modo incosciente e irrazionale una visione meccanicistica dell'uomo e dell'individuo.


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21 febbraio 2007

For whom the bell tools

Solitamente non riprendo in diretta le “ultimissime”, ma stavolta le circostanze lo richiedono. Dal sito dell’ANSA:

ROMA - Il governo è stato battuto al Senato per due voti sulla risoluzione per approvare la relazione di politica estera del ministro Massimo D'Alema. La maggioranza richiesta era infatti di 160 voti, mentre la risoluzione dell'Unione ha avuto solo 158 voti. [LINK]

Subito dopo il voto, in aula è esplosa la bagarre che ci si può facilmente immaginare. Per il governo è la seconda, gravissima bocciatura in meno di un mese: torno a ribadire che, con il tempo, le issue qualificanti nella politica degli esecutivi saranno sempre più circoscritte alla bioetica e agli affari esteri. Insomma, l’episodio non può essere minimizzato in alcun modo – e a breve il Senato discuterà i DiCo.
In altre parole: manca poco.

Round-up: la cronaca dei fatti minuto per minuto su YahooFreedomlandDestraLab; StarSailor; Krillix; Maralai; OlifanteOtimaster; Polìscor; Hurricane_53; AN Torino; AG Brescia; Mario Sechi; Liberissimo

Update - Per l'occasione sono tornato al mio primo amore. Nostalgia canaglia!


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19 febbraio 2007

L'ultimo re di Scozia

È il 1970 allorché il neodottore scozzese Nicholas Garrigan (James McAvoy) si sente in vena di beghinaggio terzomondista e decide di partire per l’Uganda a mo’ di medico senza frontiere. Di lì a un annetto, un fortuito incontro con il nuovo dittatore dello stato centrafricano (Idi Amin Dada, un Forest Whitaker splendidamente entrato nel personaggio) lo porterà a diventarne medico curante nonché strettissimo confidente.
L’esordio del documentarista Kevin MacDonald alla regia di un’opera interamente sceneggiata fa mostra di un allestimento visuale evocativo degli stilemi linguistici anni ’70 (fotografia “anticata” e soprassatura di terra battuta, uso sbarazzino dello zoom, flussi di coscienza con carrellate di apparizioni opache e fugaci) e sovente debitore della peculiare formazione del cineasta (la sequenza con le danze tribali in omaggio ad Amin sembra un pezzo di repertorio del Discovery Channel).
Nell’impianto stilistico del film risiede però anche la sua incongruenza formale dominante, in quanto l’apparente tensione ricostruttiva della pellicola si riduce a qualche maldestra integrazione tra il soggetto maneggiato e il suo reale contesto di appartenenza. L’intimistica ragnatela di tradimenti e mezze verità che cresce attorno all’inquietante figura di Amin – ciò che riassume la costruzione drammatica portante del film – rimane perlopiù forzatamente giustapposta al fondale storico-politico sul quale si staglia, negando peraltro allo spettatore una pur sommaria quantifica in presa diretta dei crimini del despota (le soprascritte con i consuntivi del caso – 300000 vittime e 50000 esuli – arrivano poco prima dei titoli di coda) e, quindi, le effettive proporzioni della sua ferocia di là da ogni indulgenza bio-cinematografica.
Nonostante una confezione visiva sontuosamente fuorviante, il vero bersaglio di MacDonald non si appunta sulla circostanziata denuncia storica col pretesto di una trama fittizia ma, viceversa, sulla speculazione d’autore riguardo alle perversioni interiori di un tiranno desunta da una cornice ambientale di massima. Una finalità esemplificata a video ogniqualvolta Amin enfatizza il suo buon cuore picchiandosi il petto: in quei passaggi, l’occhio della cinepresa penetra la valenza simbolica del gesto seguendo fisicamente il tragitto del pugno e individuando nell’anima dissociata del protagonista un potente magnete drammaturgico. Culmine di tale discesa negli abissi della doppiezza psicologica diventa il montaggio alternato che ritrae Amin mentre tiene una conferenza stampa tutta frizzi e lazzi e, contemporaneamente, Nicholas mentre tocca con mano la raccapricciante efferatezza di cui il suo mentore/rivale sa essere capace.
Ovvio che il raggiungimento di una pregnanza figurativa del genere dipenda in larga misura dalla qualità delle prestazioni rese dal cast di interpreti. In tal senso la prova di Whitaker è molto convincente (benché, col senno di poi, forse acclamata oltre i suoi reali meriti), sapendo esibire una gamma emotiva assortita tra la brillante giovialità e la rorida paranoia. Sorprende poi l’inaspettato exploit di McAvoy, capace di reggere un simile controscena nel ruolo di progressivo catalizzatore della sua malvagità cronica.
A causa del malriuscito accostamento tra testo e contesto, la sceneggiatura sconta criticità quando la vicenda privata esonda dal suo alveo naturale e si impaluda nella storiografia, vale a dire soprattutto nell’ultimo terzo di film. La contestualità scenica tra l’episodio del dirottamento aereo e il redde rationem che impegna i due protagonisti, in particolare, genera disarmonia sballando completamente la tempistica dell’epilogo. Durante il quale il copione si affretta a risolvere la brutta situazione di Nicholas nel (troppo) breve volgere dei negoziati per la liberazione degli ostaggi, dando la forte impressione di un finale improbabile e raffazzonato (possibile che all’imbarco dell’aereo non ci siano controlli, visto che l’accordo preso parla esplicitamente di un rilascio selettivo?). Peccato anche per la repentina sparizione del personaggio interpretato da Gillian Anderson, che poteva essere sfruttato molto meglio.
Numerose luci sulla regia, qualche ombra sulla sceneggiatura: spiace doverla ripetere molto spesso, questa valutazione.

Dicono di questo film: “la figura di Amin diventa fin troppo ambigua. Si ha l’impressione che non abbia responsabilità nei massacri, come se fossero opera dei suoi sottoposti” [Colinmckenzie]; “Come vincere l’Oscar come attore: scegliete un ruolo esagerato (tipo un dittatore africano), trasformatevi in guitto insopportabile (tipo Al Pacino in Scent of a Woman) e sfoggiate uno sgargiante handicap fisico (tipo Daniel Day-Lewis ne Il mio piede sinistro). Forest Whitaker (...) ha seguito il vademecum hollywoodiano” [Francesco Alò]; “Kevin Macdonald (...) viene dal documentario, ma qui impone alla biografia una marcia di instancabile superficialità psico/politica” [Alessio Guzzano]




18 febbraio 2007

Operazione Guzzanti (Corrado) - Imitazione di Romano Prodi




15 febbraio 2007

Uno sguardo all'America del prossimo futuro

Mancano ancora due anni all’insediamento del prossimo presidente USA, eppure l’interesse dei media per la corsa alla Casa Bianca del 2008 sta già montando. I motivi di un clamore tanto precoce stanno nella fortuita combinazione di apparenti “stranezze” che promettono di incidere trasversalmente i confini della geografia politica americana.
Per comprenderne la natura, è necessario tenere presente che nel sistema elettorale yankee – severamente ancorato a un metodo ultra-maggioritario anche al caro prezzo di sacrificare al bipartitismo gran parte della partecipazione al voto – non esistono una “destra” e una “sinistra” a collocazione partitica fissa. Gli Stati Uniti sono una democrazia capitalistica, nella quale il successo politico si misura con la capacità di mobilitare risorse finanziarie a sostegno di una piattaforma ideale, data dalla risultante degli interessi particolari espressi da platee elettorali vastissime. All’interno di queste ultime, in ambedue i partiti nazionali, trovano spazio istanze riconducibili a tutte le culture politiche, con pesi specifici variabili a seconda del periodo storico a cui si faccia riferimento. Prima che Lyndon Johnson apponesse la sua firma sull’atto di de-segregazione dei neri (1964), ad esempio, nel Partito Democratico era presente una vivace e nutrita ala conservatrice e i Repubblicani rappresentavano la confederazione interconfessionale delle chiese protestanti americane. La dialettica interna alle due compagini, com’è noto, si risolve attraverso il meccanismo delle elezioni primarie, che sanciscono tramite una vera e propria asta – ovvero: le vince letteralmente chi offre di più – la personalità individuale più adatta a incarnare la compositio oppositorum su cui si basa la formazione delle classi dirigenti d’oltreoceano.
Ecco perché, a dispetto delle sciatte corrispondenze offerte dagli inviati italiani negli USA, non deve stupire il profilo politico estremamente singolare che contraddistingue i probabili futuri candidati alla carica più importante del mondo.
I due frontrunners repubblicani – John McCain e Rudolph Giuliani – esercitano paradossalmente maggiore attrattiva sull’elettorato indipendente che non su quello conservatore o “di destra”. Questo perché il primo, 72enne senatore dell’Arizona, è considerato pregiudizialmente ostile alla destra cristiana, verso la quale ha avuto uscite anche molto polemiche, oltre che un egocentrico di dubbia affidabilità. Interventista in politica estera e ortodosso senza eccessi in bioetica, gli basterebbe forse un buon candidato vice per stemperare l’immagine di vecchio anticonformista “a prescindere” che comunica all’esterno.
L’ex sindaco di New York, dal canto suo, è ritenuto ancora più liberal di McCain sui temi sociali: pro-choice e favorevole al matrimonio gay, ha vissuto per qualche tempo con due suoi amici “pacsati” e ha marciato vestito da donna alle parate dell’orgoglio omosessuale. Il giudice italo-americano, tuttavia, può rassicurare i repubblicani più destroversi giocando sulla distinzione tra le sue convinzioni etiche personali e i provvedimenti politici che intende assumere o preservare: Giuliani, infatti, sarebbe contrario all’aborto, ma ne sostiene la depenalizzazione come male minore. È poi fresco di pronuncia l’endorsement che Ted Olson, ex vice Procuratore Generale degli Stati Uniti, ha rivolto al “sindaco d’America”. Una frase per tutte: “Le vedute di Rudy su molti, molti punti di principio si dimostreranno compatibili con quelle delle persone appartenenti alla comunità politica conservatrice”.
Mitt Romney ha ricoperto fino allo scorso Novembre la carica di governatore del Massachussets (un po’ come se vi fosse stato per anni un forzista alla guida dell’Emilia-Romagna) e l’altro giorno ha annunciato ufficialmente la sua discesa in campo. Anche lui presenta un identikit politico assai composito: contrario alle nozze omosessuali e alla clonazione terapeutica, è però favorevole alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Oltrettutto è mormone e, come tale, facente capo a una morale confessionale scarsamente compatibile con la democrazia liberale, in quanto – similmente all’islamismo – la dottrina che professa afferma di poter obiettare alla legge positiva. Per esempio riguardo alla poligamia, che i mormoni ammettono e, nelle comunità agricole, incoraggiano: ironico che, tra tutti i papabili nelle fila del GOP, l’unico ad essersi sposato con una donna sola sia proprio Romney (gli altri sono tutti pluridivorziati).
Newt Gingrich è decisamente il mio candidato ideale. Artefice del Contratto con l’America, che nel ‘94 ha riportato i repubblicani in maggioranza a Capitol Hill dopo quarant’anni di egemonia democratica, Gingrich personifica alla grande il programma di taglio delle tasse e di “cura dimagrante” per l’apparato statale in grado di attrarre ogni buon federalista. In vista dell’appuntamento presidenziale del 2008, Newt sta comportandosi come un novello Cincinnato. Percorrendo in lungo e in largo gli USA con le sue ricette ultra-liberiste per riformare la sanità, l’energia e la sicurezza nazionale, l’ex professore di storia cerca di ovviare alla sue scarse entrature nella macchina organizzativa del partito coagulando attorno a sé un consenso di lungo termine presso la base elettorale – e difendendo un’immagine da candidato restio a sporcarsi con la politica attiva ma decisivo-per-il-nostro-tempo (vedi Fortune).
Jeb Bush, il fratello del presidente, sarebbe il miglior articolo del lotto se gli Stati Uniti fossero una monarchia e non una repubblica. Chiude l’esperienza da governatore dello stato-chiave della Florida con un gradimento al 60%, attira voti centristi benché ideologicamente molto più “a destra” di George W. ed è ovviamente il più gradito alla base conservatrice, ma il terzo Bush in vent’anni sarebbe davvero troppo. Si pensa che possa presentarsi in ticket con il prossimo candidato repubblicano e, di conseguenza, rimandare la sua nomination di qualche legislatura.
Su tutti i candidati del GOP, ovviamente, pende la spada di Damocle del conflitto iracheno. Proprio Newt Gingrich si dice convinto che, se non migliora la situazione a Baghdad, “vincere sarà durissimo”.
E i democratici? Il partito dell’asinello, per le issues fortemente progressiste che hanno preso il sopravvento al suo interno da parecchio tempo a questa parte, mi interessa molto meno del suo diretto concorrente. Ignoro quale tipo di ragionamento possa spingere Christian Rocca, uno degli unici due americanisti attendibili rimasti nel panorama giornalistico italiano (l’altro è Maurizio Molinari), ad asserire che Hillary Clinton abbia già la vittoria in tasca. Personalmente l’irresistibile ascesa dell’illustre consorte, analogamente a quella di Ségolene Royal in Francia, mi sembra galleggiare su una fragile bolla mediatica. Non va meglio con Barack Hussein Obama, variante coloured del sogno kennedyano, il quale somiglia a un Rutelli all’ennesima potenza: anche lui – come la Clinton, per la verità – pensa di poter drenare in scioltezza voti religiosi agli avversari semplicemente riempiendosi la bocca con il nome di Dio. Probabilmente considera gli americani degli ingenui pronti a ingoiarsi la sua retorica tutta d’un fiato, e si sbaglia di grosso. Ancora meno avvincente è la strategia attendista adottata da Al Gore, che rimane all’inguatto nella speranza di potersi approfittare delle numerose giravolte compiute dalla Clinton sulla politica estera e di difesa.
Più interessante è invece l’incrinatura tra conservatori e libertari aperta dal sorgere, nel midwest, di figure democratiche moderate (come il governatore del New Mexico Bill Richardson) e liberal-populiste (come il suo collega del Montana Brian Schweitzer), capifila di quei bluedogs che hanno guidato i dems alla riconquista dei due rami del Parlamento. La coalizione reaganiana, cementata dalla battaglia comune contro le tasse e lo stato, rischia di perdere la sua componente libertaria a causa dell’attivismo religioso dei social conservatives sul fronte etico. I riformisti finiranno tra le braccia dei democratici? Dubito anche di questo perché, se al partito dell’asinello riuscisse contemporaneamente – anche solo in parte – la manovra inclusiva di cui sopra nei confronti dell’elettorato cristiano, il conflitto tra posizioni laiche e confessionali non farebbe che spostarsi da “destra” a “sinistra”. Dove si mescolerebbe con esiti esplosivi allo statalismo fiscale che alligna tra i progressisti.
Mentre gli americani dispongono del sistema politico più idoneo a far germogliare idee e contaminazioni sempre nuove e avvincenti, in Italia tengono banco la fusione fredda tra cattolici adulti e postcomunisti e l’utilizzo dell’identità cristiana a mo’ di bandierina politica micro-reazionaria. Sospiro.

Per saperne (molto) di più: Camillo, Alla conquista della West Wing, S’avanza uno strano liberal, I quattro candidati-ombra sulla riva del PotomacHillary sì, Hillary no e Metro-Republicans


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12 febbraio 2007

Hannibal Lecter - Le origini del male

La tara congenita dei prequel, di solito, si esplica nel pervicace logoramento che le serializzazioni esercitano su temi, motivi, personaggi e ambientazioni di successo, solitamente in ossequio al forte impatto di alcune fortunate “opere prime” sull’immaginario collettivo. Spesso il fenomeno si accompagna, con esiti esponenzialmente nefasti, all’emancipazione economica degli autori di tali oggetti di culto. I malcapitati prodotti finiti assumendo le compiute fattezze di giocattoloni per bambini prodigio di mezza età: è accaduto a Guerre Stellari 2000 (fragoroso tonfo del “piccolo padre di galassie” George Lucas), a Matrix (anche se in quel caso, com’è ovvio, a deludere furono dei sequel) e rischia grosso anche Lo Hobbit (che nasce sotto i peggiori auspici, dopo le studiatissime liti tra la New Line e Peter Jackson – il quale deve ancora smaltire del tutto i postumi della sbornia epocale per il suo Signore degli Anelli).
La saga del cannibale cinematografico per antonomasia, dopo aver terrorizzato il grande pubblico con l’ineguagliata suspence de Il Silenzio degli Innocenti, averlo nauseato con il vomitevole soffritto di cervella umane sfrigolanti cucinato in Hannibal e averlo intrattenuto con i sanguinosi prolegomeni di Red Dragon, si sofferma infine su(gl)i (st)ruggenti albori giovanili del suo protagonista.
Le prime vicissitudini mangerecce del dottor Lecter, per non complicare troppo quello che è ormai diventato il passatempo preferito del canuto duo Dino De Laurentiis/Thomas Harris, vengono affidate allo yesman Peter Webber e calate in una misticanza di suggestioni orientaleggianti, esili simbolismi, personalità sbozzate e sviluppi prevedibili.
A onor del vero, il film parte piuttosto bene. I venti minuti guerreschi iniziali, giocati su ritmi d’azione molto sostenuti, esaltano il millimetrico montaggio di Pietro Scalia e introducono senza sprecare pellicola tutte le premesse necessarie ad avviare il racconto. Quando l’esposizione dei fatti elide proprio l’episodio che sprigiona la trasformazione in mostro di Hannibal, poi, il presagio che un castone tanto raffinato attenda solo di poter accogliere una gemma di pari valore prende visibilmente corpo. Invece il salto temporale che segue il prologo dà il via a una vicenda sfilacciata, nella quale il “non detto” messo a corrodere l’anima del protagonista viene inflazionato con continui rimaneggiamenti al rialzo anziché fatto interamente deflagrare al momento giusto per cui, quando quest’ultimo finalmente arriva (il tuffo endovenoso nei ricordi sopiti), il ripristino integrale del tessuto narrativo ha l’aspetto di un rattoppo telefonato e malmesso. Come se non bastasse, l’assetto visivo adottato dal regista per raffigurare la progressiva venuta a galla della reminescenza-clou – saturazione fotografica ai minimi mista ralenti, sovrapposta a un bianco e nero con luci ad alzo zero – è scontato e discutibile.
La metafora portante dell’opera viene servita sotto forma zoologica già dalle prime battute, oscillando tra il ragno che tesse la tela in attesa di divorare la sua preda (applicabile alla trama nel suo insieme) e il lupo che sciacalla (prontamente imitato da emuli umani) confermandosi homini lupus (con le argute ripercussioni del caso sulla maturazione etica dell’antropofago in erba). In questa rivisitazione dionisiaca della Caduta, il rifiuto di compartecipare alla colpa suprema – per estensione ascrivibile al peccato originale – viene portato alle sue estreme conseguenze, traducendosi in caccia seriale ai testimoni/complici del male commesso. Il bisogno fisico di fagocitare le proprie nemesi riflette dunque la necessità di saziarsi della loro sparizione dal mondo, autopromuovendosi da vittima a carnefice.
La sintesi di cotanta sostanza con la forma latita, mentre si individua chiaramente un macroscopico buco di sceneggiatura a circa due terzi del film: come fa Hannibal a localizzare il covo del suo gran rivale, se niente e nessuno gliel’ha indicato? Un ammanco, questo, che fa traballare vistosamente il copione in concomitanza di uno snodo tramico decisivo. Il cripto-menage a trois che coinvolge i personaggi colpiti negli affetti (Hannibal stesso, la zia giapponese e l’ispettore di polizia) in qualche scampolo di reciproca moralizzazione, inoltre, rimane per lo più irrisolto, così come tutto il risvolto prettamente “giallo” della vicenda.
Lo smaccato overacting di Gaspard Ulliel, con le sue pose psicopatiche a favore di camera, è già (s)cult; la meravigliosa Gong Li viene fatta segno a un nutrito carnet di battute idiote (una per tutte: “I ricordi sono come coltelli, possono tagliare”), nella sciocca convinzione che qualche dialogo improponibile alimenti degnamente lo stereotipo secondo cui gli orientali parlano sempre e solo per parabole avvolte in carta argentata Perugina.
Da dimenticare, e in fretta.

Dicono di questo film: “Chiama [...] alla corresponsabilità la società (il cannibalismo sul fronte orientale, la ghigliottina per i collusi con l'occupazione, i balordi riciclati nella polizia), ma appiattisce la psicologia su una caccia cadenzata e risolta in una questione di tecnica omicida efferata” [Federico Raponi]; “Il peccato originale del film è porre Lecter di nuovo al centro della narrazione, assoluto e totalizzante protagonista, quando già Hannibal aveva dimostrato quale danno di immagine veniva arrecato al Nostro una volta strappato al suo ‘naturale’ ruolo di presenza defilata, ellittica ed enigmatica”, “Ogni singolo momento di questo film, che appare tanto più trash quanto più risulta anonimo e composto nella forma, suona enfatico al punto che nell’opera non lo è niente” [Gli Spietati]




11 febbraio 2007

Operazione Diamond Darrell - Gli assoli


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8 febbraio 2007

L'antiPACStico

Nell’ambito dell’effervescente controversia che investe il possibile riconoscimento giuridico delle unioni di fatto sembrano confrontarsi solo due punti di vista, attestati su posizioni ideologiche lontanissime e irriducibili. Da un lato vi è la visione progressista, che contempla nella ratifica di un permesso l’implicita ammissione della liceità. Dall’altro, la controparte reazionaria vede nell’imposizione di un divieto il sanzionamento dell’illiceità.
Estromettendo dal loro comune terreno dialettico rispettivamente l’aspetto oggettivo e quello soggettivo della problematica morale, le due parti in lotta maggiormente esibite dal circuito mediatico sottraggono il dibattito pubblico attualmente in corso al suo naturale orizzonte cognitivo. Che è, per l’appunto, quello squisitamente morale. [SEGUE su Robinik.net]



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