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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Sul proporzionale

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Religione e omosessualità -
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Il Programma dell'Unione:
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Cento domande sull'Islam

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Padoa-Schioppa VS Bersani:
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Laicità e diritto naturale,
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La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

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Uomini, caporali
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Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


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#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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31 ottobre 2007

Mondo senza fine

di Ken Follett
Mondadori, 1367 pp, € 20,00

«I braccianti stanno scomparendo dai miei villaggi
e quando indago su di loro
scopro che si sono spostati nelle tue proprietà,
dove prendono paghe più alte.»
Caris annuì.
«Se voi metteste in vendita il vostro cavallo
e due persone lo volessero comprare,
non lo dareste a chi vi offre di più?»

Inghilterra, anno Domini 1327. È il giorno di Ognissanti, quando un improvvisato gruppetto di ragazzini – i fratelli Ralph e Merthin Fitzgerald con le amiche Gwenda e Caris – si avventura nella boscaglia oltre le mura di Kingsbridge per giocare liberamente al tiro con l’arco. Nascosti tra i cespugli, sono testimoni del duplice omicidio in cui sfocia la colluttazione tra due guardie della regina e un cavaliere fuggiasco. Ralph, atletico e gradasso, soccorre il ricercato scegliendosi uno degli inseguitori come inconsapevole bersaglio; Merthin, sveglio e affidabile, una volta caduto anche il secondo armigero aiuta il nobiluomo ferito a occultare il messaggio di cui è latore. Il solenne giuramento di non svelare l’ubicazione del nascondiglio prescelto, assieme al potenziale politicamente destabilizzante che il segreto affidato a quel dispaccio acquisisce nel corso degli anni, suggellerà come un patto di sangue la ridda di amori, intrighi, complotti e sopraffazioni destinata a legare il quartetto di fanciulli nel trentennio successivo.
Diciassette anni – circa duecento nella finzione narrativa – dopo I pilastri della Terra, Ken Follett torna a disegnare metaforiche architetture di senso tra le strade e le costruzioni immaginarie della sua Kingsbridge. La prosa ricercata ma sempre scorrevole del più grande scrittore vivente conferisce dunque nuova linfa autoriale al racconto dell’esistenza umana, catalizzandone la volatile temperie mediante il collaudato topos dell’edilizia medievale. Ma mentre ne I pilastri l’allegoria portante faceva premio sulle storie di vita dei protagonisti, interconnesse da un potente collante storiografico e filosofico (il turbinio di vicissitudini amorose e di esulcerate rivalità che attraversava la trama di quel libro, accostato per similitudine all’estenuante processo costruttivo della cattedrale, trovava sbocco in una profonda riflessione sul necessario equilibrio tra potere temporale e potere spirituale, tra fede e ragione), in Mondo senza fine il motivo “cantieristico” si appunta invece alle speculazioni che mettevano capo al testo predecessore, incapsulandole in un tessuto connettivo tipicamente sentimentale. Il secondo membro di questa variazione simbolica per contrappunto individua un nucleo tematico ben preciso: i “pilastri” del vecchio mondo stanno cedendo assieme a tutti i criteri con cui sono stati progettati, perciò occorre sostituire gli uni e aggiornare gli altri. E migliorare la condizione umana significa innanzitutto perseverare nella faticosa lotta contro la superstizione teologica – spesso artatamente fomentata dagli uomini di chiesa più reazionari – secondo cui Dio castiga gli uomini per i loro peccati tramite disgrazie e calamità. Il passaggio da Medio Evo a Età Moderna può in effetti riassumersi nella presa di coscienza collettiva della libertà d’intrapresa quale veicolo di affrancamento dall’atavismo, con tutti gli attriti che l’emancipazione di strati popolari sempre più ampi ebbe a creare tra plebe e aristocrazia.
Nella storia narrata da Ken Follett, l’avventura della libertà incontra a più riprese le resistenze conservatrici opposte dalle categorie interessate al mantenimento dello status quo; queste ultime, rappresentate per esigenze di contesto da clero retrivo e nobiltà sfruttatrice, malgrado i loro sforzi assistono alla costante erosione della propria autorità secolare.
Merthin e Caris, perdutamente e alle volte disperatamente avvinti in un amore metafisico, proiettato al di là del tempo e dello spazio, incarnano alla perfezione il prototipo dell’uomo e della donna moderni, artefici delle proprie fortune grazie al sapere scientifico e alla creatività imprenditoriale. Allo stesso modo Gwenda, seppur calata nella più “rurale” dimensione della servitù della gleba, affronta un percorso di liberazione dal destino capitatole in sorte. Ralph, al contrario, impersona l’arrivismo e lo spirito di rivalsa della nobiltà decaduta in tutta la sua suburra morale. Per i quattro protagonisti la vita si snoda tra esaltanti momenti di successo e drammatici rovesciamenti di fronte, in una giostra di passioni capace di regalare onori e gioie a chi sa giocare con scaltrezza le sue carte, ma anche di infliggere dolorose punizioni agli inetti e agli sfortunati.
Come ogni sequel che si rispetti, anche Mondo senza fine ricalca stilemi precodificati e viaggia su binari tematici piuttosto angusti, dovendo rispettare i canoni espressivi dettati da un’opera-pilota. Così, se Ralph racchiude in sé il corredo psicologico di tre dei personaggi conosciuti ne I pilastri della Terra (vale a dire Will Hamleigh, Alfred e Richard di Shiring), i priori Anthony, Godwyn e Philemon “frammentano” la farisaica santimonia del vecchio Waleran, mentre Caris e Merthin sono la copia conforme rispettivamente di lady Aliena e di Jack il costruttore.
Rispetto all’invidiabile compattezza narrativa esibita nel prequel, in questo seguito appaiono veniali difetti di tenuta tramica (come accade per il repentino cambio di atteggiamento da parte del succitato Godwyn, oppure per il rocambolesco salvataggio di Caris dalle grinfie del tribunale ecclesiastico), qualche caratterizzazione sbozzata un po’ tendenziosamente (il viscido leguleio Gregory e l’intellettuale borioso Sime) e una “chiusura del cerchio” finale abbastanza deludente (il gran segreto nascosto tra i boschi di Kingsbridge si rivela tutto sommato privo di grosse ripercussioni sull’economia della narrazione, dopo aver teso un filo conduttore nemmeno paragonabile alla geniale agnizione di gruppo servita sul finire de I pilastri). Da parte dell’autore persiste poi una certa rigidezza nell’introspezione della crudeltà, sempre descritta come gratuita o banale.
Spiace, infine, che l’esigenza di clamore mediatico a buon mercato abbia spinto Follett a promuovere la sua ultima fatica recitando a soggetto sciocchi refrain antireligiosi. Oltre a lanciare provocazioni corrive, le polemiche a gettone “contro la Chiesa” hanno la ben più grave colpa di far apparire pretestuose e anacronistiche le cornici ambientali tracciate nel libro: se la cultura cristiana medievale avesse davvero incoraggiato il diffondersi di oscurantismo e ignoranza, a quale spinta propulsiva far risalire la capacità di sottrarsi autonomamente al sottosviluppo, alla pestilenza e alla carestia dimostrata dall’Europa premoderna, unico caso di civiltà “a evoluzione endogena” in tutta la storia dell’umanità? Evidentemente la koiné europea doveva contenere in sé già allora gli elementi di una concezione “fluida” del mondo, altrimenti l’azione modernizzatrice esercitata dalle vulcaniche individualità di tipi come Merthin e Caris sarebbe rimasta lettera morta, somma di vuoti accidenti come se ne sarebbero potuti benissimo manifestare di uguali nella Cina o nelle Americhe del tempo. Tanto più che, a dispetto dell’ostentata intransigenza progressista esibita a favore di rotocalco, nel suo libro Ken Follett riesce a rendere conto delle molte anime ideologiche di un’istituzione onnicomprensiva come il cattolicesimo in modo intelligente ed equilibrato.
Ma il logoramento estetico causato dalla riproposizione e dalla promozione di un prodotto letterario di grido può a malapena scalfire il fascino esercitato dal magistrale affresco follettiano dell’anelito d’amore e di salvezza che l’uomo medievale, così come il suo discendente moderno, trae senza sommario, senza requie, senza controprova. Senza fine.

Trackback: Phastidio, Italy Starts Crackdown on Immigrants Deemed a Threat to Society [Weekend Open Trackback]


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30 ottobre 2007

Segnalibro - Pantera, Cemetary Gates


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PANTERA lyrics


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29 ottobre 2007

Molto incinta

Proprio allorquando viene promossa da assistente di studio ad annunciatrice televisiva, la bella Alison (Katherine Heigl, la Isobel di Grey’s Anatomy) scopre di aspettare un bambino da Ben (Seth Rogen), un fricchettone sfaccendato e sovrappeso, suo amante occasionale la notte dei festeggiamenti per l’eccitante avanzamento di carriera. Per inquadrare il tipo, basti sapere che il ragazzo è abbastanza familiare con la prima infanzia da trattare i marmocchi come cani da riporto e che è un partito talmente buono da sperare di mantenersi curando un sito internet dedicato ai nudi delle star. I due malassortiti fidanzati dovranno dire addio all’egocentrismo giovanile e sacrificare i loro progetti al bene del nascituro.
Morale della commedia: i figli si fanno quando capita con chi capita, la vita si prende saggiamente gioco delle tabelle di marcia troppo rigide e, dulcis in fundo, forse l’unico modo totalmente “responsabile” di procreare è...non procreare affatto. Il combinato disposto così riassunto sembra avere urtato la suscettibilità della critica politicamente corretta, la quale – non si capisce bene se per malafede o distrazione – ha pure tacciato di scarso realismo il comportamento della protagonista, che secondo taluni non prenderebbe nemmeno in considerazione l’ipotesi di interrompere la gravidanza. Eppure nel film il suggerimento di “correre ai ripari” spunta in due dialoghi consecutivi, uno dei quali si svolge tra la ragazza incinta e sua madre. Durante una telefonata, poi, Alison avverte Ben di voler tenere il bambino: a rigor di logica, decidersi per una scelta implica l’aver consapevolmente vagliato tutte le soluzioni alternative.
Coartazioni radical a parte, occorre pur (riba)dire che “mandare un messaggio” più o meno condivisibile, di per sé, non è condizione necessaria né sufficiente a confezionare del buon cinema. E che Molto incinta, se può vantare alcune gag capolavoro (su tutte l’orgia simulata dagli amici di Ben quando Alison si fa risentire e l’imbarazzo del futuro papà durante l’amplesso per la “presenza” del feto), accusa d’altro canto qualche lungaggine nella scrittura (alcune sottotrame, come ad esempio le indagini sulla presunta relazione extraconiugale del cognato Pete, smagliano inutilmente il tessuto narrativo del film).
La buona presa sul cast da parte del regista e sceneggiatore Judd Apatow, molto convincente nel ritrarre l’amicizia tra i componenti della sgangherata combriccola con cui gozzoviglia e vive Ben, unito al pertinente utilizzo di classici strumenti visivi come controcampi e montaggi alternati, contribuisce comunque a realizzare un prodotto nel complesso piacevole. Davvero carini i titoli di coda, con il fotoalbum dei bimbi avuti sinora dalla squadra di tecnici e attori che hanno lavorato alla pellicola.

La parola agli esperti: “il tentativo è quello di innestare (neutralizzare?) in commedia le intemperanze sessual/verbali del nerd [...] Scurrilità con destino rosa, rutti votati al lietofine, cameratismo cialtrone messo sull’attenti romantico, ribellismo flautato in retorica da pannolino” [Alessio Guzzano]; “Delle tante cose che funzionano di "Molto incinta", la coppia protagonista è l'asso nella manica dell'intera operazione. Per una volta hai la sensazione che la donna sia molto più sexy dell'uomo. Rivoluzionario” [Francesco Alò]; “Apatow è diventato sinonimo di una comicità giovanile fresca ed originale, che sembra trovare le sue radici nelle pellicole di John Landis degli anni settanta, ma anche dai migliori programmi comici della televisione attuale. Piccolo problema, non si sta spremendo troppo?” [Colinmckenzie]


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28 ottobre 2007

Operazione Zelig - Paolo Cevoli


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24 ottobre 2007

Due link, due commenti

“Un paio d’anni fa, sul settimanale Famiglia cristiana, fece scalpore la pubblicazione della lista integrale degli azionisti della Banca d’Italia, poichè risultò che il suo capitale era detenuto al 95% da banche private commerciali mentre solo un 5% era in mano pubblica. Questo, in contrasto con lo stesso Statuto dell’ente, che prevede (art. 3) che la maggioranza delle azioni debba essere di proprietà del Tesoro. La questione non è di scarsa importanza, dato che la Banca d’Italia detiene tutt’oggi (seppure oramai di concerto con la Banca Centrale Europea) il monopolio dell’emissione monetaria nel nostro paese. Il fatto che gli azionisti siano privati pone infatti il problema del cosiddetto signoraggio, ossia del profitto derivante dalla emissione di banconote” – Francesco Lorenzetti, Signoraggio, la linfa dei poteri occulti

Da monetarista convinto, sostengo che la moneta sia un bene tra i tanti, dotato della particolare facoltà di consentire la separazione tra il momento dell’acquisto e quello del guadagno (cioè in grado di fornire un’alternativa al baratto). Per cui, se il bene in questione è per qualche motivo inflazionato, meglio optare per investimenti-rifugio come oro o immobili. Morale della favola: se per decenni gli italiani si sono visti remunerare i propri titoli di credito con carta straccia, la colpa è loro. E dei gestori di fondi ai quali si sono affidati corpo e anima, pressoché tutti dipendenti dei “banchieri privati” di cui all’articolo di Francesco.

“gli Stati Uniti, abbattendo Saddam Hussein, hanno servito nel peggior modo possibile i loro interessi. Hanno infatti liberato il loro più feroce nemico nell’area (l’Iran) dal suo più temibile nemico (Saddam appunto) e parallelamente hanno rafforzato l’avversario (i curdi) del loro secondo più importante alleato regionale (la Turchia)” – Andrea Gilli, L’Iraq, la Turchia e la complessità degli affari internazionali

Più leggo gli articoli di Andrea e Mauro Gilli, più la bolla ideologica gonfiata dai neocon mi appare destinata a scoppiare. Con la non trascurabile riserva riguardante l’apparato teorico realista che sorregge le argomentazioni di Gilli, ossia l’esigenza di un’alterità non radicalmente manichea tra i soggetti attivi di una moderna politica dell’equilibrio. Se una o più delle potenze in competizione sullo scenario internazionale si pongono l’obiettivo di esportare un ordine totalitario o distruttivo fuori dai loro confini, infatti, diventa perfino inconcepibile lo strumento della trattativa. Che era all’ordine del giorno nei conflitti regionali settecenteschi, in cui la contrapposizione identitaria veniva mitigata dalla comune matrice culturale dei contendenti. Ma oggi, con un Islam che punta a restaurare il proprio califfato subtropicale annientando Israele, decadono molti dei presupposti necessari a una politica estera davvero liberale (cioè realista) e non idealista (cioè costruttivista).
Consiglio di imparare a memoria il passaggio dell’articolo in cui Gilli confuta i due assunti-base del neoconservatorismo, comunque.




21 ottobre 2007

Operazione Every Time I Die - Elbolarama




Molto belle anche The New Black e Kill the Music


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19 ottobre 2007

Primarie ex post

Marchiane irregolarità o no, deliberata premeditazione degli esiti o meno, i risultati definitivi delle primarie democratiche di Domenica scorsa hanno comunque da dire qualcosa. Come previsto, gli outsider Adinolfi e Gawronski hanno raccolto percentuali lillipuziane. Ma il dato più significativo riguarda la (tacita) sfida tra il vincitore annunciato e le due eminenze catto-governative – Rosy Bindi ed Enrico Letta – che gli contendevano la scontata nomination. Su 3.517.370 voti validi, Walter Veltroni si è aggiudicato il 75,81% dei consensi. Più chiara di come è scritta in questa schiacciante proporzione di tre a uno, l’Anschluss post-diessina del cattolicesimo democratico non avrebbe potuto essere. Il nervosismo con cui Giuseppe Fioroni si è affrettato a mettere le mani avanti a tale proposito (“i cattolici popolari sono il 50 per cento, le radici cattolico popolari sono presenti. La società civile è solo un’espressione culturale e gli incivili sono tutti nostri?”) è di palmare eloquenza. Gli ex comunisti avranno anche perso qualche compagno duro e puro sul fianco sinistro, ma la contropartita alla loro destra si è rivelata senza dubbio conveniente. Ora rimane da capire se la base elettorale della vecchia sinistra Dc accetterà passivamente la cannibalizzazione dei suoi apparati di riferimento o se, come ritengo, il travaso di voti cattolici da sinistra a destra iniziato con le elezioni politiche dell’anno passato toccherà l’apice. In questa seconda ipotesi, lo spostamento a sinistra del baricentro ideologico del neonato soggetto unitario pregiudicherebbe seriamente le possibilità di successo del fronte progressista nell’eventualità di nuove elezioni a breve termine.
Uno sguardo ai rapporti di forza tra le singole liste a sostegno del sindaco di Roma non fa che confermare la lieve ma inequivocabile fisionomia sinistrorsa impressa dal suffragio al “tema natale” del Pd. La lista “Democratici con Veltroni”, cioè la più quotata in lizza, riscuote il 43,82% dei voti totali, mentre sorprende il risultato di “A sinistra con Veltroni”, che raggiunge il 7,65% sulla stessa base. È probabile che il raggruppamento capeggiato da Massimo Brutti si avvii a raccogliere l’eredità politica del cosiddetto “correntone”, consistente nel ruolo di interfaccia strategica fra la “casa madre” e la sinistra antagonista. L’asse tattico con i prodiani ribelli, come previsto, sta dando i suoi frutti naturali: più che genericamente “democratico”, quindi, il nuovo partito prende vita socialdemocratico. Peraltro la distribuzione geografica del voto fa pensare a una compagine radicata al Centro-Sud ma con poco seguito al Nord, area dalla quale proviene solamente un quarto dell’affluenza. Un ulteriore segnale di disaffezione moderata al nuovo contenitore, quest’ultimo.
In simili condizioni, qualunque proposito di rottura con la vecchia politica in senso riformista – oltre a poter essere soltanto inviso a Romano Prodi, che dell’immobilismo ha fatto la sua cifra e il suo capestro – assume i connotati dell’innocuo annuncio a effetto, privo com’è del percorso di elaborazione e affermazione costato ai pluricitati Blair e Sarkozy decenni di lotte fratricide.
L’insussistenza della discontinuità proclamata da Veltroni a favore di telecamera genera paralisi programmatica e intellettuale anche presso lo schieramento avversario, ormai mollemente adagiato sulla popolarità a buon mercato che le ambasce del Prodi bis gli garantiscono. Aspettando il Godot di un cambio di mentalità da parte della classe politica italiana, sarebbe ingenuo voler anticipare il verificarsi di novità positive tramite eventi purificatori catastrofici e/o repentini sulla falsariga di Mani Pulite, che poi innescano solo speculari fenomeni di riflusso e ripristino dello status quo.
Chi ama la politica e vede senza onirici semplicismi la via d’uscita liberale ai mali d’Italia deve invece rassegnarsi a un ingrato lavoro quotidiano di semina culturale, da svolgersi in ogni circostanza della pur minima pertinenza. Senza il favore della truppa, gli ufficiali non vanno da nessuna parte: fuor di metafora, finché le riforme liberali rimarranno il settario auspicio di ristrette élite intellettuali e/o altolocate, prive di appoggio popolare, i vertici politici potranno tutt’al più farne materia da conferenza stampa.




16 ottobre 2007

Eutanasia in progress

Come tutti i sistemi complessi, anche quello giuridico-relazionale che sorregga un consorzio civile di stampo liberale non può essere “perfetto”, non può cioè trarre le sue premesse fondative a partire dallo stesso oggetto che pone univocamente (la libertà). In altre parole, la società liberaldemocratica deve opporre alle sue antitesi altrettante chiusure assiomatiche negative. Di qui l’autoevidenza jeffersoniana del diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità (ossia alla proprietà privata), un trinomio di beni ritenuti assoluta prerogativa del singolo titolare al fine di garantire la coerenza interna del “sistema” liberale sotto il profilo della logica formale.
Per fissare il concetto, è possibile fare riferimento a un’ipotetica società basata sul relativismo. Nel quadro di un sistema siffatto, quindi, il principio cardine del vivere associato sarà che tutto è relativo. Affinché tale assunzione teoretica non fagociti se stessa, però, occorrerà imporle una condizione iniziale ben precisa, ovvero che tutto è relativo eccetto il fatto che tutto è relativo. In caso contrario, paradossalmente, il sistema in esame si troverebbe a implodere a causa di un’applicazione autodistruttiva – ancorché formalmente impeccabile – della regola metodologica su cui si basa.
Parlando di eutanasia, certa mistificatoria propaganda ha implicitamente avallato l’idea per cui “io sono mio”, secondo la quale ciascuno è – per cui dev’essere – libero di disporre pienamente del diritto alla vita che gli è interamente proprio. Esprimendo il concetto in termini di diritto reale, ogni individuo deterrebbe allora la nuda proprietà e l’usufrutto di sé medesimo. Qualunque corollario faccia seguito a questa ipotesi di partenza ne “eredita” l’erroneità congenita: della propria vita, infatti, si può disporre soltanto negativamente, risolvendosi per l’alienazione. Senza contare che, a differenza di quanto accade nell’effettivo ambito dei diritti reali, il pieno godimento del bene “vita” implica necessariamente la volontà di non privarsene. Nessun uomo, pertanto, esercita una completa titolarità economica sulla sua vita. Se ne deduce il motivo per cui, anche nelle liberaldemocrazie, è vietato l’omicidio del consenziente: un ordinamento che sanzioni l’omicidio colposo (secondo il giusto criterio per cui non è permesso appropriarsi, nemmeno involontariamente, di ciò che non ci appartiene) non può contestualmente ammettere una particolare forma di omicidio volontario (nella quale si aliena qualcosa che non è totalmente nostro), pena una pesantissima contraddizione in termini.
Detto questo, va specificato che a diritti negativi non corrispondono però diritti incondizionati né, a maggior ragione, obblighi speculari o derivati. Dal diritto alla vita non discende il dovere di non suicidarsi, a meno che non lo si intenda come imperativo morale (vale a dire posto su un piano convergente con ma distinto da quello giuridico), né l’obbligo di iniziare o proseguire qualsivoglia terapia medica. Così come non si può ignorare l’eccezione alla regola data dalla “legittima difesa” da un pericolo incombente.
Grazie alla prima considerazione, si può attribuire legittimità a gran parte dei casi che la cronaca iscrive al novero della eutanasia “passiva”: a meno di non abbracciare uno stolido consequenzialismo, infatti, uccidere e lasciar morire rimangono azioni eticamente distinte. Con estrema prudenza, ma nondimeno con razionale freddezza, stante la successiva estensione del principio di autotutela ci si può spingere ad ammettere l’eutanasia “attiva”, avendo cura di farvi ricorso solo nell’estremo frangente in cui si renda improrogabile la difesa da una vita ormai divenuta minaccia all’integrità individuale. Cioè nel caso di patologie terminali e di dolore non più trattabile.
Per quanto riguarda il testamento biologico mi ribadisco favorevole, a patto che tale dispositivo sia vincolato a precise quote di legittima in merito alle funzioni vitali “minime” che autorizzino il medico curante a cessare quello che per il malato costituisce accanimento. Lo stop alle cure, in pratica, dovrebbe essere riservato “in differita” a pazienti in stato di morte cerebrale, coma irreversibile o malattia terminale unita a lesioni permanenti della sfera del linguaggio. Circostanze di fine vita nelle quali non sia possibile migliorare il proprio quadro clinico, in buona sostanza. Tra l’altro, a mio avviso il tb non dovrebbe assolutamente contemplare il caso dell’eutanasia attiva, una fattispecie – per come la definivo poc’anzi – necessariamente vincolata alla capacità di intendere e volere del richiedente.
Riflettendo sui tre casi-campione che esaminavo in un precedente post sul tema, mi sono poi reso conto che le situazioni di Eluana Englaro e di Terri Schiavo probabilmente non sono lontane come appaiono. In entrambe, un paziente in stato vegetativo viene alimentato artificialmente in assenza di vere e proprie “terapie”. E in ambedue i casi, inoltre, si è voluta rubricare a volontà testamentaria qualche battuta estemporanea davanti a un film drammatico o a un servizio di telegiornale. Lo stato vegetativo è tra l’altro la condizione medica che solleva i maggiori interrogativi etici, essendo spesso molto difficoltoso stabilirne il grado di irreversibilità. Su Piergiorgio Welby, invece, rafforzo il giudizio di legittimità da me già espresso qui.
A margine dell’intera questione rimarrebbe da sviscerare l’aspetto che, più di ogni altro, dovrebbe stare a cuore al filosofo morale (anche se dilettante come me), ovvero non tanto se e come essere lasciati liberi di esaudire i nostri desideri, ma cosa sia giusto desiderare. È giusto gettare la spugna di fronte al nemico dentro di noi, per quanto imbattibile e minaccioso, magari dopo che sulla nostra guarigione sono state investite enormi risorse umane e finanziarie da parte di confidenti, parenti stretti e/o personale medico? Come forse si intuisce, io una risposta – severa ma comoda, in quanto al momento godo relativamente di buona salute – me la sono data da tempo.




14 ottobre 2007

Operazione verità - Romano Blob


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permalink | inviato da Ismael il 14/10/2007 alle 15:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



10 ottobre 2007

Veltroni, più Rommel che Montgomery

 Dopo che la fragilità dell’attuale assetto di governo ha finito per rivelarsi insormontabile, cioè grossomodo dopo appena cento giorni dal secondo ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, la prima e più impellente cura del vertice diessino è stata quella di trasformare con assoluta certezza la costituzione del Partito Democratico nella “quarta tappa” del percorso PCI-Pds-Ds. Un obiettivo in aperto conflitto con i piani dell’entourage prodiano, da sempre impegnato a ratificare il compromesso storico cattocomunista del terzo millennio. [continua su Movimento Arancione]



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