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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

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La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
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Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

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Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
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La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
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8 Settembre,
festa degli ondivaghi


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Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


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E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
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Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
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Mario e i miglioristi sognatori

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Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
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Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


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Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

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I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
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Cattolicesimo,
protestantesimo
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In difesa di Darwin/
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Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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29 gennaio 2007

Blood Diamond

Dopo aver affidato a Tom Cruise la missione impossibile di salvare il Giappone dai giapponesi, Edward Zwick assegna a Leonardo DiCaprio il compito – altrettanto arduo – di trarre in salvo l’Africa dagli africani. Certo, analogamente a quanto avveniva ne L’Ultimo Samurai, anche in Blood Diamond i conflitti fratricidi combattuti nelle aree in via di sviluppo vengono dipinti come lo sbocco naturale dei loschi traffici dell’uomo bianco. Ma la ricetta multiculturale contro i mali del mondo – nuovamente ribadita dal regista di Glory – rimane vittima dei suoi stessi presupposti utilitaristici: individuando sul lato della domanda il motore dei flussi commerciali, essa risponde alle tragedie dei popoli “sottosviluppati” coi pannicelli caldi del cosiddetto consumo consapevole. Di fatto propendendo per un vero e proprio colonialismo etico, in quanto le leve dell’emancipazione e del progresso sembrano potersi azionare ovunque fuorché nei luoghi che disperatamente vi anelano. L’aspirazione universale alla libertà, alla rule of law, all’autogoverno e, nel complesso, alla sovranità sul proprio destino di individui passano dunque in secondo piano, a tutto vantaggio di panacee sottilmente paternalistiche quali il “diamante equo e solidale” certificato con il protocollo Kimberley del 2003. La partita si gioca tra bianchi impegnati, bianchi senza scrupoli e bianchi indifferenti, quindi. Con buona pace dei negretti, relegati nel ruolo di eterni minorenni sui quali vigilare affinché non si facciano troppo male trastullandosi con i Kalashnikov.
Insomma, tutto mi divide dalla filosofia morale a cui attingono le “condizioni al contorno” ambientali assunte in Blood Diamond: trattandosi di una pellicola fortemente permeata di denuncia civile anche nella sintassi (con tanto di viatico testuale in sovrimpressione all’inizio e alla fine), sarebbe stato scorretto ignorarne la weltanschauung. A costo di diventare monotono, però, torno ad affermare che un bel film fa dimenticare anche il paratesto più odioso, strampalato o approssimativo. E che la critica cinematografica deve porre al centro della sua indagine la qualità estetica del costrutto audiovisivo, non l’efficacia mediatica del filmato inteso come veicolo di un “messaggio”.
Ed Zwick è un cineasta di vaglia, e la regia del suo ultimo lavoro lo attesta ampiamente. Sapiente regolazione delle ampiezze di ripresa (l’inquadratura ad allargare sul campo profughi ne è un ottimo esempio) e spettacolare gestione del dialogo tra prime e seconde unità durante le scene d’azione (l’attacco dei ribelli a Freetown e quello dei mercenari al giacimento diamantifero sono pura gioia per gli occhi) sarebbero già credenziali più che sufficienti, ma Blood Diamond spicca soprattutto per un aspetto di solito colpevolmente trascurato nel cinema contemporaneo, cioè l’elevato temperamento drammatico spremuto dai suoi tre principali interpreti. Jennifer Connelly, una delle donne più belle al mondo, benché servita da un pessimo copione dà buona prova di sé. Djimon Hounsou, candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista, dimostra una ragguardevole presenza scenica. Leo DiCaprio addirittura giganteggia, variando su un fronte espressivo incredibilmente vasto, e finalmente si comprende come mai l’Academy losangelina abbia deciso di nominarlo quale miglior attore protagonista per questa prestazione anziché per quella, “solo” buona, offerta in The Departed di Scorsese. Eccellente anche la fotografia, specie nei toni smeraldo impressi sulla lussureggiante vegetazione e in tutte le sequenze concitate, nitidamente scontornate con gli otturatori veloci.
Il muratore scriteriato, diceva Manzoni, si cura dei muri ma si disinteressa delle fondamenta: proprio come Zwick il quale, forse troppo occupato a cesellarne meticolosamente il contenitore, ha messo il contenuto del suo film nelle mani sbagliate. La sgangherata sceneggiatura scritta da Charles Leavitt, purtroppo, mina senza possibilità d’appello la riuscita complessiva di Blood Diamond. Regna incontrastata una tessitura narrativa confusa e slabbrata, che salta di palo in frasca attardandosi inutilmente su sterili passaggi oleografici e senza delineare con la necessaria coerenza il suo itinerario tramico. Fa fatica a tornare che i ribelli occupino ancora le miniere nel finale, dopo aver subito un’incursione dei governativi durante le prime battute del film. Se l’attacco si sottintende respinto, si tratta di un’ellissi pesante, da giustificare. Salomon (Hounsou) mette a repentaglio la sua vita e l’esito della missione con due sortite semplicemente demenziali. Abbastanza assurdo è anche il piano di Archer (Di Caprio), che conta sull’appoggio dei suoi ex commilitoni per recuperare un diamante da cento carati o giù di lì: senza indugiare sui grattacapi che sorgerebbero a voler definire compiutamente i criteri operativi adottati da queste truppe mercenarie, è francamente ridicolo reputare credibile che ci si possa rivolgere con fiducia a gente del genere in una situazione simile. La Connelly, come già accennato, viene impiccata a un personaggio caratterizzato in modo contraddittorio e ridondante, poi abbandonato per un terzo del film, indi ripescato a spassarsela al caffè mentre il suo amato rischia verosimilmente la vita.
Film diretto egregiamente ma scritto da cani, in poche parole. Un mix che non sposterà di una virgola la sensibilità dei consumatori occidentali di pietre preziose, le quali continueranno a essere acquistate con esclusivo riguardo al rapporto qualità/prezzo. A ragione.

Dicono di questo film: “il finale stratelefonato (sia nel destino dei personaggi, che nel pistolotto politico) farà magari contente le associazioni per i diritti umani, ma è cinematograficamente una stupidaggine” [Colinmckenzie]; “Mani tagliate & teste esplose, ma nessuno ululerà contro una violenza più mercenaria qui che in Gibson” [Alessio Guzzano]; “Un kolossal dalla eccessiva durata e con qualche “caduta” di scrittura” [Leonardo Jattarelli]; “il tentativo di non considerare necessariamente esclusivi cinema d'impegno civile e quello più spettacolare risulta sentito e onesto” [Stefano Del Signore]




28 gennaio 2007

Operazione verità - I Sermoni di un Pacifico Curato


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25 gennaio 2007

"Prodienko": torti e ragioni

La ricostruzione della connection Guzzanti-Scaramella-Litvinenko-Prodi, per il modo frammentario e contorto in cui è stata fornita dal circuito mediatico (anche e soprattutto su internet), continua a lasciarmi con numerosi dubbi irrisolti. Ne ho esposti parecchi qui, ma ne ripeto e aggiungo qualcuno in breve: la lista esaminata dall’informatore napoletano e dall’ex spia russa al sushi bar di Piccadilly Circus conteneva i nomi delle potenziali vittime di ritorsioni putiniane (come sostenuto ad esempio qui e qui) oppure un elenco di indiziati dell’omicidio di Anna Politkovskaja (vedi qui e qui)? Se la risposta giusta è la prima, perché mai Scaramella avrebbe dovuto provare tanto sconcerto – al punto da attraversare precipitosamente la Manica – leggendo il suo nome e quello di Guzzanti tra i possibili bersagli, se tale status di perseguitato gli era noto già da un anno grazie a una dritta dello stesso Litvinenko (ulteriori dettagli qui)? Se invece fosse buona la seconda, a qual pro tirare in ballo l’equivoco ruolo giocato dal faccendiere Eugenij Limarev, prima accusandolo di aver “forgiato” la mail responsabile dell’infingarda trasferta londinese di Scaramella e poi sollevandolo da ogni responsabilità in quanto strumentalizzato e manipolato dai giornalisti-fabbricatori di Repubblica? E ancora: di quale credibilità può godere l’ex consulente della Commissione Mitrokhin, con quel curriculum vitae che sembra uscito dalla penna di Maurizio Milani?
Sono poi dello stesso schietto avviso di Arturo Diaconale, quando approfitta dell’intricata faccenda per rimproverare “di sponda” a Guzzanti alcune sue innegabili idiosincrasie. Più in generale, non se ne può davvero più dei tanti orfani del sinistrismo – ex comunisti, ex PotOp, ex FGCI, ex Lotta Continua, ex PSI, radicali cannibalizzati da Pannella e quant’altro – che, approdati buoni ultimi ai meno disastrati ma culturalmente più disomogenei lidi di centrodestra, pretendono di imporre a tutta una parte politica il loro elitismo intellettuale da operetta e il loro modus operandi. Con precisi – e, dal mio punto di vista di liberalconservatore mai ricreduto, inopportuni – effetti anche sul modo di fare informazione e di rapportarsi alle proprie fasce sociali di riferimento. Da cui quella venatura di micro-settarismo rinfocolatore che contraddistingue coloro che, come ultimamente capita abbastanza spesso a Paolo Della Sala, sembrano ritenersi gli isolati depositari di una superiore comprensione della realtà di cui, “per mancanza di garantismo, per viltà, per ignoranza, o per furbizia”, il gregge dei “candidi babbioni di centrodestra” si ostinerebbe a privarsi. Anche dopo essere passati dall’altra parte della barricata politica, in pratica, taluni non perdono il vizio di voler ammaestrare masse ritenute incapaci di capire appieno e autonomamente il mondo che le circonda, e mi rincresce profondamente dover prendere a modello di questo atteggiamento proprio uno dei cinque blogger presenti sin dal mio primo giorno di “vita” tra i link disponibili a destra dello schermo.
Magari Paolo non ci crederà ma, di fronte ai primi particolari trapelati a margine di questa spy story anglo-sovietica, il mio primo pensiero fu che, di fronte alla notizia di presunti legami di Berlusconi con la CIA, si sarebbero immediatamente mobilitati i potenti mezzi della stampa più accreditata. E che Prodi, invece, avrebbe beneficiato ancora una volta del solito speciale riguardo in cui il mainstream media progressista tiene i suoi beniamini. Capirai che osservazioni risolutive. Per fronteggiare questo stato di cose, io che di sinistra non sono (mai stato) voglio poter adoperare strumenti controintuitivi diversi da quelli utilizzati dai miei avversari. Il gioco delle retoriche contrapposte – cioè delle antitesi dialettiche forzose – non mi interessa e non mi appartiene.
Quindi, prendendo visione di questo articolo pubblicato lo scorso 26 Novembre su La Repubblica (molto interessante, anche per ragioni che illustrerò in seguito), tutto mi era venuto da pensare meno che tralasciasse di specificare quale fosse stato l’argomento di discussione tra Litvinenko e gli italiani. Eccone un estratto molto significativo:

“Ho raccontato come l'Fsb, il nuovo servizio segreto russo, sia una struttura mista di intelligence e crimine organizzato. Ne ho spiegato le origini nella dissoluzione del Kgb. Ho offerto i nomi degli uomini che avevano operato in Italia, ma Mario insisteva su tre questioni.
a) Il sequestro Moro e i rapporti di Prodi con il Kgb. Mario mi raccontò che Prodi conosceva l'indirizzo dove le Br tenevano sequestrato Moro per averlo appreso durante una seduta spiritica. Mi chiese se non ritenevo che Prodi avesse appreso del covo dal Kgb. Mi chiese anche se il sequestro non fosse stato organizzato dal Kgb e se avesse addestrato le Br. Dissi che non conoscevo alcun dettaglio del sequestro e che non avevo mai sentito parlare di Prodi. Osservai soltanto che, se volevano il mio parere di esperto, era poco credibile che Prodi avesse appreso la notizia durante una seduta spiritica e che sicuramente il Kgb aveva seguito il sequestro provando ad acquisire informazioni. Io non avevo e non ho nessun tipo di prove su Prodi.
b) Le attività dei Verdi. Mario sembrava ossessionato dal gruppo dei Verdi. Non avevo particolari informazioni. Piuttosto fui io ad ascoltarlo attentamente, mentre sosteneva che dietro la loro attività politica potessero nascondersi interessi del Kgb.
c) La Olivetti. Mario voleva sapere se gli affari dell'Olivetti nell'ex Unione Sovietica nascondevano legami con il Kgb”.

Laddove a parlare in prima persona è Alexander Litvinenko (e la sottolineatura è mia): basta una lettura frettolosa, per cogliere al volo la materia del contendere, ossia le infiltrazioni dei servizi segreti sovietici negli ambienti della sinistra italiana e in particolare la posizione preminente attribuita a Prodi in questa rete di collaborazionismi. Da notare che il testo repubblichino viene presentato come la trascrizione di un colloquio tenutosi il 3 Marzo 2005 tra l’ex tenente colonnello del Kgb e alcuni inviati del quotidiano. Il nocciolo della contro-testimonianza sta in un ribaltamento di prospettiva, per cui Litvinenko dichiara di aver collaborato con la Commissione Mitrokhin solo allo scopo di evitare che suo fratello Maxim – residente a Rimini con un visto studentesco – fosse espulso in Russia e consegnato a morte certa. L’esule russo, poi, non risparmia attacchi pesantissimi a Berlusconi, accusato di aver scambiato con Putin le informazioni raccolte da Scaramella (tramite Litvinenko stesso) per ottenere “altro” in contropartita. Cosa fosse questo “altro” non è dato sapere, ma del resto è noto che l’importante è calunniare: qualcosa resta sempre.
Facciamo mente locale. Repubblica dispone di notizie scottanti già nel 2005, ma le tiene nel cassetto in vista di un loro pronto utilizzo contro i “mestatori” al soldo della Mitrokhin. Una sincronia precognitiva alquanto sospetta, tenuto conto della spendibilità preelettorale di uno scoop antiberlusconiano di tale portata. Passo fondamentale dell’articolo è però quello in cui Litvinenko afferma di non aver mai sentito parlare di Romano Prodi prima di essere interrogato da Mario Scaramella. Gli aficionados di questa vicenda non possono altresì ignorare che l’indiscrezione secondo cui Prodi sarebbe stato “l’uomo del Kgb in Italia” fu trasmessa a Litvinenko dal generale Trofimov quando, nel 2000, l’ex spia mediatava di muovere verso il Belpaese. Qui c’è qualcuno che non la conta giusta, a quanto sembra, perché delle due l’una: o Litvinenko sapeva dei trascorsi prodiani già nel 2000 o gliene ha dato contezza solo l’interrogatorio protetto con Scaramella, nel 2005. Chi è che mente?
Ieri La Repubblica ha dato alle stampe un nuovo articolo inerente la connection, stavolta per smentire l’attendibilità del video – in cui compaiono Scaramella, Litvinenko e suo fratello in veste di interprete – trasmesso Lunedì sera da Panorama della BBC. Nello speciale si dà conto precisamente della soffiata su Prodi e sulle sue implicazioni con il regime sovietico, ma i republicones sostengono si tratti di una montatura orchestrata da Scaramella nel Febbraio 2006, con relativa imbeccata di due complici per forza di cose (ancora per via del “ricatto al fratello” di cui sopra, si presume). Le date combacerebbero peraltro con quelle a cui alludeva l’eurodeputato inglese Gerard Batten nel suo celebre intervento (repetita iuvant, qui il video e qui la trascrizione) del 3 Aprile 2006.
Ora, tra il Marzo 2004 – periodo in cui Litvinenko, stando alla sbobinatura di Rep., dice di aver incontrato Scaramella per la prima volta – e il Febbraio 2006 intercorrono più di due anni. Un lasso di tempo più che sufficiente per permettere a una ex spia di sottrarre se stesso e i suoi cari alle macchinazioni occulte escogitate da Berlusconi e dai suoi sgherri. Va bene che parliamo di una “barba finta” un tantino arrugginita, stante la sequela di trabocchetti e di fregature in cui il Nostro è caduto senza mai mettersi sull’avviso, ma rimanere passivamente ostaggio dei mandatari della Mitrokhin per tutto quel tempo diventa troppo anche per lui. Uno che realizza di essere stato “usato” dagli uomini di “un piccolo bugiardo, degno della stessa considerazione che si dà al proprio cagnolino cui si dà da mangiare sotto il tavolo” (dove il grazioso attestato di stima è riferito a Berlusconi), tratte simili conclusioni organizza qualche contromossa. Non rimane a collaborare con gente che lo paga in nero e gli cripto-sequestra il fratello. Invece, secondo Repubblica, in due anni Litvinenko deve quantomeno aver dimostrato di sapersi adattare piuttosto remissivamente alle disavventure impreviste e alle consulenze sottobanco. Lui, fuggito in modo rocambolesco dalla Russia putiniana, capace di mettere al sicuro anche suo fratello in un contesto simile e ammazzato atrocemente assieme alle sue scomode verità, sarebbe stato un individuo così meschino? Si fa fatica a crederlo.
Anche le versione di Rep. tradisce discrete dosi di tendenziosità e di approssimazione logica, per farla breve. Se a questa constatazione si aggiunge che Paolo Guzzanti accusa il giornale del gruppo DeBenedetti di non disporre delle registrazioni dell’intervista postuma a Litvinenko datata 2005, il sapore della faccenda vira al fiele.
Lasciando perdere ogni mia ubbia sull’ermeneutica del giusto modo di “essere di destra”, qui abbiamo un senatore della Repubblica (italiana, beninteso) che si protesta vittima di una diffamazione a mezzo stampa mutilata del sacrosanto diritto di replica. Ma non solo: dagli attacchi di Rep. traspare la volontà di screditare le risultanze peritali dei lavori di una commissione parlamentare d’inchista con metodi estranei alle procedure democratiche. Di più: i cadaveri di Trofimov, della Politkovskaja e di Litvinenko chiedono giustizia. Ancora di più: con accuse che investono la reputazione del Presidente del Consiglio, alle prime, comprensibili cautele (da dilettante allo sbaraglio, pensavo che la grande stampa stesse attendendo il momento giusto per mettere in campo notizie di prima mano, previo vaglio di fonti informative auspicabilmente riservate ed esclusive) continua a fare seguito un silenzio che francamente inizia a preoccupare. A fronte di ipotesi che mettono pesantemente in discussione l’onorabilità dei vertici istituzionali non si può fare finta di nulla, specie ove si appartenga organicamente alle strutture di quel “quarto potere” che, per l'appunto, dovrebbe essere nella condizione di potere (e volere) guardare ai grandi temi di attualità da posti di osservazione ben più esaustivi di quelli di un blogger munito delle sue brave nozioni di riporto.
Insomma: Presidenti di Camera e Senato, testate giornalistiche rinomate, dove siete? Cosa aspettate a ristabilire un minimo di correttezza istituzionale? La democrazia è fatta di forme, sapete?

Trackback: Robinik, W i coblogger (Open Trackback)




22 gennaio 2007

Bobby

Corre l’anno 1968, allorquando grossomodo una quindicina di destini incrociati si danno involontario convegno presso l’hotel Ambassador di Los Angeles. Le primarie californiane del Partito Democratico sono in pieno svolgimento e il morale del microcosmo di personaggi in cerca d’autore che anima le stanze dell’albergo è altalenante, sennonché le lancette della Storia segnano la vigilia dell’assassinio di Robert Kennedy, il superfavorito nella corsa per la Casa Bianca.
Emilio Estevez mette in scena un andirivieni alberghiero di casi umani apparentemente estranei gli uni agli altri: il cameriere chicano sfruttato e tifoso di baseball, la centralinista che se la fa con il gran capo, l'estetista moglie del gran capo, l’usciere pensionato che non si rassegna ad abbandonare la porta girevole, i galoppini del comitato elettorale kennedyano, la coppia ricca e frivola, la cantante ubriacona, l’hippie spacciatore di canne e di Lsd, il capocucina ignorante e razzista, la giornalista cecoslovacca a caccia di interviste-scoop, il matrimonio combinato tra compagni di classe per evitare il Vietnam. Tutte storie cariche di pathos e di complicanze psicologiche assortite, ma basteranno zuccherosi pipponi sentimentali e abbracci a profusione per (illudersi di) rimetterle in carreggiata.
Come di consueto, mi esimo dal far pesare sul giudizio qualitativo del film ogni considerazione personale circa i risvolti peri-, para- e iper-testualmente etici e politici della vicenda narrata. Ciononostante occorre segnalare con la massima franchezza l’opprimente cappa di buonismo veltroniano che dolcifica pressoché tutte le sottotrame di questo tazebao emozionale. Inoltre va notato come il fervorino sociologico proclamato del cuoco di colore durante la cena “etnica” morda la coda a gran parte del panegirico tributato alla figura di Bobby. Se l’emancipazione delle minoranze è solo una montatura autocelebrativa lasciata propagandare ai leader bianchi, infatti, a perdere mordente simbolico è innanzitutto la mitografia progressista del secondo amato rampollo di casa Kennedy.
Quando una pellicola funziona, ad ogni modo, ogni malanimo idiosincratico passa in secondo piano a tutto vantaggio dell’estetica. Solo che purtroppo Bobby non funziona.
Fotografia e montaggio, giustamente celebrati dalla critica, si riducono a mero esercizio di bella calligrafia espositiva fine a se stessa. Le sessioni dialogiche, abbinate a un impianto scenico riconducibile al classico cinema d’interni, hanno durate eccessive pur senza contribuire a delineare caratterizzazioni psicologiche minimamente coinvolgenti. Tra i membri di un cast d’eccezione (composto, tra gli altri, da Sharon Stone, Elijah Wood, Christian Slater, Lawrence Fishburne, Martin Sheen, Demi Moore, Helen Hunt, Ashton Kutcher, Anthony Hopkins e Heather Graham) non si segnala alcuna interpretazione degna di rilievo.
Ma il più grosso difetto del film risiede nell’insussistenza di fondo del suo costrutto linguistico. Come già Munich e United 93, anche Bobby ruota attorno alle “esternalità mediatiche” garantitegli da materiale audiovisivo di repertorio raccolto in presa diretta. Mentre però l’opera di Steven Spielberg gabella apoditticamente le sue aggiunte alla realtà storica come le uniche “ipotesi di rettifica” plausibili e il semi-documentario di Paul Greengrass assume serenamente la sola inferenza possibile da immaginarsi, nel caso della pellicola di Estevez il filmato d’epoca non fornisce un qualsivoglia nucleo drammaturgico, ma solo scampoli di pretestuoso collante metastorico. Se si eccettuano le inessenziali vicissitudini interne al comitato elettorale di Kennedy (che avrebbero potuto riguardare il seguito di qualunque uomo politico del passato a meno della faccia e del cognome, comunque), il rimanente ordito narrativo non ha nessun bisogno di trovare collocazione in quel preciso contesto ambientale. Né il finale, prolisso e retorico, riesce a giustificare retroattivamente la fitta rete di preamboli tessuta – in chiave inspiegabilmente intimistica – sino al suo compimento.
Bobby avrebbe potuto e dovuto essere un film a svolgimento episodico sull’amore e sui buoni sentimenti, sulla falsariga di Crash; così com’è non sembra capace di spuntare né carne alla Spielberg né pesce alla Greengrass.

Sullo stesso film: Alessio Guzzano




21 gennaio 2007

Operazione nostalgia - Tough Boy


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20 gennaio 2007

Tri-dazer

1 – Fuoco

Non occorre possedere un eccezionale esprit de finesse per arguire che, da queste parti, il giudice Clementina Forleo non gode di grande considerazione, né umana né professionale. Questa seconda, decisiva categoria di valutazione ha ricevuto anche le stigmate della Corte di Cassazione, allorché ieri l’altro la sentenza di assoluzione a suo tempo formulata dalla magistrata noglobal nei confronti di alcuni membri di Ansar al Islam (formazione terroristica islamica facente capo al network di al Qaeda) è stata proclamata – per l’appunto – cassata.
Nelle motivazioni del verdetto, tra l’altro, si afferma che:

 

“Costituisce atto terroristico anche quello contro un obbiettivo militare, quando le peculiari e concrete situazioni fattuali facciano apparire certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile, contribuendo a diffondere nella collettività paura e panico. [...]
[Sono quindi considerati atti terroristici non solo quelli] esclusivamente diretti contro la popolazione civile ma anche gli attacchi contro militari impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”. [fonte] 


Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Ma nemmeno per sogno. Gli stralci di cui sopra, infatti, suscitano un interrogativo per nulla secondario: e se i militari coinvolti negli attentati non fossero affatto stati “impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”? Sarebbero forse apparse meno “certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile”, provocate dall’attacco a tradimento lanciato da formazioni armate sprovviste di uniformi, mandato democratico e autorità giudiziarie di riferimento? Bisogna pensare qualche momento a dove si possano rinvenire dati giurisprudenziali in grado di far luce sul rovello in questione.
Ecco: magari pescando tra le passate sentenze della Suprema Corte. Ma in quali circostanze può essersi mai verificato uno scenario para-bellico paragonabile a quello creatosi nell’Iraq di oggi, con truppe di occupanti colpite dai sabotaggi e dalle imboscate di cellule armate spontaneamente organizzatesi tra la popolazione civile? Mumble mumble.
Ecco: la lotta partigiana in Italia dal 1943 al 1945. Lungi da me ogni parallelismo fuori luogo, s’intende: americani e nazisti non costituiscono certo la medesima tipologia di “occupanti”, né mi sogno lontanamente di assimilare la lotta partigiana alle poco eroiche gesta dei tagliagole capeggiati dal fu al Zarqawi. Però anche in quel contesto furono condotte operazioni militari informali che causarono “danni collaterali” tra i civili. Ma quali, in particolare? Pensa che ti ripensa...
Ecco: l’attentato di Via Rasella del 23 Marzo 1944. Basta un clic su Google e salta fuori un bilico di risultati. L’ultima sentenza relativa all’episodio di specie risale al 1999, ed è stata emessa proprio della Cassazione. Dopo aver motivato l’accoglimento del ricorso da parte degli attentatori – precedentemente fatti oggetto di una archiviazione in malam partem – con osservazioni di carattere sostanziale e procedurale, la sentenza entra nel merito. E, tra l’altro, dice che:

 

“L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nei giorni seguenti), e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti. [...]
Il fatto oggetto della richiesta di archiviazione proposta dal P.M. e del provvedimento impugnato per la qualità di chi lo commise, per l'obiettivo contro il quale era diretto e per la finalità che lo animava, rientra, in tutta evidenza, nell'ambito di applicazione del D.L.vo Lgt.12.4.1945 n. 194, che dispone: «Sono considerate azioni di guerra, e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni, gli atti di sabotaggio, le requisizioni e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione nemica. Questa disposizione si applica tanto ai patrioti inquadrati nelle formazioni militari riconosciute dai comitati di liberazione nazionale, quanto agli altri cittadini che li abbiano aiutati o abbiano, per loro ordine, in qualsiasi modo concorso nelle operazioni per assicurarne la riuscita». [...]
La legittimità dell'operazione considerata, unitaria nell'azione e nello scopo perseguito, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di «azione di guerra». Le azioni predette sono purtroppo per loro natura caratterizzate da effetti consimili, come emerge dal «bombardamento» disciplinato dal Titolo II, Capo II Sez. II della legislazione di guerra di cui al R.d. 1415 del 1938, all. A.
[...] Esclusa così la configurabilità del reato di strage contestato, il provvedimento d'archiviazione impugnato, abnorme, può essere riportato a legalità sostituendosi, a quella parte nella quale si dichiara la responsabilità dei denunciati per il reato predetto e si motiva l'archiviazione sulla base dell'amnistia disposta con D.L.vo Lgt. 5.4.1944 n. 96, la motivazione inerente alla non previsione del fatto come reato dalla legge”. [fonte]

 

Laddove naturalmente le sottolineature sono mie. A questo punto, per non contraddire se stessa, la Cassazione – nel caso in cui fosse chiamata a esprimersi sulla legittimità di un attentato dinamitardo contro soldati americani nel pieno svolgimento di “operazioni belliche” – dovrebbe pronunciarsi pro reo. Col non proprio spettacolare risultato di equiparare giuridicamente, sebbene solo in parte, la posizione delle truppe USA oggi di stanza in Iraq alle SS della buonanima Kesselring.
Cristallino, nevvero?

 

2 – Fulmine

Giuseppe Regalzi trae spunto da un’intervista rilasciata da Ugo De Carlo al quotidiano L’Avvenire per ribadirsi favorevole all’introduzione del testamento biologico. Il brano chiamato in causa:

 

“quando una persona passa improvvisamente da una situazione di relativo benessere a uno stato in cui debbono essergli praticati trattamenti sanitari mentre si trova in una situazione di incapacità, emerge un altro problema. In questi casi, infatti, il consenso di cui si terrebbe conto è quello espresso in circostanze completamente differenti. Ritengo infatti che la non attualità del consenso, o meglio, del dissenso preventivo, sia senz’altro l’aspetto più inquietante di questo strumento.

Per quali motivi?

Al di là dei possibili miglioramenti diagnostici e terapeutici che possono intervenire nel medio termine, mi chiedo chi potrebbe garantire che le scelte fatte quando si gode di un’apprezzabile salute sarebbero confermate nel momento in cui si vivesse una certa situazione di malattia. Per limitare tale aspetto, che costituisce la più grande controindicazione al testamento biologico, è necessario affermare che il medico non può essere vincolato in modo assoluto alle dichiarazioni anticipate del paziente”.

 

Le controargomentazioni di Regalzi:

 

“Al di là degli argomenti traballanti (anche un testamento non biologico viene «espresso in circostanze completamente differenti» da quelle in cui viene attuato, ma ciò non impedisce certo che sia valido; e in ogni caso quale approssimazione migliore della volontà di un paziente incapacitato può esistere, prima facie, se non quella da lui stesso espressa in passato?), emerge anche stavolta – come in tutti i pronunciamenti di questo genere e da questo pulpito – un disprezzo malcelato, profondo, livido, per l’autonomia delle persone, ritenute incapaci persino di immaginarsi in una condizione diversa da quella solita, eterni minorenni bisognosi di libri che pensano per loro, di direttori spirituali che si occupano della loro coscienza, e di medici che decidono ciò che conviene loro”.

 

Adesso immaginate di dover discutere con un ingegnere strutturista, in via del tutto preliminare, le specifiche costruttive di un telaio in c. a. situato in zona sismica 1, quella più gravosa ai sensi dell’Ordinanza 3274. Senza enfasi, siete i committenti di un progetto che coinvolge questioni letteralmente di vita o di morte (le quali, come saprete, possono presentarsi anche all’infuori dall’ambito medico).
In fase di progettazione di massima, occorre ponderare precise alternative tecniche. È possibile calcolare l’ossatura portante in modo da conferirle caratteristiche meccaniche e geometriche di forte duttilità o, invece, di elevata rigidezza alla traslazione. Si tratta di scelte che hanno profonde e differenti ricadute sia sul tipo di comportamento del complesso edilizio eccitato da un terremoto che sul livello di qualifica professionale da richiedere all’impresa costruttrice, quindi sui costi di realizzazione dell’immobile. Immagino lo sappiate tutti, del resto.
Il committente deve scegliere tra una struttura duttile (travi ricalate con rottura bilanciata, nodi ad armatura continua, confinamento del calcestruzzo e tante altre amenità di dominio corrente), che richiederà grande perizia – cioè disponibilità di tempo e denaro – nella realizzazione degli elementi orizzontali, e una struttura rigida (travi in spessore, nodi con armatura risvoltata e rottura delle travi anche nel campo 2a del diagramma di Prandtl), che, all’opposto, obbligherà a gettare pilastri molto ingombranti, sovente di difficile implementazione nell’insieme di vincoli architettonici stabiliti in fase meta-progettuale. Inezie, si dirà. Però bisogna almeno fornire un’indicazione preliminare al progettista.
Ora, per disgraziata combinazione, al committente occorre un colpo d’apoplessia proprio all’uscita dallo studio di progettazione. C’è da sperare che, tramite apposito documento olografo, egli abbia potuto/saputo/voluto anticipare le direttive necessarie alla prosecuzione dell’accantieramento (lo scavo di sbancamento, come spesso avviene in casi del genere, è stato eseguito preventivamente; e tutti gli adempimenti amministrativi sono stati completati). Dopotutto, si tratta di consegne alla portata di chiunque. Mica siete dei fanciulli; saprete pur discernere queste elementari faccende in anticipo e con assoluta cognizione di causa, o no?

 

3 – Acqua

Paolo della Sala linka una sinossi storica sul sionismo e la nascita di Israele, quale pezza d’appoggio per sostenere le sincere intenzioni liberatrici di Vladimir Jabotinskij nei confronti degli arabi sottomessi all’Impero Ottomano (correva l’anno 191) e la prevalenza demografica degli ebrei in Terra Santa già nel 1947.
Sennonché i 2Twins controbattono in rapida successione che:

 

“È pretestuoso affermare che la Jabotinskij abbia «liberato» gli arabi. La sua partecipazione alla prima guerra mondiale in Medio Oriente, converrai con me, non aveva proprio nulla a che fare con la volontà di liberare alcun popolo. Allora si combatteva per «power politics» (politica di potenza), per sconfiggere il nemico. Capitò che l'impero ottomano scelse la parte sbagliata. Che questo abbia portato alla liberazione degli arabi è poi un'altra faccenda. Ma non dipingiamo Jabotinskij come un partigiano degli arabi.
[...] nel sito che riporti non è riportata la data del censimento, ma poiché si parla di «popolazione in Israele», ovviamente non può trattarsi di dati relativi al 1947 – come tu scrivi – se non altro perché allora Israele non esisteva ancora. Probabilmente si riferisce al 1948.
Stessa cosa? Non proprio. Nel 1947, secondo l'Agenzia Ebraica, c'erano 500.000 ebrei in Palestina. Ciò significa che la differenza – ed è assolutamente credibile, dati i tassi di immigrazione di allora – con le cifre del sito che riporti è data da nuovi immigrati”.

 

E che:

 

“Jabotisnkij era un convinto sionista con il particolare difetto di concepire gli arabi come intimamente avversi tanto da suggerire di costruire «un muro di ferro, fino a quando non si saranno stufati di combatterci». Insomma: non solo non ha combattuto per l'indipendenza degli arabi, ma neppure la voleva.
[...] gli Americani non hanno acquisito alcun diritto sull'Italia per via della liberazione. Senza contare poi che, COMUNQUE, il contributo della legione ebraica e' stato certamente minoritario (non ho numeri, ma dubito si potesse trattare di più di qualche migliaia di individui).
Infine, solleva anche diversi dubbi «l'oppressione ottomana». In realtà il dominio Ottomano era praticamente inesistente in Terra Santa. Prova ne è il fatto che Francesi e Inglesi maneggiavano comodamente la zona, già dal 1981”.

 

Risponde infine Paolo:

 

“quella su Jabotinskij è una iperbole, ma certamente la sua «guerra» contro i turchi portò a qualcosa di tangibile, non solo alla dichiarazione Balfour, ma anche a un nuovo assetto del M.O.
Indubbiamente non fu l'altra faccia dell'intervento italiano in Libia; non fu, cioè, una battaglia per la liberazione di tutti i popoli dall'oppressione. Fu piuttosto una prima mossa verso l'indipendenza (di Israele, prima di tutto, ma per effetto domino, di tutti).
[...] Gerusalemme (il suo centro, almeno) era a maggioranza ebrea già nell'800. Idem altre città sulla costa. Basta leggersi il «Viaggio da Parigi a Gerusalemme e ritorno» di Chateubriand. Il punto, nel contesto retorico di un blog, non è di puntualizzare i dati storici uno alla volta e scollegati (il che diventa un limite nella comunicazione web), ma di fare sintesi e interconnetterli per formarne un messaggio.
Quindi il post vuole segnalare che – contrariamente a quanto l'opinione pubblica crede – la presenza di popolazione ebrea nell'attuale Israele è sempre stata viva e reale. Israele non è pertanto solo uno stato artificiale, creato all'indomani della Shoah, ma anche parte di un lungo movimento di liberazione nazionale”.

 

Dibattito senz’altro molto affascinante, questo, ma viziato all’origine da un errore di prospettiva “giuridicistica” che mette gli interlocutori nelle condizioni di non venirne mai a capo. Posto che l’autodeterminazione nazionale non basta, da sola, a garantire il rispetto dei diritti umani o di standard minimi di libertà individuali, va ricordato altresì che una predominanza etnica non giustifica di per sé la fondazione di uno stato nazionale sottoposto ad essa.
Se domani si scoprisse che esistono alcune enclave albanesi in Puglia (anzi, ora che ci penso quest’ultima non è una supposizione, ma un dato di fatto), ciò non consentirebbe assolutamente all’Albania di avanzare pretese espansionistiche su tali ipotetiche circoscrizioni. Né fu la presenza di coloni yankee in Texas, tra il 1836 e il 1845, a sancirne automaticamente l’annessione agli Stati Uniti a spese del Messico.
Le dispute territoriali si risolvono in favore di chi siede al tavolo delle trattative da vincitore dopo “regolare” conflitto bellico. È questo il caso degli israeliani, che hanno vinto più volte sul campo il loro diritto ad abitare negli ex-latifondi ottomani di Palestina, e dei texani di Sam Houston, che sconfissero Santana e si conquistarono la terra in cui abitano tuttora.
Se non si spezza questo nodo gordiano iniziale, hanno ragione tutti e nessuno, nello stabilire torti e ragioni in Medio Oriente.




18 gennaio 2007

Fassino, le sberle, la rivincita

La notizia del momento sarebbe che il Presidente del Consiglio, con una tournure lessicale tra il pilatesco e il vescovile, ha risolto il problema della base militare americana da ampliare in quel di Vicenza dichiarando che “il problema non è di natura politica ma urbanistica e amministrativa”, cioè in pratica demandando la politica estera italiana al sindaco del capoluogo berico.
Eppure, per quanto se ne tragga conferma anche in margine a questo scampato stallo diplomatico, il fatto di rilievo riguarda la sempre più evidente localizzazione di una vittima politica tanto fissa quanto illustre, nella quotidiana resa dei conti che agita i ben poco compatti ranghi dell’Unione prodiana. Precisando che “qualcuno ha parlato di referendum, sono tutte decisioni locali. Non siamo chiamati a nessun atto amministrativo”, il Professore ha infatti sferrato solo l’ultimo della discreta serie di schiaffoni morali collezionati nel corso di questa legislatura da Piero Fassino, il quale aveva proposto un plebiscito municipale per venire a capo della faccenda senza ferire i sentimenti della sinistra antagonista.
Il macilento erede di Togliatti e Berlinguer sembra essere stato scelto quale supremo capro espiatorio degli insuccessi del centrosinistra giudizioso e riformista. Gli alleati massimalisti, invece, gongolano, e ne hanno ben donde. L’agenda liberal messa in programma per il summit di Caserta è evaporata come rugiada sotto il sole estivo, l’asse privilegiato con Romano Prodi è più saldo e indispensabile che mai e le continue divergenze di schieramento sul piccolo cabotaggio lasciano campo libero ai temi su cui si coagula con meno difficoltà la koiné “de sinistra”: pacs, eutanasia e la cosiddetta “libertà religiosa”, il tutto ipervitaminizzato con abbondanti iniezioni di demagogia ambientalista e di retorica nonviolenta. Senza contare la relativamente agevole approvazione della mastodontica manovra Finanziaria “tassa e spendi” varata per il 2007.
All’orizzonte si profila dunque una striscia di elezioni intermedie negative per l’Unione, proprio come accadde al centrodestra durante gli anni del governo Berlusconi. In particolare i sondaggi prevedono una notevole erosione di consenso moderato, per l’alleanza di centrosinistra. Perciò su Fassino, oltre ai tatticismi precongressuali che minacciano la sua leadership sul Botteghino, si stringono a tenaglia le viste di una possibile sconfitta alle amministrative di primavera. Ecco perché al segretario dei Ds corre ogni giorno di più l’obbligo di accreditarsi quale voce critica nei confronti del “deficit di riformismo” dell’esecutivo, per esempio appellandosi all’avvio di una fantomatica “fase due” nell’azione di governo.
Romano Prodi pensava di aver preso sufficienti precauzioni, assegnando incarichi di primo piano ai congiurati che seppero fotterlo nel ’98: Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera, Massimo D’Alema al Ministero degli Esteri e Franco Marini alla presidenza del Senato. Aver sottovalutato la capacità d’interdizione di un Fassino a corto di capitale politico da spendere, però, potrebbe rivelarsi fatale per i disegni strategici del premier. Sarà la prospettiva dell’incombente referendum sulla legge elettorale bipartitica a offrire il destro alla controffensiva fassiniana. Com’è stato lampante dalla conferenza stampa di fine anno in poi, Prodi punta tutte le sue carte su una collaborazione nemmeno tanto occulta con l’Udc per introdurre il proporzionale alla tedesca, tenendo quindi a battesimo il Partito Democratico come ratifica definitiva del compromesso storico cattocomunista. Ma è qui che si mette di traverso la proposta di dialogo bipartisan che Fassino, tramite Giuliano Amato, ha lanciato a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale con l’idea di una convenzione bicamerale per la discussione di un sistema di voto condiviso. Con il sigillo maggioritario che i diessini vogliono imprimere al nascituro progetto democrat, il nuovo soggetto politico diverrebbe l’ultimo stadio della travagliata metamorfosi PCI-Pds-Ds, relegando una volta per tutte la cerchia prodiana nel ruolo ancillare che, numeri alla mano, le competerebbe dacché è salita alla ribalta.
La mossa di Fassino riporterebbe Forza Italia al centro dello scacchiere politico, con effetti dirompenti sui rapporti tra i Democratici di Sinistra e il patto d’acciaio tra Prodi e Rifondazione Comunista. Ma soprattutto, grazie alla consistenza numerica delle forze parlamentari che intende coinvolgere, sui residui sogni di restaurazione partitocratica: è questo il motivo che mi spinge a guardare con simpatia al nuovo inciucio tra postcomunisti e forzitalioti.




16 gennaio 2007

La Ricerca della Felicità

Dopo aver conquistato la selezionata platea cinefila del Sundance Film Festival con il buon successo riscosso da L’Ultimo Bacio, tutt’altro che bissato dal remake anglofono The Last Kiss, Gabriele Muccino sbanca i botteghini statunitensi (124 milioni di dollari incassati finora) con La Ricerca della Felicità, dramma social-biografico a metà tra il sogno e l’incubo americano. Lo ha accolto come un fratello ritrovato il simpatico Will Smith, per l’occasione nella doppia veste di produttore e protagonista.
E siamo alla prima potenziale grana, nel caso da scontarsi alla voce “sovrapposizione di competenze”: quando il finanziatore e la primadonna coincidono, c’è da aspettarsi che il regista abbozzi generose razioni di accondiscendenza nei loro confronti. Altro discutibile biglietto da visita è il legame filiale che unisce Smith e il suo figlioletto Jaden anche nel film, con la vistosa intenzione di attingere comodamente pathos recitativo da una genuina alchimia parentale. Un casting di profilo naturalista che accompagnò in malo modo alla tomba il vecchio Stanley Kubrick di Eyes Wide Shut, guardonissimo canto del cigno inchiodato alla performance legnosa e affettata dei coniugi Cruise-Kidman (i quali, per soprammercato, ci rimisero i voti nuziali di lì a poco). Da non sottovalutare nemmeno il curriculum filmografico maturato sin qui da Muccino, cineasta specializzato in micro-situazionismi sociologici tutti urla e niente arrosto.
Il combinato disposto di pessime referenze appena illustrato non poteva non partorire qualche sgradita conferma. I due dialoghi padre-figlio di maggiore importanza narrativa (sotto il canestro e nel cavo della metropolitana), per esempio, sono eccessivamente verbosi e protratti. La sintassi visiva del film, più in generale, si appunta su uno sguardo piuttosto didascalico alla lotta per uscire dall’emarginazione che traina l’intero plot, con passaggi metaforici dello stesso tenore (est)etico degli scannamenti in bellavista di Apocalypto, seppure posti sull’estremità simbolica diametralmente opposta – e geometricamente contigua: gli estremi si toccano, sempre. D’altra parte l’asse tematico dei due film – la strenua difesa paterna del nucleo familiare e della progenie dalle insidie della jungla – è il medesimo, basta sostituire amigdale e giaguari con scanner e colletti bianchi. Oppure sacrifici umani e angherie degli invasori con sacche di sangue versato dietro compenso e decappottabili cariche di riccastri che se la ridono alla faccia dei poveri in coda per un letto e un piatto di minestra.
Ciononostante, com’era avvenuto con il discreto sgozza-e-fuggi di Mel Gibson, un soggetto privo di esasperate complessità speculative o di chissà quali implicazioni extra-diegetiche consente al prodotto finito di non straripare dal suo naturale alveo drammaturgico e, nel contempo, di mantenersi su un livello qualitativo del tutto soddisfacente. L’interpretazione di Will Smith è tenuta sotto perfetto controllo dal primo all’ultimo minuto il che, data la posizione privilegiata di cui ha goduto l’ex principe di Bel Air prima, dopo e durante le riprese, non è un particolare di poco conto. E la direzione di Muccino, altrimenti impartita con inusitata sobrietà, conosce due acuti degni di menzione: la sequenza musicata in cui Chris (Will Smith) corre invano all’appuntamento con un grosso cliente, scandita da un ottimo tempismo negli stacchi di montaggio, e la “riconciliazione con la felicità” nel finale, momento di simbolismo conciso e molto toccante. La fotografia, spruzzata di cenere a grana grossa, conferisce un plumbeo grigiore all’insieme; la colonna sonora a base di soul, blues e gospel carica le tonalità “nere” della vicenda di suggestioni melodiche molto pertinenti.
Film piacevole malgrado i rigagnoli di melassa che ne traboccano, quindi, ma non film-evento. Per quello, piaccia o meno, è necessaria la soteriologia belluina ma moralmente edificante dell’effusione sanguigna made in Gibson.

Sullo stesso film: Colinmckenzie, Alessio Guzzano


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13 gennaio 2007

Pannella e la morte per procura

Tra i soliti frizzi e lazzi, enfaticamente consustanziali al suo carisma politico da oltre cinquant’anni a questa parte, a Otto e Mezzo di Mercoledì sera Marco Pannella è riuscito a incuneare almeno un avvincente spunto di riflessione.
Secondo il leader radicale vi sarebbe assoluta coerenza nel battersi contro la pena di morte e, contemporaneamente, nel sostenere la legalizzazione dell’eutanasia. La discriminante fondamentale per stabilire l’ammissibilità o meno di istanze relative alle circostanze di fine vita, a suo dire, starebbe in pratica nella “dispersività” della loro sorgente decisionale. La condanna a morte va fermamente proibita perché comminata da un ente collettivo (lo stato), mentre la sedazione terminale su richiesta è del tutto lecita in quanto riconducibile alla libertà individuale.
Quando scrivevo che l’aborto, la guerra e la pena di morte sono eventualità poste su piani moralmente distinti ma eticamente convergenti”, non facevo che mettere in termini appena più generici le premesse logiche allo stesso problema implicitamente avvertito anche da Pannella. Lo stato di diritto, infatti, esiste proprio per impedire che le questioni di vita e di morte siano gestite in regime di privativa e/o di unilateralità arbitraria, ma paradossalmente non può sanzionare a posteriori le infrazioni al nucleo prescrittivo fondamentale – il “non uccidere” di mosaica memoria – se non contemplando nei suoi ordinamenti la somministrazione controllata della morte. Così i bambini muoiono in pancia, i condannati salgono sul patibolo e gli eserciti hanno licenza di uccidere, sempre a causa della fuoriuscita di due o più soggetti da un sistema (la democrazia) a chiusura assiomatica (non uccidere, ma anche non rubare) non perfettamente stagna.
La chiave della mia critica agli argomenti di Pannella sta nella specificazione due o più soggetti: lo stato, come detto, trae la sua stessa ragion d’essere dalla necessità di frapposizione normativa tra individui decisi ad autogestirsi la morte (anzi, in un’ottica rigorosamente minarchica ogni ulteriore restrizione andrebbe considerata un’inutile e dispotica sovrastruttura). Come avviene per le guerre e le esecuzioni, anche nella biopolitica è una scelta collettiva, tradotta in diritto positivo nelle sedi istituzionali preposte, a perimetrare l’insieme delle azioni e delle procedure lecite e a definire, più in generale, l’ambito delle fattibilità contrattuali. Ecco perché il discrimine pannelliano tra decisioni collettive e individuali è incongruo: eutanasia e pena di morte sono entrambe fattispecie conseguenti a un monopolio centralizzato della forza. Sono poste su piani distinti ma convergenti, per l’appunto.
Casomai stupisce che alla guida storica di un movimento politico radicalmente libertario sembri maggiormente rimarchevole un’azione collettiva – alla quale, kissingerianamente, è addirittura impossibile attribuire qualità individuali come la moralità – di un’analoga scelta personale o comunque ascrivibile a un numero ridotto di soggetti morali responsabilizzabili. Per Pannella sarebbe più grave se un corpo elettorale eleggesse democraticamente un dittatore sanguinario che se un uomo si scegliesse il suo assassino. Ma i due scenari scaturiscono dallo stesso cortocircuito logico per cui, da un assunto di libertà “piena” sui beni primari, si realizza che la disponibilità di sé può porsi unicamente in termini parziali e negativi, cioè solo come diritto di alienarsi, di disincarnarsi, di privarsi del mezzo necessario per porre in essere la libertà stessa. Dunque che le libertà di “essere suicidati” o di essere dominati non sono che delle mistificazioni retoriche, costituendo pertanto istanze inammissibili, in un sistema di governo edificato entro il triangolo vita-libertà-proprietà.




8 gennaio 2007

Apocalypto

Icastico: il senso di questo aggettivo descrive in pieno l’approccio di Mel Gibson alla regia cinematografica. Anzi, giusto per non esagerare con la sintesi chiamiamolo pure sadicamente icastico. È ovvio come la sensibilità stilistica ad alto tenore di didascalismo e di globuli rossi maturata dal Gibson regista non sia idonea a raccontare per immagini qualunque tipo di soggetto, meno che mai quelli bisognosi di sobrietà visiva, di rigore formale al limite del perfezionismo o di sapiente equilibrio nel controcampo. Lo sfrenato insistere sul sangue a fiotti e sulla carne macellata quali veicoli espressivi di una violenza estetizzata ed estetizzante, infatti, costituisce un espediente posto a naturale antitesi del pedagogismo buonista alla Paul Haggis o alla Tony Kushner (rispettivamente sceneggiatori di The Million Dollar Baby, CrashFlags of our Fathers e di Munich). Ambedue le soluzioni agevolano facili contrasti scenici tra bontà e cattiveria, instillando nel contempo la ricattatoria paturnia di non poter mettere in discussione tali partizioni etiche nette se non vergognandosi profondamente di sé. Sbozzati a colpi di mannaia gli inglesi machiavellici e ghignanti di Braveheart e di The Patriot, due film grossolani ma nel complesso efficaci, il buon Mel ha poi calcato la sua mano non proprio serafica sulla Passione di Cristo, dimostrando una volta per tutte di non avere una grande familiarità con il concetto di “finezza di gradazione”.
Detto questo, occorre tuttavia ammettere che l’australiano conosce il suo mestiere. Lo interpreta in chiave estremamente splatter/manichea e non tenta mai la scalata a chissà quali vette di virtuosismo, d’accordo, ma riesce sempre a colpire allo stomaco con un dispiegamento di tensione emotiva che, quando non si riduce solo a urtare i nervi oltrepassando gratuitamente certi livelli di guardia e di decenza, non può lasciare indifferenti. Gli stati d’animo elementari sono la sostanza di cui è fatta la sospensione d’incredulità: saperli suscitare significa saper raccontare bene. Se però i registri padroneggiati si limitano al materiale espressivo sufficiente per confezionare il classico “ammazza e scappa”, per fare un buon film basta allora conoscere i propri limiti, tenersi a debita distanza dai Profondi Dissidi di Coscienza e ripiegare su un onesto action movie a forti tinte horror come questo Apocalypto. Una trama asciutta, basata sul collaudatissimo modello della «caccia al fuggitivo», si svolge tra momentanei idilli, efferate invasioni, orrendi riti apotropaici e inseguimenti mozzafiato ambientati nell’ultimissimo mesoamerica precolombiano.
Dopo i primi venti pacifici minuti di ilare folklore tribale, la crudeltà subentra improvvisamente alla quotidianità e i ritmi di montaggio si impennano di conserva. L’apice ritmico nella giunzione del girato si manifesta in corrispondenza dell’arrivo in città dei prigionieri. Non è una scelta casuale: la rapida successione di brevi totali e parziali e di primi piani dei protagonisti, in questo specifico frangente, vuole offrire uno sbocco visivo frastornante al traumatico incontro-scontro tra i rappresentanti del mondo naturale incontaminato, prostrati e ridotti in schiavitù, e il grande agglomerato urbano. Simbolo di artificio e di massificazione, nonché formidabile collettore di calamità e depravazioni assortite, la città-stato Maya ospita una sorta di galleria degli orrori pagani. Al suo interno, il potere politico e quello religioso sono complici nell’imbonire vaste folle, piagate dalla carestia e dalla siccità, nutrendo divinità di comodo con il sangue di incolpevoli vittime sacrificali. Di questo banchetto antropofago – minaccioso frutto di una conoscenza del divino in cui Dio cerca direttamente l’uomo o ne è direttamente cercato – allo spettatore non viene risparmiato quasi nulla: estirpazione cruenta del cuore ancora palpitante previo sventramento, decapitazione e rotolamento di teste e corpi giù per i gradoni delle piramidi, improvvisati circhi gladiatori e immense discariche di cadaveri, a macabro precorrimento di future atrocità. Data la crudezza del contesto, però, perfino la rude cinepresa di Mel Gibson preferisce mantenere fuori scena le numerose estrazioni cardiache, seppure accompagnandole con eloquenti effetti sonori. La fuga dell’eroico Zampa di Giaguaro, abbinata al sensibile rallentamento del ritmo d’insieme, assume il significato di un ritorno all’armonia e alla purezza originarie, nel cui ambito la preda recupera progressivamente il ruolo di cacciatore ristabilendo un ordine naturale sovvertito con la forza e con l’imperio.
Naturalmente Apocalypto, dato il piglio sbrigativo che contraddistingue il suo artefice, non è esente da pecche di vario genere. Quando la vicenda vira all’inseguimento di tutti contro uno, la sorte dei prigionieri scampati sia al sacrificio coram populo che al successivo gioco al massacro viene lasciata irrisolta. Alcune scene, poi, evolvono in modo molto prevedibile: all’inizio si capisce benissimo che il padre di Zampa di Giaguaro sta a sua volta prendendo in giro il neosposo sterile appena messo in ridicolo dal figlio, oppure che durante il duello clou scatterà la trappola simil-vietkong anch’essa vista all’opera in apertura.
Peccati veniali che non intaccano più di tanto il buon livello di un film senz’altro destinato a dividere, ma da vedere assolutamente.

Sullo stesso film: Alessio Guzzano


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