.
Annunci online

  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


Disclaimer
A norma della legge 62/2001
questo blog, aggiornato senza
periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
editoriale.
L'autore dichiara di non
essere responsabile dei
commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei
lettori, lesivi dell'onorabilità
o dell'immagine di persone
terze, non sono da attribuirsi
al titolare.


Copyright
Tutti i testi presenti su questo
blog, salvo dove diversamente
indicato, sono da considerarsi
proprietà intellettuale
dell'autore. Senza il consenso
esplicito del titolare, è vietata
la riproduzione totale o parziale
di tali contenuti a scopo di lucro.
Il mancato rispetto di queste
indicazioni sarà perseguito
in sede legale, secondo i termini
previsti dalle leggi vigenti.


Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Wikio - Top dei blogs - Politica


27 settembre 2006

Eutanasia: tre casi, un dilemma

Dibattere di eutanasia significa imboccare un sentiero dialettico scosceso che, addentrandosi in oscuri anfratti pieni di sibili, mormorii ed empie cantilene ad ogni passo più frastornanti, conduce fino al limite ultimo della cognizione umana. Là dove non rimane spazio per alcuna forma di premeditazione razionale, ma solo per la fiducia nelle ipotesi etiche che reggono la “scommessa con l’esistenza” di ognuno. Impossibile ponderare tutte le possibili conseguenze dei gesti che si prefiggono di interferire col decorso dell’altrui trapasso, specie quando quest’ultimo rimanga incastrato tra la vita e la morte per cause fortuite o tecnicamente indotte. Perché di quel che può eventualmente esserci “dopo” non esiste certezza.
Volgendosi all’immanente, cioè al freddo dominio della necessità, resta comunque ben poco di assolutamente determinato. La convivenza associata conosce infatti innumerevoli gradi di posizionamento rispetto ai due estremi (astratti) individuati dall’isolamento dell’eremita e dall’assembramento del gregge. La democrazia liberale, che ambisce ad approssimare nel miglior modo possibile l’ideale punto medio di tale scala graduata, deve fornire alla libera interazione tra i soggetti che la vivificano un ambiente giuridico idoneo a supportare un sistema di relazioni non coercitivo. Ogni “sistema di relazioni”, però, per non cadere vittima di paradossi capaci di pregiudicarne la funzionalità, necessita di un fondamento chiuso, assiomatico, in grado di sollevare ogni sua parte dall’obbligo di ridefinire in continuazione il nucleo di “proprietà di base” che la rendono organica ad un tutto. Così, nei sistemi politici, sorge la necessità di stabilire i principi autoevidenti di cui alla Dichiarazione d’Indipendenza americana oppure, spingendosi molto più indietro nel tempo, di scolpire quattro apodittiche parole – non uccidere, non rubare – sulle mosaiche Tavole della Legge. Non va dimenticato che ogni tentativo, passato e presente, di dedurre in modo geometrico la codifica dei postulati di cui sopra è sistematicamente naufragato nel mare della tautologia o dell’assurdità. Il trinomio giusnaturale vita-libertà-proprietà, pertanto, non appartiene al singolo individuo in via condizionale o progressiva, come attestato della sua conformità a determinate pregiudiziali fisiologiche o intellettive. Affermare il contrario porta spesso a conclusioni aberranti (si pensi solo alla delirante giustificazione dell’infanticidio formulata da Michael Tooley) che, in ultima analisi, contribuiscono a segare il ramo su cui la democrazia e il libero scambio stanno seduti.
In una liberaldemocrazia vige – almeno nominalmente – l’autodeterminazione dell’intrapresa individuale, ma non è una contraddizione in termini che al suo interno non trovino cittadinanza pratiche come la tratta degli schiavi o il suicidio su ordinazione. Diversamente, un sistema fondato sulla terna di valori portanti suddetta metterebbe in cortocircuito – logico, prima che politico – se stesso.
Detto questo, tuttavia, non è banale constatare che è l’incontro tra la coscienza singola e i principi primi, unitamente alla trascrizione positiva di questi ultimi, a permetterci di navigare sotto il cielo delle stelle fisse secondo rotte il più possibile compatibili con la nostra sensibilità e le nostre aspirazioni. Ciò significa che ai diritti essenziali non corrispondono necessariamente dei doveri. Volendo, è possibile rifiutare la vita suicidandosi, rinunciare alla libertà entrando in clausura e andare, vendere tutto ciò che si ha, darlo ai poveri e via di seguito: anche questi comportamenti appartengono al novero delle “libere scelte” assunte in totale autonomia. Senza contare che i tre principi primi menzionati poc’anzi, in particolari situazioni di urgenza e/o di emergenza, provvedono ad autosospendersi per non generare aporie essi stessi. Se qualcuno attenta alla vita, alla libertà o alla proprietà di un terzo, la vittima – nei modi e con le proporzioni di risposta previste dalla legge, ovviamente – ha tutto il diritto di difendersi, anche fino ad uccidere il suo aggressore. Per non parlare, poi, della fine che fanno vita, libertà e proprietà in tempo di guerra.
Fino a qui, dunque, l’applicazione delle usuali nozioni di diritto liberale all’ipotetica fattispecie giuridica determinata dall’eutanasia permette solo di circoscrivere un’area di riflessione, eliminando dal dibattito le problematiche ad esso estranee, per quanto contigue. No al suicidio assistito: sopprimere un soggetto nel pieno delle sue facoltà psicofisiche non trova giustificazione né nel profilarsi di un ultimatum emergenziale né nel presidio della milliana “sovranità su se stessi”. Chi può e vuole, deve suicidarsi da sé. Di contro, no all’accanimento terapeutico sugli infermi in stato di morte cerebrale: nel loro caso, la privazione dell’autocoscienza e dell’autosufficienza soggettive ha carattere totale e definitivo, non accidentale o transitorio.
Rimangono tutti i casi intermedi; per esemplificarli, benché sia decisamente spiacevole ridurre le drammatiche vicende umane dei malati borderline ad altrettante casistiche da manuale tascabile, farò riferimento a tre casi particolarmente controversi e abbondantemente coperti dai mass media.
Il primo riguarda Eluana Englaro. La ragazza, ormai trentatreenne, giace immobile da tredici anni in una clinica di Lecco, alimentata da un sondino nasogastrico e – aspetto di fondamentale importanza – senza alcuna speranza di riprendere coscienza. La sua disgrazia inizia con un incidente che, per colmo di crudeltà del destino, le ha lesionato “solo” la corteccia cerebrale anziché l’intero encefalo e finisce con una sentenza della Corte d’Appello di Milano che, nel 1999, ha respinto la richiesta del padre-tutore di sospendere la alimentazione artificiale che la tiene in vita. L’autosufficienza di Eluana, in pratica, si riduce al metabolismo basale e alla respirazione spontanea. Suo padre, in qualità di tutore, a mio avviso dovrebbe essere considerato anche il curatore delle altrimenti insondabili volontà della paziente in coma. Perciò, stante l’articolo 32 della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario...”), le disposizioni di Beppino Englaro dovrebbero subentrare a quelle della figlia e, contestualmente, vantare una priorità rispetto ad ogni mappatura normativa delle funzioni vitali minime.
Il secondo caso è quello di Terri Schiavo. La donna della Florida ha versato per quindici anni – dal 1990 al 2005 – in stato di coma vegetativo vigile. Poi, nel marzo dello scorso anno, Terri è deceduta in seguito alla prolungata mancanza di alimentazione meccanica, disposta già nel 2000 dal giudice Greer. La vicenda della Schiavo ha del paradossale. Soppressa quando ancora riusciva a comunicare coi genitori battendo le palpebre, la donna è stata oggetto di una vertenza processuale tra la sua famiglia e il suo marito ex lege, conclusasi con la pedissequa attribuzione a quest’ultimo della tutela legale dell’inferma. Micheal Schiavo ha lungamente vagheggiato le convinzioni della (di fatto ex, come le seconde nozze dell’uomo dimostrano) moglie circa il trattamento sanitario estremo, fino ad inserire di soppiatto l’ordine ‘do not resuscitate’ nella cartella clinica di Terri. Posto che, quand’anche il libero intendimento di Terri Schiavo fosse effettivamente quello di rifiutare la rianimazione, una conversazione estemporanea davanti a un film drammatico o ad un servizio di telegiornale non può avere alcun valore testamentario, il caso in esame verte sui criteri per la designazione del tutoraggio. Come per Eluana Englaro, una corretta valutazione delle circostanze di fatto avrebbe dovuto far pendere la bilancia verso i “creditori” di un lungo e oneroso percorso di sostegno alla degenza dell’infermo, cioè i genitori, non certo verso gli appetiti di un coniuge-ereditiero desideroso solo di esercitare la sua prelazione (o predazione?) sui beni in comune e di rifarsi una vita.
Terzo ed ultimo caso, peraltro fresco di dibattito, la malattia di Piergiorgio Welby. Prostrato dalla distrofia muscolare progressiva sin dall’età di sedici anni, l’uomo vive supino accanto ad un respiratore artificiale e ad un sintetizzatore vocale. Per Welby non serve nominare un fiduciario: egli è perfettamente in grado di essere il tutore di se stesso, essendo nel pieno possesso delle sue facoltà cognitive. Non nascondo di trovarmi in grande difficoltà, nel tentativo di valutare razionalmente la sua posizione davanti alla legge. La libertà di rifiutare una terapia ritenuta inutilmente ostinata a prolungare l’agonia dell’immobilità, infatti, dovrebbe indurre a disporre la cessazione dell’accanimento sul suo corpo malato. Ma, così facendo, Welby andrebbe incontro alla stessa fine toccata a Terri Schiavo: la morte per fame e per stenti. Per mitigare l’atrocità del suo decesso, d’altro canto, occorrerebbe somministrargli una dose letale di sostanze anestetiche o antidolorifiche. Ossia uccidere un uomo raziocinante in totale assenza di motivazioni emergenziali o, anche in senso lato, d’eccezione rispetto a terzi minacciati "in proprio". Inutile e puerile, poi, appellarsi alla retorica della “libertà” che esalta i liceali in libera uscita dalle assemblee d’istituto. La completa autodeterminazione presuppone autocoscienza e autosufficienza integrali: diversamente, Welby non chiederebbe di poter morire né di “mettersi nei suoi panni”. Chi è libero agisce liberamente, piaccia o non piaccia, e Welby, allo stato attuale, libero non è. Altro arnese di poca rilevanza è il concetto di “sacralità della vita”, lodevole finché si vuole, ma trascendente il campo d’applicazione delle norme positive. Questo caso mette la collettività di fronte ad un vero e proprio dilemma del prigioniero, al bivio tra il soddisfacimento di un’estrema volontà di sollievo dalla sofferenza e la salvaguardia dei principi giuridici su cui si incentra l’orbita della stessa libertà ordinata. Lo confesso, sono combattuto.
Infine occorre precisare il mio pensiero sul testamento biologico, che, una volta calmatasi la ridda di invettive contrapposte tipiche dei confronti televisivi giocati sull’onda di emozioni forti ma passeggere, rimarrà l’unica opzione sul tavolo. Io sono d’accordo, purché l’introduzione di questo dispositivo non serva a contrabbandare sotto falso nome innovazioni discusse e discutibili (PACS sinistrorsi docent). Così come avviene per i normali testamenti olografi, anche questi nuovi strumenti notarili dovranno essere assoggettati alla legislazione che preesiste loro. Anche se volessi nominare il mio cane erede universale, e poi lo scrivessi su un pezzo di carta, tale decisione non avrebbe alcun corso legale, perché la ripartizione testamentaria dei beni è soggetta a precisi vincoli percentuali. Allo stesso modo, un testamento biologico deve rispettare le norme vigenti, mediante il necessario contributo di un’expertise medico-legale alla sua stesura. In altre parole, il documento dovrebbe predisporre un prospetto dei parametri vitali sotto i quali poter ritenere il proprio quadro clinico inaccettabile, ma non riferirsi in modo vago ad un’astratta precognizione del dolore. Perché nessuno, nel suo futuro, vorrebbe mai ammalarsi gravemente, ma ciò non impedisce di mutare opinione nel caso in cui ciò accada -  e magari, contemporaneamente, venga meno la possibilità materiale di comunicare il proprio ravvedimento.

Di eutanasia infantile ho parlato qui.




25 settembre 2006

Little Miss Sunshine

Può sembrare strano, ma è proprio il reparto figurativo cinematografico – teoricamente, quello più idoneo ad officiare una “mitopoiesi” dell’americanità – ad incaricarsi sovente di sottoporre certi stereotipati modelli di rappresentazione del cosiddetto “sogno americano” ad un’impietosa decostruzione critica. I film con John Wayne, spesso passati in cavalleria come epitomi di un eroismo mandriano e sbrigativo, finivano quasi sempre per esaltare il fondo morale del “burbero dal cuore d’oro”. Hollywood, poi, ha prodotto un’immensa galleria di cinema antimilitarista e/o cospirazionista. Spostandoci sul terreno del fumetto popolare, lo Zio Paperone disneyano fu da subito letto e interpretato come una pungente satira contro la frugalità calvinista.
L’accusa di voler propagandare un’attraente epica della propria cultura e della propria missione storica, indirizzata così di frequente alla fabbrica dei sogni situata oltreoceano, si regge solo sugli sporadici – e prontamente fischiati – acuti di qualche patriottico tenore alla Mel Gibson.
Little Miss Sunshine, pur senza disporre del tonnellaggio tematico di altre produzioni a carattere autocritico, si inserisce con agile slancio nell’alveo del cinema di meditazione morale. Le peripezie della squinternata famiglia Hoover, formata da un improbabile sestetto di falliti in cerca di successo, ruotano attorno alla dicotomia tra vincente e perdente – tanto in auge presso certa ridicola manualistica dell’autostima yankee. Papà Greg Kinnear è proprio l’imbonitore di uno di quei prontuari del trionfo personale in dieci semplici mosse, ma non riesce a metterne in pratica nemmeno i primi due passi; nonno Alan Arkin è uno scurrile eroinomane; zio Steve Carell è reduce da un tentato suicidio per troppe delusioni accademiche e omoamorose; i figli Abigail Breslin e Paul Dano sono rispettivamente una panciuta aspirante reginetta di bellezza e un nietzscheano sotto voto del silenzio in attesa di potersi iscrivere alla scuola di pilotaggio. Solo mamma Toni Collette, nella sua quotidiana lotta per tirare le fila di un simile nucleo familiare, acquisisce per contrasto una parvenza di normalità.
La finale di un concorso di bellezza californiano diventa, per questo colorito parentado a sei, l’occasione di un catartico itinerario on the road a bordo di uno scassatissimo furgoncino Volkswagen, proiettato verso una tragicomica messa in discussione di gruppo delle proprie ambizioni e dei propri valori-guida. La coppia di registi Jonathan Dayton e Valerie Faris (già autori di videoclip girati per musicisti come Smashing Pumpkins e Jane’s Addiction), mentre riesce quasi a far sedere lo spettatore di fianco agli Hoover nelle sequenze “stradali” grazie ad un sapiente utilizzo dei primi e primissimi piani, deprime il potenziale di alcune – pur divertenti – gag comiche mancando di sfruttare appieno la fisicità degli interpreti. Abituati a dirigere set già “movimentati” per esigenze sceniche, come appunto i rapidissimi video delle agitate rockband di loro conoscenza, i due registi mostrano qualche incertezza nel provocare la dinamicità di recitazione in un contesto drammaturgico esteso.
Ma si tratta di una lacuna ampiamente riscattata dalla raffinatezza di alcune ellissi (il padre appiedato, che si avvicina ruffianamente supplice ad un gruppo di ragazzi, subito dopo appare a bordo di una motoretta) e dalla concisione con cui i soggetti vengono associati agli oggetti (l’inquadratura stretta del borsello con la droga, ad esempio, lascia intendere senza spendere una sola parola cosa il nonno stia per fare fuori scena), nonché – soprattutto – da un finale a sensazione, che mette in imbarazzo per i protagonisti solo a guardarlo.
Il lascito di questo film è ben riassunto dall’insegnamento di nonno Hoover: “Un vero perdente non è uno che non vince. Un vero perdente è uno che ha talmente paura di non vincere da non provarci neanche”. Uno spunto di riflessione che rende giustizia delle tante semplificazioni patinate, dei tanti luoghi comuni, delle tante fiere delle vanità pervenuteci a nutrimento del facile sarcasmo con cui, talvolta, è comodo guardare ai fenomeni di costume americani filtrati attraverso un servizio di telegiornale.

Sullo stesso film: Colinmckenzie, Gli Spietati




23 settembre 2006

Ho sognato... [sottoscritto, ghignato, copiato e incollato]

Autore: Ing. Primo Prandoni

Ho sognato che tra Legnano, Busto Arsizio e Gallarate c'erano più di cento studi di ingegneria e mi chiedevo: ma c'è così tanta roba da progettare nell'Altomilanese? Ho sognato che quasi tutti questi studi erano formati da una sola persona che tirava avanti copiando e ri-copiando vecchi progetti e mi chiedevo: se i cavernicoli avessero fatto così, chi avrebbe inventato la ruota?
Ho sognato che nelle aziende all'Ingegnere si chiedeva di fare tutto fuorché progettare: marketing, gestione, pianificazione e mi chiedevo: allora i laureati in economia e commercio cosa fanno? Dimensionano le travi?
Ho sognato che i calcoli di verifica o dimensionamento venivano considerati dagli Ingegneri come un lavoro indegno, da rifilare con aria disgustata a geometri e periti e mi chiedevo: a cosa servono allora tutte quelle formule imparate all'università?
Ho sognato di fare tanti colloqui di lavoro presso aziende nelle quali, alla mia richiesta di dedicarmi alla progettazione oppure alla ricerca, la controparte considerava la mia richiesta semplicemente assurda e mi chiedevo: siamo sicuri che Eiffel e Stevenson fossero ingegneri, visto che avevano il vezzo di progettare e di innovare?
Ho infine sognato che tutto questo non era un incubo, ma la realtà, e mi sono spaventato. [fonte]


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Economia Ingegneria Lavoro

permalink | inviato da il 23/9/2006 alle 9:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



21 settembre 2006

Tra il Dio incarnato e il Dio incartato

Papa Wojtyla fu indubbiamente un personaggio battagliero e a suo modo rivoluzionario, benché la specificità confessionale del suo apostolato abbia subito un notevole logoramento da sovraesposizione mediatica – specialmente durante l’ultimo lustro dello scorso pontificato – a tutto vantaggio di una percezione vagamente irenista e new age del suo carisma. Ebbene, stante anche la cronaca internazionale dell’ultima settimana, non si può proprio negare che il fascino esercitato dal suo successore sia di gran lunga superiore. Un giudizio che vede aumentare le sue proporzioni al crescere del riguardo in cui ciascuno tenga gli aspetti prettamente “intellettuali” del papato, a prescindere da come la si possa pensare nel merito delle singole indicazioni dottrinali.
Una finta a destra – l’atto d’accusa contro il laicismo e l’illuminismo “drastici” pronunciato alla Neue Messe –, uno scatto a sinistra – l’esortazione a convertirsi all’esercizio del logos rivolta ad un Islam intrinsecamente irrazionale e bellicoso – e Ratzinger spiazza senza possibilità d’appello le schiere di censori che usano decostruire tendenziosamente le sue omelie e i suoi scritti. Poveri vaticanisti di complemento, poveri laici a cottimo: la troppa foga con cui hanno affondato il colpo contro un Papa colpevole – a loro dire – di offrire una sponda al fascismo islamico mostrando di condividere con esso il disprezzo per il declino etico occidentale, ahiloro, li ha lasciati impreparati al riflesso condizionato che ha incendiato le piazze islamiche fino a non più di due giorni fa.
Gad Lerner, a quanto è dato presumere, si starà ancora mangiando le mani, dopo aver affrettatamente accusato il Papa di voler instaurare un “asse del sacro” con l’Islam in funzione antirelativista. Passata la buriana che, sul Corriere della Sera, aveva indotto i commentatori di punta a schierarsi a ranghi compatti contro Ratzinger e la sua condanna dell’umanesimo ateo, è il solo Vittorio Messori a beneficiare della sostanziale indipendenza del suo punto di vista. Lunedì scorso, con questo editoriale, Messori tornava a soffermarsi su uno dei suoi spunti di riflessione più collaudati:

 

“I cristiani della mia generazione hanno passato gran parte della vita a confrontarsi con quelli che non credevano in Dio: i comunisti. E adesso, devono confrontarsi con quelli che, in un Dio, ci credono «troppo»: i musulmani”.

 

Questo, se vogliamo, è precisamente il nocciolo di tutta la disputa antropo-teologica in corso. La tesi accreditata da Joseph Ratzinger sposa in toto una visione “complementarista” del rapporto tra Fede e Ragione. Essa, scontrandosi sia con la separazione totale perorata dai radicalsocialisti sia con la completa sovrapposizione cara ai seguaci di Maometto, preferisce assegnare alle due sfere un legame fondato sulla semplice distinzione, che peraltro ricalca la linea ideologica seguita dalla Chiesa anche nel gestire le sue relazioni con l’istituto dello Stato laico. Per quanto qui si tenda a condividere più il pessimismo espresso il giorno seguente da Angelo Panebianco che la fiducia di Messori circa la scarsa appetibilità dell’Islam presso le “quinte colonne” nostrane, è innegabile che il rigetto della partizione secca Fede/Ragione permetta di comprendere al meglio l’impianto filosofico e teologico che sottende le tanto controverse “radici cristiane d’Europa”.
Dovendo abbozzare, i critici per partito preso stanno escogitando qualche nervosa controargomentazione. Ci vorrà un po’ per rispondere a tutte, me ne perdonerete.
La prima, in verità la più acuta, sostiene che è proprio la radice pacifica dell’Islam a giustificare il progetto di esportare la libertà e la democrazia nel Grande Medio Oriente. Se il culto maomettano è violento in partenza, e dunque il terrorismo globale non ne rappresenta una virulenta degenerazione, che ci stiamo a fare in Iraq e in Afghanistan? Come avvenne già all’indomani dell’11 Settembre, quando le folle islamiche festanti innalzavano cartelloni con il volto di Bin Laden stagliato dietro le due torri in fiamme, sono le reazioni belluine delle piazze arabe a fornire l’ennesima chiamata generale di correità in mondovisione. Bruciando l’immancabile bandiera americana accanto al fantoccio del Papa, infatti, sono le stesse masse musulmane a mostrare quanta correlazione vi sia tra la politica di Bush e la riflessione del successore di Pietro. Certo, il presidente americano, ispirandosi alla filantropia protestante e al galateo diplomatico, definisce l’Islam “religione di pace” per non pregiudicare il sostegno delle classi dirigenti arabe moderate alla sua politica estera. Ma la logica formale costringe ad ammettere  che, se per aprire un’intera regione del globo alla democrazia liberale ha ritenuto necessario un intervento armato, sia lo stesso George W. Bush a considerare il mondo islamico incapace di un processo di riforma endogeno. Toccando con mano una libertà mai sperimentata prima, si spera che ogni uomo – in quanto individuo latore di un’intrinseca aspirazione alla libertà, non certo in quanto islamico – conosca la felicità di un’autorealizzazione alla quale non rinunciare più per nessuna ragione. Di nuovo, si deve riconoscere come l’occidente giudeo-ellenico-cristiano abbia prodotto l’unica civiltà della storia in grado di sottrarsi autonomamente alla barbarie e al sottosviluppo.
È dal contatto fortuito e/o isolato di alcune personalità intellettuali arabo-islamiche (in un passato più o meno remoto) con la cultura occidentale che deriva la formazione delle sparute avanguardie riformiste che tanti equivoci hanno ingenerato nell’idea della loro portata che ci si è fatti all’esterno. Il trattamento riservato agli afflati revisionisti in seno all’Islam – e siamo al secondo argomento dell’ultim’ora, quello storico – ha sempre seguito un duplice destino: emarginazione o persecuzione nel caso in cui provenissero da filosofi e intellettuali, tacito dissenso laddove a dichiararli fossero esponenti delle élite di comando (tipicamente nell’ambito della “laicità armata” sunnita). Serve a poco, in quest’ottica, descrivere la contrapposizione tra l’aristotelico Averroè e l’integralista Mohammed al-Ghazali come se si fosse trattato di un testa-a-testa o di una “rottura” di continuità: il primo, antesignano degli islamici “occidentalizzati” dall’esterno, rimase famoso soprattutto a Occidente come arabo “illuminato”, il secondo fu l’unico dei due a parlare un linguaggio comprensibile alla ummah coranica in generale e alle gerarchie religiose islamiche dell’epoca in particolare. È ugualmente mistificatorio manipolare la storia dell’islamismo attribuendo uno spirito sincero al versetto “Nessuna costrizione nelle cose di fede” (sura II, 256), considerando l’avvenuta presa della Medina alla stregua dell’avvio di una fase “prospera” – e quindi non bisognosa di opportunismi tattici – per Maometto. A tal proposito viene in aiuto un’intervista a padre Samir Khalil Samir, l’insigne islamologo autore di Cento domande sull’Islam, raccolta da Il Foglio di Giovedì scorso:

 

“Quando Maometto arriva a Medina nel 622 è una specie di profugo, non ha ancora organizzato la città, l’esercito e non ha iniziato le razzie. L’idea essenziale del Papa è che Maometto era senza potere e minacciato. La sura 2, 190-93 è mistificata nella versione di Piccardo [Hamza, presidente dell’Ucoii, NdIsmael] nella parte ‘uccideteli ovunque li incontrate’. La parola fitna non significa ‘persecuzione’ come scrive Piccardo, ma ‘sedizione’, colui che seduce con la menzogna. La fitna è peggio dell’omicidio. ‘Combatteteli finché non ci sia più fitna’, tradotto erroneamente con persecuzione. Uccideteli, mettono in dubbio la vostra fede. ‘Scirk’ indica il politeismo. Al verso 193 Maometto dice ‘combatteteli’, è presente la radice della parola araba ‘uccidere’, affinché non ci sia più politeismo. Questo è il pericolo del Corano e questo ha capito il Papa dell’Islam”.

 

Volendo insistere sulla congenita aggressività islamica, bisogna rammentare che il jihad è un obbligo per tutti i musulmani adulti, in particolare per i maschi. L’Islam conosce, infatti, due tipi di obbligo, individuale e collettivo. E il jihad è un obbligo collettivo, nel senso che tutta la comunità è tenuta a parteciparvi, se si sente in pericolo. Solo l’imam ha il diritto-dovere di proclamarlo, ma una volta che l’ha fatto tutti i musulmani maschi adulti devono aderire.
Questo è un obbligo stabilito nel Corano, che rimprovera spesso ai “tiepidi” di non fare la guerra e di rimanere a casa tranquilli, e li chiama “ipocriti”. Quest’obbligo è stato praticato sin dall’inizio da Maometto e riguarda sia la guerra difensiva sia quella offensiva. E la guerra deve essere combattuta finché l’ultimo nemico non se ne sia andato oppure sia stato ucciso.
Nel Corano, alle affermazioni di segno tollerante, risalenti alle numerose fasi di “ritirata strategica” attraversate dall’Islam degli albori, si affianca la dottrina della soggiogazione, come nel caso del famoso versetto 29 della sura della Conversione (IX): “Combattete contro quelli che non credono in Dio, né nel giorno estremo, e non considerano proibito quel che proibisce Dio e il suo apostolo e che non professano la religione della verità, ossia coloro ai quali è stato dato il Libro, finché non paghino la jizya [tributo di capitazione, NdIsmael] alla mano, con umiliazione”. Oppure il versetto 110 della sura della Famiglia di Imran (III), che si rivolge ai musulmani proclamando: “Voi siete la miglior nazione che sia stata prodotta agli uomini, voi ordinate ciò che è lodevole e proibite ciò che è riprovevole e credete in Dio, che, se la gente del Libro pure credesse, meglio sarebbe per essa, tra quelli vi sono dei credenti però la maggior parte di essi sono degli empi”; o, ancora, il versetto 51 della sura della Mensa: “O voi che credete! Non prendete gli ebrei e i cristiani come amici: essi sono amici tra di loro. Chi di voi li prende come amici vuol dire che è uno dalla loro parte. Dio non guida un popolo ingiusto”. Il che equivale a dire che la maggior parte degli ebrei e dei cristiani sono degli empi e devono perciò essere combattuti come kuffar o kafirun, come dei miscredenti. All’interno dell’abbondante – e discussa – tradizione degli hadith (i “detti” di Maometto), uno di essi attribuisce al Profeta la massima: “Sappiate che il Paradiso è sotto le ombre delle spade”.
Del resto, a poco vale rovesciare sulla cristianità la responsabilità di aver a sua volta scatenato un elevato numero di conflitti per motivi religiosi, secondo il vetusto schema dell’improbabile “parallelismo sfasato di seicento anni” tra il cammino delle due civiltà. I cristiani che, nel passato, si armarono per combattere le loro “guerre sante” non pretesero mai di averlo fatto in nome del Vangelo: lo fecero, invece, ritenendo di dover difendere la cristianità – a loro giudizio sotto attacco – oppure il loro stato nazionale o ciò che consideravano un loro diritto. Insomma, in quanto uomini appartenenti a una cultura, a una nazione, a una tradizione, non fondandosi sul Vangelo. Non dimentichiamo, ad esempio, che l’idea delle crociate si impose a seguito delle persecuzioni anticristiane intraprese dal califfo fatimide al-Hakim bi-Amr Allah (996-1021) contro le popolazioni d’Egitto e di Siria – che all’epoca comprendeva anche la Terrasanta. L’episodio più grave, che scatenò la risposta bellica della cristianità coalizzata, fu la distruzione della Basilica della Risurrezione di Gerusalemme – il Santo Sepolcro –, iniziata il 28 Settembre 1009.
La terza e ultima categoria di obiezioni alla tesi di Benedetto XVI punta le sue carte non più sui riformismi musulmani del passato, ma su quelli del presente, individuati nel carisma di alcune autorevoli figure politico-religiose impegnate a rivedere gli aspetti più retrogradi della dottrina islamica. A tal proposito si fa il nome del muftì di Istanbul, progressista a tal punto da incaricare due donne di aiutarlo nell’opera di cernita degli hadith più misogini tra quelli erroneamente attribuiti al Profeta. Uno sforzo, il suo, senz’altro generoso e commendevole, ma reso inane dalla radice coranica della misoginia islamica, che non fa dunque capo alla tradizione dei detti. Due esempi tratti dalla sura delle Donne IV, 34: “Gli uomini hanno autorità sulle donne”; “Quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiscono, allora non cercate pretesti per maltrattarle”.
L’intervento del sovrano del Marocco Mohamed VI, che ripropone la teoria del “divorzio” tra Islam e Ragione come cesura ad opera di al-Ghazali, si inscrive nel novero delle posizioni controcorrente sopportate, a livello popolare, “in tacito dissenso” per via dell’alto rango riconosciuto al loro assertore. Talora il “dissenso” di cui sopra si trasforma in ribellione sanguinaria (come in Algeria) o trova sbocco nella costituzione di gruppi politici capaci di coagulare attorno a sé il malcontento della base popolare verso classi dirigenti ritenute troppo laiche (è il caso dei Fratelli Musulmani in Egitto o di Hamas in Palestina).
Un esempio più rappresentativo della reazione musulmana agli slanci “revisionisti” – perché tratto da una circostanza in cui la risposta all’apostasia sorse da un establishment islamico compatto e agguerrito – è quello della precipitosa fuga del semiologo Nasr Hamid Abu Zayd dalla sua terra natale, l’Egitto. Secondo Abu Zayd, il messaggio divino si comunica attraverso il codice linguistico che viene utilizzato. Non si tratterebbe più, dunque, di una rivelazione letterale, ma di un’ispirazione “tradotta” in linguaggio umano, da studiare e analizzare. A causa delle sue idee, Abu Zayd è stato denunciato con l’accusa di storicizzare il Corano, negandone così l’origine divina. Nel Giugno 1995 venne condannato per blasfemia e gli ulema dell’Università di al-Azhar chiesero al governo egiziano di comminargli la pena di morte, come previsto per gli apostati. Inoltre, non essendo più stato considerato musulmano, sua moglie perse il diritto a convivere legittimamente con lui: decisero così di riparare entrambi in Olanda. Un'altra dimostrazione di come il recepimento della teologia dell’interpretazione del logos da parte delle personalità musulmane più cosmopolite e/o intellettualmente privilegiate – Abu Zayd era professore di Semiologia all’Università del Cairo, quindi molto più coinvolto nella dinamica dello scambio culturale con ambienti extra-islamici della media dei suoi connazionali – non accenda mai una scintilla di riforma da divulgare, ma solo una ridda di ritorsioni.
Per i vaticanisti “adulti”, che accusano Benedetto XVI di aver interrotto la positiva esperienza di dialogo ecumenico avviata dal suo predecessore, basti citare il seguente passo del libro-intervista che Giovanni Paolo II scrisse a due mani con Vittorio Messori, Varcare la soglia della speranza:

 

“Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso s’è compiuto. È impossibile non notare l’allontanamento da ciò che Dio ha detto di Se stesso, prima nell’Antico Testamento per mezzo dei profeti e poi in modo definitivo nel nuovo per mezzo del Suo Figlio. Tutta questa ricchezza dell’autorivelazione di Dio, che costituisce il patrimonio dell’Antico e del Nuovo Testamento, nell’islamismo è stata di fatto accantonata. Al Dio del Corano vengono dati nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Risurrezione. Viene menzionato Gesù, ma solo come profeta in preparazione dell’ultimo profeta Maometto. È ricordata anche Maria, Sua Madre verginale, ma è completamente assente il dramma della redenzione. Perciò non soltanto la teologia, ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana” [corsivi miei].

 

Il contrasto tra cristianesimo e Islam trova spiegazione anche senza ricorrere a categorie metafisiche (importantissime per sorreggere la fede, ma inutilizzabili nell’argomentazione razionale), semplicemente rammentando la diversa “missione” storica svolta dalle due rivelazioni. La prima dovette trovare la forza per coabitare con un impero e, successivamente, per sopravvivere alla sua caduta, mentre la seconda fornì il retroterra culturale più adatto a fondarne uno nuovo. E solo l’ermeneutica, unitamente all’esercizio della logica e all’attesa paziente di poter indagare l’ignoto per mezzo di essa, può aiutare a difendersi dall’invadenza di un potere monoliticamente costituito e tramandato.




18 settembre 2006

Pirati dei Caraibi - La Maledizione del Forziere Fantasma

Gli episodi mediani delle trilogie occupano una posizione scomoda e ingrata. Letteralmente sprovvisti di un inizio e di una fine, di norma servono a chiudere i conti con antagonisti secondari (come avviene con il Saruman del tolkieniano Le Due Torri), a introdurre nuovi protagonisti di rilievo nel bene o nel male (Faramir e Gollum, tanto per rimanere in tema) o ad illustrare catene di avvenimenti capaci di incidere sul profilo narrativo dei personaggi principali (Frodo da “privato cittadino” a salvatore della Terra di Mezzo).
La Maledizione della Prima Luna – capitolo battesimale della saga cinematografica di Pirati dei Caraibi, liberamente ispirata ad un’attrazione di Disneyworld – a suo tempo seppe offrire un valido campionario di tutti i maggiori difetti ricorrenti nell’odierno cinema d’intrattenimento. Ad una partenza sfavillante, seguita da quaranta minuti molto convincenti, faceva infatti da antistrofe il progressivo sfilacciamento del tessuto tramico, con conseguente sperpero di tempo e di leganti computerizzati. Risultato: una storia gradevole, che un team creativo degno di tal nome avrebbe saputo raccontare in non più di un’ora e mezza, esorbitava i centoventi minuti. Tanto, troppo.
Il sequel La Maledizione del Forziere Fantasma non fa che aggravare gli addebiti già contestati al predecessore. E il sospetto che si tratti di un risultato intenzionale aumenta esponenzialmente di fronte ai compiti essenziali del capitolo intermedio di un trittico – per come li si elencava sommariamente poc’anzi. In questo film non appare – né, quindi, viene sfidato e sconfitto – un avversario “propedeutico” allo scontro finale con il villain principale, per il semplice motivo che tale figura (il non-morto comandante della Perla Nera) è già stata messa fuori causa nel primo episodio. L’unico nuovo personaggio è il tentacolato Davy Jones, che però nella vicenda riveste il ruolo di cattivo per eccellenza – e non serve essere dotati di grandissima perspicacia per intuire dove possa andare a parare la sua caccia al capitano Sparrow, se si considera che il terzo episodio della serie aspetta solo la post-prduzione...
La caratterizzazione dei personaggi, poi, non dà luogo ad alcuna reale variante né sul piano recitativo né su quello comportamentale. Keira Knightley interpreta ancora lo stereotipo dell’eroina androgina e impertinente, che smette l’abito nuziale per affiancare l’amato in combattimento ma, all’occorrenza, non dimentica di sfruttare l’arma della seduzione a proprio vantaggio; a Orlando Bloom tocca vestire i panni del Legolas in versione golden boy caraibico; Johnny Depp è sempre il solito dinoccolato filibustiere. L’interlocutoria sceneggiatura salta di palo in frasca tra mirabolanti peripezie rimpolpate dalla computergrafica, sessioni dialogiche concentrate in pochi, verbosi blocchi di ragguaglio e fasi salienti ridotte al lumicino (sono solo due: la partita a dadi e la sequenza conclusiva).
Non mancano pregevoli idee di regia e scrittura, come la macchina da presa lasciata galleggiare tra sarcofaghi gettati a mare o solidale con il rotolamento di una ruota di mulino, oppure la messa in scena di alcuni siparietti comici (la fuga di gruppo nella gabbia globulare o lo stupore congolese dei pirati chiamati a disfarsi della provvista di rhum), ma il loro contributo all’economia della narrazione non va mai oltre il semplice leziosismo ornamentale. Senza contare, inoltre, che qua e là fanno capolino alcune gag estremamente manierate – Bloom in ambasce mentre rovista nei tentacoli dell’appisolato Davy Jones – o fuori luogo – le allusioni cartoonesche sull’isola dei cannibali.
Certo, l’ingente budget messo a disposizione da sua maestà Jerry Bruckheimer si vede tutto. Gli effetti speciali plasmano ibridi umano-ittici assolutamente rivoltanti, molto ben integrati anche nelle scene in diurna. E poi scoppi, naufragi, duelli acrobatici. L’impressione è che si sia voluto giocare il richiamo di questo episodio di transizione sulla familiarità delle ambientazioni e sull’attrattiva ludica di un giocattolone brevettato, proprio come avviene per una giostra di Luna Park.
La dozzinale colonna sonora di Hans Zimmer – come da consumata abitudine, composta a tavolino pescando da un archivio informatico di clichè sinfonici imparaticci – completa il quadro. Visto e considerato che gli incassi di questo film hanno superato il miliardo di dollari già la settimana scorsa, per il terzo episodio si prospetta uno standard qualitativo in linea con il gradimento espresso dal pubblico.

Sullo stesso film: Gli Spietati, Colinmckenzie




16 settembre 2006

Telecomgate, Prodi poteva non sapere. Non è la prima volta

“Essere isolati non rende nulla”, dichiara Romano Prodi in conferenza stampa dalla Cina. Il Presidente del Consiglio, molto comprensibilmente, a latere della trasferta asiatica da lui guidata preferisce menar vanto della sensazionale lungimiranza con cui avrebbe concepito la sua strategia commerciale “sinofila”, anziché elaborare una linea difensiva appena decente per respingere le accuse di falso ideologico che gli stanno piovendo addosso.
Di sicuro, il virgolettato prodiano di cui sopra riassume in esergo la cifra più profonda del cursus vitae sin qui condotto dal professore bolognese. All’affettata bonomia del personaggio, in effetti, si abbina la spiccata propensione per l’allestimento di fitte reti di cointeressenze con il reparto economico-industriale – dote che ha favorito in modo determinante la sua irresistibile ascesa. Al talento per la connivenza si uniscono inoltre una discrezione ed un tatto assoluti nel mantenere occulto e poco controllabile il suo coté finanziario di riferimento. Praticamente una dirittura all'opposto diametrale rispetto a quella di Berlusconi, mandatario di referenti ingombranti e protagonista di un conflitto d’interessi palese oltre ogni dire.
La carriera di Borborigma come Gran Commis dell’intendenza democristiana è ricca di spunti poco commendevoli. All’Iri dal 1982 al 1989 – guarda caso, gli stessi sette anni di reggenza demitiana della DC –, al termine del mandato omette di contabilizzare il disavanzo patrimoniale della siderurgia (3000 miliardi di vecchie lire) in base ad una scappatoia statutaria e arriva a proclamarsi artefice di un risanamento dell’Istituto pari a 1263 miliardi di utile. Nel 1989, con l’incarico in scadenza e con De Mita in declino a tutto vantaggio del triangolo Craxi-Andreotti-Forlani, tenta di entrare nelle grazie del Divo Giulio svendendo la Cassa di Risparmio di Roma all’andreottiano Cesare Geronzi. L’operazione, avviata senza nemmeno procedere ad una perizia estimativa preliminare, si meriterà un’interrogazione parlamentare firmata – tra gli altri – da Franco Bassanini e Vincenzo Visco: quando si dice l’ironia del destino. Nomisma, il centro studi facente capo a Prodi, è da sempre crocevia dei più svariati affarismi: dalla casa editrice Il Mulino alle ricerche immobiliari di Gualtiero Tamburini (cugino d’un celebre salumiere bolognese), dalla compartecipazione del fu Raul Gardini alle plurimiliardarie consulenze sull’Alta Velocità mietute nel ’92. Di nuovo all’Iri, nel 1994 privatizza in blocco Credit e Comit, permettendo a MedioBanca di imporsi come attore dominante nella campagna per l’acquisto delle due banche. Solo in seguito si scoperse che il collocamento di Credit sul mercato azionario era stato appaltato in via informale a Goldman Sachs. Romano Prodi si difese affermando che, quando si era riunito il consiglio di amministrazione dell’Iri per affidare l’incarico alla Goldman Sachs, lui era uscito (per ulteriori approfondimenti sulla “Prodeide” andate qui o leggete questo post di Paolo Della Sala).
Ma non è tutto. Per completare il quadro, occorrerà ricordare che l’accusa di abuso d’ufficio irrogata a Prodi in ordine alla cessione di SME – altro pezzo pregiato nella galleria di privatizzazioni truccate che pesano sul curriculum del Professore – cadde solo grazie all’approvazione di una legge ad personam scritta nel 1997 da Giovanni Maria Flick, avvocato di fiducia appositamente nominato Guardasigilli. Poi vi sarebbe lo scandalo Eurostat, verificatosi quando l’attuale premier presiedeva la Commissione Europea: a fronte di un rilevante episodio di peculato (un ammanco di 900 mila Euri dalle casse dell’ufficio statistico europeo), Prodi chiarì di non essere mai venuto a conoscenza delle irregolarità – segnatamente contestate non a qualche faccendiere di passaggio, ma a due dirigenti di primo piano.
Evitiamo di tirare tardi ulteriormente. Basti dire che, dopo un cinquantennio di sapiente lavorio al servizio di quel cronicario per lungodegenti che furono le Partecipazioni Statali, Romano Prodi divenne specialista nel compravendere il patrimonio industriale dello stato allo scopo di servire gli interessi particolari di questo o quel maggiorente. E - contestualmente - nel negare recisamente ogni addebito.
Apro una doverosa parentesi. Se mai dovessi indicare un obiettivo enunciato con chiarezza tra le 280 pagine di sgrammaticature, luoghi comuni e preterizioni di cui si compone il programma di governo dell’Unione (vedi anche il dorso di questo blog alla voce “Per il bene dell’Italia”), quello riguarderebbe senza dubbio la linea d’indirizzo ivi adottata per pianificare la gestione delle infrastrutture di rete. Essa prevede sempre e comunque la nazionalizzazione di queste ultime, nel caso finalizzata ad un approvvigionamento di risorse sovrabbondante rispetto alla domanda: lo scopo, peraltro storicamente mai raggiunto tramite l’intervento diretto della mano pubblica, è di spezzare i monopoli bilaterali di produzione e distribuzione. Per esempio, a pag. 130 del documento si legge: “Nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica. Nel settore cruciale dell’acqua dovranno essere assunti criteri di massima sensibilità [...]. In questo caso la distinzione tra rete e servizio e più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. E poi, a pag. 142: “Sicurezza di approvvigionamento e maggiore concorrenza richiedono per un verso che si rafforzi la rete interna e, per altro verso, che le società che gestiscono la rete di trasporto siano separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche”.
Estendendo questa piattaforma d’intenti anche al settore delle comunicazioni, il progetto di ristrutturazione “artigianale” – ancorché inoltrato su carta intestata della Presidenza del Consiglio dei Ministri – di Telecom Italia furtivamente recapitato a Marco Tronchetti Provera rientrerebbe di tutta coerenza in un disegno politico ad ampio raggio. Autore della velina, manco a dirlo circolata all’insaputa di Romano Prodi, è il reo confesso Angelo Rovati, consulente e fund raiser del Professore. In luogo dello scorporo della rete fissa di Telecom e di Tim in vista di un’alleanza multimediale con Rupert Murdoch, l’entourage del Primo Ministro preme sull’indebitato Tronchetti per una meno pretenziosa dismissione della sola rete telefonica, con conseguente transito della medesima - coi suoi 9 miliardi di valore - per la Cassa Depositi e Prestiti. Ultima tappa, una bella rivendita monotranche del pacchetto ad una platea di acquirenti giocoforza molto selezionata, come ai vecchi tempi. Nel frattempo, la libertà di movimento di Tronchetti Provera – attualmente zavorrata da 40 miliardi di passivo – si manterrebbe su livelli tali da non impensierire la cerchia prodiana nel suo lento ma inesorabile assalto al troncone “mielista” del patto di sindacato che controlla Rizzoli-Corriere della Sera. Ma Prodi non ne sapeva nulla.
Ora, senza voler conferire al sospetto della sua complicità in questa vicenda nulla più che il rango di semplice illazione – specie dopo aver lungamente rifiutato la logica perversa insita nella formula del “non poteva non sapere”, cioè quella mostruosità applicata per anni alla corrida giudiziaria contro Silvio Berlusconi –, è necessario mantenere una qualche equanimità di giudizio sul profilo biografico delle due personalità che, tra alterne fortune, hanno segnato l’avvento del bipolarismo in Italia. Il Cavaliere, non va dimenticato, è pur sempre al centro di un quadro processuale che getta un’ombra assai poco edificante sul suo passato imprenditoriale. È noto che anni fa, durante un’ispezione della Guardia di Finanza nella sede di Fininvest, Berlusconi si sia nascosto in un sottoscala fingendosi ragioniere, pur di sfuggire alle fiamme gialle. Eppure Prodi, dal canto suo, è la stessa persona che, in un saggio del ’92 intitolato Il tempo delle scelte. Lezioni di economia, scriveva: “Nella democrazia una regola non scritta molto importante è quella della separazione del potere politico dal potere economico. Quando fra questi due poteri si crea un corto circuito non c’è democrazia”.
Negli Stati Uniti, nazione sede di una mentalità e di una concezione morale lontanissime dalle nostre, basta aver raccontato una bugia alla maestra d’asilo per mettere a rischio vita natural durante un eventuale statuto di “personaggio pubblico”. Di là da ogni presunzione di innocenza, in Italia ci accontenteremmo di una via di mezzo.

Round-up: Jim Momo, Le Guerre Civili, A Conservative Mind.




14 settembre 2006

La semplicità del Papa

È illusorio credere di poter fendere con qualche speranza di riuscita la dialettica tra opposti fariseismi che contrappone clericali e anticlericali. Impossibile dialogare proficuamente se, nel contempo, si alimenta l’ottica delle partizioni ideologiche nette, che si ripropone ogniqualvolta due o più tribù orgogliosamente asserragliate in complessi di convincimenti inconciliabili tra loro entrano in rotta di collisione.
La copertura del viaggio papale in Germania offerta dagli inflessibili organi di stampa autoproclamatisi guardiani della laicità – e, di conserva, dal loro bersaglio prediletto, ossia quel Marcello Pera che per poco non fregava anche me – non fa che confermare l’esistenza di un profondo deficit di rappresentazione della realtà da parte dei media. Da un lato emerge la sensibilità di quanti, vedendo sempre nel magistero pastorale petrino un ripetitore di istanze meramente politiche, ribadiscono acidi l’aconfessionalità dello stato e, dall’altro, quella di chi, di nuovo scambiando le omelie per comizi camuffati, punta a scongiurare il crollo della civiltà occidentale lavorando ad un machiavellico recupero di convergenza semantica dei termini “peccato” e “reato”. Le posizioni intermedie rispetto ai due estremi così esemplificati forse non fanno notizia ma, stando anche ai risultati elettorali raccolti dalle formazioni che fidelizzano maggiormente sui temi etici e valoriali, sono di gran lunga maggioritarie.
Della lunga omelia pronunciata domenica scorsa da Benedetto XVI a Monaco, il dibattito di massa ha salvato solo il seguente estratto:

 

“Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell'Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare [beibringen, ma sembra che il Papa abbia invece usato un verbo più prossimo al senso di imporre, aufdraengen - NdIsmael] anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l'altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio”.

 

Sul Corriere della Sera, Magdi Allam ha rimproverato al Papa di non aver compreso l’11 Settembre, rischiando addirittura di essere strumentalizzato dai “predicatori dell’odio”; Lucio Villari lo ha accusato di sminuire il valore dell’Illuminismo; infine Vittorio Messori gli ha rammentato che la radice della “ostilità anticristiana” islamica “fu tanto più viva, quanto più l’Occidente si ispirava al Vangelo”. L’umoralista Michele Serra ha poi rincarato la dose, canzonando i cosiddetti “teocon” per il contropiede subito: volevano farsi subappaltare dal clero l’evangelizzazione di un Occidente giudaico-cristiano suo malgrado (e perciò sotto attacco fondamentalista), ma si scoprono immersi nella suburra come tutti gli altri. I volponi de Il Foglio hanno proposto un’esegesi alternativa:

 

“[Quella del Papa] era l’omelia domenicale a commento dell’episodio evangelico del sordomuto che Gesù guarisce con la parola «Effatà», apriti, e il richiamo ad «aprirsi a Dio» era rivolto innanzitutto ai fedeli tedeschi e ai loro pastori. Richiamo molto concreto: «Qualche vescovo africano mi dice: ‘Se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve’». Insomma Ratzinger stava criticando i vescovi tedeschi forti e anzi grandiosi nelle politiche sociali ma sordastri al primato dell’evangelizzazione: «L’evangelizzazione deve avere la precedenza, il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto e amato, deve convertire i cuori... Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche, là portiamo troppo poco». In questo contesto si inserisce la puntualizzazione sulle «popolazioni dell’Africa e dell’Asia» (l’islam non è citato)”.

 

La lettura fogliante del monito papale presenta alcuni elementi di indubbio rilievo. Innanzitutto, perché prende in considerazione ulteriori testuali frammenti della prolusione di Benedetto XVI. In secondo luogo, perché – in parte – aiuta a capire il motivo dell’intenso fuoco di fila laico partito per l’occasione: per i professionisti dell’anticlericalismo militante e del cattolicesimo “adulto”, infatti, la prospettiva dell’aggiunta di lievito etico e morale all’azione solidaristica svolta dalle strutture assistenziali controllate dalla Chiesa è uno dei peggiori spauracchi.
Tuttavia non è possibile ignorare come il discorso del Papa, in questo come in altri casi, ruoti attorno a tematiche più ampie, che coinvolgono l’impegno nell’opporsi all’esclusione “totale” di Dio dalla sfera razionale, il timore verso una libertà che consente il “dileggio del sacro” ed “eleva l'utilità a supremo criterio” e il rifiuto di un’interpretazione “drastica” dell’Illuminismo e del laicismo.
Jospeh Ratzinger, con la sua abitudine di accompagnare la complessità concettuale della lectio con l’utilizzo di un linguaggio accessibile a tutti, presta (deliberatamente?) il fianco all’accusa di semplicismo e di ingenuità da parte delle élite intellettuali. Del resto mi sembra normale che un prelato, per elevata che possa essere la sua posizione nella piramide gerarchica, si curi più di rendersi facilmente comprensibile al vasto popolo dei suoi fedeli che di sfidare con adeguata dovizia di erudizione la ristretta platea dei dotti, peraltro ostile allo spirito religioso nella stragrande maggioranza dei casi.
Se si limita a provocare qualche sbadiglio l’accusa di “intelligenza col fanatismo” – lanciata per colmo di contraddizione proprio da quanti deridono l’esortazione pontificia a vivere la fede in modo pacifico e amorevole –, è invece più interessante tornare nuovamente sul nesso causativo che collega storicamente e filosoficamente il sottofondo culturale greco-romano e giudaico-cristiano ai costumi pluralisti dell’Occidente moderno. Messori, nel suo editoriale, si avvicina molto all’iter argomentativo più adatto a sviscerare la questione; omettendo però di percorrerlo sino in fondo, non si capisce se per la scontata evidenza attribuita alle conclusioni o per rispettare la linea critica seguita dal Corriere per l’occasione – ma, di sicuro, non per ignoranza: il suo Ipotesi su Gesù fornisce da quasi trent’anni un’autentica miniera di pezze d’appoggio ai sostenitori di certe peculiarità del giudeo-cristianesimo. Il cristianesimo possiede effettivamente una «elasticità» e una «capacità genetica di adattamento» all’esercizio dell’ermeneutica e alla ricezione dei cambiamenti storici «che manca del tutto all'islamismo», e poco importa che l’“abbraccio mortale” tra potere costituito e autorità religiosa – strettosi quasi sempre su iniziativa dei tenti Cesari in cerca di consacrazione – sia stato sciolto nel sangue. Il nocciolo del discorso sta non solo nella capacità del cristianesimo di sopravvivere alla secolarizzazione e, anzi, di trarne purificazione cultuale, ma anche di suscitarla esso stesso attraverso la dialettica scolastica (nel Medio Evo), umanistica (nel Rinascimento), interconfessionale (con la Riforma) e storicistica (da oltre duecent’anni a questa parte). Nulla di ciò che si è detto, pensato o praticato “dopo Cristo” ha più potuto prescindere dall’annuncio evangelico. Lo stesso Illuminismo non fa che secolarizzare la stessa concezione lineare del tempo che contraddistingue il giudeo-cristianesimo; mentre il marxismo presenta numerose stigmate dell’eresia millenarista. Il liberalismo, poi, potrebbe efficacemente sunteggiarsi nel monito “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
In molti sembrano ignorare che l’ebraismo e il cristianesimo sono credenze “laiche” alla radice e che, in origine, ricoprirono la funzione storica di scardinare i sistemi politici e sociali fioriti sulle credenze sacrali e spiritistiche alla base del paganesimo. Addirittura (affermazione blasfema non solo per le antiche religioni, ma ancora oggi per i musulmani) gli antichi mistici ebrei giungono a dire che “Dio ha bisogno dell’uomo, come l’uomo di Dio”. E la meditazione giudaica sulla Scrittura si spinge fino ad attribuire a Giacobbe queste parole: “Come tu sei Dio nelle sfere superiori, così io lo sono nelle inferiori” (Ber. Rabbà).
Ancora, nessuno ci fa molto caso, ma la gran parte dei terroristi islamici assurti agli onori (o, meglio, ai disonori) delle cronache proviene da un particolare tipo di ambiente universitario occidentale: il politecnico. È ingegnere Bin Laden, così come lo erano Arafat e Mohammed Atta. Lo scandalo di un Dio absconditus e sottoposto a leggi fisiche universali, onnipotente nel senso che può fare tutto quello che si può fare, è insopportabile per il monismo islamico. Il progresso e il cambiamento – purché siano vissuti come necessità e non come volontà positive da idolatrare – sono perciò alle fondamenta dell’odierna società occidentale, anche nelle sue epifanie atee e postumane – giacché il pesce può ribellarsi al corso del fiume, ma rimane sempre nelle sue acque.
Ecco perché il costume occidentale è sorretto dalla morale cristiana anche quando esibisce lascivia e decadenza: noi uomini non pretendiamo di sbirciare furtivamente il disegno della Provvidenza e di imporlo agli altri, il Dio degli ebrei e dei cristiani rispetta la nostra libertà e non agisce direttamente nella Storia. Difficile che un musulmano possa accettare questo tacito accordo di non ingerenza reciproca.

Su Pera, Occidente e cristianità ho scritto anche qui e qui.




12 settembre 2006

Propaganda welfare

Non che io tenga in grandissima considerazione Filippo Facci (i soggetti intellettualmente e/o politicamente ambidestri, con la prosopopea da “liberi battitori problematici” che normalmente li contraddistingue, mi causano intense orchialgie), anche se lo ritengo dotato di una grande bravura nello scrivere. Ad ogni modo, trovo il seguente corsivo – pubblicato su Il Giornale del 7 Settembre e poi ripreso dal “Foglio dei Fogli” di ieri – condivisibile dalla prima all’ultima riga.

In soldoni, Bruxelles ci informa che la crescita italiana dovrebbe attestarsi all’1,7 per cento (assai più del previsto) e spiega che questo è dovuto a una sensibile crescita della domanda interna, o meglio «a un significativo contributo dei consumi privati». Ciò significa, nel paese in cui tutto si può dire rimanendo impuniti, che: 1) Avevano torto i Tg3 e i Ballarò e i vari Consumatori che negli ultimi due anni hanno denunciato uno spaventoso calo dei consumi; 2) Aveva torto l’Eurispes che denunciava la stessa cosa soffermandosi in particolare su un già smentito aumento della povertà; 3) Aveva torto l’Economist, santificato da sinistra, secondo il quale «Gli italiani stanno riducendo le proprie vacanze, stanno rinviando l’acquisto di una nuova auto o di un completo, gli incassi dei supermercati crollano attorno alla quarta settimana»; 4) Aveva ragione il Censis nel dire che l’Economist diceva sciocchezze e che la ripresa era in atto; 5) Aveva torto Vincenzo Visco nel dire che «il Censis vede il bicchiere mezzo vuoto, ma per l’Economist è vuoto del tutto»; 6) Aveva ovviamente torto Giovanni Floris (che è anche peggio di Santoro) in quelle due vergognose puntate pre-elettorali titolate «Perché l’Italia non cresce più» e «Quale eredità lasceranno Berlusconi e Tremonti sulle tasche degli italiani». L’eredità: eccola.

                                              Filippo Facci

Tutto vero, naturalmente – anche se mi immagino già contro obiezioni su misura del tipo “e se avesse torto Bruxelles?”, magari da parte di qualche sacerdote dell’europeismo. Dopodiché la polemica sbrigativa non risolve la difficoltà che il centro-centrodestra sconta nel comunicare il buono che ha saputo fare in periodi difficili contro l’ordinaria amministrazione, spacciata puntualmente per “grande politica” sulla ribalta mediatica, condotta dal centrosinistra-sinistra in momenti ultra-favorevoli. Com’è noto, Napoleone preferiva i generali fortunati a quelli capaci: piangere sui disgraziati cicli storico-economici capitati in sorte alla Cdl è da mezze calzette, oltre ad essere un atteggiamento imbattibile nel procacciare fama di iettatore a chiunque vi si cimenti.
Tutti gli schieramenti politici hanno gioco a enfatizzare le calamità verificatesi sotto l’azione di maggioranze avversarie – anche quando poco o nulla hanno a che fare con la loro negligenza: si pensi anche alla strumentalizzazione berlusconiana del terremoto in Umbria e nelle Marche – e a minimizzare invece i buoni risultati ottenuti dai rivali, di solito attribuendoli a “congiunture favorevoli”. Ma il martellamento pauperista scatenato dalla stampa di sinistra durante la seconda metà della scorsa legislatura, nell’ambito del  consueto teatrino delle meschinità, non ha precedenti – specie se si tiene presente che la propaganda antiberlusconiana denuncia da anni lo strapotere informativo di Sua Emittenza. Dei tanti buoni consigli che giungono alla dirigenza forzitaliota in questi giorni di brainstorming umbro, allora, forse l’esortazione a mettere da parte i timori reverenziali nei confronti della presunta mancanza di equilibrio che deriverebbe dallo status di stipendiato Fininvest può rivelarsi decisiva.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Economia Mediocrazia Filippo Facci

permalink | inviato da il 12/9/2006 alle 9:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



11 settembre 2006

Com'era il mondo

La strada senza uscita, vista attraverso l’ampia porta finestra spalancata sulla terrazza che dà sul giardinetto di transito, cela allo sguardo la brusca curva posta all’imbocco dello slargo con spartitraffico centrale che, come una rotatoria, all’occorrenza consente alle automobili di fare dietrofront. Esco a prendere un po’ d’aria. Mi appoggio alla balaustra di ferro battuto, con i suoi riccioli allineati appena sotto il corrimano; lungo le curvature la vernice esibisce alcune bolle di vecchiaia. Con gli anni, lo sforzo di mordenzare il metallo dev’essersi fatto insostenibile. Da quel posto di vista la viuzza appare come un ago piegato di netto, con la cruna distesa da qualche parte oltre la mia siepe di cinta e la recinzione frondosa del dirimpettaio. Alla sinistra, abbandonata la linea del marciapiede, si intravedono la fila di ciliegi in fondo al campo giochi e la villa bianca affacciata sulla curva. Il sole sta arrivando a lambire la terrazza; tempo un paio d’ore, e quello che di mattina è un piccolo angolo d’ombra rinfrescante diverrà ricettacolo degli ultimi ostinati fulgori estivi. Rientro, chiudo e accendo il condizionatore, sia benedetto in eterno chi l’ha inventato.
Sul tavolone del soggiorno mi attende un coacervo di fogliame inchiostrato, fortificato sul lato interno entro una linea di libri, di fotocopie e di dispense. Di pomeriggio tocca agli esercizi, che da soli coprono più della metà del programma di Scienza delle Costruzioni. Manca una settimana precisa all’esame. Il professore è morto di infarto mentre viaggiava in aereo, ovvero mentre era pressoché impossibile fornirgli un soccorso più sofisticato della semplice respirazione bocca a bocca intervallata da massaggio cardiaco. Non che fosse precisamente un caro amico, ma un po’ di compassione sgorga da sé. Per giunta, senza di lui, quei tangheri degli assistenti avranno ancor più carta bianca del solito nello schierare il loro sanguinario plotone d’esecuzione. Mi sale uno sbocco di adrenalina dai reni. Questa materia rappresenta il nucleo fondamentale dell’ingegneria teorica; tutte le nozioni di matematica e fisica accumulate nei due anni precedenti convergono sullo sterminato scibile che presiede all’analisi strutturale – se di sistemi statici o dinamici, dipende dal corso di laurea. È affascinante – ed estremamente ostico – entrare progressivamente nella mentalità che permette di applicare un modello numerico e geometrico ad un progetto di trasformazione conservativa e ripetibile del reale. Il divario con le scienze descrittive, che rendono conto di fenomeni che preesistono alla loro osservazione e formalizzazione, è enorme. Ho sotto gli occhi un telaio piano a tre gradi di iperstaticità interna, esternamente isostatico e soggetto ad un carico uniformemente distribuito sul corrente superiore. Occorrono un’analisi cinematica preliminare e il calcolo delle incognite con il principio dei lavori virtuali. Dovrei risolvere tutto in meno di un’ora, stando a quanto prescritto in sede d’esame, ma faccio ancora una gran fatica a rispettare questo limite. Chi tarda a consegnare – sempre che non sia già a colloquio diretto con la commissione d’esame – riceve al posto la visita di un assistente che, a suon di solleciti ed esagitate obiezioni all’elaborato, spinge quasi sempre l’iter della verifica verso sviluppi decisamente tristi. Sento una fitta al torace. Squilla il telefono.
– Accendi la televisione. Qui la gente dice di esplosioni dentro il World Trade Center.
È mia madre, chiama dallo studio.
– Come nel ’93? Ancora?
– Sembrerebbe. Da’ un’occhiata.
In TV passa a reti praticamente unificate l’immagine di un cupo pennacchio di fumo che fuoriesce da un’affilata incisione praticata sul fianco di una delle due torri. Dalle finestre posizionate ai piani superiori al livello dell’incendio, alcune persone agitano disperatamente dei fazzoletti. Stando alle notizie che si accavallano convulsamente, quello sfacelo sembra in qualche modo dovuto ad un incidente aereo.
– È stato un aereo, ci si è schiantato contro. Non si capisce bene se per sbaglio o no.
– Che tipo di aereo?
– Non saprei proprio. Non dev’essere successo da molto.
Ad un tratto, dalla destra del teleschermo irrompe la sagoma nera di un velivolo. Dritta come un missile, si conficca obliquamente nel corpo del secondo grattacielo. Immediatamente, dal lato opposto dell’edificio, si sprigiona un globo fiammeggiante e schizzano detriti incandescenti.
– Un altro! Un altro aereo! Sull’altra torre!
– Come, ancora?
– Sì, sì, ancora!
– Ma che aereo era?
– Non lo so, ma non piccolo. Per niente.
Rimango in silenzio con il cordless all’orecchio, in contatto solo con il respiro della mamma. In televisione scorre un nugolo di caotici sottopancia. Su ambo i lati dell’Atlantico, gli operatori dell’informazione sembrano incapaci di far fronte in buon ordine al susseguirsi degli avvenimenti.
– Bush ha parlato. Lui e Cheney stanno per essere evacuati in due rifugi diversi.
– E tua cugina? Tua cugina dov’è?
– Non lo so, che discorsi sono, di sicuro non lavora lì...oddio, aspetta!
– Cosa?
– Il Pentagono, hanno preso anche il Pentagono..!
– Adesso? Ma chi l’ha detto?
– Adesso, adesso, lo dicono dall’America!
Decidiamo di chiudere la telefonata poco dopo, impossibile dialogare lucidamente. Nel giro di una quarantina di minuti, si apprende che un quarto aereo è precipitato in Pennsylvania, in aperta campagna. Lì per lì tutti i commentatori ventilano l’ipotesi che fosse diretto verso Camp David, prima – forse – di essere abbattuto da un caccia. Sopra il fumo nero inastato sulle due torri, frattanto, c’è chi si butta di sotto per sfuggire alle fiamme, chissà se alla ricerca di un paio di braccia coraggiose abbastanza da cercare di attutire una caduta libera di quasi mezzo chilometro.
Quando la volta celeste frana sul coronamento della torre Nord, la riserva di stupore ha toccato il fondo, cedendo il passo ad un’insolita afasia. L’apocalittico spettacolo dell’implosione di un secolo lungo, troppo lungo, esibisce le stigmate di una catarsi in mondovisione. L’illusione di poter ormai volare sopra le nubi della storia guerreggiata rovina a terra sollevando un gigantesco pulvinare d’amianto. Di tutte le voci, solo una può parlarmi con rassicurante freddezza.
– Pronto, papà?
– ...
– Perché il piano fratturato non ha fatto arco? Erano sbagliati i calcoli..?
– Non era una frattura di piano debole. Non si può presidiare una costruzione da eventi del genere. Non esistono parametri di riferimento o coefficienti di sicurezza da quantificare, in casi simili...
Torna il silenzio, gli occhi cadono su tutte quelle equazioni di equilibrio e integrali di linea, su tutti quei calcoli tanto sudati – per un telaio. Un telaio! Quanti gradi di iperstaticità avranno contato, le twin towers? Migliaia? L’impotenza e la frustrazione prendono il sopravvento, mentre le ingenue fantasie sull’indistruttibilità delle opere d’ingegno crollano a loro volta. Il futuro si preannuncia carico di sogni in frantumi.

Questi, in libera cronologia e con qualche omissione per quanto riguarda le imprecazioni, i miei ricordi dei fatti di cinque anni fa. Non mi entusiasma granché partecipare della molta (troppa) retorica che segna il contributo della blogosfera alle commemorazioni obbligate. Ma, essendo il mio primo anno di attività, l’11 settembre non poteva assolutamente mancare dal novero degli appuntamenti comandati – per onorare i quali, in futuro, rimanderò a quanto scritto quest’anno.
Per la cronaca: l’esame andò bene, anche se rovinai il voto a causa del secondo tema sottopostomi, che trattava di un argomento del quale ignoravo bellamente l’esistenza. Prima di dare il via ai colloqui, il presidente provvisorio della commissione d’esame invitò l’aula ad osservare un minuto di silenzio. Per ricordare il defunto professore, mica per altro.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Ingegneria 11 Settembre Apologie

permalink | inviato da il 11/9/2006 alle 9:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa



8 settembre 2006

8 Settembre, festa degli ondivaghi

È noto che Malvino non ama il contraddittorio in tempo reale. Riflessiva e ricercata, la nota blogstar radicale non si trova a suo agio col botta e risposta: troppo rozzo. Anche perché, obiettivamente, se confrontato con le sontuose invenzioni linguistiche tramite cui – una volta su trenta – i suoi post sanno coniugare forma impeccabile e contenuto sostanzioso, qualunque messaggio di risposta improvvisato si riduce ad eguagliare lo spessore letterario delle dediche scolpite sui muri dei cessi pubblici. Il narcisismo dell’uomo fa il resto; dopotutto bisogna pur tener conto che Malvino, per sbucciare una mela, accosta la lama del coltello alla superficie del frutto e poi attende che sia il mondo intero a ruotargli attorno. Figurarsi dunque quanto può impressionarlo una volata di commenti raccogliticci.
Per una volta, tuttavia, tenere aperta la buca delle lettere gli ha detto bene, offrendogli il destro per cavarsi d’un vecchio impiccio inerente i suoi rapporti d’amorosi sensi con Il Foglio pre-Legge 40. Tutto parte dal post significativamente intitolato La coerenza di Pietro, un apodittico tentativo di capovolgere il senso di un vecchio pronunciamento papale ostile alla stampa saldando a ciascuna parola di quest’ultimo un link ad altrettante testate clericaleggianti. Poi compare un tal “gloria funeraria”, che mette giù tre righe impertinenti:

 

“Manca il Foglio. Non l'avrai dimenticato, vero? Dopo aver tentato per sette anni di farti assumere dal Foglio (cosa che ti è costata una letterina mielosa al giorno), non puoi dimenticarlo così spudoratamente”.

 

Al che il titolare non può esimersi – sbuffando quanto, possiamo solo immaginarcelo – da una pepata autodifesa:

 

“Ho già un lavoro e mi fa guadagnare dalle 4 alle 7 volte in più di ciò che guadagna un redattore del Foglio. E poi non scriverei mai per giornali di cui non condivido la linea. E poi l'80% delle mie lettere al Foglio erano polemiche verso terzi, non compiacenti per secondi. E poi 'sta stronzata l'ho già sentita tante volte che manco ho più voglia di mandare a cagare chi la ripete.
Anzi, aspetta, no, un po' di voglia me n'è rimasta: va' a cagare, va'”.

 

Maestro di diversivi retorici, Malvino gioca – volutamente? – la sua prima obiezione sull’equivoco tra reddito sostitutivo e reddito aggiuntivo. Tanto più che, a giudicare dalla prolificità con cui blogga, il tempo speso a scrivere di sicuro non deve sovrapporsi agli orari di lavoro del Nostro. Trasformare un hobby extra-lavorativo in una seconda occupazione retribuita, lo confesso, è una prospettiva che alletterebbe pure me.
Ma quel giorno ci doveva essere un raduno di cazzari insolenti proprio su quel blog, perché poi si fa avanti un talaltro “Vexata Quaestio”, anch’egli col piglio da provocatore:

 

“La frase "E poi non scriverei mai per giornali di cui non condivido la linea". non vale nulla. Gloria Funeraria fa riferimento al periodo in cui condividevi la linea del Foglio e la condividevi così tanto che leccavi il culo a Ferrara quotidianamente o quasi. Dici che è una stronzata. Bene. Forse è il caso di aprire un blog e di ripubblicare tutte le tue letterine...”

 

E Malvino, di rimando:

 

“La linea del Foglio, ai tempi in cui mandavo le mie letterine (tutto è durato due anni, non sette), non era teocon. Era quella che appoggiava, sosteneva e promuoveva battaglie liberali e garantiste. A quei tempi, tanto per intenderci, il Foglio era il giornale sul quale scrivevano Mattia Feltri, Maria Giovanna Maglie, Oscar Giannino, Emanuele Ottolenghi, ecc. - tutta brava gente scappata via a gambe levate appena al signor direttore, al finale dei suoi ricorrenti avvitamenti autodistruttivi, è venuta l'andropausa intellettuale e la divorante nostalgia degli anni '50. Non c'è nulla delle mie 198 letterine al Foglio che non potrei sottoscrivere anche oggi, senza alcun problema. Le ultime, poi, erano in franca polemica con quello che il Foglio stava diventando o - meglio - era già diventato. Ne trascrivo qua sotto due o tre”.

 

E giù con un generoso copincolla di missive, tutte doviziosamente percorse da un rigore ghibellino di stretta coerenza con la linea ideologica sposata dal dott. Castaldi in questi due anni e mezzo di blogging. Prendiamone una a modello, via:

 

“Al direttore - Sarò breve, perché ho come la sensazione che le sia gradita solo la prolissità dei monsignori. Mi pare che anche stavolta in lei ritorni prepotente l'urgenza di una teologia senza Dio, del ribadire valori apparentemente tetragoni, ma ormai forti di mera suggestione tautologica. Se ridurre la realtà a interpretazione ci porta dritti dritti al gaio nichilismo, fornisca di grazia le chiavi di decriptazione univoca dell'universo. Il Libro? Non le conviene, si fidi. Qualche metafisica dei costumi che si faccia ginocchioni tutta Via della Conciliazione? Le conviene ancor meno, ci pensi. "Morto Dio, tutto è lecito", a farne le spese è il mondo in sé, posso anche essere d'accordo. Ma dopo averLo creato e ucciso, ora vuole resuscitarLo? Con l'aiuto di chi l'ha rinnegato tre volte? Possibile che tutta la sua filosofia non sappia inventarsi null'altro che il presto riparare in cattedrale all'arrivo del fulmine, che non è detto peraltro ci fulmini, che non è detto peraltro sia ormai solo tuono? Davvero non c'è nient'altro? Prendiamo pure Schopenauer a calci in culo, le do una mano, anzi un piede. Ma dopo, per piacere, non andiamocene a vantarci in sagrestia, tutti brilli del vinello annacquato del suo oste felsineo. Non mi faccia, per scoramento e stanchezza, la stessa fine di Papini. Cordialmente,

Luigi Castaldi, Napoli”

 

Peccato che tutta la fetta di carteggio addotta da Malvino a suo discarico sia un pochino troppo recente, per essere considerata una prova soddisfacente di quella “coerenza” che tanto fa dannare Pietro e i suoi eredi. La prossimità ai fattacci legislativi del primo quadrimestre 2004 e referendari del Giugno 2005, infatti, induce a ritenere la documentazione olografa di cui sopra un (legittima) emanazione dell’ultimo Castaldi-pensiero e niente più.
Forse “Vexata Quaestio” non lo sa, ma un blog che ripubblica alcune delle vecchie lettere di Luigi Castaldi a Il Foglio, non lesinando però sulla profondità di ricognizione, c’è già. È Molvino, simpatico replicante a sfondo parodistico. Per esempio:

 

“Signor direttore - Montalban su El País: “Una coalizione di avventurieri, razzisti da quattro soldi e post fascisti è la vera vincitrice della Guerra fredda.” Seguendo questo schema, faccio fatica a sistemare Karol Wojtyla nel libro di storia. “Razzista” non mi sembrerebbe e “post fascista” forse è un tantinello azzardato. Le risulta che il Vaticano sia un abituale ritrovo di sordidi avventurieri? Vuole chiedere (gentilmente, mi raccomando) a Socci? L.C.

© Il Foglio, 3 aprile 2002”

 

Oppure:

 

“Signor direttore - Nel suo editoriale sugli “eroi neri” trovo chiarezza, coraggio e onestà. Sono virtù che nella nostra povera “età di mezzo” hanno destino sventurato: vedrà, diranno che ha scritto cose rozze, le rinfacceranno di non avere figli. Quale Crepet le potrà mai perdonare infatti di aver parlato di “libero arbitrio”? Ma continui così, lei mi fa godere con la sua semplicissima complessità argomentativa! Permetta solo un appunto: come accidenti le è venuto di scommettere sulla controfirma postuma di Pasolini? Dopo aver letto il suo editoriale, così, per curiosità, ho voluto interrogarlo, quel fantasma onnipresente. Il medium mi ha rimandato a “Petrolio” (appunto 64, pag. 310): “Un borghese non sa realmente apprezzare un’innocenza che non sia quella insegnata nei libri di scuola e nel codice non scritto della società. Anzi, egli prova per l’innocenza una certa ripugnanza, di carattere razzista. I doveri li ha inventati per poter condannare l’innocenza, che non li conosce. Tanto più che spesso l’innocenza è collegata alla delinquenza: e se, quindi, è fuori dalla cultura, è anche fuori dalla legge. Il borghese prova sempre davanti all’innocenza un senso di spavento, e, nel migliore dei casi, la giudica come un prodotto inferiore del proprio modo di vivere, non sapendo o non volendo immaginare i termini dell’altro modo di vivere, a cui essa appartiene”. Via, un calcio in culo anche al fantasma! L.C.

© Il Foglio, 11 ottobre 2002"

Che dite, le verbalizziamo alla voce “polemiche verso terzi” o alla voce “compiacenze per secondi”, queste? E l’indulgenza nei confronti di Wojtyla e del Vaticano, verrebbe sottoscritta anche oggi? Proprio negli stessi-stessi termini?
Chi sostiene che la linea de Il Foglio abbia subito una svolta a cavallo tra il 2003 e il 2004 – e vede nella dipartita di alcune prestigiose firme un sintomo della resipiscenza incriminata – sbaglia. Semplicemente, prima di quel periodo, certi argomenti non ricevevano copertura, non erano seguiti, trovando il direttore più interessanti i temi giuridico-economici rispettivamente in chiave garantista e liberista. Ma se la bioetica e la lotta all’islamismo fossero rientrate nel novero delle disamine foglianti anche allora, la linea editoriale di Ferrara sarebbe stata la stessa di oggi. Prova ne siano i suoi vecchi scritti in materia per Il Corriere della Sera, sulla rubrica Bretelle Rosse, che vedono l’Elefantino di fine anni ’80 sostenere opinioni non molto dissimili dalla sua versione invecchiata di quasi un ventennio. Non trovo i link, ma fidatevi. Il ricambio generazionale, poi, è moneta corrente in tutte le redazioni di questo mondo: Giannino è diventato un personaggio televisivo, la Maglie s’è data alla radio (24), Ottolenghi è trattato da re su Il Riformista e lo stesso vale per Feltri su La Stampa. Le occasioni di avanzamento professionale, per i giornalisti, sono così rare che, appena se ne presenta una, viene subito colta al balzo.
Morale della favola: è reato cambiare idea? No, che domande, solo gli idioti non cambiano mai idea. Meno simpatico è rendere conto delle proprie altalene ideologiche con reticenza o, peggio, con autoindulgenza.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Filosofia morale

permalink | inviato da il 8/9/2006 alle 17:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


sfoglia     agosto   <<  1 | 2  >>   ottobre
 


Ultime cose
Il mio profilo



11 Settembre
1972
2twins/M&A
Accessibile
A Conservative Mind
Aislinn
Alef
Alessio Guzzano
Alexandra Amberson
Astrolabio
Atroce Pensiero
Azioneparallela
Benedetto Della Vedova
Bernardo
Bioetiche
Bourbaki
Broncobilly
Cadavrexquis
Calamity Jane
Camillo
Cantor
Carlo Panella
Carlo Scognamiglio
Carlo Zucchi
Ce lo dice Hillman
Climate Audit
Coast2Coast
Crossroads
Davide Giacalone
David the Gray
Daw
Deborah Fait
De Libero Arbitrio
DestraLab
DMC (un amico di vecchia data)
El Boaro
Face the Truth
ffdes
Filosofo austro-ungarico
Freedomland
From being to becoming
Germany News
Gianni Pardo
Giorgio Israel
Giovanni Boggero
Giovanni Maria Ruggiero
Giulia NY
Green Report
Greg Mankiw
Happy Trails
Harry
House of Maedhros
Hugh Hewitt
Ideas Have Consequences
Il blog dell'Anarca
Il bosco dei 100 acri
Il Castello
Il Filo a Piombo
Il Megafono
Il piccolo Zaccheo
Il Politico
Ingrandimenti
In Visigoth
Ipazia
Italian Libertarians
JimMomo
Joyce
Karamazov
Karl Kraus
Krillix
L'apota
La Cittadella
La Pulce di Voltaire
La voce del Gongoro
Le Guerre Civili
Lew Rockwell
L'estinto
Lexi
Liberali per Israele
Liberalizzazioni
Lino Jannuzzi
Little Green Footballs
Lo PseudoSauro
Lo Schiavo
Lo straniero di Elea
L'Ussaro
Macromonitor
Mario Sechi
Marco Taradash
Massimo Fini
Mau
Michael Ledeen
Miss Prissy
Mondo Ingegneri
Napoli Viva
Neocon Italiani
Ne quid nimis
Noise from America
Numendor
Oggettivista
Orpheus
Otimaster
Paolo Longhi
Parbleu!
Passaggio al Bosco
Pensiero Conservatore
Perla Scandinava
Phastidio
Principessa Lea
Processi di mercato
Realismo Energetico
Riflessioni di un Conservatore
Robinik
Schegge di Vetro
Snow Crash
SocraticaMente
Starsailor
The Mote in God's eye
The Right Nation
Topgonzo
Ultima Thule
Valentina Meliadò
Ventinove Settembre
Walking Class
Watergate
Wellington
Wind Rose Hotel
Zamax
Zona Franca


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom