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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

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compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
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Il caso Bianzino

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USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


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Il quoziente etico

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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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giornalistica né un prodotto
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6 agosto 2006

IsmaelVille/7

Per rimanere in scia con gli argomenti trattati nelle quattro puntate di Metabiogenetica, propongo questo breve articolo a carattere divulgativo. Parla di una tecnica nella quale, personalmente, ripongo molte speranze per il futuro di una ricerca medica capace di coniugare libertà di movimento ed esigenze etiche: la riprogrammazione delle cellule staminali adulte a pluripotenti. È un tema sul quale senza dubbio torneò, magari dopo aver raccolto le informazioni necessarie a renderne adeguatamente conto.
Ormai si sarà capito che questo blog tende a condividere la quasi totalità delle posizioni espresse da Alberto Mingardi in ambito economico – anche perché, riguardo al resto, il giovane libertarian rimane sempre piuttosto abbottonato. Qui la sua penna torna a graffiare il pretestuoso sostegno della destra all’ermetico corporativismo propugnato dai ceti professionali; qui il fuoco si concentra sui farmacisti, ma il piatto forte arriva solo con questa ineccepibile requisitoria anti-moralizzazione (come misura d’urgenza nello sport, ma anche e soprattutto in senso lato).
Altri interessanti contributi tratti dalla Home dell’IBL sono poi questo contrappunto di Marco Bertoncini all’ostentato slancio liberalizzatore del ministro Bersani, il position paper dell’istituto sul Dpef e questo saggio del presidente Carlo Lottieri nell’inedita veste di storico della filosofia.
Per rimanere tra “amici”, suggerisco la lettura de Il Filo a Piombo: stavolta ci sono un post sul nesso di causalità tra conservatorismo e aumento demografico e uno sguardo diretto sulla situazione bolognese, con particolare riferimento all’ormai scoperto opportunismo con cui il sindaco Cofferati sfrutta la sua “ribalta privilegiata” di sindaco per giocare una personale partita politica a livello nazionale.
Su Ideazione c’è poi questa originale biografia di Margaret Thatcher scritta da Cristina Missiroli.
Convinti che la produzione letteraria sia, nel 90% dei casi, frutto dell’impegno e della bravura di uomini e donne schierati a sinistra? Riprendendo un elzeviro di Giovanni Raboni, da Il Megafono si cercava (riuscendovi) di sfatare questo vero e proprio mito luogocomunista. Purtroppo, alcuni giorni addietro il blog di Domenico è rimasto vittima di un attacco hacker che ha provocato la perdita di nove mesi di post, così sono dovuto andare a pescare l’articolo in questione in questa pagina. Domanda: che fine hanno fatto Tolkien e Dostoevskij? Se erano di sinistra, non me ne sono mai accorto!
Se qualche riga più sopra si rimandava al principio secondo cui al conservatorismo (culturale e politico) corrisponde un incremento del tasso di natalità, da Passaggio al Bosco un articolo di Vedran Vuk analizza il fenomeno inverso, cioè l’interdipendenza tra il calo delle nascite e l’assistenzialismo perseguito dal welfare-warfare state.
Sulla guerra in Libano ho già preso posizione qui. Dalla blogosfera si leva però anche il grido di Jim Momo: Hezbollah la smetta con questa merda. Sempre a proposito di Medio Oriente, Liberali per Israele pubblica integralmente un editoriale di Martino Pillitteri con cui si sancisce la nascita di un nuovo polo cinematografico internazionale, Hezbhollywood.
Sul portale telematico dei Giovani della Pace (i quali non vanno confusi con gli accoliti di Emergency, please), Alessandro Moroni provvede a ripercorrere la storia dei Mondiali di calcio con la consueta prosa sardonica e prodiga di scorrettezze politiche. Per il momento sono uscite la prima e la seconda parte dello speciale, speriamo che la terza e ultima arrivi quanto prima.
Ripensando ai Mondiali appena conclusisi, mi è venuta nostalgia di quelle serate sofferenti e di tutti quegli sfottò multimediali che, il giorno successivo ad ogni vittoria azzurra, proliferavano immancabilmente in giro per la rete. Per il lato emotivo ho potuto fare poco ma, grazie ai Bastardidentro, ho nuovamente giocato a bersagliare Materazzi di testate in realtime (ormai è diventato un classico) e ho ascoltato la nuova hit dell’estate.
Da ultimo, la rassicurazione che tutti attendevate: sì, anch’io ho una vita oltre il computer. Ergo, da domani pomeriggio parto per le meritate ferie, che dureranno fino al 31 Agosto. L’attività del blog riprenderà a Settembre; per il momento vi saluto e vi auguro ogni bene.


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5 agosto 2006

Metabio(gen)etica/4

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Vai alla terza parte


Abbandonata ogni residua fiducia nell’ottica adottata da Habermas per avvertire il lettore dei rischi legati allo smisurato potenziale della genetica futura, non resta che rammentare, rispolverando un recente intervento dell’ottimo Giorgio Israel, come sia profondamente sbagliato attribuire dignità scientifica e/o liberale al concetto di genetica positiva – sinonimo, ancor più letteralmente che nel caso di intervento negativo, di eu-genetica:

 

“L’eugenetica è una dottrina illiberale: essa sostituisce la libertà dell’individuo di curare la propria salute come meglio crede (magari trascurandola) con l’obbligo di seguire prescrizioni generali che impongono di adeguarsi a una nozione di salute valida per tutti. [...]
L’eugenetica non è frutto né di principi etici o morali né delle preferenze personali dell’individuo. Trattasi di una dottrina ispirata a una prescrizione tipicamente collettiva: promuovere il «miglioramento» della specie umana o di una particolare razza o etnia, la sua rigenerazione o addirittura la sua riprogettazione. Confondere un simile progetto con il perseguimento individuale di ciò che si ritiene meglio per sé è una mistificazione. L’eugenetica è un prodotto di un’idea nefasta del pensiero occidentale e che è alla radice delle sue tragedie totalitarie e razziste: l’idea della ricostruzione dalle fondamenta dell’individuo e della società, un ideale di «palingenesi» che rifiuta l’umanità per quel che è nella sua concretezza storica e pretende di rifare il (mal)creato dalle fondamenta. È un ideale che nasce dal divorzio tra etica, morale e scienza e attribuisce a quest’ultima la missione impossibile di ricostruire uomo e società su basi «razionali»: la scienza assume in toto la funzione sociale, mentre le prime due vengono relegate nella sfera delle opzioni individuali. Ma la scienza non ha le spalle così forti da sopportare un simile compito e lo si è visto dagli effetti tragicomici – comici per la loro miseria intellettuale, tragici per la loro concretezza – di una simile pretesa, fino ai più recenti presuntuosi manifesti pseudoscientifici di «riprogettazione» dell’uomo.
Non ci si può stancare di ripetere che quanto detto non ha nulla a che fare con una critica della scienza, ma piuttosto con una critica dell’ideologia che pretende di attribuire alla scienza un simile progetto paranoico, quell’ideologia detta «scientismo». [...]
Non è invece un buon servizio reso alla scienza presentare certe manifestazioni di delirio scientista come «scienza» e far credere che esistano forme di eugenetica moderna che mirerebbero alla salute individuale e al massimo benessere possibile senza alcuna pretesa di assoggettare il singolo a un progetto di ristrutturazione della specie: se così fosse l’eugenetica sarebbe soltanto medicina e, come tale, non avrebbe ragione di esistere. Ma così non è, e lo sa bene chiunque conosca la fenomenologia delle coercizioni e pressioni psicologiche pesanti che vengono esercitate su chi non si assoggetta alle prescrizioni diagnostiche in tema di procreazione, e la campagna tesa a suscitare sensi di colpa in chi si renderebbe responsabile di mettere al mondo individui «difettosi». È l’ideologia così bene descritta da Gregory Stock, che propone «operazioni di marketing mirate» in modo che la riproduzione tradizionale venga considerata socialmente come «antiquata» e «irresponsabile». [...]”

 

Il problema del saggio di Habermas è che avrebbe dovuto intitolarsi “Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica socialista”, altro che liberale o liberista – come se poi vi fosse un reale divario di significato tra i due termini. Non mi stancherò mai di ripeterlo: l’unico modo integralmente “anarchico” di procreare è il solo che, per avere successo, non necessiti di alcuna assistenza esterna regolata da un diritto positivo e, in quanto tale, revocabile o rimaneggiabile secondo i volubili umori del potere costituito. Tanto più lo stato di necessità percepito costringe il singolo a passare per il vaglio congiunto della tecnica e dell’autorità, tanto più la sfera individuale si riempie di ingerenze eteronome. Di qui devono trarsi gli unici validi argomenti per ribattere a Chiara Lalli, quando provocatoriamente si chiede:

 

“Sostenere che la programmazione genetica sia irreversibile e asimmetrica (di contro alla reversibilità e alla ideale simmetria delle relazioni umane) suscita una domanda: cosa c’è di più irreversibile e asimmetrico del mettere al mondo un figlio naturalmente?”

 

Nella domanda – che casomai serve a mettere sotto scacco alla radice ogni forma di volontarismo etico – è già inclusa la risposta: “più irreversibile e asimmetrico del mettere al mondo un figlio naturalmente” c’è solo la stravagante convinzione di poter sanare l’unilateralità della venuta al mondo sommando arbitrio ad arbitrio.
Aggiungendo cioè all’obbligo di nascere la costrizione a conformarsi ad un complesso di preferenze eterodirette, per giunta infuse nella totale incoscienza del riceverle e, quindi, nella completa impossibilità di ribellarvisi – assai diversamente da quanto possa mai avvenire con “la scuola, i campeggi, le lezioni di danza e di pianoforte”. Ulteriormente chiarificatore, a proposito del connubio tra eugenetica e collettivismo, può divenire lo spingere l’onnipotenza scientifica alle sue estreme conseguenze:

 

“Ma allora, se si potesse dotare il nascituro (tutti i nascituri, al fine di evitare le loro eventuali proteste) di tutti i talenti, in modo tale che egli (o tutti i nascituri) non potrebbe lamentare l’assenza di una qualche predisposizione genetica, Habermas sarebbe disposto ad ammettere che l’eugenetica non sia immorale?”

 

Habermas, che si è dato l’assetto della tecnoscienza futura sui piedi, probabilmente scoprirebbe con sommo raccapriccio di doverlo ammettere. Ma per chi, contrariamente a lui e alle sue controparti progressiste, rimane convinto che la diversità degli uomini “per nascita e valore” sia il motore “dell’autonomia individuale”, la presuntuosa velleità di dotare tutti i nascituri di tutti i talenti testimonia dell’omologante appiattimento connesso, in ultima istanza, ad ogni prospettiva di ristrutturazione genetica. Il cerchio di reciprocità tra le posizioni di Habermas e quelle di Chiara Lalli si chiude però solo al termine della bella disamina redatta da quest’ultima, allorché l’autrice scrive:

 

“Per molti è inverosimile che il conferimento di talenti o l’ampliamento di beni primari possa limitare la libertà del nascituro, e suscitare in lui la protesta. Per Habermas l’appello a un relativismo valoriale è sufficiente a fugare ogni dubbio: come possono i genitori sapere ciò che è meglio per il nascituro?”

 

Il rigetto del “relativismo valoriale” come garanzia dell’identità individuale suona alquanto stonato, sulla bocca di chi ha incardinato il proprio contrappunto alle premesse di un larvato assolutismo etico lamentando la difficoltà “di operare una cesura in una sequenza discreta non interrotta da avvenimenti moralmente significativi” e l’assenza di criteri oggettivi “per indicare, lungo il continuum degli interventi genetici, il punto in cui un intervento non è più terapeutico ma diventa migliorativo”. Anche il relativismo metodologico e/o valoriale, come il “diritto al caso” teorizzato da Habermas, non dovrebbe “essere invocato arbitrariamente”, no?
Concludendo questa mia lunga meta-recensione, e ringraziando coloro che l’abbiano voluta seguire con pazienza sino alla fine, posso solo convincermi una volta di più che l’immobilismo e il progressismo si alimentino a vicenda, essendo entrambe ideologie basate sull’invocazione del relativismo metodologico/argomentativo a corrente alternata, ma anche su una prefissata nozione del telos, il fine ultimo verso cui la Storia tenderebbe a convergere. E il liberalismo, sempre che quel suffisso in –ismo abbia mai avuto un senso, si basa proprio sull’inversione del suddetto paradigma gnoseologico: massimo rigore sul metodo (una ferrea ermeneutica dell’altro da sé), totale estromissione del telos dalla sfera immanente.

Altre mie opinioni in materia di bioetica sono disponibili quiqui e qui.

                                                                                                     (4.Fine)


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4 agosto 2006

Metabio(gen)etica/3

Vai alla prima parte
Vai alla seconda parte


Ma il dibattito sulla tutela dell’embrione ruota poi davvero attorno alla “considerazione circa lo statuto morale della vita umana prenatale”, come ritengono sia
Jürgen Habermas che Chiara Lalli? Io trovo che il cuore del problema – eminentemente giuridico – risieda piuttosto nell’impossibilità di codificare un criterio sufficientemente cautelativo per discretizzare l’attribuzione progressiva dei diritti essenziali a quel soggetto di specie umana – arbitrariamente traslato in stato di terzietà fisica – che è l’embrione. E qual è, di tutti quelli afferenti al tripode vita-libertà-proprietà, il “diritto essenziale” dell’embrione maggiormente intaccato dall’indiscriminata officina genetica che popola gli incubi di Habermas e – come vedremo – i sogni di Chiara Lalli? Ancora, se il pensiero corresse al “qui e ora”, la risposta si concentrerebbe attorno al diritto alla vita. Ma nel fantomatico “altroquando” esplorato da Habermas, come s’è già detto, a rigore la vita non si dovrebbe negare a nessuno, giacché ogni male si curerebbe semplicemente migliorandolo e promuovendolo a “bene”. Scartata la proprietà per la sua manifesta inapplicabilità allo stadio embrionale, rimane la libertà. In che senso?
Nel replicare ad una articolessa di Assuntina Morresi, Giuseppe Regalzi – che su Bioetiche riveste il ruolo di esperto medico-scientifico – adopera un sillogismo che consente di guardare al rapporto tra libertà individuale e diagnostica preimpianto da un’angolazione particolarmente adatta ad affrontare il tema. Scrive la Morresi:

 

“Scegliere l’embrione migliore, come chiedono i radicali, è fare selezione genetica del genere umano. Non è una novità, ci hanno provato in Germania cinquant’anni fa, non è stata una bella storia”.

 

Il riferimento è a questo passo di una precedente lettera di Domenico Danza a Il Foglio:

 

“[Il] SET (single embryo transfer) [...] , “repetita iuvant”, si esegue ottenendo molti embrioni e poi scegliendone uno tra i migliori e congelando gli altri, e non invece, ottenendone uno solo alla volta, nel qual caso, è bene sottolinearlo, si tornerebbe agli scarsi risultati dell’epoca pionieristica che risale a circa 30 anni or sono”.

 

Chiosa quindi Regalzi:

 

Scegliere uno degli embrioni migliori significa davvero «fare selezione genetica del genere umano»? L’accusa di «eugenismo» viene lanciata ormai con sempre maggiore disinvoltura e sempre meno a proposito da integralisti e teocon, ma in questo caso rischia doppiamente di passare inosservata, vista la possibile confusione con la diagnosi genetica di preimpianto, che però palesemente non è ciò di cui sta parlando Danza. [...]
Qui non si parla affatto di diagnosi genetiche ma di analisi osservazionali. Inoltre lo scopo non è quello di ottenere figli sani – ammesso che ci sia qualcosa di riprovevole in questo umanissimo desiderio – ma di massimizzare le probabilità che l’embrione si impianti nell’utero: un’esigenza cruciale, se si vuole implementare con successo la tecnica del trasferimento singolo”.

 

La struttura logica della controargomentazione addotta da Regalzi, semplificando, può esprimersi come segue: cara Morresi, hai equivocato; nel caso in esame non si parla di selezione embrionale sulla base di test genetici, ma di osservazioni al microscopio; quindi la tua accusa di eugenismo è lanciata a sproposito. Senza voler entrare nel merito, è possibile allora declinare il sillogismo al periodo ipotetico: cara Morresi, se non avessi equivocato, nel caso in esame avremmo effettivamente parlato di diagnosi genetica preimpianto; quindi la tua accusa di eugenismo a tale pratica sarebbe stata pertinente o, quantomeno, non del tutto fuori luogo.
La selezione diagnostica di preimpianto (genetica negativa, secondo la classificazione di Habermas), a giudicare da queste osservazioni, sembra meritarsi le stigmate dell’eugenetica a detta degli stessi pubblicisti che, in sede politica e dibattimentale, se ne fanno promotori. Ma il luminoso futuro che attende la biogenetica a un dipresso, nel distopico scenario determinista vagheggiato dal filosofo tedesco, metterà fuori causa la necessità di ricorrere al ripudio preventivo di caratteri indesiderati. Sarebbe infatti facilmente percorribile la strada complementare, la quale consegnerebbe all’intervento positivo per mano medica ogni possibile devianza dell’ontogenesi da percorsi prenatali e da sbocchi psicofisici esternamente predefiniti. L’idea di poter guidare l’interazione tra sostrato genetico, fenotipo e pressioni ambientali, a taluni, appare come l’avvento di un nuovo ed inesplorato “distretto di libertà educativa” alla facile portata della pedagogia parentale. Habermas vede profilarsi all’orizzonte un interrogativo cruciale:

 

“la trasformazione genetica costituisce un accrescimento dell’autonomia individuale, oppure stravolge la natura umana, rendendo gli uomini diversi tra loro per nascita e valore?”

 

In questa domanda, straordinariamente malposta, risiede la radicale contraddizione in termini che sembra attraversare come un fiume carsico il saggio di Habermas.
Istituendo l’antinomia tra
accrescimento dell’autonomia individuale e diversità interpersonale “per nascita e valore”, infatti, egli stringe un simbolico abbraccio con i socialismi e i progressismi di ogni ordine e grado. La libertà, al contrario, è diretta conseguenza proprio delle disuguaglianze e della “corsa alla compensazione” che esse sono in grado di innescare: proprio la lotteria delle disparità umana è il bersaglio elettivo dell’eugenetica, negativa o positiva che dir la si voglia. Ma Chiara Lalli, nel dimostrare l’ovvio asserto secondo cui rendere “gli uomini diversi tra loro per nascita e valore” non “stravolge” affatto la “natura umana”, ottiene il duplice effetto di costringere Habermas a mordersi la coda e di far passare il futuribile, sistematico ricorso ad una genetica positiva come l’evoluzione in senso liberale della procreazione tout-court. Alcuni esempi:

 

“Il diritto al caso è però un’arma critica piuttosto debole: anche gli interventi genetici terapeutici (dunque di interventi che Haberbas è disposto a considerare moralmente ammissibili) violano il diritto al caso, andando intenzionalmente a correggere anomalie genetiche: la trisomia del cromosoma 21, originata per caso, dovrebbe dunque essere protetta dall’intervento genetico? Habermas non spiega in modo soddisfacente il motivo per cui ritiene immorale sostituirsi alla casualità genetica nel caso degli interventi genetici migliorativi, ma non nel caso degli interventi genetici terapeutici. Il diritto al caso non può essere invocato arbitrariamente [...]
Dal momento che non è riscontrabile una differenza moralmente rilevante tra modificazione genetica e modificazione pedagogica, e che la pedagogia è accettata (la scuola, i campeggi, le lezioni di danza e di pianoforte), allora anche un intervento genetico migliorativo dovrebbe rientrare in un’area discrezionale dei genitori. [...]
Habermas non chiarisce però un anello fondamentale nella sua catena argomentativa, ovvero per quale motivo sia possibile presupporre un consenso rispetto a interventi terapeutici, e non rispetto a interventi che possano migliorare le caratteristiche del nascituro (incrementi genetici di bellezza, intelligenza, memoria). Questa carenza argomentativa è tanto più grave perché non sembra ragionevole interpretare questi miglioramenti genetici come un attentato alla futura libertà e autonomia del nascituro [...]”

 

Nel contestare l’ipotesi di una limitazione “negoziabile” alla genetica positiva e all’incremento di emancipazione individuale che, a suo giudizio, ne deriverebbe, le controdeduzioni di Chiara Lalli assumono i sinuosi contorni dell’auspicio.

                                                                                              
                                                                                              
(3.Continua)


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2 agosto 2006

Metabio(gen)etica/2

Vai alla prima parte

Ma è un altro l’errore davvero madornale commesso da Habermas nell’impostare la sua trattazione, sempre stando alla lettera di quanto sintetizzato da Chiara Lalli in questo passaggio:

 

“Secondo Habermas uno scenario probabile è il seguente: la diagnosi di preimpianto, oggi ritenuta eticamente ammissibile purché circoscritta ai rari casi di gravi malattie ereditarie, finirà per ampliare la sua sfera di liceità, a causa dei successi terapeutici e degli ulteriori sviluppi delle biotecnologie, fino a comprendere interventi genetici sulle cellule somatiche o sui primi stadi embrionali”.

 

Come si può constatare leggendo la recensione “uno” per intero, questa escursione di Habermas nell’ucronia avveniristica permette a Chiara Lalli di ritorcergli contro la quasi totalità delle sue sudate conclusioni. Ammettere che il progredire della sfera immanente (la Storia) viaggi verso scenari pre-confezionati a partire da un certo sottofondo culturale presente (munito di psicosi collettive e di canoni etico-estetici verosimilmente transitori), infatti, significa avere la presunzione di decretare in anticipo il complesso di posizioni ideologiche presenti destinato ad avere la meglio su tutti gli altri ad esso contemporanei. Se poi quel “complesso di posizioni” risponde ai tratti essenziali del pattern antropologico prediletto proprio dal progressismo che si vorrebbe combattere, il cortocircuito è completo: non si può dar torto a qualcuno esplicitamente, dandogli però ragione implicitamente. In pratica, Habermas trasferisce su un topos situato in un generico “altrove” l’ineluttabile convergenza etica della prassi tecnoscientifica su un nomos che lo spaventa, prescindendo in toto dalla plausibilità e dalla prevedibilità del quadro generale così inferito. L’indefinita rincorsa tra Diritto ed Economia alla quale accennavo poc’anzi, però, ha sempre giocato contro l’avverarsi di tanti pretenziosi (e quasi sempre pessimistici) vaticini: si pensi, ad esempio, all’erroneo modo che ebbe George Orwell di immaginarsi il 1984 riassemblando le suggestioni che imperversavano nel 1948. Soprattutto, dissociare completamente storicità e previsionalità significa proiettare le proprie riflessioni su una scenografia di cartapesta, perlopiù priva di consistenza fattuale – perché del tutto o in parte priva di falsificabilità scientifica. Ciò equivale, in altre parole, a voler scaricare sull’eterogeneità dell’oggi tutto il peso di un’indimostrabile omogeneizzazione del domani. Costruendo un castello di congetture sulle sabbie mobili di una visione parodistica delle sorti del progresso scientifico (temuta dal reazionario e auspicata dal progressista, ma identica per entrambi), che è giocoforza far risalire agli utopici fasti di una vera e propria metafisica scientista.
Di nuovo: la questione si pone (o meglio, si potrà mai porre) davvero nei termini preconizzati da Habermas? Si va davvero verso un mondo dominato dal positivismo genetico e dall’infallibilità procreativa? Forse ricordare quale sia lo stato attuale delle possibilità tecniche e scientifiche della genetica può fornire una pietra di paragone con lo scenario delineato da Habermas (e felicemente “estremizzato” da Chiara Lalli).
Ad oggi, la diagnostica preimpianto mediante test genetico (biopsia del globulo polare, ma soprattutto biopsia dell’embrione), pur vantando una percentuale di affidabilità pari al 90-93%, non copre tutta la casistica delle malformazioni prenatali. Per esempio, questa metodologia non funziona per individuare le patologie – quali la sindrome di Down – dovute alla propagazione di difetti cromosomici ancora latenti nelle prime fasi di sviluppo embrionale. Tali difetti possono insorgere anche in seguito all’impianto dell’embrione in utero, quando non è più possibile condurre esami genetici su di esso, ma solo effettuare analisi sul fenotipo fetale (dimensioni, forma, movimenti). Perciò la diagnosi di preimpianto non solo non rappresenta una procedura alternativa alla diagnostica prenatale “classica” (villocentesi e amniocentesi), ma nemmeno potrà mai spingersi fino a monitorare e manipolare i genotipi fetali lungo tutte le fasi della gestazione. Ma, quand’anche fosse possibile progettare da cima a fondo il genoma di un figlio, ciò garantirebbe la certezza di poterne modulare a piacimento le caratteristiche psicofisiche?
Molto chiarificatrici, a tal proposito, risultano alcune annotazioni di un medico certo non sospettabile di nutrire ubbie antiscientifiche, vale a dire Luigi Castaldi:

 

“Un essere vivente è il suo Dna? No, [il Dna, NdIsmael] è la potenza di una sua parte (potenza che, peraltro, non è in atto, se non adeguatamente derepressa). Questa parte – il cosiddetto fenotipo (l’insieme dei caratteri visibili comuni agli individui d’una specie) – non dà ragione della sua interezza, che è il risultato dell’interazione del fenotipo con l’ambiente. Infiniti i fattori ambientali che possono, anche in modo assai significativo, modificare il fenotipo così come codificato nel suo genotipo – nel suo Dna.
Tutto daccapo: un uomo è il suo Dna? No, il suo Dna può dargli, salvo interferenze di molteplici fattori ambientali, quei caratteri comuni agli individui della sua specie e dei vari sottogruppi che la compongono. Dato questo suo particolare fenotipo, a partire dal particolare genotipo che ne era la codifica, ed escluse le interferenze che possono deviare dal progetto scritto sul suo Dna, l’uomo non è tutto in quel fenotipo, né è tutto desumibile a priori dal genotipo che reca in dote per la generazione successiva. Infiniti i fattori ambientali che possono, anche in modo assai significativo, esprimere un diverso complesso individuale a partire dallo stesso genotipo. L’esempio più noto è quello dei gemelli omozigoti: identico genotipo, fenotipo spesso identico, o quasi (giacché infiniti sono i fattori ambientali che possono rendere l’uno diabetico e l’altro no, l’uno paralitico e l’altro no, l’uno obeso e l’altro no, ecc.); ma potremo avere due individui assai diversi anche sotto molti altri aspetti, se non si vorrà liquidare la comparazione al colore degli occhi e al set di enzimi (chessò, l’uno con spiccata attitudine al calcolo differenziale e l’altro al virtuosismo pianistico, l’uno paranoico e l’altro no, l’uno misticissimo e l’altro ateo, l’uno eterosessuale e l’altro gay, ecc.).
Tutto daccapo, ancora: un uomo è il suo Dna? No, il suo Dna è la potenza di una sua parte, che appare preponderante sul resto per la tendenza a liquidare la comparazione tra simili e diversi sulla base dei dati di più diretto riscontro, se questa vorrà essere liquidata in tal modo o se, giocoforza, non potrà prendere in considerazione tutti i dati che danno luogo alla enorme complessità di ciò che è pienamente detta uomo”.

 

Considerazioni tombali, per l’insulsa retorica fiorita sopra lo spauracchio (o, nel caso dello scientista, il miraggio) del fantomatico figlio à la carte, convitato di pietra di ogni chiacchierata bioetica televisiva che si rispetti. Non andremo a finire , non è possibile. Ma allora perché Habermas impone alla sua trattazione “condizioni al contorno” tanto svincolate dalla fattibilità, se è proprio su quest’ultima – cioè sulla realtà – che si fondano lo stato di necessità e, di conseguenza, le problematiche etiche e morali? Chiara Lalli localizza sin da subito questa crepa logica e inizia ad allargarla piazzando al suo interno una prima zeppa:

 

“A parere di Habermas questo probabile slittamento ci costringe a distinguere una genetica negativa (i cui scopi sono terapeutici) da una genetica positiva (i cui scopi sono migliorativi), ovvero a distinguere interventi genetici ritenuti moralmente accettabili e interventi invece ritenuti inammissibili. Ma come è possibile distinguere una genetica positiva da una genetica negativa? E, soprattutto, perché quest’ultima viene considerata moralmente accettabile, mentre la genetica positiva è criticata aspramente come immorale e disumana?
Lo stesso Habermas è costretto a ammettere che tracciare un confine tra genetica positiva e genetica negativa è difficile e comporta l’annoso problema di operare una cesura in una sequenza discreta non interrotta da avvenimenti moralmente significativi. [...]
Habermas [...] non fornisce alcuno strumento per definire il confine tra genetica terapeutica e genetica migliorativa, non offre alcun criterio per indicare, lungo il continuum degli interventi genetici, il punto in cui un intervento non è più terapeutico ma diventa migliorativo”.

 

Naturalmente, prendendo come sistema di riferimento le coordinate spazio-temporali dell’attualità, rimarrebbe abbastanza agevole distinguere tra il rifiuto di gravi patologie congenite – ossia il ristretto insieme di mali estremi che non si desiderano per il proprio figlio – e la deliberata cosmesi genetica su un embrione assolutamente sano, esercitata subordinando l’attesa di un figlio al rispetto, da parte del nascituro, di una serie di requisiti psicofisici perlopiù voluttuari. La distinzione, d’altra parte, è facilitata dal carattere totalmente immaginifico del secondo ordine di ipotesi che, come detto, appartiene più alla sfera della fantascienza che a quella della medicina. Ma nell’eden scientista il miglioramento genetico prenatale sembra essere moneta corrente, per non tacere dei risultati pressoché perfetti che è (sarà? sarebbe?) in grado di garantire.
In simili condizioni, va da sé che si riveli impresa proibitiva fissare un confine tra genetica negativa e genetica positiva. Anzi, più precisamente: al crescere della capacità di controllo “esecutivo” delle caratteristiche genotipiche, fenotipiche e psicosomatiche esibite dalla figliolanza, per genitori e medici diventa persino superfluo porsi il problema della negazione prenatale. A qual pro stabilire le patologie tanto gravi da determinare il rifiuto di una gravidanza se, tramite interventi migliorativi (si legga positivi) di vario genere, è possibile ricondurre qualunque difetto congenito a normalità? In circostanze del genere, la sparizione della necessità e della privazione aprirebbero la strada, come unica bussola etica, al concetto di utilità. Ma vale la pena ricordare il sistematico fallimento degli innumerevoli tentativi di dedurre matematicamente l’etica e la morale assiologiche dalla teoria utilitaristica. Nessuna ottimizzazione di tale teoria può produrre principi come “non uccidere”; perciò Chiara Lalli, quando chiede ad Habermas “un confine tra genetica positiva e genetica negativa” a partire da simili premesse, pretende l’impossibile e sa di farlo. Piuttosto, è sorprendente che per la Lalli la natura convenzionale di un limite di norma – “proprio come lo è il confine politico tra due paesi o la definizione di maggiore età a partire dal compimento dei diciotto anni” – costituisca motivo di critica alla solidità oggettiva del campo di liceità che esso definisce e, di conseguenza, delle problematiche che lo sottendono. Per la portavoce di una piattaforma ideologica in senso lato liberale, la mobilità dei paletti legislativi dovrebbe casomai rappresentare un irrinunciabile veicolo di adeguamento del diritto all’impermanenza del quadro socio-culturale.

                                                                                              (2.Continua)


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