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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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31 luglio 2006

Metabio(gen)etica/1

La recensione di una recensione può ben dirsi una meta-recensione. In parole povere, ove si decida di giudicare della bontà di un contributo critico che, a sua volta, esamini gli attributi qualitativi del prodotto di un ingegno “terzo”, ci si pone su tre distinti ordini di valutazione. Il primo riguarda il substrato creativo, culturale e intellettuale dell’autore “sorgente”. Il secondo prende in considerazione lo stesso retroterra, ma riferito all’estensore della prima critica. Il terzo – nel perlustrare la dialettica unidirezionale instauratasi tra i due soggetti già in campo – permette all’estensore “due” non solo di gettare un ponte tra sé e l’estensore “uno”, ma anche di fare lo stesso con la sorgente. Tale modello di intercomunicazione, per successive aggiunte di anelli all’estremità terminale della catena mediatica appena descritta, consente di scambiare vedute anche con gli interlocutori e a proposito dei temi di discussione più lontani dalla propria orbita cognitiva, secondo lo schema di funzionamento del classico telefono senza fili. Certo, basare le proprie asserzioni unicamente sui giudizi espressi da una teoria più o meno lunga di mediatori occasionali, anziché consultare direttamente la/le fonte/i da cui nasce un certo dibattito, può esporre il fianco delle argomentazioni così delineatesi ad un’ampia varietà di critiche. Pigrizia mentale, ignoranza informata, decodifica aberrante e millantata competenza sono solo alcune di esse. Ma si dà il caso che la forza motrice di internet e della blogosfera sia proprio il continuo ricircolo di informazioni attraverso un network ad altissima efficienza ma a bassa selettività. Chiunque desideri, a buon diritto, trincerarsi nel viceversa (bassa efficienza, alta selettività), è pregato di rivolgersi al centro studi o al dipartimento universitario più vicini.
Apro con questo prologo – del quale mi perdonerete – per mettere in chiaro l’assoluta deferenza con cui mi appresto a meta-recensire il saggio di Jürgen Habermas intitolato Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale (Einaudi, 2002, 130 pp.) per interposta recensione di Chiara Lalli, braccio filosofico del blog Bioetiche. Nel seguito – poiché, in accordo con quanto premesso, il testo “sorgente” non appartiene ai miei trascorsi bibliografici – prenderò per buoni i riferimenti al libro che l’autrice del pezzo si limita a trasferire al lettore, quali citazioni o sinossi, e ripartirò da quanto argomentato sopra di essi per intervenire sulle tesi avvalorate dallo scrittore tedesco, su quelle espresse da Chiara Lalli e su alcune delle controdeduzioni che quest’ultima presenta nel corso della sua disamina.
La mia prima perplessità, diretta ad Habermas, riguarda l’unico elemento del suo libro che mi sia stato dato attingere senza filtri durante la stesura di queste note, ossia il titolo. Nel regalare sin dal frontespizio l’etichetta di “liberale” all’opzione bioetica sostenuta dai suoi avversari, infatti, il saggista colloca automaticamente se stesso - e, assieme a lui, chiunque si scopra o si consideri suo seguace – tra le vituperate fila degli illiberali. Oltre a costituire un grave errore di targeting, in un’epoca che vede dilagare la moda dell’autocertificazione di liberalismo, il portato di questa ingenua titolazione sembra permeare di sé gran parte della trattazione, tanto da indurre Chiara Lalli a scrivere:

 

“Il cuore della riflessione di Habermas è costituito dalla discussione circa l’ammissibilità morale di una genetica liberale (che Habermas sembra ritenere equivalente a una genetica liberista, giacché la definisce regolata dalla legge della domanda e dell’offerta)”.

 

Ma la questione si pone davvero in questi termini? Ammesso e non concesso che, nell’ambito di un quadro politico autenticamente liberale e liberista, l’unico principio in capo alla convivenza associata sia l’incontro di domanda e offerta in regime di privativa (e non, come invece sarebbe più corretto sostenere, la massimizzazione di questo paradigma nel rispetto di una limitata serie di garanzie sottratte alla contendibilità, quali le “verità autoevidenti” scolpite nella Dichiarazione d’Indipendenza americana), l’attualità socio-politica vede davvero disputarsi uno scontro tra inveterati restrizionisti e fautori di un’opportunità commerciale che, lasciando fare, sarebbe benedetta dal libero mercato?
Per rispondere a questo interrogativo, può tornare utile riprendere uno dei punti in calce alla lettera aperta che, giusto la settimana scorsa, il Gruppo di Ricercatori Italiani sulle Cellule Staminali Embrionali ha inviato a Romano Prodi:

 

“la «curiosa» campagna secondo cui la ricerca sulle staminali embrionali sarebbe finanziata da non bene identificate «lobby internazionali», attente solo all’aspetto economico è falsa, inconsistente e faziosa. Al contrario, queste ricerche sono, per la quasi totalità, rigorosamente controllate e sostenute economicamente da Enti Pubblici e da Fondazioni”.

 

L’appello ufficiale dei ricercatori impegnati in questo delicato ramo delle biotecnologie, quindi, porta a “discolpa” dei suoi firmatari la provenienza dichiaratamente pubblica delle risorse finanziarie impiegate nel loro settore (com’è noto i capitali delle Fondazioni, bancarie e non, beneficiano di notevoli input del Tesoro e/o di agevolazioni fiscali ad hoc). A tal proposito, può sorgere il dubbio che il confinamento in ambito statale della ricerca sulle staminali embrionali sia dovuto alle pesanti restrizioni introdotte con la legge 40/2004. Eppure è proprio l’elasticità di interazione tra la microeconomia e la rule of law la condizione necessaria a rendere “libero” qualsiasi mercato. I fondamenti teorici minimi del pensiero liberale riconoscono nel perenne rimpiattino tra Diritto e Mercato la più alta forma di concorrenza. Diversamente, anche al giorno d’oggi un aspirante negriero potrebbe ragionevolmente intravedere nel divieto di schiavitù un’ingiustificata limitazione alle sue ambizioni imprenditoriali.
Ad ogni modo, pur volendo accogliere l’obiezione relativa all’«eccezionalismo normativo» italiano in materia di ricerca sulle staminali embrionali, è possibile allargare il campo visivo di questa riflessione alla situazione creatasi nella maggiore liberaldemocrazia del mondo, gli Stati Uniti. Dove – è notizia di pochi giorni addietro – il primo veto presidenziale in sei anni di mandato bushiano ha bloccato lo “Stem Cell Research Enhancement Act of 2005”, disegno di legge per lo stanziamento di fondi federali in favore della ricerca sulle cellule staminali embrionali. Va ulteriormente evidenziato come il veto di Bush non impedisca affatto la libera erogazione di fondi privati a sostegno dello stesso tipo di attività, ma serva a riaffermare il principio – quello sì profondamente libertario – secondo cui “Costringere un uomo a finanziare idee alle quali non crede e che detesta è cosa malvagia e tirannica” (Thomas Jefferson).
Eppure, ai soggetti variamente colpiti dall’emanazione del veto basta anche solo presagire l’applicazione fattiva del suddetto postulato – testata angolare dell’identità politica americana – per veder tremolare a distanza ravvicinata il fantasma della disoccupazione. Come mai?
La probabile risposta rinvia ad un altro basilare rudimento di scienza politica: i titolari di asset rivelatisi fallimentari o scarsamente profittevoli, presto o tardi, stringono con il referente politico più disponibile alla bisogna quel “patto scellerato” che giace all’origine di ogni clientelismo. Tu mi metti a disposizione un posticino sicuro alla mangiatoia dei finanziamenti pubblici, di fatto riconoscendo al mio prodotto un “rilievo sociale” incompreso da una platea consumatrice inidonea ad apprezzarne la reale portata, e io ti assicuro il pacchetto di consenso della struttura produttiva che possiedo, indotto compreso – dice il mercante in ambasce all’intendente di fiducia.
La ricerca sulle staminali embrionali a scopi terapeutici versa in cattivo stato, se è vero che il confronto tra i protocolli medici avviati con questa metodologia e quelli a base di staminali somatiche segna un impietoso 64-0 (anche se le sessantaquattro terapie all’attivo della sperimentazione sulle staminali “adulte” appartengono tutte al ceppo trapiantistico, molto collaudato, e questa novità potrebbe far guadagnare il primo punto al contendente ancora al palo). Ai privati, banalmente, interessa guadagnare il più possibile smerciando prodotti appetibili – e il brevetto su una procedura curativa all’avanguardia rientra decisamente nella categoria. Ancora dalla già citata lettera aperta:

 

“la percezione, da alcuni veicolata all’opinione pubblica, che le cellule staminali siano un «mero strumento di trapianto», è frutto di una comunicazione superficiale e deviante. Non c’è niente di più sbagliato. Ad esempio, le cellule staminali embrionali presentano caratteristiche tali da renderle un preziosissimo elemento di conoscenza per giungere a capire lo sviluppo dei nostri tessuti, le molecole implicate o come si ammalino alcune delle nostre cellule. Non solo, esse possono essere usate per sviluppare e valutare gli effetti biologici di farmaci e vaccini o per capire la tossicità di composti dannosi alla salute del feto. Il trapianto cellulare rappresenta, quindi, soltanto uno dei potenziali ambiti applicativi delle cellule staminali, siano esse embrionali o adulte”.

 

Il molto tempo trascorso nella più totale assenza di vincoli – determinata da circostanze di vuoto o di permissivismo normativo che, in molte parti del mondo, vigono tuttora – lascia presumere che la ricerca sulle staminali embrionali stia imboccando più il secondo sentiero (sperimentale e ricognitivo) del primo (terapeutico via trapianto). Perciò i risultati che ne derivano lasciano molto all’immaginazione e poco alla concretezza, determinando, all’oggi, scarsi successi di vendita e una vera e propria corsa al sovvenzionamento anche nei contesti normativi più favorevoli. Bando agli equivoci lessicali veicolati da Habermas, dunque: liberista (si legga liberale) sarebbe lasciar fare al mercato il suo corso sotto condizioni legislative valide erga omnes, ferma restando l’inviolabilità dei diritti universali generati dalle “verità autoevidenti” di cui sopra. Appellarsi ora alla libertà d’intrapresa e ora all’«interesse collettivo» per di più ostentando la propria estraneità alla logica del profitto insita nel difendere “solo l’aspetto economico” – somiglia più alla doppiezza dialettica di certo radical-socialismo postsovietico che alla rigorosa applicazione dei dettami liberisti.

                                                                                            
                                                                                              (1.Continua)


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23 luglio 2006

IsmaelVille/6.1

Per concludere l'abbuffata di collegamenti ipertestuali, vogliate favorire una bella carrellata di frivolezze per rinfrescare lo spirito tra una calura e l’altra. Qui c’è l’ormai celeberrimo sgolamento del telecronista cinese che ha seguito l’Italia con così tanto trasporto da rimediare il benservito dalla sua emittente televisiva. Qui sono state “giuntate” le migliori performances di Fabio Caressa nel corso del Mondiale, sulle note degli White Stripes (ancora thanks to Semplicemente Liberale). Per sapere com’è andata davvero tra Zidane e Materazzi andate qui e qui. E questo video, con i Rammstein di sottofondo, raccoglie in un’unica serie tutti i rimontaggi umoristici della testata mondiale. Da urlo i bloopers di Francesco Totti sul set della nota campagna pubblicitaria “laifff is nau” (thanks to The Right Nation)! Da Robinik, infine, ho rubato due link, uno per una bella galleria fotografica di (semi)nudi femminili in bianco e nero e l’altro per sbiriciare i topless involontari delle star.

Buona estate!


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23 luglio 2006

IsmaelVille/6

Sin dalla sua inaugurazione, per prosa e contenuti, ho molto apprezzato il blog de Il Filo a Piombo, nato dalla reunion di tre bolognesi sulla quarantina desiderosi di contribuire alla ricostruzione culturale del centrodestra. Quiqui i due migliori post che il loro diario online ha offerto alla mia ultima perlustrazione: il primo mette in bella scrittura il pensiero della quasi totalità dell’elettorato cidiellino in merito all’amnistia, il secondo si occupa delle numerose spiacevoli conseguenze che il femminismo, in oltre trent’anni di onorato (?) servizio, ha dimostrato di poter produrre sull’equilibrio psicofisico di molte donne.
Imperdibile anche questa vera e propria tesina sulla situazione irachena di Daniele Sfregola e di Mauro Gilli.
Molto carina l’intervista di Perla ad un suo amico ingegnere e omosessuale. Memorabile soprattutto allorché l’intervistato fa presente che, per un gay come per chiunque altro, nella vita – anche sentimentale – esiste molto altro e molto più che non l’idea totalizzante di sessualità spesso sbrigativamente attribuita al modus vivendi di tante persone – chiamate appunto omosessuali, quasi a volerne evidenziare una sorta di erotomania costitutiva.
La rassegna stampa de Il Mascellaro stavolta offre non uno, non due, bensì tre pezzi pregiati: qualche numero sul (buon) funzionamento della legge 40, la demolizione di certo catastrofismo d’accatto, artatamente (ed efficacemente) divulgato dalla sinistra negli ultimi anni e un minisaggio sulla cacciata di Cristo – provate un po’ a indovinare da dove.
Sulla stessa falsariga, Radici e Libertà riprende un articolo di Rino Cammilleri che illustra il profondo legame esistente tra il cristianesimo e la moderna concezione di “progresso”.
Bella analisi del rapporto tra finzione comportamentale e scarsità di autostima, by Claudio Risé.
Qui, invece, Max Teocon riprende qualche nota di Marco Respinti sul pensiero del filosofo anti-gnostico Eric Voegelin.
Tra i nuovi blog non cessa di stupirmi favorevolmente quello di JoyceQui l’autore mette sotto accusa l’atteggiamento della classe imprenditoriale italiana.
Chi non smette di rappresentare una splendida certezza nel panorama della blogosfera liberale nostrana è Paolo Della Sala. Meritano di essere letti questa sua critica allo strapotere mediatico della sinistra e questa silloge delle foto-shock che Beppe Grillo si guarderà bene dal...farci vedere.
Come di consueto Wellington torna con una delle sue analisi di tattica e strategia militare, con il risultato di sempre: mettere in luce il pressappochismo del giornalismo mainstream. Nella fattispecie, l’uso di armi da tiro imprecise come i razzi (Katyusha) chiama Hezbollah in manifesta colpevolezza di terrorismo. Le manovre d’artiglieria di un esercito regolare, infatti, vengono condotte utilizzando cannoni e/o obici, cioè strumenti in grado di colpire con precisione dei bersagli ben precisi. Il problema, quindi, è proprio che la milizia sciita libanese non è affatto un esercito regolare, ma un’organizzazione terroristica che sparacchia alla “piglio chi piglio” a cominciare dalla tipologia di armamento di cui si dota.
Ottima la recensione di Democrazia: il dio che ha fallito, raccolta di saggi del libertario Hans Hermann Hoppe, scritta da Passaggio al Bosco. Se l’estensore non ci inganna, si tratta della prima di una serie di approfondimenti dedicati al libro in questione.
Retorica e Logica propone due poesie, una di Montale e una di Borges. Da incidere sulla lapide tombale la frase virgolettata in chiusura!
Sul fronte “think tank” segnalo poi questo articolo di Vittorio Macioce sulla milanesità in politica e questo position paper dell’IBL sul pacchetto Visco-Bersani, linkati rispettivamente da The Mote in God’s Eye e da Happytrails.


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17 luglio 2006

United 93

Il cinema può accostarsi alla cronaca – qui intesa come tutta la storia abbastanza recente da aver ricevuto, tra gli altri, anche l’imprimatur audiovisivo – essenzialmente attraverso due formule sintattiche caratteristiche. Una è la sofisticazione del dato di repertorio a scopo pedagogico che, Munich docet, una volta appropriatasi dell’elemento documentale di partenza, ricompone il disordine dei frammenti filmati di cui dispone rubricandoli a “incidente probatorio” di un ben preciso modello di lettura dei fatti storici indagati. Così, ancora con riferimento al discusso film di Spielberg, il procedere di una crisi di coscienza verso un certo sbocco – nella fattispecie profondamente orientato al ravvedimento critico – permette alla caratterizzazione psicologica di un ex sicario di simboleggiare e di giustificare un’impostazione “moralmente attiva” della ricognizione cinematografica.
Oppure esiste la possibilità di minimizzare il livello di revisione morale degli avvenimenti dal forte impatto emotivo, dei quali alcune breaking news rappresentano l’acme assoluto. Espedienti come l’insinuazione di fantasiosi dettagli dietrologici e/o sentimentali nella ricostruzione dei drammi collettivi vissuti in tempo reale, in molti casi, sembrano quasi voler fornire un comodo alibi al cineasta desideroso di educare le masse facendo leva sulla – spesso inconscia – consapevolezza dell’ineliminabile scarto tra il mostrato e l’accaduto. Al contrario, nell’interpolare gli spezzoni in presa diretta contenendo al massimo l’utilizzo di connettori a valenza ideologica, che puntano più o meno esplicitamente a mettere in secondo piano la portata intrinseca del fatto in sé, il cinema può assumere i tratti tipici della cosiddetta docu-fiction.
È proprio quest’ultima la formula prescelta da United 93, con cui l’inglese Paul Greengrass si avventura nel racconto della rivolta dei passeggeri del volo 93 della United Airlines, che l’11 Settembre 2001 impedì al quarto degli attacchi suicidi pianificati per quel giorno da Al Qaeda – quello diretto contro la Casa Bianca – di andare a segno.
Questo semidocumentario, coerentemente con la scelta di lasciare sottintesi i risvolti ad ampio respiro politico della vicenda narrata, si avvale di soluzioni visive funzionali al carattere circoscritto e “realista” volutamente conferito alla rievocazione. I campi larghi si riducono a qualche scorcio aeroportuale, mentre fioccano le inquadrature strette, rubate all’intimità di una telefonata, di un mormorio furtivo, di un singhiozzo disperato; le riprese girate all’interno dell’aereo fanno largo uso del piano americano (dalle ginocchia in su). Camera a mano dal primo all’ultimo istante, con la fotografia mantenuta costantemente desaturata. Ogni aspetto tecnico della pellicola concorre ad addensare l’atmosfera angusta che precede e accompagna i percorsi obbligati. Questo per dilatare l’angosciosa dinamica di un avvenimento del quale, almeno in linea di massima, sono già noti a tutti gli sviluppi e l’epilogo. Gli snodi tramici centrali, pertanto, si reggono sull’inversione di visuale tra il reportage in diretta e l’indagine filmica differita: quello che rimane “fuori scena” guardando la televisione si rivela davanti allo schermo cinematografico e viceversa.
Se questo registro narrativo, sfruttato per provocare l’immedesimazione dello spettatore, inizialmente risente di una diffusa sensazione di lentezza, lo deve soprattutto alla panoramica introduttiva che occupa la prima mezz’ora del film – focalizzata sui soggetti che partecipano al frenetico ma ripetitivo indotto di un normale aeroporto statunitense. Controllori di volo (quasi tutti nella parte di se stessi) all’opera, passeggeri che si apprestano ad imbarcarsi, personale di bordo più o meno stressato: tutto catturato in simultanea grazie ad un montaggio dai ritmi assai calibrati. Senza dimenticare lo spaccato sui preparativi del commando - con tanto di depilazione rituale e di cantilene coraniche – che domina la sigla d’apertura.
Ma il crescendo ritmico che il montaggio imprime all’avanzamento della narrazione, coadiuvato da una sempre più frastornante gestione dei controcampi, impone allo spettatore un livello di coinvolgimento galoppante. Dal decollo in poi, la tensione sapientemente compressa tra un dettaglio e l’altro mette in risonanza una manciata di avvenimenti arcinoti e li fionda verso lo schianto finale, altrettanto preannunciato.
Con il cinema dinamico dei Luna Park, la gente in sala griderebbe terrorizzata. Senza le poltroncine semoventi, invece, sfila verso l’uscita con il lutto stampato sul viso: proprio la rinuncia a pilotare il posizionamento etico ed emotivo del pubblico consente a questo film di fargli rivivere un incubo dal di dentro.
Vista la stagione estiva ormai a pieno regime, lo sconsiglio caldamente a chi dovrà salire su un aereo di qui a breve.


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permalink | inviato da il 17/7/2006 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa



13 luglio 2006

La guerra infinita, l'ipocrisia al governo

A diciassette giorni dall’attacco palestinese a Kerem Shalom, al confine con la Striscia di Gaza, le milizie terroriste sciite di Hezbollah, ieri mattina, hanno lanciato un’offensiva contro le postazioni israeliane dislocate alla frontiera con il Libano. L’evidente sincronia tra le due operazioni paramilitari tradisce un connubio strategico di vecchia data tra Hamas e il Partito di Dio, come del resto è stato ampiamente documentato dagli analisti più esperti di dinamiche mediorientali.
Nel corso del primo attacco, condotto da un commando reclutato dal braccio armato dell’attuale partito di governo palestinese, sono rimasti a terra due soldati di Tsahal e ne è stato sequestrato un terzo, Ghilad Shalit, tuttora prigioniero.
L’offensiva di ieri, dal canto suo, ha causato l’uccisione di tre militari e, a seguito dell’immediata controffensiva israeliana, la morte di altri quattro soldati e di due civili libanesi. Stando a quanto sostiene Eliezer Geizi Tsafrir – autore di Labyrinth in Lebanon – in una dichiarazione raccolta da Il Foglio di oggi, “La matrice dell’attacco è la stessa, non la tattica. I palestinesi hanno scavato per diversi mesi un tunnel sotterraneo, utilizzato per entrare in territorio israeliano e attaccare i militari. Hezbollah ha bombardato postazioni israeliane per spostare l’attenzione dal luogo in cui ha compiuto l’incursione. Hamas e Jihad islamico e alcune componenti armate del Fatah sono addestrati da Hezbollah, tra Siria e Iran”.
È della prima mattinata di oggi la notizia del bombardamento di alcuni obiettivi in territorio libanese – tra i quali l’aeroporto di Beirut e la sede televisiva di Hezbollah – ad opera dell’aviazione israeliana. I raid aerei hanno interrotto i collegamenti telefonici tra la capitale e il Sud del paese levantino. Quel ch’è peggio, nel corso del contrattacco israeliano sono morti ventisette civili, tra cui dieci bambini. Il primo ministro libanese, Fuad Siniora, ha convocato le rappresentanze diplomatiche presenti in loco per esortarle a riferire ai propri governi circa un vero e proprio stato di preallarme bellico. Dalle coste libanesi, inoltre, sta partendo un’ondata migratoria di turisti stranieri verso la Siria, dalla quale i “villeggianti profughi” intendono far ritorno ai propri paesi di residenza.
Come sempre, quando si cerca di guardare con un minimo di obiettività alla situazione mediorientale, è assurdo e mistificatorio mettere su un piede di parità i criminosi esiti delle iniziative para-belliche del terrorismo panarabo – assunte da un prepotere transfrontaliero totalmente estraneo ad una formazione minimamente “democratica” del consenso che lo sorregge – e le pur gravissime conseguenze dei “danni collaterali” arrecati da Tsahal all’incolumità delle popolazioni civili che incrociano il suo possente cammino. Perché nelle manovre condotte dall’esercito di un paese democratico – diversamente dalla prassi che contraddistingue l’azione di ogni possibile milizia irregolare, quale che sia il suo grado di stragismo deliberato – l’assassinio di innocenti è l’eccezione, non la regola. E una casistica di “eccezioni” si fronteggia commisurandole adeguate sanzioni penali e disciplinari, come usa negli stati di diritto di cui Israele è un fulgido esempio.
Piuttosto, è la posizione attendista mantenuta dal governo italiano in questo come in altri frangenti di politica estera a destare più d’una perplessità. Perché se il giudizio di Massimo D’Alema sulla “sproporzionata” entità della rappresaglia israeliana di questi giorni fa parte di uno scoperto – ancorché discutibile – gioco al riposizionamento diplomatico sulla mappa delle alleanze postberlusconiane, non può invece trovare giustificazione alcuna l’opportunistica ambiguità che percorre l’atteggiamento dell’esecutivo negli ambiti politici più disparati, dall’economia ai trasporti alle infrastrutture alla diplomazia – per l’appunto. L’«equivicinanza», ormai assurta a cifra distintiva del prodismo teorico e applicato, sta diventando la foglia di fico sotto la cui egida far passare le più avventurose coartazioni ideologiche. I preparativi per il cospicuo drenaggio fiscale escogitato da Vincenzo Visco – non senza la volonterosa complicità di un circuito mediatico assai compiacente – vengono gabellati per meri strumenti accessori alle tanto celebrate “liberalizzazioni” di Bersani, neanche questi ultimi provvedimenti fossero qualcosa di diverso dalla minimale (ma sacrosanta!) cosmesi socio-economica che sono.
Allo stesso modo, l’improntitudine diplomatica dalemian-prodiana sembra davvero volersi spiegare adoperando parole come “equilibrio”, “saggezza” e “pragmatismo”. Il vero volto dello sciatto dilettantismo che fa da sfondo alla sconcertante titubanza del governo in materia di politica estera, invece, emerge da dichiarazioni come quelle rilasciate stamani dal viceministro degli Esteri Ugo Intini (RnP) a RadioDue: la violenza di Hezbollah, a suo dire, non si può addebitare alle autorità libanesi “ufficiali”, che non possono rispondere dell’iniziativa terrorista di alcune schegge impazzite.
Regge? No, non regge: Hezbollah, da formazione partitica strutturata qual è, esprime un nutrito gruppo parlamentare e un membro dell’esecutivo libanese. Dunque appartiene a pieno titolo ad un arco costituzionale riconducibile ad una sovranità chiamata a dotarsi di tutti gli strumenti legislativi, esecutivi e giudiziari atti a preservare la sua legalità interna.
Ma è ovvio come Intini non possa ignorare l’obiezione di cui sopra. Basta leggere i giornali per essere al corrente della frammentazione trasversale che affligge le fragili democrazie arabe. Dunque l’opinione del viceministro appare studiata per inscenare un triste gioco delle parti. Se in economia ci sono il gatto liberista (Bersani), la volpe keynesiana (Visco) e il Lucignolo che distrae le masse (Cento), agli esteri vanno in scena il filoarabo (Intini), l’ultrà amerikana (la Bonino, da un posto di vista solo apparentemente defilato) e il saggio paciere equidistante (D’Alema). Alla fine della fiera, tanto, qualcuno di loro dovrà pure essere nel giusto e poterne menar vanto.
Vecchio il trucco bolscevico, scontato lo sbocco nell’irrilevanza. Ma quel che conta è sopravvivere, con tanti saluti alla politica delle scelte di campo nette.




10 luglio 2006

Paths of Glory - Ciò ch'è fatto è reso

Con le prime luci dell’alba di stamani, si è conclusa una pazza notte di festeggiamenti piazzaioli e di caroselli automobilistici che hanno tenuto sveglia un’intera nazione. L’Italia, grazie all’impresa compiuta da Marcello Lippi e dalla sua selezione, è campione del mondo di calcio per la quarta volta, dopo aver superato ai calci di rigore (5-3) la rappresentativa delle colonie francesi.
In virtù della sua superiore esperienza, dovuta anche alla maggiore età media dei suoi giocatori, lo squadrone franco-africano ha ripiombato gli azzurri nel pantano del consueto difensivismo sconclusionato che, dopo la grande vittoria sui tedeschi padroni di casa, sembrava ormai essere stato derubricato a lontano ricordo di quella sottospecie di catenaccio a suo tempo praticato dai Sacchi (’94), dai Maldini (’98) e dai Trapattoni (2002). Semplicemente maiuscole le prestazioni di Abidal, di Vieira, di Thuram e di Malouda. Proprio su quest’ultimo, al 6’ del primo tempo, si è abbattuta la scomposta entrata da rigore di Marco Materazzi il quale, sul piano individuale, può ben dire di aver vissuto l’intera gamma emotiva che ieri sera ha investito il pubblico italiano a livello collettivo. Tempo una ventina di minuti, infatti, e lo stopper si riscatta incornando su calcio d’angolo di Pirlo il pallone dell’1-1, che pareggia i conti col “cucchiaio” messo a segno poco prima da Zinedine Zidane.
Thierry Henry, dal canto suo, ha confermato di saper prendere autonomamente l’iniziativa, in mancanza di validi rifornimenti dalle retrovie. Variando in orizzontale su tutto il fronte offensivo, il centravanti dei galletti è riuscito a proporsi in area in più di un’occasione e a mettere in difficoltà un Cannavaro duramente provato da sette partite di presenza ininterrotta e – pertanto – fallosetto quanto bastava per rischiare di far dimenticare un mondiale altrimenti immacolato. Quel che più ha colpito dell’assetto tattico della partita, però, è stata ancora una volta la qualità del fraseggio francese negli spazi ravvicinati. Come contro il Brasile, la (sovra)nazionale transalpina palleggiava con geometrica precisione le triangolazioni più strette che si siano viste in una competizione internazionale da lungo tempo a questa parte. Si può comprendere come una squadra di club, abituata ad allenarsi a lungo e a collaudare gli automatismi di gioco giorno per giorno, riesca a raggiungere simili livelli di confidenza e di coralità. Ma da parte di una nazionale, che prova i suoi schemi al massimo due-tre volte l’anno, tanta disinvoltura è davvero sorprendente. Vuoi vedere che la tanto vituperata sovrabbondanza anagrafica ha anche i suoi pro? Sono sempre i “vecchietti”, da che mondo è mondo, a sapersi meglio destreggiare palla a terra, anche e soprattutto per non dover fare eccessivo ricorso alle verticalizzazioni - sterili quanto frequenti nelle nazionali giovani, spesso costruite in fretta e furia nella convinzione che basti avere abbastanza polmoni per pedalare dietro alle palle lunghe, al fine di impostare degnamente un’efficace tessitura tattica.
Ribery, con una rasoiata a fil di palo, e Zidane, con un colpo di testa perentoriamente respinto dall’immenso Gigi Buffon, si sono procurati due occasioni-gol potenzialmente decisive. Potenzialmente, eh già. Perché – a parte il fatto che l’Italia, con Toni, ha centrato una traversa e si è fatta annullare un gol per fuorigioco semipassivo di quel beota di De Rossi – nel calcio la dialettica meriti/demeriti/risultati sfuma nella metafisica delle recriminazioni fini a se stesse. Se vi interessano gli sport in cui l’intelligenza tattica debba necessariamente coniugarsi alla raffinatezza tecnica espressa dal collettivo più meritevole, siete pregati di rivolgervi altrove. Ad esempio alla pallavolo o alla pallacanestro, non a caso sport giocati con le mani, in cui il fattore tecnico riveste una centralità enormemente più rilevante che non negli sport “pedestri”, esposti ad un elevato grado di casualità e di istintività.
Diciamolo brutalmente: dopo il rigore toccato loro in sorte nei primi minuti, gli avversari francesi non sono più riusciti a metterla nel sette. E tanto è bastato agli azzurri per trascinare la gara fino alla roulette dei rigori, espediente discutibile ma funzionale per decretare il vincitore di una partita condannata al pareggio ad libitum. Dopo tanti dispiaceri, questa ghigliottina casuistica ha finalmente regalato all’Italia una grande gioia. Trezeguet, “colpevole” della beffa patita agli Europei del 2000, mette sulla traversa un calcio di rigore molto piazzato. Troppo, ahilui.
Emblematica, per definire sinteticamente il carattere inopinato di questo come di tanti altri esiti calcistici passati, risulta la dichiarazione rilasciata dal nostro portierone al termine dello showdown: “È paradossale, perché a Manchester [finale di Champions League contro il Milan, NdI], dopo aver parato due rigori, ho perso, mentre stasera, che non ne ho parato nessuno, ho vinto” (citazione libera). Una variazione sul tema “la palla è rotonda”, diciamo.
Spiace che la carriera di un grande campione come “Zizou” Zidane debba concludersi con un episodio di grave scorrettezza agonistica – ossia una testata in pieno petto a Materazzi. Rimane da capire cosa possa avergli detto di tanto tremendo il nostro stopper – certo non noto per la sua noblesse –, ma su un campo di calcio nessuna ingiuria può giustificare una reazione tanto violenta e aggressiva.
Parafrasando l’Armando Diaz – me ne perdonerete –, mi viene da dire che i resti di quello che fu il più grande giocatore del suo tempo si apprestano a risalire in disordine e con infamia la vallate renane che avevano discese con orgogliosa sicurezza.
Mi permetto, infine, di ignorare i più elementari dettami della sportività “coubertiniana” nell’accogliere con estremo sollazzo i primi piani, offertici ieri sera dalla regia internazionale con tanto di campi e controcampi, della faccia scura di monsieur le bagarin, l’odioso CT Domenech. Quello, per capirci, che concede esclusivi reportage “dietro le quinte” del ritiro e degli spogliatoi solo alla sua fidanzata giornalista e che, non pago di tanta protervia, si rivende sottobanco i biglietti che la federazione francese gli concede in favore di rappresentanza. Anche solo per questo mio livore ad personam, mi sento di dire che stavolta giustizia è stata fatta.
Bene, ora le stelle iridate del calcio azzurro salgono a quattro. Il nostro albo d’oro è secondo solo a quello del Brasile pentacampione del mondo, ma per raggiungere nuovamente i carioca potrebbe bastare “soltanto” saper aprire un ciclo di vittorie e consolidare un gruppo di atleti già affiatatissimo – compito nel quale il mister Lippi è specialista.
Dai Marcello, resta: eguaglia Vittorio Pozzo. Gli italiani non s’accontentano mai, lo sai.


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5 luglio 2006

Interludio becero/sciovinista - Verso la finalissima

                  


                  

                  


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3 luglio 2006

Padoa-Schioppa VS Bersani: vince la politica

La diversa fascinazione esercitata dai due ultimi provvedimenti assunti dall’esecutivo – cioè la manovrina correttiva da 7 miliardi di Euro e il decreto sulle liberalizzazioni – riflette sul piano dello stimolo intellettuale il differente spessore politico associato al ruolo e alla personalità dei loro rispettivi artefici, vale a dire Tommaso Padoa-Schioppa e Pierluigi Bersani.
Il primo, abile eurocrate prestato all’appianamento del deficit pubblico italiano, somiglia ad una sorta di maxi-commercialista incaricato di calibrare con cura le entrate e le uscite di una immensa partita di giro contabile. Stretto tra le intemperanze di un improbabile neofita dell’economia come Paolo Cento e l’ingombrante eminenza grigia del vetero-keynesiano Vincenzo Visco, l’ex vertice BCE si ritrova ostaggio del rissoso coté partitico che lo ha cooptato nella paralizzante veste di tecnico indipendente. Con tutto ciò che ne consegue sul cabotaggio della sua azione politica, che giocoforza si riduce a piccoli interventi di cassa, ben presentati e sostenuti dalla stampa amica (praticamente tutta quella presente su piazza), ma affatto somiglianti alle manovracce una tantum di tremontiana memoria. Mi riferisco, in particolare, alla rettificata ripartizione sulla platea contributiva dell’IVA e dell’imposta di registro. Quest’ultima, che sostituirà l’IVA per alcune voci di imposizione riguardanti soprattutto le categorie professionali, non è però soggetta alla stessa ampia casistica di esenzione. Come spesso accade, inoltre, la consapevolezza dell’inanità viene esorcizzata colpendo specifiche fasce sociali con castighi fiscal-elettorali ad hoc: i correntisti bancari, con la manovra bis, vengono obbligati ad informatizzare le procedure di deposito e di prelievo, perciò saranno più agevolmente sottoposti ai controlli incrociati della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate. Il che non significherà affatto condurre con maggiore efficacia la tanto sbandierata “lotta all’evasione” (che si combatte ampliando la base imponibile, cioè abbassando contemporaneamente tutte le aliquote marginali), ma solo indurre la gente a stornare dagli istituti di credito i propri introiti in nero, dirottandoli magari all’estero o su mercati immobiliari in debito d’ossigeno montante. Oltre che stendere la rete che in futuro, chissà, potrebbe servire a spazzare il fondale dei beni patrimoniali accumulati dagli italiani.
Di tutt’altro segno è l’appeal trasmesso all’esterno dal Ministro per lo Sviluppo Economico, nuova dicitura con cui usa altisonare il vecchio dicastero dell’Industria. Complici l’intelligenza, la visione strategica e l’intenso rapporto fiduciario che intrattiene con i suoi bacini elettorali di riferimento, Pierluigi Bersani restituisce alla figura del politico puro tutto la sua preminenza rispetto a quella del tecnico specializzato, assai simile al precario assunto con contratto a progetto. Solo chi regge le briglie di un circuito imprenditoriale e produttivo di dimensioni nazionali dietro mandato eminentemente politico, infatti, può farsi carico di lanciare la sfida delle liberalizzazioni ad un’opinione pubblica timida e abitudinaria come quella italiana.
Con le misure anti-protezionistiche appena avviate al dibattito parlamentare – dopo che il centrodestra nostrano, di tutta evidenza più propenso alle reiterate acrobazie contabili che al rispetto della sua ragion politica fondante, ne ha pavidamente trascurato l’introduzione per cinque anni esatti – una discreta quotaparte dell’onere tariffario per i servizi professionali qualificati tornerà a formarsi sul terreno più appropriato, ossia la libera contrattazione tra soggetti acquirenti ed offerenti. Finalmente, dopo secoli di corporativismo a danno della povera gente e del concetto stesso di democrazia, viene compiuto un primo, piccolo passo nella direzione di una società più aperta e libera dal retaggio medievaleggiante delle Arti e delle Corporazioni sottratte al controllo popolare.
Col tempo, la tesi secondo cui l’alta qualità può essere garantita solo tramite dosi – variabili ma imprescindibili – di oligopolio collusivo si mostrerà chiaramente a tutti per quello che è realmente: una mistificazione classista che offende la capacità di giudizio della gente comune. La quale presto potrà passarsi la proprietà di autovetture e ciclomotori senza subire l’infame vessazione dell’esosa gabella da destinare al firmaiolo in giacca e cravatta; comprare medicinali generici al supermercato (ma, ahimé, pagando ancora il farmacista per incartarglieli) e, più in generale, rivolgersi ai professionisti maggiormente capaci di coniugare la qualità e la convenienza. Ciò che implica la mia possibilità, di fronte alle furbizie del solito scadente geometra che marcia sull’economicità del suo onorario, di conservare la committenza privata ribassando a mia esclusiva discrezione le tariffe professionali.
Di fronte agli interessanti scenari che si prospettano con l’avvento di queste migliorie di assoluto rilievo, anziché rilanciare proponendo analoghe misure di tenore ancor più radicale all’indirizzo delle categorie deliberatamente “esentate” dalla nuova mini-riforma, il centrodestra nicchia o, peggio, cerca di speculare sul malcontento di alcuni ceti professionali, che lamentano l’abbattimento dei loro comodi (e antisociali) privilegi di lunga data. Proprio vero che il coraggio, quando manca, non ce lo si può dare. Evidentemente, oltre che per le persone singole, il motto vale anche per i raggruppamenti elettorali: ma che vi voto a fare?



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