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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

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Hanno già ricominciato
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La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

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Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

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Scemenze che vanno distinte

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Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
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Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
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Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
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Il caso Bianzino

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I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
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Contro le tasse

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Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


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Coerenza o completezza?
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Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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27 giugno 2006

Centrodestra, anno zero

Ieri pomeriggio è infine piombata la terza, devastante tegola sul groppone di un centro-centrodestra ormai in ginocchio. In poco meno di tre mesi elezioni generali, elezioni amministrative e referendum costituzionale hanno emesso verdetti dai contorni sfumati, ma dello stesso inequivocabile segno politico: la Cdl non è più in sintonia con la maggioranza strutturale degli italiani, sempre che lo sia mai stata davvero.
Nel quadro di quest’ultima scoppola, a ciascuna formazione di cui è composta l’alleanza cidiellina spetta una parte di colpa. AN e UdC, come al solito, hanno parlato bene a Roma e razzolato male a livello periferico. È un segreto di Pulcinella, infatti, che i responsabili territoriali dei due partiti a più forte impronta meridionalista della coalizione berlusconiana non abbiano mai mandato giù la revisione in senso federale degli assetti istituzionali. Trovandosi peraltro nelle ambasce di doverne rendere conto al loro elettorato di riferimento, in larga parte espressione del pubblico impiego e del settore primario (ossia i due strati sociali maggiormente fautori di politiche economiche mercantiliste e protezioniste), i militanti nelle truppe casinian-finiane hanno preferito fare buon viso a cattivo gioco una volta di più.
La Lega, a rigor di logica, dovrebbe sciogliersi e/o confluire in Forza Italia. Tanta pluridecennale retorica sul partito “fidelizzato e strutturato” in funzione autonomista trova in un plebiscito centralista e retrogrado la pietra tombale che potrebbe mettere capo alla sua ragion politica. Se lo scopo della Lega Nord – sancito a chiare lettere in calce al suo documento statutario – doveva essere l’introduzione del federalismo a furor di popolo, quest’oggi il popolo ha detto ‘no, grazie’. Pregasi trarne le dovute conclusioni.
Forza Italia, che doveva rappresentare un embrione di quel grande progetto di confluenza della parte variamente moderata, liberale, cattolica e conservatrice del nostro paese in un unico soggetto politico, sta implodendo su tutte le contraddizioni ingenerate dal personalismo antipolitico e privatistico inoculatole dal suo fondatore, sempre sia lodato. Un movimento d’opinione nel quale convivano posizioni che vanno da Baget Bozzo a Cecchi Paone non può sopravvivere a lungo, senza dotarsi di una piattaforma fondativa rispetto alla quale riconoscersi con varie gradazioni di dissenso.
Detto tutto questo, appare evidente il carattere conservatore del voto popolare uscito dalle urne con la consultazione di ieri. Conservatore nell’accezione peggiore del termine, perché punta a mantenere non un ordinamento liberale della vita politica sistematizzata, ma il “non luogo ad emendare” una carta fondamentale espressione dell’azionismo e del cripto-stalinismo più datati, nella quale si rispecchiano solo le velleità da capipopolo malamente imbandite da ristrette élite intellettuali savoiardo-capitoline.
Con ogni probabilità, oggi segna il passo la fisionomia del centrodestra per come l’abbiamo conosciuta durante gli ultimi dodici anni. L’inanità del partito-fisarmonica uscito dal cilindro di un estroso pubblicitario brianzolo, dopo essersi resa protagonista della sua ultima eroica battaglia persa ancor prima di avere inizio, si eclisserà a tutto vantaggio di una riorganizzazione generale del moderatismo italico in chiave morotea. Ossia erede dell’unico modello di aggregazione del non-socialismo nostrano che abbia una minima chance di vittoria contro l’inespugnabile fortezza delimitata dal pentagono cooperative-banche-magistrature-amministrazioni locali-apparati statali a tinte rosse.
Si farà all’italiana: avversari con cui non si può competere in regime di libera concorrenza si affrontano colludendo in duopolio. Con tanti saluti alla società aperta, di tutta evidenza rimasta patrimonio di una esigua cerchia di grafomani sognatori. Senza un’epopea collettiva di pionierismo attivo paragonabile – che so – alla conquista del West, il liberalismo funziona solo come magnete di retorica polverosa su qualche scaffale dimenticato. Ecco cosa ci insegna la parabola della nostra Repubblica fondata su una merce, il lavoro, e non sulla carne viva di chi quella merce domanda ed offre.




26 giugno 2006

Referendum day...compromission day

Mentre scrivo queste righe il referendum confermativo del piano di riforme costituzionali, varato lo scorso Ottobre dall’ormai ex maggioranza di centro-centrodestra, sarà ancora in pieno svolgimento. Non nascondo di trovarmi in forte imbarazzo ideologico nell’affrontare il merito del presente snodo plebiscitario, che se non altro porterà finalmente a conclusione l’interminabile “campionato elettorale nazionale” – protrattosi per quasi un anno – al quale le nostre forze politiche hanno partecipato ricorrendo a toni dall’apocalittico al becero, dall’intellettualmente disonesto all’opportunisticamente accorato.
A suo tempo mi peritai di esporre alcuni motivi di perplessità in merito al testo di legge in queste ore sottoposto a votazione. In breve: troppi poteri per un Primo Ministro eletto contestualmente alla formazione delle assemblee parlamentari; equivoco lessicale sull’istituzione del nuovo Senato cosiddetto “federale”, ma in realtà convocato sulla base di un meccanismo a ripartizione demografica (una testa, un voto) del tutto in contrasto con la regola (uno stato, un rappresentante) che governa l’implementazione delle Camere Alte nelle confederazioni correttamente strutturate. E ancora: l’abolizione del bicameralismo – che pure mi ispira così tanta simpatia a livello epidermico – non provocherà un incremento della già spiccata tendenza a legiferare dei nostri rappresentanti? La vita civile italiana si muove su di un tappeto giuridico sotto al quale sono stati spazzati qualcosa come 250000 (duecentocinquantamila) tra codici, codicilli, commi, leggi, leggine e pandette. Ad oggi, pertanto, ogni nostro spostamento sul quel macroscopico coacervo di restrizioni che ci ritroviamo sotto i piedi rischia di sprofondare nelle sabbie mobili di un moloch normativo contraddittorio e disordinato, ai cui paradossi ciascuno di noi potrebbe un giorno ritrovarsi chiamato a soggiacere. Lo snellimento degli iter parlamentari può davvero garantirci nei confronti di una proliferazione giuridica tanto soverchiante, se già oggi siamo sommersi da un corpus giuridico potenzialmente annichilente?
In altre parole, mi sarei trovato più a mio agio di fronte ad un ventaglio di quesiti adeguatamente “spacchettati”, come accade quasi sempre nel caso dei referendum abrogativi, che consentono agli aventi diritto di misurarsi più liberamente con il merito delle domande poste loro.
Purtroppo, al contrario, ieri pomeriggio mi è passato per le mani un interrogativo secco. La logica binaria, al fine di approvare o meno un “oggetto” preso nella sua interezza e gravato anche da un solo motivo di disapprovazione, mi imponeva il rifiuto in blocco del quesito sottopostomi. Con conseguente NO anche a tutte le innovazioni positive eventualmente introdotte con la riforma, che a mio parere non mancano. Benedette siano la riduzione del numero dei parlamentari (l’autolimitazione dei poteri da parte di una qualsivoglia classe politica, com’è noto sin dall’antichità, costituisce una specie di miracolo), il riaccentramento degli ambiti decisionali in materia di lavori pubblici e di conformità costituzionale delle singole leggi regionali (altro che “Italia spaccata”: qui avviene proprio l’esatto opposto) e la moderatissima devoluzione alle regioni di alcuni comparti legislativi (scuola, sanità e sicurezza territoriale, ahimè senza portafoglio).
Solo che sbaglia Giuliano Ferrara allorché scrive, sull’ultimo numero di Panorama, che questo genere di consultazioni agevola il parteggiare “per null’altro che per un testo riformatore”. Casomai è vero che i referendum di tipo abrogativo facilitano l’opporsi a nient’altro che alla lettera di una determinata legge, senza costringere a troppo soprammercato partigiano ideologizzato. Invece dice bene il direttore de Il Foglio quando, rivolgendosi idealmente agli Oscar Luigi Scalfaro, ai Mario Pirani e ai Giovanni Sartori, asserisce che “non sanno quanto il meglio sia nemico del bene”.
Questo, se vogliamo, è esattamente il bandolo di tutta l’intricata questione. La portata del plebiscito che quest’oggi volge al termine fuoriesce dal ristretto perimetro della semplice conferma di un pacchetto di riforme altamente perfettibili, poiché esonda su territori concettuali assai più ampi e decisivi che non la contingenza normativa di medio-breve longevità. Essi conducono al rifiuto jeffersoniano dell’immobilismo costituzionale, all’affermazione, almeno in linea tendenziale, di principi come il federalismo fiscale (peraltro già contenuto nella Costituzione del ’48) e la gerarchia di governo a moduli decrescenti con la distanza dei gangli istituzionali dall’individuo-cittadino e al ripristino dell’interesse strategico di alcuni grandi ordini di opere pubbliche.
È per questi motivi che ieri ho vergato la mia crocetta sul SÌ, nella speranza che, giunta al termine la stagione degli slogan malmessi e delle grida belluine da scannatoio televisivo, le forze politiche sappiano riguadagnarsi il pane quotidiano tornando a svolgere con serenità e competenza il loro compito precipuo, vale a dire la compensazione in separata (e meno fisicamente “affollata”) sede delle indicazioni fornite dal popolo sovrano.




16 giugno 2006

Non sto lavorando per voi

Quello che sto vivendo è con ogni probabilità il periodo a maggior tasso di ciclotimia dacché il sottoscritto ha fatto la sua apparizione sul nostro bel pianeta terracqueo. Momenti di euforia esaltante si alternano a botte di depressione micidiali. È per questo motivo che, tra l’altro, ultimamente mi mantengo perfino al di sotto della mia già non irresistibile media di posting. Però, a un dipresso, riesco a scorgere nitidamente la radura in fondo al sentiero...
Con tutto il trambusto tipico di ogni pre-laurea che si rispetti (mi tasto scaramanticamente proprio là dove state immaginando), non ho neppure avuto modo di augurare buon compleanno a TocqueVille, il mio aggregatore/metablog preferito.
Di sicuro, tuttavia, c’è che le polemiche recentemente sorte in seno alla comunità tocquevilliana circa la “procurata sovraesposizione” dei radicali in Home Page, in qualche modo, riguarda da vicino tutta quella ridda di sollecitazioni che, lo scorso Ottobre, mi indusse ad aprire questo spazio di minima utilità. È vero, il metodo di aggregazione “a compartimenti stagni” non trasmette al neofita di passaggio su TV un corretto campionamento delle varie posizioni ideologiche espresse dalla (nostra) cittadinanza virtuale. In teoria, per una volta, sarebbe meglio ragionare con spirito democristianamente proporzionale e dare rappresentanza a ciascun gruppo trasversale di concittadini in base al suo peso numerico.
Ma dal dire al fare c’è di mezzo l’impraticabilità materiale di questa soluzione all’apparenza così scontata: ammesso e non concesso che si possano davvero tagliare con l’accetta le varie “famiglie” che compongono la comunità, e sempre che una simile logica giovi realmente alla riuscita di un progetto che, in fondo, si basa sull’abbattimento degli steccati di partito per liberare le forze vive dell’individualismo fusionista, come fa un poverocristo addetto all’aggregazione a lavorare di bilancino con novecento blog da tenere sotto osservazione?
Inoltre mi spiace notare che spesso, anziché tentare di smontare i ragionamenti sgraditi, si scateni una caccia ai ragionatori in persona. Sì, lo so anch’io che a volte la logica di Jim Momo urta i nervi – del resto è pur sempre per abbozzare una modesta confutazione di certi suoi argomenti che mi sono lanciato nella blog-impresa.
Soprattutto, di lui mi risultano insopportabili quei post che comunicano istintivamente eterodirezione e propagandismo da attivista; roba che magari, sotto sotto, nemmeno a lui piace troppo scrivere.
Però, insomma, è naturale che un militante impegnato in prima persona nella politica attiva si prodighi ad arare il campo delle sue fidelizzazioni più gettonate. E di sicuro, anche lui si troverà sovente a disagio, di fronte alle prese di posizione più destroverse che compaiono sull’aggregatore. Più di tutto, comunque, mi sembra inutile e spiacevole aggredire la sua persona in luogo delle sue idee: il radicalismo si dovrebbe combattere contando fino a trenta o, se necessario, fino a cento e mettendosi di buona lena ad escogitare qualche controdeduzione da mettere per iscritto con la massima pacatezza possibile. Non dimentichiamoci, infine, che, per quanto talora di difficile assimilazione, il consolidamento di una forte “ala sinistra”, per uno schieramento politico-culturale a vario titolo conservatore, è condizione imprescindibile per poter nutrire qualche minima speranza di affermazione elettorale – esattamente come, per le sinistre, è importantissimo garantire un solido presidio alla loro destra interna (e finché la Margherita rimarrà stabile sopra il 10%, infatti, l’Unione dominerà il confronto bipolare vita natural durante).
Concludendo, una dialettica interna anche asperrima non può e non deve risolversi in velleità purgatrici o in personalismi permalosi: tanto, nel futuro, la destra si dovrà “radicalizzare” sempre di più, piaccia o meno.
Bene, adesso torno a farmi paranoie sesquipedali. Voi fatemi un inboccallupo.


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10 giugno 2006

Non si muove una foglia

L’ultimo grattacapo toccato al governo Prodi in ordine di tempo – è notizia di oggi – investe direttamente l’ambito nevralgico della politica estera. La richiesta, inoltrata dai vertici NATO, di un rafforzamento del contingente italiano di stanza in Afghanistan ha puntualmente incontrato il niet della sinistra antagonista, in particolar modo dei Comunisti Italiani.
All’euforia ulivista per la vittoria al fotofinish di due mesi fa si va sostituendo l’amara consapevolezza che la semplice prevalenza aritmetica è senz’altro condizione necessaria, ma di per sé non sufficiente a garantire stabilità e autorevolezza ad una coalizione politica.
Il “qui e ora” dei magnifici 102 (centodue) che compongono l’attuale squadra di governo sembra condannato alla paralisi decisionale. Ad appena un mese dal giuramento dell’esecutivo, già si profilano all’orizzonte i fantasmi della prima “verifica” politica – richiesta a gran voce dall’estrema sinistra dopo essersi vista derubricare in blocco a “colore locale” in un’intervista rilasciata da Romano Prodi alla testata tedesca Die Zeit – e la frammentazione ideologica costringe il governo all’inazione perfino sull’irrinunciabile fronte politico dell’allineamento atlantico.
Il “qui e dopo”, pertanto, si riduce ad un inverecondo dilagare di proclami privi di respiro, della serie: quando mancano le truppe per piazzare i mortai, mi accontento di sparare a salve con l’obice pesante. Il “qui e prima”, infine, è improntato alla reazionaria sospensione o cassazione dei pochi traguardi minimamente significativi raggiunti dal precedente governo – l’ultimo colpo di spugna riguarda la riforma della giustizia made in Castelli.
Proposte fuor di provocazione per il futuro (cioè strategia), zero. Idee per la navigazione quotidiana (cioè tattica), zero. Compromesso col passato, con conseguente correzione della spinta riformatrice verso il perfezionamento, e non la cancellazione, dell’opera legislativa pregressa, zero. Morale della favola: inoffensivi come sono, camperanno cinque anni. Perché l’immobilità mette pace tra alleati e getta scompiglio sugli avversari, che di fatto possono trovarsi senza nulla a cui – letteralmente – “opporsi”.

Round-up: 2Twins, Harry, Luxor, Il Filo a Piombo, Walking Class.




7 giugno 2006

Pensierini bioetici

Oberato dagli impegni “tesistici”, sbarco la bloggata con una serie di pillole a tutto campo. A voler rimanere sui miei standard di logorrea ce ne sarebbe per redigere altrettante analisi da diecimila battute ciascuna, ma vedo cosa posso fare per condensare in poche righe le mie opinioni sui più scottanti argomenti di discussione emersi durante quest’ultima settimana.
Di che vogliamo parlare? Per stare ai fatti in modo succinto, servirebbe un motto in grado di descrivere appieno la cifra politica del nuovo governo. Per quanto sembra lecito desumere almeno dalle prime fiammeggianti dichiarazioni rilasciate da questo o quel ministro, un buon detto potrebbe essere “can che proclama, non morde”.
Esternazioni di taglio radicale senza pezze d’appoggio concrete nell’iniziativa parlamentare o nell’azione di governo, infatti, non fanno che trasmettere l’enorme debolezza di chi, vistasi preclusa la via del compromesso politico fattivo, può solo limitarsi a galvanizzare i suoi sostenitori più accesi con parole d’ordine ispirate agli ideologismi più astratti e impraticabili.
Il rituale bizantino (e prodianamente cripto-clericale: cattolico nella forma, secolare nella sostanza) tenutosi con il “conclave governativo” umbro, poi, è una formidabile spia delle ansie da prestazione che già affliggono l’amministratore di condominio assiso a Palazzo Chigi, ansie che discendono direttamente proprio dall’eccessiva disinvoltura manifestata da alcuni uomini di governo in sala stampa.
Basti pensare alla decisa sterzata in materia di etica pubblica che si pretende già impressa a partire dagli annunci in salsa zapaterista lanciati dalla trimurti Mussi-Bindi-Turco. Un referendum fallito per mancato quorum, è la tesi del Baffone impegnato a reggere le sorti delle patrie università, non ha valore asseverante. Ora, a parte il fatto che il sottoscritto ha votato SÌ al secondo dei quattro quesiti messi a plebiscito un anno fa e non ritiene perciò la Legge 40 un totem intoccabile, bisogna pur ammettere che un buon 30-35% di quanti allora non si recarono alle urne scelse l’astensione a ragion veduta, consapevolmente. È capzioso dire che “senza quorum, staremmo raccontandoci di un plebiscito a favore dell’abrogazione”, perché, se lo sbarramento sulla platea elettorale non fosse stato in vigore, sarebbe sicuramente aumentato il numero di NO. Grosso errore dei fautori della Legge 40, casomai, è non aver tenuto nemmeno lontanamente in considerazione la possibilità (plausibilissima) che l’eccezionalismo culturale italiano potesse permettere di far vincere il sostegno attivo ad una legge che – limite dei tre embrioni a parte – costituisce un precedente di assoluto rilievo nel panorama legislativo occidentale.
Finalmente all’oltranzismo degli ultrà utilitaristi e materialisti si è opposto il tentativo di contemperare con intelligenza ed equilibrio le esigenze etiche espresse da un corpo sociale moralmente molto diversificato. La Legge 40 non “vieta” affatto la fecondazione assistita, ma ne regolamenta l’accesso con riguardo alle molteplici sensibilità di tutta la base contribuente che finanzia con le sue tasse il sistema sanitario nazionale. Il divieto all’eterologa rappresenta un’indebita ingerenza nelle scelte che taluni ritengono di poter prendere, senza per questo arrecare alcun danno di sorta al prossimo? Sarebbe vero se l’eterologa che certi “libertari” hanno in mente non contemplasse l’anonimato del donatore esterno, che impone ad un soggetto inerme (il concepito) di subire una mutilazione della sua identità biologica.
Molti sedicenti liberali sposano un concetto di “contratto bilaterale” invero piuttosto singolare, specie nei confronti di soggetti lasciati alla mercé dell’arbitrio tecnoscientifico solo perché non confacenti al metro di “utilità” che tanto efficientismo neoclassicista vorrebbe contrabbandare come “minimo etico”.
Col tempo, la totipotenza staminale – e qui chiudo la prima, lunga controargomentazione – si dimostrerà per quello che è: una chimera irraggiungibile alla stregua del moto perpetuo in fisica o della fusione fredda in chimica. Ottime prospettive terapeutiche si sono aperte (e continuano ad aprirsi) grazie alle staminali somatiche; osservando poi che, alle viste, si profila la possibilità di “riprogrammare” le cellule adulte ad agglomerati biologicamente analoghi a quelli embrionali, ci si fa un’idea di quanto l’accanimento occisivo sugli embrioni inermi sia solo conseguenza di un ingiustificato irrigidimento ideologico.
Detto questo, Mussi che fa? Propone una legge? No, l’abbiamo detto, è debole, ha la Binetti attaccata al groppone. Per cui sceglie l’iniziativa ad effetto: ritiro del sostegno italiano ad una dichiarazione etica priva di valore legale, gran polverone polemico sulla carta stampata, ma impianto normativo invariato. Però, diamine, che coraggio i nostri bravi ministri democratici, si mormorano i compagni stravaccati alla Casa del Popolo.
Per le micro-sparate della Bindi in tema di PACS valgono le stesse considerazioni. La disciplina legislativa delle coppie di fatto non può limitarsi alla sola sfera privata, dice il neoministro delle politiche familiari. E qui bisognerebbe capirsi: se la Bindi intende dire che, oltre al diritto privato, un riordino delle norme in materia dovrebbe investire anche il codice civile e il diritto amministrativo, mi trova d’accordo. Personalmente ritengo che tutto questo bailamme – ideologico, tanto per cambiare – attorno al riconoscimento delle coppie di fatto etero ed omosessuali si debba risolvere ampliando la sfera delle libertà contrattuali, permettendo a chiunque ne faccia richiesta davanti ad un notaio di stipulare accordi di convivenza personalizzati, con rilievo giuridico anche nei confronti dell’autorità amministrativa.
Si tratterebbe dunque, secondo me, di saper allargare il perimetro normativo delle leggi che informano il diritto societario.
Altro discorso sarebbe se la Rosaria nazionale volesse sostenere la necessità di sanzionare pubblicamente qualsiasi scambio di promesse affettive pronunciato more uxorio. In tal caso, avrebbero ragione da vendere quanti denunciano i PACS come la mistificazione di un “piccolo matrimonio”. Ciò genererebbe conseguenze immediate sull’accesso ai benefici previdenziali da parte dei contraenti, i quali potrebbero disporre anche di risorse pensionistiche stornate dalla ripartizione pregressa. Assistenzialismo allo stato puro elargito a nuovi strati sociali questuanti, quindi, con l’aggravante dell’ingiustificata redistribuzione sotto il profilo della filosofia giuridica. Molti dei vantaggi fiscali e amministrativi accordati alla famiglia naturale, è bene ricordarlo, rappresentano il controvalore che la collettività riconosce all’impegno coniugale di armonizzare la propria potenzialità procreativa. In altre parole, si tratta di una specie di “ringraziamento” per aver scelto di sacrificare alcune “quote” della propria libertà individuale al superiore interesse di pro-creare e di crescere figli tutelati sul piano genealogico, ereditario ed educativo – almeno come prima intenzione, ovvio. La normalizzazione di altre forme di convivenza o di condivisione affettiva non può prescindere da tale peculiare distinzione: la famiglia naturale preesiste alle leggi scritte (ed eventualmente sceglie di conformarsi ad esse per spirito civile), tutto il resto discende dall’architettura di diritti e doveri positivi di cui il potere costituito ha deciso di dotarsi per normare i rapporti tra individui associati. Ecco perché la cointestazione di fondi pensione in conto capitale, la prelazione clinica, i permessi sul lavoro per gravi e documentati motivi, il testamento olografo e quant’altro attenga alla sfera delle libertà individuali va riconosciuto a tutti, mentre l’assistenza pubblica al coniugio – che remunera peculiari “esternalità positive” del matrimonio eterosessuale – assolutamente no.
Capitolo RU486. Anche il ministro Turco indulge alla diceria secondo cui si tratterebbe di un’opzione abortiva particolarmente efficace e indolore, discreta e mininvasiva quanto basta per preferirla all’ospedalizzazione. Fosse così – dopo qualche ritocco alla legge 194, laddove afferma che l’interruzione di gravidanza va eseguita solo all’interno di strutture pubbliche – sarei favorevole anch’io alla rapida introduzione e commercializzazione del farmaco tanto discusso. Solo che si tratta, per l’appunto, di dicerie. Il “bisogno di analgesia”, tanto per citare un ginecologo poco sospettabile di simpatie clericali come Silvio Viale, cresce ragguardevolmente passando dalle procedure chirurgiche all’assunzione della pillola. Sanguinamenti, nausee e forti dolori addominali si susseguono per molte settimane dopo l’aborto. Senza contare che approfondite indagini svolte dalla Food and Drug Administration americana dimostrano che l’incidenza di shock settici e di infezioni virali, in seguito all’utilizzo della RU486, eleva di dieci volte il rischio di morte riscontrato con questa metodologia rispetto a tutte le altre disponibili. Pare inoltre che la procedura di introduzione del mifepristone sul mercato statunitense sia stata condotta in modo assai poco ortodosso dalle autorità preposte, pur di ubbidire con sollecitudine alle pressioni politiche che all’epoca (era il 1993) fioccavano dall’amministrazione Clinton. Il mio sospetto è che la pillola abortiva fornisca un comodo alibi ai molti ginecologi che sperano di potersi liberare dall’assillo dell’ivg ospedaliera senza dover pagare pedaggio all’obiezione di coscienza. Poco altro da aggiungere: il miglior metodo per abortire, sempre che si debba proprio farlo, rimane il Karman (aspirazione).
Ohi, altro che “pillole”, qui sto imperversando senza ritegno. Allora i pensierini sulla politica “bruta” me li tengo per il prossimo giro!




4 giugno 2006

IsmaelVille/5

La sua “tesi di battaglia”, secondo cui la dicotomia liberismo-mercantilismo sarebbe solo una costruzione puramente accademica alla mercé di banchieri centrali e politici vieppiù spregiudicati, mi convince fino a un certo punto, eppure non posso nascondere di ritrovarmi molto spesso nelle analisi socio-politiche che Geminello Alvi redige per Il Corriere Economia e per Il Foglio del sabato. Qui lo troviamo in assetto da battaglia, lanciato contro l’ambigua retorica confindustriale ammannita dall’uomo col il ciuffo montato a neve, Luca Cordero di Montezemolo. Segnalato da Kagliostro.
Invito a leggere con attenzione questo editoriale del sempre più giganteggiante Marco Respinti. Oltre a fornire un interessantissimo excursus storico e filologico della parola “liberalismo”, con annessi equivoci terminologici maturati al bivio tra Londra e Parigi, in chiusura si azzarda a lanciare una provocazione destinata a far (ancora) discutere: e se anche questo come molti altri “ismi” lo lasciamo agli eredi delle ghigliottine e del Bene Supremo? Qui l’articolo viene ripubblicato – e, se ho capito bene, parzialmente sottoscritto – anche dal sindaco, il cui post ha ricevuto alcuni commenti degni di menzione.
Conoscere per deliberare è motto einaudiano, quindi di conio più che lodevole. L’UpL lo applica al referendum costituzionale prossimo venturo – e sicuramente fallimentare, grazie all’infimo sostegno garantitogli sui media e sul territorio dalla parte politica che se ne è fatta promotrice. Post lungo ma minuzioso. Per avere notizie in forma più condensata (ma mica troppo, non illudetevi) sullo stesso argomento, c’è questo post dei Diavoli Rossi. A breve tornerò anch’io sulla questione: dopo aver abbondantemente illustrato tutte le numerose ragioni di dissenso riguardo al pacchetto di riforme varato dalla Cdl, mi toccherà spiegare per bene come mai, nonostante tutto, voterò SÌ (in soldoni: meglio un uovo oggi).
Oscar Giannino torna a solfeggiare i fondamentali del marginalismo friedmaniano, prontamente linkato dal portale dell'Istituto Bruno Leoni. Le circostanze lo giustificano: incombe la minaccia di una stretta fiscale ai danni di chi, secondo il keynesiano Vincenzo Visco, cavalca una sorta di lotta di classe alla rovescia. Detto per amor di precisione, è la “classe” che - guardacaso - non vota mai per il partito del Conte Viscola.
Quel massimalista di Libertarian ha indovinato davvero un bel thread, tra l’altro sempre inerente la congenita “biforcazione” su cui il liberalismo procede sin dalle origini. Giusnaturalismo o giuspositivismo? Etica deontologica o consequenzialista? Da leggere anche le molte repliche pervenute, alcune delle quali assai circostanziate.
Ancora il primo cittadino di TocqueVille, stavolta con un’analisi diciamo “alternativa” dei risultati delle Amministrative. Dove si dimostra ancora una volta – sempre che ce ne fosse bisogno – che le cifre assolute, senza dati aggregati di confronto, significano poco.
Claudio Risé dà il benvenuto al neosindaco di Milano, la Lady di ferro di noialtri, Letizia Moratti. En passant, il noto psicoterapeuta trova modo di stigmatizzare le gesta dei luridi pezzi di merda (ho trascorso qualche minuto immobile davanti alla tastiera, cercando un'espressione adatta per qualificare costoro: questa è la più tenera che mi sia balenata) che lo scorso 25 Aprile hanno fischiato lei, suo padre reduce di Auschwitz e alcuni ex-membri della Brigata Partigiana Ebraica.
Istruttivo e letteralmente dotto questo contributo di Daniele Sfregola al dibattito tra realismo e idealismo in politica estera. Personalmente ho sempre avvertito un non so che di sospetto attorno alla cerchia dei cosiddetti neoconservatori e alla loro piattaforma ideologica. Poi ho scoperto che riscuotono il consenso di Daniele Capezzone e, lontano da microfoni indiscreti, anche di Massimo D’Alema. Lì mi si è chiarita la faccenda: è gente che non dispone né di idee portanti (trattandosi i loro, come spiega egregiamente Sfregola, di refrain risalenti al primo dopoguerra) né di risorse economiche proprie (dovendosi i falchetti accasare sotto le innaturali – per loro – insegne Repubblicane per mancanza di appoggio in casa liberal).
Alessandro Moroni è tornato con la prima parte di un nuovo dossier dei suoi: è la volta della conquista dello spazio. Potranno coniugarsi le enormi spese necessarie a finanziare i programmi spaziali con il reperimento di fondi destinati alla lotta contro la fame nel mondo? La risposta alle prossime puntate (credo).
L’Apota (fosse bresciano, sarebbe un pepato calembour) va poi a pescare qualche pensiero di Maurizio Costanzo (prossimo candidato al martirio catodico, a quanto pare) sulla storia del falegname venuto da Nazareth in merito alla quale, da duemila anni a questa parte, si sprecano illazioni e dietrologie le più fantasiose possibile. Le menzogne integrali, però, difficilmente sopravvivono al peso indagatore del tempo.
Come chicchere conclusive, un articolo di Gianni Fochi sulle sorti dell’energia nucleare e uno di William Longhi sull’abolizione delle Province, enti pletorici e inutilmente costosi.


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