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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
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30 maggio 2006

La lussazione

Le conseguenze di certi gagliardi tentativi di “spallata” si giudicano in base al luogo fisico in cui ci si ritrova a tirarne le somme. E se quel “luogo” è un pronto soccorso, significa che la carica spintonatrice si è risolta in una prognosi (ortopedica) riservata.
A meno di clamorose smentite dell’ultimo minuto, è già possibile azzardare qualche commento ai risultati delle amministrative. Innanzitutto, un interrogativo di ordine strategico che mi assilla sin dalle Politiche di quasi due mesi fa: perché l’istinto suicida della Cdl si è spinto fino a indire tornate elettorali separate per i suffragi in calendario questa primavera? Come mai a Giuseppe Pisanu – responsabile degli Interni fino al recente cambio della guardia a Palazzo Chigi, dunque supervisore capo dello scadenzario politico di quest’anno – non è venuto in mente che alla scarsa militanza “municipale” dell’elettorato polista si sarebbe potuto ovviare convocando un Election Day per il 9 e 10 Aprile?
Domande che rimarranno inevase, o – peggio – rintuzzate appellandosi agli inevitabili rallentamenti che, in caso di accorpamento, si sarebbero profilati durante le operazioni di spoglio. Poveri scrutatori sfruttati.
Si conferma trionfante anche stavolta una cultura profondamente retrograda del governo degli enti locali. Il voto di scambio di marca assistenzialista la fa da padrone pressoché ovunque, contrabbandato – e conformemente percepito da ampi strati dell’elettorato – come esemplificazione strumentale della “grande politica”, almeno a giudicare da come tale espressione viene riempita di significato a livello amministrativo. Il politico capace, in altre parole, è ritenuto colui che si incunea tra le disparità sociali e le livella interferendo con la dispersione del reddito, allestendo pesanti cartelli clientelari in grado di stornare risorse da certi serbatoi tributari (situati per lo più nelle tasche del blocco elettorale avverso) verso bacini di consenso apoditticamente e arbitrariamente considerati “bisognosi” di un trattamento di favore. Valutazioni, le mie, che spiegano in larga misura i dati relativi a Roma e a Napoli, ma anche alla Sicilia dei “padroncini di voti” Cuffaro, Lombardo e Musumeci. Senza contare la fortissima implementazione che, con la vittoria di Prodi, questo paradigma di governo godrà a tutti i piani di potere: molte realtà territoriali si vedono amministrate da un monocolore politico (rossiccio) a cominciare dal sindaco fino ad arrivare al premier, con tutta la catena di controllo centrata sul comparaggio assistenziale appena descritto. Meno severo il mio giudizio su Sergio Chiamparino, una brava persona che si è ampiamente meritata la nettissima riconferma a primo cittadino di Torino.
Molti elettori di centrodestra non sono interessati a scegliere tra due diverse forme di prodigalità demagogica, per cui disertano le urne almeno finché non possono optare per l’austerità di bilancio applicata e continuamente riproposta da Berlusconi in persona – anche se, in cinque anni di governo, tanta enfasi risparmiatrice ha fatto capolino solo a livello periferico, cioè là dove allignano sindaci perlopiù sinistrorsi. Forse la Moratti ha insistito troppo sulla “discontinuità” rispetto alla gestione di Alberini, sindaco magari sopravvalutato ma capace, mediante l’esternalizzazione di molti capitoli di spesa comunale, di toccare le corde più sensibili di una città dall’animo profondamente liberale – e quindi attenta alla parsimonia con cui si maneggiano i pubblici denari.
Strappa un sorriso amaro, poi, la strabica partigianeria degli organi di stampa nel fornire un quadro complessivo di queste consultazioni: la Borsellino, con uno striminzito 42% in Sicilia, avrebbe riscosso un “fortissimo risultato” mentre Gianni Alemanno, con gli stessi identici numeri a Roma, si sarebbe buscato una scoppola.
La candida ingenuità di un centro-centrodestra che si illude di poter davvero ottenere una “rivincita” sul terreno, notoriamente sfavorevole, delle amministrazioni locali non cessa di allarmare quanti si aspettano – da anni! – che il berlusconismo, da geniale rimedio estemporaneo contro un golpe politico-giudiziario, si elevi a fonte battesimale di ciò che in Italia latita da sempre: una moderna destra liberalconservatrice che sappia federare le molte anime del moderatismo sparpagliato lungo quella oblunga “nazione” che, in teoria, dovrebbe essere la nostra.




23 maggio 2006

LOST - Si conclude la prima serie

Immaginatevi un giro di spirale indefinita – molto indefinita, tanto che l’estremità interna si perda nel graficismo addensato sul suo centro. Non è una spirale continua, anzi: è interrotta in più punti da buchi, scarti e altre amenità che, viste stando vicini al foglio, sembrano altrettanti lampi di fantasia creativa. Alla debita distanza, invece, tornano ad essere semplici fregi – magari posizionati con calibrato tempismo, appena prima che scappi uno sbadiglio – aggiunti per dare spessore ad un motivo geometrico altrimenti molto scarno.
Ieri sera – per noi comuni mortali che, dopo aver sfogliato qualche brochure tariffaria di Sky, ci siamo rassegnati ai prodotti di seconda mano trasmessi in chiaro – si è conclusa la prima serie di LOST. Telefilm di culto su entrambe le rive dell’Atlantico, perché – come vale anche per l’altrettanto acclamato Desperate Housewives – sceglie non senza coraggio di sacrificare la massa di serializzazione (cioè il numero e la frequenza degli episodi) ad un livello qualitativo decisamente superiore alla media delle serie televisive. Montaggi serrati, un’originale scansione scenica tra le vicende presenti e i ricordi del passato, il taglio documentaristico che strizza l’occhio ai reality show di sopravvivenza, una colonna sonora e un mixaggio di grande effetto, molti tocchi di classe dietro la cinepresa e un po’ di pressing sulla recitazione del cast: agitando energicamente il tutto, otterrete gli ingredienti per allungare il più gustoso brodo seriale mai approdato sui vostri teleschermi.
È proprio come in un (frastagliato) giro di spirale: ne capitano di tutti i colori, corri a perdifiato...e poi sul più bello ti volti di fianco e, ad un tiro di sputo, vedi chiaramente il punto da cui sei partito. Tante fiammate e colpi di scena, a quel punto, tradiscono l’espediente smagato. Nel corso della serie, erano tre gli snodi critici per gli sceneggiatori, cioè i bivi di scrittura che imponevano una sterzata netta: il ritrovamento della grotta con acqua sorgiva incorporata (che poteva aprire una profonda frattura "ideologica" nel gruppo di dispersi), la comparsa della Rousseau (che poteva mettere i naufraghi di fronte al fatto di non essere soli, di non essere “isolati”, quindi di non essere letteralmente “su un’isola”) e la minaccia annunciata dalla colonna di fumo (che poteva preludere ad un attacco imminente). Nessuno di questi tre momenti ha trovato sbocco in niente più che in un bel lancio della puntata successiva. Sì, certo, qualcosa s’è mosso – è pur sempre un giro di spirale: ci sono scappati tre morti (due buoni e un cattivo) e un neonato e i legami tra i personaggi vanno progredendo sempre più. Ma dopo tanti frizzi e lazzi prontamente rimangiati nel giro di qualche episodio (e a fronte di così tanti interrogativi ancora aperti, per di più), viene da sospettare che anche il camera indietro nella misteriosa botola appena aperta – gran finale di ieri sera – sia solo l’ennesimo fuoco di paglia, così come l’entrata in scena dei simil-pirati che sequestrano il piccolo Walt. Ovviamente mi auguro di espormi a radicali smentite, quando – quando? – avrò modo di vedere la seconda serie su RAI 2. Ma sullo sfondo aleggiano domande all’apparenza di gran caratura. Se l’affare si risolvesse in una colossale fesseria, una potrebbe essere: fede o scienza, destino o volontà? Se invece gli sceneggiatori raccogliessero il coraggio a due (o più) mani e si decidessero ad abbandonare il comodo refrain dei dispersi-con-profondi-risvolti-esistenziali-e-qualche-contrattempo, certi fatti oscuri dai contorni soprannaturali potrebbero trovare una spiegazione razionale e unificante. Ma l’impressione, per il momento, è che questa sia una “squadra” che ha “vinto” troppo, per azzardarsi a cambiarla.


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22 maggio 2006

Il Codice Da Vinci - Il film

Quello che penso – cioè praticamente tutto il peggio possibile – dell’arcinoto bestseller indovinato da Dan Brown e dal suo valente codazzo di editor e di promoter l’ho già messo per iscritto qui. Siccome le mie opinioni sull’argomento non sono cambiate di una virgola rispetto a quando lessi il chiacchierato romanzo per la prima (e unica) volta, mi asterrò severamente dall’approfondire di nuovo il mio punto di vista circa il rumoroso “caso letterario” fiorito accanto al Codice Da Vinci, o a proposito del massiccio risveglio gnostico-massonico del quale questo oggetto di culto – come del resto molti altri suoi parenti stretti – è indubbiamente uno degli epifenomeni più rilevanti. Molto brevemente: l’intera struttura narrativa costruita attorno alle peripezie notturne di Robert Langdon e di Sophie Noveau sulle due sponde della Manica, in effetti, si dimostra null’altro che un’infilata di pretestuosissimi colpi di scena messa in capo ad un risibile seminario fantareligioso itinerante. Morale della favoletta anticattolica: per prevenire i settarismi di ogni ordine e grado, meglio confidare nello spiritualismo fai-da-te e rifiutare il pedaggio che l’appartenenza alle consuete religioni “fallocratiche” finisce sempre per farsi pagare in termini di autonomia individuale e di rispetto per i “diversi”.
Dietro contenuti astutamente gabellati come “iniziatici” laddove, al contrario, costituiscono sin dal tardo Settecento materia polemica di pronta fruibilità per chiunque vi manifesti propensione, si snoda per giunta una vicenda di fattura dozzinale e poco credibile ma – e qui stiamo finalmente al punto – scopertamente predisposta all’adattamento cinematografico. Il testo originale, infatti, possiede già la fisionomia di una vera e propria sceneggiatura, sia pure in senso lato finché si vuole. Qualche traslato sintattico qua e là (spiegazioni a parole che diventano racconto visivo, per esempio) e il gioco, in teoria, dovrebbe venire da solo. È proprio questa presunzione di fondo, in fin dei conti, che impedisce al Codice Da Vinci di funzionare compiutamente. Uno script assalito da frequenti raptus di pigrizia (per l’esiguo sforzo profuso nel perfezionamento delle principali svolte tramiche del libro) e di ridondanza (a causa dell’abuso di inessenziali digressioni sul passato dei protagonisti) fa il paio con una regia accademica (cioè scontata) e irrigidita su manierismi alla penultima moda. Così, mentre il più accreditato ispettore di Francia continua ad accusare il lancio della saponetta satellitare, scopriamo che il buon Langdon – caduto nel pozzo sotto casa ancora pargoletto – soffre di una fortissima claustrofobia, il cui ricordo affiora da un tripudio di flashback privi di sbocco. Ron Howard, poi, di tutta evidenza deve ritenere molto incisivo marcare l’operosità neuronale dell’iconologo alle prese con le tangibili proiezioni del suo cogitare che, tassello dopo tassello, si illuminano d’arguzia e prendono progressivamente forma. Manca poco che la tomba di Newton si trasformi in un planetario semovente. Tra gli interpreti, inoltre, spiccano il tonfo di un’inguardabile Audrey Tatou e la prova glaciale del solitamente empatico Tom Hanks. E lo slancio istrionico del grande Ian McKellen non è tenuto sotto controllo come dovrebbe. Malgrado le grosse pecche sopra elencate, tuttavia, il giudizio su questo film non può prescindere dal tenore dell’aspettativa che questa (annunciata) trasposizione ha voluto e saputo alimentare nel pubblico a cui si rivolge. Voler andare troppo sul lezioso nel valutare la resa di un progetto di intrattenimento pop rischia di far perdere di vista i motivi per cui il prodotto finito – dati di incasso alla mano – incontra un così diffuso gradimento. E allora bisogna riconoscere che l’azione d’insieme scorre con una certa fluidità – almeno finché il film non si inerpica nella prolissa mezzora conclusiva – permettendo così di ignorarne gli snodi più forzati e, nel contempo, di (re)immergersi nella suggestiva complicità con un plot magari non sopraffino, ma capace di far sentire il lettore/spettatore occasionale molto “in” a buon mercato. In altre parole, il Da Vinci Code filmico riesce a riprodurre l’alchimia che ha fatto le fortune della sua controparte cartacea, proprio mantenendo intatta l’aurea mediocritas che accomuna le due versioni dell’opera. Qualche buono spunto, dopo tutto, non manca: il preludio all’incontro con Teabing, nel film, dimostra qualche minimo sforzo di “asciugatura” della trama libresca (la simulata fuga in Belgio, uno dei frangenti più infelici del romanzo, qui viene liquidata in pochi secondi) e il tema principale della colonna sonora, soprattutto durante un paio delle già citate sequenze “mentali” in stile Beautiful Mind, ispessisce con discreta efficacia i momenti topici della pellicola. Dopodiché, come torno a ribadire, siamo ben lungi dallo stato dell’arte visiva – meno che mai di quella letteraria. Ma le ragioni del grande successo riscosso da questa storiella convergono sul bisogno di narrazione che l’uomo, anche quello più umile, da sempre avverte come parte integrante delle sue esigenze di base. C’è chi giustamente ha detto che mentre certi capolavori della letteratura, per essere digeriti a dovere, richiedono la lettura di almeno altri cinquanta importanti libri, per apprezzare Il Codice Da Vinci occorre non averne letti altrettanti. Il secondo requisito, assai più frequente a verificarsi del primo, facilita però il soggettivo coinvolgimento in una narrazione che respira anche dopo essersi conclusa e che vivifica l’esperienza personale del lettore – giocando sull’equivoco e sull’illazione, ma anche sull’appagamento di una procurata curiosità – rimettendo ad essa il prosieguo di un’avventura verosimilmente tuttora in corso. Che illude di sottrarsi al grigiore quotidiano collaborando in prima persona a smascherare un’impostura di massa.
Desta casomai un certo postmoderno disincanto constatare come, da sola, la storia di Gesù – cioè dell’Uomo propriamente detto – non sappia più calamitare la stessa semplicità popolare di cui s’approfittano certi scaltri mestatori di esoterismo low cost.

Sullo stesso film: Gli SpietatiColinmckenzie e Fausto Carioti




21 maggio 2006

IsmaelVille/4

Ritorna il metapost periodico del sub-aggregatore più improvvisato della blogosfera.

Direttamente dal portale dell’Istituto Bruno Leoni stavolta non una, ma ben tre chicche: andate qui se vi interessa l’intervista che Tiziano Buzzacchera ha raccolto da Johnny Munkhammar, dove si scopre che il tanto decantato welfare scandinavo è la zavorra, non certo il motore dei pur evidenti innegabili economici raggiunti lassù al Nord; qui per tornare ad apprezzare – chez Carlo Stagnaro – i benefici effetti sul costo del petrolio di quel “miracolo profano” che è la dialettica trilaterale domanda-offerta-prezzo; qui per tornare a disprezzare i malefici effetti che l’interferenza dei politicismi di ogni risma – nella fattispecie, il Protocollo di Kyoto – esercita sulla libera contrattazione e sulla crescita economica.
Dato che è uscito – ormai da settimane, per il vero – il numero di Maggio/Giugno di Ideazione, non posso esimermi dal proporvene qualche estratto pregiato. Chi ancora sta elaborando il lutto per il mancato apparentamento della Cdl con Giorgio Panto (93000 voti) e Nello Musumeci (oltre 40000) forse fa meglio a non rigirare il coltello nella piaga leggendo questo editoriale di Pierluigi Mennitti, il quale al danno della minoranza parlamentare aggiunge la beffa della moral majority strutturale. E Andrea Mancia, scrivendo più o meno degli stessi temi, non fa che rincarare la dose. Meglio allora riaversi con il ferreo libertarismo di Ed Crane, fondatore del Cato Instituteintervistato da Christian Rocca. Altrimenti c’è l’affilata penna di Mario Sechi a fendere un po’ del complesso di sudditanza psicologica “caimanesca” che fa ammutolire tanti cidiellini alle prese con i sondaggi telefonici e/o con gli exit-poll: molto confortante questa spiegazione del perché, se il vero “cattivo” non è Lui, non siamo portatori di “cattive coscienze” nemmeno noi. Forse sono solo arroganti gli altri.
Guglielmo Piombini, fresco fondatore di un blog tri-gestito in combutta con due vecchi amici, fa il punto sullo stato attuale della scienza-spazzatura e, quel che è peggio, sui malcelati interessi economici che scatenano la corsa ad improbabili panacee pronta cassa.
L’interista Watergate mette sotto accusa il sistema Moggi. Ed è una requisitoria molto dura ma – caso strano per un nerazzurro – di grande competenza anche storica e circostanziale. Si impara qualcosa di nuovo!
Ancora Stagnaro, stavolta con una recensione del libro “revisionista” di Alberto Pasolini Zanelli sulla figura del generale Lee e, per estensione, su tutte le meno rammentate “condizioni al contorno” che portarono allo scoppio della Guerra di Secessione americana.
Storia di Israele, tema che mi sta molto a cuore. I Diavoli Rossi provvedono ad una corposa rinfrescata. E lo sapevate che di strage di Sabra e Chatila ce n’è stata anche una seconda? No? Allora ci pensa Barbara, così ci si rifà una cultura anche sulla prima: hai visto mai che gli anni possano impolverare la memoria storica e sguarnire contro la propaganda.
Che il Codice Da Vinci (libro e film: prossimamente la mia recensione) sia la sublimazione di mero un canovaccio fantastorico è talmente acclarato che, forse, non è meno che controproducente tornare continuamente sull’argomento. Eppure queste note sul libro di Massimo Introvigne Gli Illuminati e il Priorato di Sion ribadiscono salutari ed affascinanti verità sul moderno e il religioso. Volendo, a pie’ di pagina si può accedere ad un vero e proprio mini-aggregatore di precedenti recensioni dello stesso saggio: consiglio vivamente quella di Marco Respinti. Per completare lo sbugiardamento di Dan Brown, capita a fagiolo questo florilegio di Dietro le Linee Nemiche.
L’intervista con Munkhammar non vi è bastata a riconsiderare in negativo lo stato assistenzialista in salsa nordica? Beccatevi ‘sta seconda razione, allora: farina del sacco di Stefano Magni.
Il demagogo taglianastri Gualtiero Veltroni si appresta a tornare in Campidoglio da trionfatore. Dura e – ahinoi – rassegnata l’invettiva di Martin Venator contro l’ennesimo scontatissimo sopruso dell’apparire sull’essere.
“È andata meglio che nel ’96, abbiamo fatto il pieno”, dice Romano Prodi dopo aver ricevuto il voto di fiducia del Senato. Ma sarà tutto vero? No, naturalmente: ne rende conto a dovere Fausto Carioti.
Io sono favorevole al testamento biologico (redatto con la collaborazione di specialisti referenziati, però). Ma è proprio il progresso della scienza medica, unito all’imprevedibile leggerezza del vivere, che mi fa dire: prudenza, gente, prudenza. Come me sembrano pensarla anche i lord inglesi, che hanno bocciato a larga maggioranza il progetto di legge Joffe teso a legalizzare l’eutanasia fai-da-te. Il contrappeso vitalizio alla dittatura delle effimere maggioranze elettive: benedetti anglosassoni, citati da tutti ma realmente imitati da nessuno.Di tutto questo parla Gino in un ricco post.
Da ultimo, il link per un bel test psicologico basato su un’interfaccia grafica di risposta davvero  originale. Lo script sottostante dovrebbe visualizzare i miei risultati, ma non garantisco nulla (UPDATE: difatti non funge manco per idea, vedrò di rimediare; UPDATE 2: l'ho rifatto e i risultati sono rimasti sempre gli stessi. Trovo che corrispondano).

Buona Domenica!


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17 maggio 2006

Mimmu 'u Gurdasigilli/Un tuffo nel passato

Clemente Mastella, per gli amici Mimmo, raccoglie quest’oggi ciò che i suoi manutengoli dislocati a Palazzo Madama avevano seminato all’indomani dell’adunata parlamentare, semplicemente indirizzando in primissima battuta a tal “Francesco Marini” i loro tre suffragi valevoli per l’elezione del Presidente del Senato. Minghia picciotti, provaste a farci ‘u sgarru: l’avvertimento preventivo di guardiania dev’essere passato liscio come il buffetto d’un padrino, se l’intimidazione ha fruttato al ducetto dell’Udeur non già il pur rilevante dicastero “mediano” della Difesa, ma addirittura il più alto scranno assiso in quel di Via Arenula. Un partitino che porta in dote una percentuale di voti popolari inchiodata sotto il 2%, quindi, riscuote pro domo sua un bottino ministeriale decisamente sovradimensionato rispetto al suo effettivo peso politico. Potenza del centrismo fluttuante: bastano tre voti infilati là nel mezzo, per poter minacciare la precarizzazione di tutta la quotidianità legislativa nei mesi (o anni...) a venire.
La risultante dei singoli apporti "pesati" entro la compagine unionista ha prodotto anche altre anomalie degne di nota. Di Pietro, leader di una formazione anch’essa “minore” ma senz’altro più corposa della truppa mastellata, ottiene per sé il Ministero delle Infrastrutture, per l’occasione scorporato dai Trasporti. La Rosa nel Pugno, poi, forte di un 2,6% che, in teoria, le permetterebbe di guardare dall’alto in basso i due cespugli appena citati, rimedia la miseria di un ministero senza portafoglio. Non potendo agitare lo spettro di ribaltini di sorta – anche se l’appetito pannelliano, in tal senso, non mancherebbe affatto –, evidentemente alla neonata confluenza radicalsocialista tocca un mero attestato di presenza.
Ma, più in generale, il cambio della guardia a Palazzo Chigi genera la fortissima impressione di un geometrico ritorno alle prassi consolidatesi durante la Prima Repubblica, nel corso della quale l’attribuzione degli incarichi esecutivi non si attardava certo sul piano cartesiano definito dai meriti personali in ascissa e dal peso politico in ordinata, ma ruotava attorno al minuzioso riempimento di un casellario lottizzato in base a logiche spartitorie da mercato rionale. La riforma Bassanini, che intendeva semplificare la composizione delle diramazioni di governo, cinque anni or sono venne disattesa anche dal fu premier Berlusconi, prodigo di ridondanti dicasteri “per l’attuazione del programma di Governo” o “per gli italiani nel Mondo”. Verrebbe da dire che le numerose critiche fioccate allora, tutte variamente accodate al dispiacere ulivista per la mancata applicazione di una buona riforma ideata da un illustre esponente diessino, si ritorcono contro l’attuale organigramma governativo moltiplicate per dieci. Un colpo al cerchio euro-tecnocratico – con la scontatissima nomina di Tommaso Padoa-Schioppa all’Economia – fa il paio con uno alla botte politicistica – con l’istituzione dell’inedito Ministero per lo Sviluppo  Economico (ex Attività Produttive) a vantaggio del quotato stratega Pierluigi Bersani. Va bene la qualità a scapito della bottega, ma fino a un certo punto, che diamine. L’Università a uno che si chiama Mussi, inoltre, qui nel veronese – dove i “mussi” sono i somari – non mancherà di suscitare ilarità. La proliferazione delle nomine senza portafoglio al femminile, infine, sicuramente offrirà a qualche fregolo politically correct il destro per menare vanto di un’improbabile riguardo tutto progressista al “femminismo istituzionale”, così negletto in quest’ultimo lustro di malcelato machismo destrorso. Peccato che l’unico ministero davvero di rilievo assegnato ad una donna dal presidente Prodi, in realtà, sia quello della Salute affidato a Livia Turco: gli altri cinque dicasteri costituiranno titoli di riconoscimento assolutamente pleonastici, com’è normale per le cariche politiche prive di capitolati di bilancio. Alla fine dei conti, era molto più “rosa” – perché maggiormente responsabilizzante – la ridotta Istruzione-Pari Opportunità conferita dal Cav. rispettivamente alla Moratti e alla Prestigiacomo. La tripartizione del Welfare in Lavoro, Famiglia e Solidarietà Sociale completa il quadro.
25 ministri contro i 24 del Berlusconi III si prestano a diverse letture, per la verità. Perché, se le proporzioni aritmetiche non sono un’opinione, stanti questi numeri comparati, a suo tempo Berlusconi (capo di una coalizione formata da quattro partiti) avrebbe dovuto farsi bastare non più di venti nomine. Ma la critica di “cencellismo” non può che accrescersi, quando a cadere nello stesso errore rimproverato agli avversari di ieri sono i protagonisti di oggi. Forse il mio tono polemico trova amplificazione nel dispiacere per la forzosa sostituzione di tre persone coraggiose e intelligenti come Martino, Maroni e la Moratti con un quintetto di residuati togliattian-demitiani come Parisi, la Bindi, Damiano, Ferrero e Fioroni. Ma non illudetevi: nella migliore delle ipotesi costoro resteranno solo i tre anni necessari ai neoeletti per accedere all’indennità parlamentare vitalizia, anche se nutro fondati motivi per ritenere che questo sia un governo destinato a coprire l’intero arco della sua legislatura di spettanza.




16 maggio 2006

La Signora delle contumelie

L’altroieri la Juve si è aggiudicata il suo ventinovesimo scudetto. Data la freschissima deflagrazione dello scandalo intercettazioni, ogni giudizio di merito sull’attribuzione del tricolore ai bianconeri entra come un maremoto nel sottocosta delle acque spente, cozza contro un simbolico frangiflutti e si divide in due. Le intimidazioni di stampo camorristico perpetrate dalla trimurti Moggi-Giraudo-Bettega, qualora dimostrate al di là di ogni ragionevole dubbio, si concentrerebbero nella parte distruttiva dell’onda marina, che l’ingegno applicato alla civile convivenza si perita di respingere anche a costo di dover deturpare il litorale. I meriti sportivi guadagnati dalla Vecchia Signora sul campo, invece, appartengono alla frazione d’onda che deve poter attraversare ogni barriera e spingersi fino a riva, affinché i bacini costieri rimangano abbastanza mossi da non trasformarsi in sentine imputridite.
Fuor di metafora: la prassi giuridica, a ben vedere, esiste per garantire alla collettività la meticolosa separazione del grano dal loglio in sede processuale, unica alternativa all’indiscriminato penzolar di forche. Insomma, va bene chiarire eventuali irregolarità a beneficio della trasparenza agonistica, ma non al prezzo del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Ancor più fuori di metafora: non vorremo davvero inoculare la famigerata mutazione del moralismo nota come “giustizialismo” – benché, in questa come in molte altre circostanze, sia più corretto l’uso del termine purismo – anche nelle arterie del calcio giocato? Non vorremo davvero condannare anche il pallone, dopo la politica, al doppio canone morale per cui le professioni di verginità coram populo abbondano sulla bocca delle zambracche?
Dice che la consorteria juventina, espressione calcistica dello strapotere (conf)industriale torinese, ha ripetutamente condizionato a suo favore l’andamento delle ultime due stagioni di campionato giocando sulla sudditanza psicologica della categoria arbitrale, alimentata – pare – con metodi alquanto baffuti (si parla addirittura di un sequestro di persona ai danni del reprobo arbitro Paparesta). Ah, viene da rispondere, benvenuti. Di grazia, dove avete mantenuto la vostra residenza legale nell’ultimo centinaio d’anni? Trenta scudetti entro i patri confini con un palmares internazionale ridotto a qualche coppetta striminzita – una delle quali incamerata a tavolino sotto gli insanguinati spalti dell’Heysel – non vi hanno mai fatto insospettire prima d’ora?
Milanista pentito semi-riconvertito a simpatie “chieveggiare” (a proposito: bravissimi, ragazzi!), non mi nascondo dietro un dito. Sarebbe specioso ostentare scandalo in seguito all’occasionale “scoperta” di costumanze arcinote e plurichiacchierate in ogni osteria che si rispetti da – almeno! – un secolo a questa parte. E pur non essendo un neoclassicista o un materialista – non ritenendo, cioè, che siano le regole e le convenzioni a modellare un ethos e una morale “previsionali” –, credo tuttavia che gli accorgimenti in grado di garantire la trasparenza nel calcio siano alla portata dell’intelligenza pratica di chiunque, esattamente come lo erano i rimedi per sanare il diffuso malcostume politico che imperversava sfacciatamente (anziché pudicamente, com’è avvenuto da allora in avanti) fino al biennio ’92-’93. Sorteggio integrale e playoff (ma assolutamente non la moviola in campo) da un lato, maggioritario uninominale dall’altro. Previa acquisizione di una coscienza collettiva, sarebbero rimedi di una banalità estrema. Solo che qui casca l’asino: in un sistema di illegalità dilagante, l’illecito comunemente accettato per “fluidificare” un farraginoso sistema di regole cartacee – a torto o a ragione ritenute semplici chimere per i gonzi che ci credono – non può diventare la scusa per colpire questo o quel bersaglio di comodo quando la misura è colma, per di più a discrezione degli organismi autoreferenziali di vigilanza che, immancabilmente, entrano in gioco in circostanze del genere.
Vediamo di intenderci: poche cose al mondo mi irritano come il compassato sussiego che permea il cosiddetto “stile Juve”, cioè l’odioso atteggiamento di chi accoglie l’ennesima vittoria con la facile preveggenza del corruttore di vaglia e le conseguenti critiche col disprezzo imparato alla corte del Marchese del Grillo (della serie: “Io so’ io e voi nun siete ‘n cazzo”). Ma gli andazzi, per imporsi come tali, devono per forza soddisfare le esigenze di almeno la metà più uno degli interessati coinvolti. Future condanne, se mai vi saranno, non potranno non tenere conto di tale evidenza – e risparmiarsi dunque qualsiasi ipocrita tentazione di rivalsa retroattiva. Pertanto niente golose spartizioni sul dorso del cadavere, gli scudetti passati rimangono dove sono. Se del caso, si proceda ad infiggere penalità per il “qui e dopo”: la serie B in questo senso è catartica, laddove parlo per diretta esperienza da tifoso rossonero/gialloblu.


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10 maggio 2006

La riserva è scesa in campo

Ancorché eletto con i voti della sola maggioranza unionista (540, voto più, voto meno), a Giorgio Napolitano non manca nessuno dei requisiti biografici necessari per riempire, una dopo l’altra, tutte le caselle contenute nell’ipotetico modulo per “riserve della Repubblica” da esibirsi al cospetto dei mille grandi elettori del capo dello stato. I tratti salienti suddetti informano un rito istituzionale fatto di formalismo e di coazione a ripetere, adatto a rivestire di un carisma quasi petrino figure altrimenti condannate al paludato grigiore delle segreterie e dei comunicati stampa ufficiali. Il neopresidente non fa eccezione alla regola: anche lui è “uomo delle istituzioni” dotato di “notevole levatura morale” e forte di una “vita dedicata alla politica come servizio alla collettività”. Tradotto, significa che l’ex presidente della Camera è politicamente innocuo – in linea con i dettami del corporativismo collusivo all’italiana, che demanda alle alte sfere (i mandatari) solo il “disbrigo degli affari correnti”, mentre i veri capibastone (i mandanti) fanno il comodo loro al riparo da sguardi indiscreti. Prova ne sia una carriera – quella di Napolitano – interamente trascorsa nell’inanità di un costante esercizio di ricucitura contrita, di ossequioso aggiustamento tra i rivoli correntizi del vecchio PCI (dopo Berlinguer, sempre sul punto di esondare), anche a costo di censurare intuizioni personali in grande anticipo sui tempi. Il migliorismo privé, cioè la timida professione di appartenenza allo strato comunista più incline al rinnovamento socialdemocratico, gli merita a buon diritto lo stemma del coniglio bianco su campo bianco affibbiatogli dal Foglio. Per non parlare poi di come l’ex senatore a vita, di fronte all’offensiva giudiziaria lanciata contro il tramortito corpo parlamentare in carica tra il 1992 e il 1994, offrì pavidamente il collo alla ghigliottina giustizialista, anziché difendere l’imprescindibile valore dell’immunità per i rappresentati del popolo. Mentre due “avanti causa” (l’altro, ovviamente, è Prodi) si avviano a gestire l’ordinaria amministrazione della quotidianità politica, gli emissari dei potentati che ne hanno curato la nomina continueranno sì a prendere le uniche decisioni politicamente di rilievo, ma senza assumersene mai la responsabilità di fronte al loro elettorato e al paese tutto. E – quel che è peggio, molto peggio – mascherando tale prassi da assemblearismo illuminato, faticosamente calibrato per distinguere la forza calma e democratica della sinistra di governo dai soprusi del decisionismo berlusconiano. Semplificando molto, questo paradigma riassume spietatamente la cifra politica del prodismo e, per sineddoche, della sua Unione. Una cifra che, con oggi, trae nuova linfa dai suoi gruppi parlamentari di riferimento. Dovendosi nominare un diessino, meglio sarebbe stato restituire l’istituzione presidenziale alla variante “alta” con cui era stata concepita in origine e incaricare un politico vero, autorevole, di spezzare il giogo del gerontocratico cerimoniale quirinalizio. Non lo nascondo, avrei preferito veder salire al Colle una serpe velenosa – ma dotata del bernoccolo per il comando – come Massimo D’Alema, piuttosto che assistere ancora una volta all’ipocrita infingimento per cui gli aspetti nevralgici di un determinato ruolo politico - naturaliter preceduto da un nugolo di trattative sottobanco – vengono surrettiziamente bypassati tramite l’investitura di “riserve della Repubblica” asettiche e imbalsamate.
Berlusconi, frattanto, si può vantare di aver difeso la sua verginità di oppositore di fronte al popolo polista. Ma il confine tra l’intransigenza e l’irrilevanza corre su un filo sottile e tagliente, sul quale solo i funamboli più virtuosi sanno camminare a piacimento: fallito, come probabile, il referendum costituzionale di fine Giugno e, di conseguenza, perso l’appoggio leghista, su quali basi potrà ricostruirsi la “forza contrattuale” dello schieramento di centrodestra? Un D’Alema debitore di larghe convergenze, in questo senso, avrebbe rappresentato una garanzia. Ora che Baffino si prepara a tenere sotto schiaffo la premiership di Romano Prodi (il quale, mandatario di professione sin dai tempi dell’IRI, vive la supplenza permanente come una gratifica al merito), invece, per la CdL si aprono scenari di paralisi centrifuga. In politica, l’eccessiva cautela di un Napolitano e l’eccessivo coraggio di un Berlusconi talvolta si incontrano nel comune recinto dell’impotenza.




7 maggio 2006

1915-1919 diario di guerra

di Paolo Caccia Dominioni
Mursia Editore, 350 pp. Circa, € 10

Come da sottotitolo, 1915-1919 è un vero e proprio diario di guerra redatto tra il 18 aprile 1915 (quando Paolo Caccia Dominioni era poco più che diciannovenne) e il 25 aprile 1919, in cui viene descritto un po’ di tutto: dagli agitati giorni della dichiarazione di guerra dell'Italia (conditi da un po’ di retorica interventista e di indolenza universitaria) ai mesi trascorsi all'Accademia nella ingenua impazienza di raggiungere il fronte, fino a scontrarsi con la durissima realtà della guerra e la vita della trincea (ma anche i periodi di licenza, i trasferimenti, le settimane di convalescenza in ospedale e quant'altro). Un resoconto dove vengono raccolti anche gli stralci delle lettere del fratello e degli amici impegnati, anche loro, al fronte (saranno pochi a vedere la fine della guerra: "ad excelsa tendo") e un sacco di aneddoti che riescono a trovare umanità e ironia anche nei momenti più drammatici e atroci della guerra.
A completare il tutto una quindicina di disegni e una manciata di mappe esplicative (disegnate dallo stesso PCD) delle principali zone di guerra dove è stato impegnato (ad Ajba, nel maggio del 1917, per il forzamento del fiume Isonzo con il Genio Pontieri e sul Carso, tra agosto e ottobre dello stesso anno, a comando di una sezione lanciafiamme).
Considerazioni generali sul conflitto, sia politiche che militari, sono rare, accennate in qualche discussione tra commilitoni o legate più o meno direttamente agli eventi militari che coinvolgono il "diarista" (come i vari commenti sulla inumana vita di trincea, causata anche dall'ottusa negligenza delle alte sfere, oppure un accenno al "pestilenziale libretto intitolato Attacco frontale e ammaestramento tattico").
Prossimamente potrei aggiornare il post con un paio di passi del diario, così da stuzzicare alla (meritata) lettura: intanto, per restare in scia, mi ordino Alamein.

posted by Bort

UPDATE - Come promesso, ecco un piccolo stralcio di 1915-1919:

Diario . . . . . . . . . Mainizza, 4 novembre 1916

Mi ha telefonato da Villa Fausta il tenente Rossi, del 3° artiglieria di campagna, invitandomi a cena e promettendomi uno spettacolo da rabbrividire.
Dopo cena abbiamo raggiunto il Peuma. Sono passati tre mesi dalla battaglia; ed era terribile, così silenzioso e macabro nella notte lunare, intatto nella sua ciclopica devastazione. Un ricovero sfondato da un grosso calibro si apriva tra i reticolati divelti; si vedevano le travi stroncate, i sacchi a terra semivuoti e squarciati, le lamiere di zinco crivellate dal tiro. Sull'ingresso inferiore del ricovero, tra i proiettili, ossa, armi e stracci, stava coricato un fiasco vuoto, illeso tra tanta rovina.
Tuttavia quel fiasco aveva una sua fiera e panciuta dignità; unico simbolo di gioia nello squallore della morte.
A quindici anni, quando pensavamo alla guerra, immaginavamo subito un gran luccicare di baionette tra i campi di grano o sotto le selve fosche. Così fantasticavano i nostri cervelli, con la scorta di libri di scuola e dei racconti uditi dai vecchi. Ma quando abbiamo constatato che le cose procedevano diversamente siamo rimasti assai male.
Non credo che il campo di grano sia una caratteristica saliente della nostra guerra: non ne ho mai visti, né in Carso né sull'Isonzo. In cima alle Alpi, poi, ce ne devono essere meno ancora. Esclusi i campi di grano.
Quanto alle selve fosche, ce n'erano effettivamente alcune. Ma è bastato un quarto d'ora di guerra perchè divenissero meno fosche: e dopo qualche giorno avevano pure cessato di essere selve. Nudo terreno maledetto, mozziconi di tronchi scheggiati e riarsi. Escluse le selve fosche.
Rimane il luccicare delle baionette. Escluso, escluso. Prima di tutto la baionetta è diventata un ingrediente secondario, spesso ingombrante (per tagliare la pagnotta basta un temperino, per pugnare va meglio la bomba Sipe); e poi non luccica mai, perché il fango della trincea l'ha coperta di ruggine. Se luccica significa che si è a riposo nel villaggio friulano, dove non c'è la guerra.
La vera essenza della guerra è il fiasco.
Vi leggiamo sopra, molto spesso: "Chianti Ruffino"; ma non bisogna poi prendere tutto alla lettera, diavolo. Qualche volta non è neppure vino, e allora i raffinati si mettono a sacramentare. Ciò è poco saggio. Noi abbiamo sostituito il bianco letto con la roccia del Carso o il fango dell'Isonzo: andiamo a casa due settimane all'anno: siamo stati piantati dalla morosa (caspita, non tutti possono essere irresistibili aviatori col pollastro d'oro sul braccio): vediamo morire ogni giorno tanti bravi figlioli: e dopo tutto ciò dovremmo ancora sofisticare sulla trascurabile contraffazione dei fiaschi di Chianti?
Comunque il fiasco dà la serenità al buon vecchiotto che comanda tremila uomini e domani li deve portare a farsi fracassare contro il reticolato austriaco che sembra aperto a chi lo guarda dall'osservatorio: ma se si tratta di passarlo con le ondate d'assalto è un altro paio di maniche. Il fiasco infonde ardore al goliardo nervoso che comanda il plotone e deve uscire in pattuglia con una ventina di giannizzeri e non gli permettono neppure di aspettare il buio.
Il fiasco dà la rassegnazione al poveraccio che non comanda un cavolo, che è appena uscito dalla settima azione e già vede delinearsi l'ottava.
E quel tale che domani doveva andare in licenza, e s'era già fatto tagliare i capelli, ed è arrivato il fonogramma dal comando "licenze sospese fino a nuovo ordine stop dare assicurazione stop", e infatti da stamane proiettili e proiettili si vanno accatastando presso i cannoni, e sta già arrivando il cognac per la fanteria che sta in linea, viatico inconfondibile del prossimo assalto; come farà, qual tale, senza il suo bravo fiasco (se è fante, zappatore o bombardiere), a scacciare l'incubo di quella tal pallottola che arriva prima del "nuovo ordine"?
Malinconia delle ore eterne, attese sfibranti di questa guerra. "Ehi, psst, porta su da bere", dice il capitano sdraiato nel fango senza aprire gli occhi. E si immagina che subito, uscito dagli spazi irreali, magico e sorridente, gli appaia il fante con il fiasco di vino.




6 maggio 2006

Federalismo e democrazia

di Thomas Jefferson
La Biblioteca di Libero, 158 pp, € 5,00
a cura di Luigi Marco Bassani

Il presente volume raccoglie una breve ma assai significativa antologia di scritti filosofico-politici a firma del celeberrimo “uomo di Monticello”. Il libricino è stato l’apripista della collana di classici del pensiero liberale pubblicati a cadenza settimanale tra l’Ottobre e il Novembre scorsi in allegato al quotidiano Libero, nell’ambito di una felice intuizione editoriale del direttore Vittorio Feltri. Francofilo nel profilo diplomatico e fisiocratico per la formazione culturale profondamente “virginiana”, Thomas Jefferson non fu solo il deus ex machina dell’Indipendenza americana e l’artefice originario di assetti istituzionali tutt’ora in vigore negli USA. Egli fu anche e soprattutto il più eminente continuatore della tradizione liberale e giusnaturalista durante gli anni bui della palingenesi statalista e – anzi: proprio perché – rivoluzionaria in terra di Francia. La ricerca dei principi giuridici inscritti nel raggio d’influenza della ragione umana e svincolati da ogni barriera spazio-temporale, entro il perimetro di un’avventura intellettuale iniziata da Antigone sotto le mura di Tebe e proseguita poi con Sant’Agostino, con la Scolastica e con John Locke, presuppone l’esistenza di capisaldi normativi che anticipano qualunque “contratto sociale”. Essi, secondo una linea gnoseologica che non a caso qualifica la moderna metodologia scientifica, sono avvicinabili per aggiustamenti progressivi, ma mai afferrati una volta per tutte da alcuna costruzione convenzionale, se non nei loro tratti essenziali. È lo stesso itinerario conoscitivo che caratterizza le grandi innovazioni scientifiche, le quali non inventano alcunché, bensì scoprono ciò che già esiste: così, se il Sole avvampa di reazioni termonucleari sin dagli albori dell’universo, l’uomo si incarica di “svelare” l’essenza di tali fenomeni naturali e di traslarla in un canone di continua e sempre migliore comprensione.
Gli stati e i parlamenti, nella visione jeffersoniana, non sono i buttafuori di una sorta di officina del diritto positivo, ma i garanti di un carattere formale proprio di ogni singolo individuo. Prima che i rapporti con la madrepatria inglese precipitassero definitivamente, Thomas Jefferson si incaricò di redigere una petizione riparatrice, pacatamente supplice nei toni ma intransigente nei contenuti, indirizzata al legittimo sovrano delle Tredici Colonie. Il documento – noto come Esposizione sommaria dei diritti dell’America Britannica – precorre con straordinaria lungimiranza i lineamenti fondamentali di quello che, oltre un secolo e mezzo dopo, sarebbe divenuto il Commonwealth britannico. Il Re d’Inghilterra, stando alla lettera dell’Esposizione, beneficia non già dello statuto di monarca assoluto, ma di supremo magistrato – anch’egli sottoposto alla Legge – di un “impero federale” sovranazionale formato da comunità politiche paritetiche. Esattamente come i colonizzatori angli, sassoni e danesi, circa mille anni prima che i loro discendenti varcassero l’oceano Atlantico, avevano preso possesso della sterminata isola inglese senza che i rispettivi sovrani avanzassero ingerenze di sorta, così doveva risolversi il contenzioso allora in atto tra la Corona britannica e le sue varie emanazioni coloniali. Sua Maestà Britannica, alla luce di simili enunciazioni di principio, non si arroga affatto la prerogativa di demandare beni fondiari in concessione a chicchessia, ma deve accettare la natura allodiale – cioè integralmente attribuita a chi per primo pronunci le fatidiche parole “questo è mio” – delle proprietà reclamate dai suoi sudditi d’oltremare. Nel maledire l’invasione normanna guidata da Guglielmo il Conquistatore, evento a suo dire colpevole di aver in parte spezzato l’idillio libertario anglosassone, Jefferson riprende un motivo di rimpianto molto caro anche ad altri illustri esponenti del suo stesso ceppo culturale, tra i quali ad esempio J. R. R. Tolkien. Ma quella del grande Professore di Oxford è un’altra storia.
È arcinoto quale sentiero abbia scelto la Storia per dirimere le vertenze tra Inghilterra e Stati Americani. Nella Dichiarazione d’Indipendenza (1776), laddove si legge che “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali e che il loro Creatore ha concesso loro alcuni diritti inalienabili, fra i quali vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”, è condensato il coronamento teorico di un sistema di pensiero globale – il liberalismo – che apre fratture anche molto profonde sulle modalità di codifica dei “diritti inalienabili” di cui sopra, ma che per nessuna ragione ammette manomissioni dell’ideale “bussola politica” che essi rappresentano.
La vittoria sulla tirannide colonialista non significò, per Jefferson, la scomparsa dalla vita pubblica della neonata confederazione americana. Anzi, chiuse le ostilità col nemico “esterno”, altre se ne aprirono con un avversario più insidioso perché “interno”: il centralismo, incarnato dalla figura di un insigne fautore del superstato alla francese come Alexander Hamilton. Secondo il fondatore del partito paradossalmente – col senno di poi – denominato “Federalista”, infatti, il singolo stato federato costituiva un imperium in imperio antagonista del governo federale, e pertanto andava debellato. Blindato il nocciolo duro della Costituzione, rigidamente federalista, tramite i primi dieci emendamenti contenuti nel Bill of Rights, Jefferson poté opporsi all’interventismo mercantilista propugnato dal rivale con le spalle ben coperte. Nelle Risoluzioni del Kentucky (1798) prende ulteriore corpo un’architettura istituzionale secondo la quale “i poteri non delegati agli Stati Uniti dalla Costituzione, né da essa esplicitamente negati ai singoli Stati, sono riservati rispettivamente agli Stati stessi o al popolo”. Il potere, dunque, si distribuisce in quantità decrescenti verso l’alto e, salvo diversa specificazione, viene conferito al più basso livello di governo possibile. Profondamente rammaricato della scelta di mettere per iscritto una costituzione materiale, in una lettera a Samuel Kercheval Jefferson denuncia il fissismo di quanti “guardano alle costituzioni con sacra reverenza e le considerano come l’Arca dell’alleanza, troppo sacra per essere toccata. Attribuiscono agli uomini delle epoche passate una saggezza più che umana e ritengono che ciò che essi fecero non possa essere migliorato”. Le leve del buongoverno, al contrario, possono e devono essere affidate allo slancio modernizzatore garantito dal normale ricambio generazionale e dai “progressi compiuti dalla mente umana”. Più che sulla sacralità dei pezzi di carta, il governo della vita associata verte sulla scelta “tra parsimonia e libertà da una parte e sperpero e servitù dall’altra. Se ci indebiteremo al punto di dover tassare il cibo e le bevande, i beni di prima necessità e le comodità, il lavoro e i divertimenti, le nostre vocazioni e la nostra fede, finiremo come il popolo inglese: la nostra gente, come la loro, dovrà lavorare sedici ore su ventiquattro e cedere al governo i guadagni di quindici di esse, per finanziare i debiti e le spese correnti”. Due secoli dopo, Friedrich Von Hayek avrebbe parlato della Via verso la servitù, servendosi più o meno dello stesso impianto argomentativo.
Ma se non dovessero bastare questi rapidi stralci, a dimostrare che i vasti territori di riflessione conquistati con il decisivo apporto di Jefferson riguardano l’ermeneutica di problematiche inerenti al “sempre” della civile coabitazione tra individui, forse potrà sembrare stupefacente e risolutivo ricordare che, tra i suoi bersagli polemici, il virginiano seppe annoverare anche i teocon. Possibile? Parrebbe di sì: “i tentativi di illuminarli circa il destino che li attende se continueranno con il loro attuale modo di vita, di indurli ad usare la ragione e seguirne i dettami, adeguando le loro condizioni alle mutate circostanze, devono superare grandi ostacoli. Essi vanno contro le loro abitudini, i loro pregiudizi, l’ignoranza, l’orgoglio e l’influenza di individui interessati e astuti [...]. Costoro inculcano una sacra riverenza per i costumi degli avi; dicono che tutto quanto è stato fatto nel passato deve essere conservato e insegnano che la ragione è una falsa guida. Migliorare, sotto il suo consiglio, la propria condizione fisica, morale o politica è considerato una pericolosa innovazione”. Chi saranno questi fantomatici mancati fruitori della ragione illuminata, vittime inconsapevoli di cinici oscurantisti che li condannano alla povertà e alla superstizione? I cattolici asserviti al Papa? I credenti in senso lato, obnubilati dalla fede nel soprannaturale?
No, qui Jefferson si riferisce ai nativi americani – i cosiddetti “indiani” – e ai loro guardinghi sciamani e capitribù. I moduli-base concettuali coinvolti nella contesa politica – e, per estensione, nella natura umana – rimangono gli stessi ma, mutatis mutandis, trovano nuove e avvincenti applicabilità alla sostanza di contesti specifici in continua evoluzione. Conclusioni che rinviano ad una matrice culturale inequivocabile, sorgente di ogni prospettiva anti-ideologica e protesa alla conciliazione del libero arbitrio con una Grazia creatrice benevola, madre e padre di ogni principio che non vari con lo scorrere del tempo. Quale sia tale “matrice”, ditelo voi.



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