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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
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Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
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con l'intemerata
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Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

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Multilateralismo dalemiano:
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8 Settembre,
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Ipotesi su Gesù

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USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
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La mossa del Casini

Né bio né equo
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Apocalypto

Pannella e la morte
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Fassino, le sberle, la rivincita

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"Prodienko": torti e ragioni

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Uno sguardo all'America
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Come Prodi
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Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

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A New Republic

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Uomini, caporali
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Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

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Se Milano piange,
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Gianfranco, Daniela
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Il liberismo
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Liberalismo

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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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31 marzo 2006

EutanaJimìa

Le controversie in materia di bioetica, che in futuro influenzeranno la formazione del consenso politico ben oltre la somma algebrica di voci “classiche” come economia, ordine pubblico, esteri o difesa, vanno affrontate tenendo ben presente che l’avanzamento della sensibilità collettiva, su questi temi, può non procedere affatto “in linea retta” come ai progressisti piace pensare, però galoppa su una curva evolutiva unidirezionale. Come ha scritto Filippo Facci al Foglio di sabato scorso, “forse ci ritroveremo tutti quanti a cena, una sera, e ci chiederemo ancora una volta se le questioni bioetiche non siano in realtà che dei meri disaccordi sulle scadenze, se l’unica variabile che ci separa da un certo futuro non sia che il presto o il tardi, se questo futuro non sia ineluttabile e se non saranno ovunque, presto o tardi, i pacs, i matrimoni omosessuali, le adozioni da parte di chicchessia, il progetto genetico dei figli come ordinare gli optional di un’automobile, e ogni religione secolarizzata, ammaestrata”. Sappiano dunque i “conservativi” come il sottoscritto che la loro prudenza, il loro mordere il freno alla continua ricerca di soluzioni etico-giuridiche in grado di favorire la reversibilità, sono solo di temporaneo intralcio alle sorti già scritte nel genoma della modernità, come una mano tesa verso l’arrancante rincorsa della morale mentre l’altra tiene la tecnoscienza afferrata per la collottola.
Il fronte caldo, in questi giorni, è situato sulla “linea Groningen”, dal nome del documento-guida recepito dai protocolli di eutanasia infantile attualmente in fase di sperimentazione nei Paesi Bassi. Vi è quindi da rimproverare la prima di una lunga serie di imprecisioni al sempre ficcante JimMomo: le dibattute procedure di eutanasia pediatrica non appartengono affatto ad una legge di cui gli olandesi si sarebbero “democraticamente dotati”, come sostenuto in un post di qualche giorno fa. Esse costituiranno la base empirica per l’approvazione definitiva di un testo di legge vero e proprio che, per quanto scontatissima, ancora non ha avuto luogo ufficialmente. Ma da dove nascono le polemiche?
Pietra dello scandalo è stata la dichiarazione rilasciata una quindicina di giorni fa dal ministro Giovanardi, con cui l’esponente udiccino rivolgeva al disciplinare olandese sull’eutanasia precoce l’epiteto di nazista. Apriti cielo. Il dogma politically correct che impone il divieto di paragonare l’Olocausto (epifenomeno del nazismo) a qualunque altra calamità storica – atteggiamento peraltro paradossalmente all’origine del grossolano comparativismo che induce taluni a chiamare “lager” i CPT o la prigione di Guantanamo, caro Jim – detta le controargomentazioni dei commentatori favorevoli alle procedure olandesi.
E poi, anche volendo difendere l’ammissibilità del confronto, i punti di distinzione non mancherebbero – dicono gli interlocutori disponibili all’analisi comparata dei due contesti, olandese oggi e tedesco ieri. Una prima sostanziale differenza col nazismo, scrive JimMomo, è che nella Germania hitleriana si terminavano “vite umane anche per imperfezioni minori e se appartenenti a razze ritenute inferiori, nella convinzione che ciò potesse migliorare la razza ariana. Per eseguire i loro scopi i nazisti mentivano ai genitori, promettendo cure miracolose, quando non li obbligavano. Il programma, questa è la seconda sostanziale differenza, era imposto dallo Stato”. Ma è falso: come ricorda Wesley J. Smith in un articolo pubblicato da Weekly Standard e ripreso dal Foglio di mercoledì, “è importante notare che durante gli anni in cui l’eutanasia è stata applicata in Germania, come parte del programma di governo ufficialmente approvato o per altre vie, il governo non obbligava i dottori a uccidere”. E ancora, riprendendo stavolta il pezzo che Carlo Cardia, sempre sul Foglio, ha dedicato all’argomento appena ieri, “forse non tutti sanno che il programma dell’eutanasia del nazismo non derivò da una legge. Hitler non se la sentiva di emanare e pubblicare una legge che tutti avrebbero letto, in Germania e nel mondo”. Va sottolineato che, secondo le teorie naziste, la correlazione tra le coordinate medico-biologiche indispensabili al rilievo di un quadro clinico esauriente rinvia ad un asettico collante utilitaristico, per lo più proveniente dall’eugenetica teorizzata – e praticata – in ambienti liberali angloamericani (Francis Galton, inventore della disciplina, era appunto inglese). Il nazismo si peritò di stabilire improbabili – e indimostrabili – nessi causali tra il ceppo razziale di appartenenza, lo scarso livello “sanitario” in senso lato, dunque la congenita inefficienza ai fini di un eventuale contributo alle grandi sfide collettive cui la Germania nazista si pretendeva chiamata. Alla luce di queste rapide considerazioni, al nazismo si può a buon diritto contestare il feroce pervertimento del concetto di predestinazione, tipicamente protestante e nordeuropeo, senza nulla concedere alla mistificazione che ne vorrebbe gabellare per “inspiegabile” la palingenesi.
Il protocollo Groningen tripartisce la casistica di applicazione tra infanti “senza possibilità di sopravvivenza”, con una “prognosi infausta e dipendenti da cure intensive” e “infanti con una prognosi disperata”, compresi quelli che “non dipendono da cure mediche intensive, ma per i quali è prevedibile una scarsissima qualità di vita”. Per seicento delle circa mille morti neonatali registrate ogni anno in Olanda, il decesso è dovuto ad un intervento medico. Mille diviso duecentomila (il totale delle nascite annuali olandesi) significa il cinque per mille: siamo quindi attestati sulle “fisiologiche” percentuali di mortalità infantile per un Paese occidentale. Di quelle seicento morti indotte, come chiarisce JimMomo, “in 580 casi [...] si tratta di rifiuto dell'accanimento terapeutico”, mentre “solo in 20 casi sui 600 si è praticata l'eutanasia attiva. Questi neonati non sono dipendenti dalle macchine, ma hanno prognosi altrettanto disperata, sono senza possibilità di miglioramento e vivono sofferenze insopportabili”. Va altresì aggiunto che “in Olanda, a prendere la drammatica decisione dell'eutanasia sono i genitori del neonato, con il parere unanime di tre medici della struttura e uno esterno, e l'avallo del magistrato. Tutto sotto un rigido protocollo”. Tiriamo un sospiro di sollievo: sono queste le vere ragioni – non quelle, invero piuttosto debolucce, indicate in prima battuta da Jim – per ritenere che le pratiche eseguite in Olanda non siano da equiparare tout-court ad ipotetici corrispettivi nazistoidi. In Germania la classe medica, grazie ad una normativa (come ricordato) aleatoria e sottotraccia, era libera di esercitare una sorta di mobbing sulle famiglie dei disabili senza preoccuparsi di rientrare nel territorio della legalità.
Cionondimeno, pur con tutte le differenze del caso, l’impalcatura normativa olandese è stata in parte costruita utilizzando materiale pseudoscientifico di risulta, allarmante lascito dell’eugenetica già pianificata dai liberali (negli USA anni ’20, e oltre), dai nazisti e dai progressisti socialdemocratici (nella Svezia anni ’50-’60). Mi riferisco naturalmente al terzo raggruppamento protocollare, delineato attraverso la definizione di una non-grandezza, peraltro assolutamente incommensurabile per conto terzi, come la “qualità della vita”. In base a quali criteri che non siano altamente “eteronomi” rispetto all’opinione del malato è possibile quantificare la dignità e la qualità della vita? Carlo Giovanardi, per non incappare in infortuni diplomatici e dialettici macroscopici – laddove si deve tener presente che l’attributo “nazista” era riferito ad una singola legge, non ad un popolo intero –, avrebbe dovuto casomai ricorrere ad argomenti più fini, contestando la lontana – ma fattiva – parentela tra le consuetudini naziste e le attuali, è vero.
Ma anche senza voler giudicare troppo severamente i criteri di delimitazione adottati per i primi due gruppi di bambini eventualmente “candidati” all’eutanasia, non si può non riflettere sul vero motivo per cui la tecnologia è arrivata a dotarsi di strumenti all’avanguardia, quali i sofisticati macchinari per lungodegenza che rendono possibile il profilarsi di molti casi eticamente estremi. E cioè che proprio l’ “accanimento terapeutico” è il motore del progresso medico: se l’evoluzione del rapporto medico-paziente avesse trovato sbocco solo nell’arrendevole paradigma stoicizzante secondo cui, per “prendersi cura” del sofferente, conviene più alleviargli inutili pene psicofisiche che allearsi con lui per sconfiggere il male, moriremmo ancora di vaiolo o di difterite. Senza contare che, ad esempio, le terapie contro il cancro puntano a “cronicizzare” un quadro patologico, piuttosto che a sanarlo completamente: stando alla logica “compassionevole” adoperata da taluni, in simili condizioni sarebbe meglio gettare la spugna e lasciarsi morire col beneplacito del medico curante. JimMomo afferma poi che “ il dono della coscienza, dell'etica e della responsabilità appart[iene] all'individuo e non allo stato”. In linea di massima è il punto di vista corretto, ma ricordiamoci sempre che la completa autodeterminazione presuppone la completa autosufficienza. Le circostanze in cui trova compimento l’eutanasia vedono necessariamente la presenza di un soggetto che, impossibilitato a darsi la morte da sé, chiede una sospesiva del “non uccidere” tramite un’istanza soggettiva presentata in sede pubblica. L’esistenza di una legge ad hoc, o di una sperimentazione monitorata come quella olandese, non può che comprimere di fatto la sfera delle libertà individuali: è la pubblica amministrazione ad elaborare i criteri in base ai quali si può chiedere e ottenere la morte pietosa, laddove il vero discrimine è rappresentato da un giudizio sulla qualità della vita operato dalle strutture dello stato, non dalla coscienza individuale. Solo il vuoto normativo, per assurdo, garantirebbe all’autocoscienza di spaziare in totale anomia, ma col cortocircuito di disfarsi proprio della legalità democraticamente codificata. Non aggrappiamoci ad arringhe libertarie ad effetto, quindi, nell’illusione di poter spazzare a buon mercato il campo “etico” dalle ubbie dei conservatori: la disciplina dei temi eticamente sensibili, in democrazia, si contraddistingue per attributi di metodo (la costante perfezionabilità), non di merito (ricette lassiste e/o sbrigative, spesso adamantine solo all’apparenza).
E infine: possibile che ogni frangente ermeneutico del liberalismo interno a Tocqueville debba sempre sfociare in un tripudio di anatemi retorici contrapposti – dove ogni riferimento alla strumentale accusa di involuzionismo è fortemente voluto?

Oltre che nel post già linkato, JimMomo ha ribadito le sue posizioni qui. Sullo stesso argomento hanno scritto Robinik (qui, qui e qui), Harry e Watergate.




27 marzo 2006

Il Caimano

Bruno Bonomo è un produttore cinematografico ancora sugli scudi grazie ad immaginari B-movies (“Stivaloni porcelloni”, “Violenza a Cosenza”, “Mocassini assassini”, “Maciste contro Freud”) il più recente dei quali, nella finzione scenica, è vecchio di dieci anni. Il cineclub del sodale Tatti Sanguineti gli dedica una retrospettiva – in “Cataratte”, vediamo una tarantinata sposa marxista-leninista infilzare il suo malcapitato promesso con una bandiera rossa – e la RAI sembra pronta a finanziargli il grande rientro con “Il ritorno di Colombo”. Eppure gli effetti speciali approntati per il nuovo film si riducono ad una caravella mignon, costruita dal nipotino del regista di fiducia. La vita entra gratuitamente in pressing sul protagonista (Silvio Orlando) anche sotto altri aspetti: la moglie Paola (Margherita Buy) lo vuole lasciare, il figlio maggiore ha smarrito il mattoncino Lego da dodici e, come se non bastasse, una sconosciuta regista ambiziosa e sinistroide (Jasmine Trinca) gli sottopone la sceneggiatura di un film alternativo al progetto Colombo. “Il Caimano”, si intitola. Lo sprovveduto la prende per una pellicola d’azione, ma presto ne scopre le odiatissime stigmate: è proprio “uno di quei film politici di sinistra”, supremo insulto per un executive alla vaccinara come lui, da sempre impegnato ad opporre una strenua “resistenza ai film d’autore”.
Il narcisismo intimista e lunare di Nanni Moretti lancia una sfida a orologeria al narcisismo solare e mattacchione di Silvio Berlusconi, tramite il ricorso ad una formula espressiva ampiamente collaudata (e decotta). Essa consiste nell’annettere al “mondo diegetico” l’aura significante – altrove recepita e meditata dall’immaginario collettivo – in precedenza sviluppata da documenti filmati di repertorio (con il Cav. interprete di se stesso), dalla mimesi di canoni stilistici ben precisi (il cinema trucido alla Lucio Fulci) o, ancora, dalla pubblicistica antiberlusconiana più accreditata (farina del triplice sacco Gomez-Travaglio-Barbacetto). Peccato non bastino un paio di intemerate del premier in sedi ufficiali, per di più totalmente avulse dal loro contesto originario, a delineare la rabbiosa cupezza che si pretende di attribuire al reuccio di Arcore. Così come non è sufficiente zoomare “a velocità supersonica” per ricalcare a dovere i linguaggi del cinema splatter o, di nuovo, non basta far piovere valigie dal soffitto o mostrare spalloni alla guida di auto – manco a dirlo – lussuose per ottenere una convincente descrizione visuale di un quadro processuale ritenuto precario.
Su una tenzone mediologica e psicologica dalle valenze simboliche così spiccate, oltre che dalla gestazione – quinquennale – tanto prolungata, lo sfidante sembra per giunta alzare bandiera bianca sia sul piano della struttura filmica che su quello della chiave di lettura. I due tronconi in cui il film è suddiviso, il dramma coniugale e la denuncia politica retroproiettata all’esterno con l’espediente del “film nel film”, non manifestano alcuna aderenza narrativa. Il privato, a dispetto delle convinzioni morettiane, non è politico e viceversa. Anzi, a ben vedere la vicenda umana del trasher Bonomo riproduce in variante fallimentare proprio la missione compiuta da Barlusconi, unico vero artefice della “rivoluzione cafona” su scala nazionale in corso da trent’anni a questa parte. La “denuncia” posta in essere da Moretti e dalla cerchia di registi ideologicamente affini cooptata alla bisogna (oltre a lui ci sono Paolo Virzì, Michele Placido e molti altri), in quest’ottica, si morde paradossalmente la coda riassumendo in sé tutte le contumelie che la sinistra – oramai nominalmente consegnatasi anima e corpo al radicalismo libertino un po’ ovunque – riversa contro il faccendiere brianzolo, a suo dire colpevole della TV tette-e-culi, del pensiero debole consumista, delle barzellette in bandana, in una parola del tramonto di quel bel mondo antico in cui la televisione proibiva termini come “cazzotto” (per la radice) e “magnifica” (per la desinenza). Il tutto coronato da una malcelata predilezione per le famiglie naturali felici e contente, impermeabili a qualsivoglia succedaneo tecnoscientifico.
Gli unici passaggi che godono di un forte impatto comunicativo, per colmo di sventura, sono quello in cui il Cav., impagabile, gesticola in tribunale un prontuario di bon ton in materia di gioielleria natalizia e quello finale, debolmente visionario ma intellettualmente onesto nel sancire il vincitore della disfida.
Moretti maneggia con sapiente efficacia gli elementi materici (un tappeto di Lego, il trasporto eccezionale di una caravella nel centro di Roma), ma confeziona un film appesantito da lungaggini inutili, sequenze cieche, superfetazioni musical-coreografiche, ritmi soporiferi e, soprattutto, da un montaggio giuntato a singhiozzo e pavidamente avaro di tagli. In compenso si segnala un grande dispendio di amenità autoriali: l’odio viscerale per i critici, la cantatina in macchina, il maglione smandrappato per gelosia.
La sonnolenza generale dell’insieme riesce solo a sottolineare i jokes e le mattane con cui il Cav. – indiscusso trionfatore sul “bel cinema di riflessione” con cui si era preteso di controbilanciarne gli stilemi caratteristici – irrompe sulla scena a spezzare la monotonia. Comunque vada, “ha già vinto” Lui. Anche se solo di vittoria al botteghino dovesse trattarsi.




25 marzo 2006

Per il bene dell'Italia - Osservazioni conclusive

Il mio dilettantesco processo alle intenzioni politiche dell’Unione prodiana, celebrato nel corso degli ultimi trenta giorni o giù di lì, non nutre assolutamente la pretesa di fornire un esaustivo contraltare all’incessante lavorio condotto da chi di dovere nei più accreditati pensatoi sinistrorsi – come la Fabbrica del Programma – o dai pulpiti comiziali della campagna elettorale, televisiva o stradaiola che sia. Nulla come la viva voce dei politici, malgrado la sempre più dilagante sfiducia verso la reale importanza del loro mestiere nell’era di internet e dei grandi potentati economico-finanziari, può infatti trascinare la coscienza critica dell’elettorato in una “direzione di priorità” piuttosto che in un’altra. Io potrò anche essere liberista, antiproibizionista e più pro life che pro choice, ma starà al politico onesto (cioè al politico capace) sapersi sintonizzare sui miei ricettori, capitalizzando i punti di incontro e contemporaneamente minimizzando le ragioni di dissenso. Dosare il richiamo di fidelizzazione lanciato ad “aventi diritto” eterogenei, frantumando un ampio progetto di governo in piccoli semi altrettanto disuguali da somministrare con cura ai destinatari giusti – infine tirare le fila del consenso così formatosi: questa è l’arte dello statista.
Si tratta dunque di saper giocare un ruolo determinante nel calcolo di quella “media ponderata” tra issues che ogni elettore esegue alla vigilia di una chiamata alle urne. È il friccicore del condottiero carismatico (catodico, ma non solo), ma anche la principale dote dell’opinion maker di razza. Lungi da me la pretesa di poter anche solo ambire ad appartenere ad una qualsiasi delle due categorie di cui sopra, in margine all’impegno tra il polemico e il superfluo che ultimamente mi ha così appassionato mi sovvengono tuttavia un paio di interrogativi.
Primo: di quanto si sarebbe moltiplicata o addirittura elevata all’ennesima potenza, l’efficacia della mia iniziativa, se affiancata da analoghe controanalisi di altri aspiranti “esegeti” disposti ad accollarsi l’onere di fare le pulci ad uno-due capitoli del Programmone a testa? Organizzare con perizia e autoironia un faldone di controdeduzioni anti-unioniste, forse, avrebbe significato poter davvero schierare sul campo un’artiglieria pesante in grado di “colpire” l’opinione pubblica telematica ben oltre le possibilità strategiche di schermaglie estemporanee come le mie che, nel fuoco della battaglia preelettorale, forniscono solo fanteria “tattica”.
Secondo: non sarà proprio la mancanza di coordinamento pubblicistico spontaneo, a determinare il divario tra la nostrana blogosfera liberalconservatrice e la sua controparte statunitense, protagonista appena due anni fa della blog revolution che ha smascherato le bugie dei notiziari di sinistra spuntandone le soverchianti armi mediatiche?
Certo, ci vuole poco ad intuire che più o meno il 70% dei tocque-villers il 9 e 10 aprile voterà a destra; e che nessuno di loro (di noi) può essersi emozionato granché di fronte ad un programma “per il bene dell’Italia” dimentico delle grandi parole (PACS, TAV, cuneo fiscale) a tutto vantaggio di un irritante vaniloquio privo di riscontri numerici oggettivi, interrotto solo episodicamente da esili brandelli di liberalismo giavazzista (mi riferisco alla riforma degli ordini professionali, laddove è risaputo che colpire il blocco sociale “nemico” non richiede mai grande coraggio politico).
Da principiante alle prime armi, posso solo auspicare che al dibattito interno sugli estremi ideologici del liberalismo – interessantissimo, ma senza dubbio autoreferenziale – l’aggregatore possa al più presto abbinare il ruolo di evangelizzatore di “infedeli”.

 

(10.Fine)




24 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/9

Dire che gli “obiettivi strategici delle nostre politiche contro il rischio di dissesto idrogeologico sono una corretta politica ordinaria della gestione del territorio, l’affermazione di una tutela integrata ed il rafforzamento della sua manutenzione” (pag. 150), al di là dei pleonasmi concettuali insiti in sfuggenti espressioni quali “tutela integrata”, significa aver ben presente una delle calamità naturali di maggior incidenza statistica nel nostro Paese. L’Italia è la prima nazione d’Europa per decessi legati ad eventi franosi, anche a causa di una conformazione altimetrica a forte prevalenza montuosa. A questo punto, chiunque abbia felicemente concluso la quinta elementare intuisce che non è possibile salvaguardare la stabilità dei pendii mentre, nel contempo, si privilegia l’energia idroelettrica estensiva “di piccola taglia” (pag. 143) tra le molte fonti di approvvigionamento a disposizione. La creazione di un bacino artificiale – necessario ad immagazzinare le cadenti idrauliche che, una volta liberate, scorrono attraverso apposite giranti palettate – sconvolge irreversibilmente i delicati equilibri idrogeologici in cui l’energia si nasconde sotto forma di “potenziale”. Le tragedie dovute ad una sbrigativa valutazione dell’impatto ambientale di opere come le dighe, spesso rimaste sulla coscienza di quanti avevano cavalcato l’onda dell’entusiasmo “verde” fino ad un attimo prima, stanno a testimoniare la mancanza di facili panacee energetiche e il dubbio saldo costi-benefici talora offerto dalle soluzioni considerate più allettanti perché “pulite”.
Bypassiamo le odi all’acqua e al mare di pagg. 151-152, che spostano per qualche riga il campo significante del Programmone dalla politica alla poesia d’amorosi sensi, per accorgerci che a pag. 153, dopo aver perorato la progressiva abolizione della “ricerca e [della] sperimentazione che [...] facciano uso [...] di animali”, il testo si ripete identico a se stesso a fondo pagina (“occorre promuovere e favorire la ricerca effettuata con metodi alternativi all’utilizzo di animali e progressivamente abolire la ricerca e la sperimentazione che ne facciano ancora uso”). Abbiamo capito, non c’era bisogno di reiterare l’antifona: speriamo bene.
Il penultimo paragrafo del primo dei due sottocapitoli economici è riservato al comparto agroalimentare. Guidato con piglio littorio dal ministro Alemanno, il dicastero dell’Agricoltura ha mostrato alla base moderata il volto della peggior “destra” possibile. Protezionista, clientelare (il rinnovo contrattuale ai forestali calabresi), retrograda (lo sdegnoso pregiudizio anti-OGM) e, in fin dei conti, separata dalla sinistra solo da un esile diaframma ideologico, conciato con le pelli dello stesso vitello d’oro statalista. La sinistra sostiene di voler ingaggiare una serrata “lotta ad un protezionismo egoistico” ma, attenti bene, sempre con un occhio di riguardo “all’affermazione di politiche che garantiscano la sostenibilità” (pag. 154). La tecnica del contrappunto cerchiobottista, immancabilmente impiegata ogniqualvolta il programma rischia di prendere posizioni troppo definite (e dunque per forza di cose sgradite almeno a qualche cespuglio unionista), torna a sedare i bollenti spiriti del lettore col suo sieroso placebo doroteo. Così, ormai sonnecchiante, la palpebra quasi cala proprio laddove si stabilisce che “è necessario confermare l’importanza della Politica Agricola Comunitaria”, cioè mantenere lo status quo senza sbandamenti riformatori, altro che lotta al protezionismo. Sotto il nome di politica agricola comunitaria (PAC) va un sistema di sovvenzionamento dei mercati agricoli europei che, in pratica, pre-paga sostanziose quote dei prodotti del settore con denaro pubblico proveniente dalle tasche di tutti i contribuenti di Eurolandia – a prescindere dal loro reale interessamento nei riguardi di quei generi di consumo – e dai dazi doganali riscossi alle agricolture extracomunitarie che intendono varcarne i confini. Con esiti devastanti sulle economie in via di sviluppo, teoricamente imbattibili nel primario grazie agli immensi spazi di coltura a loro disposizione, ma escluse dalla regolare competizione per mezzo del combinato disposto dazi/sovvenzioni adottato dalla Comunità Europea e – sia pur con minore intensità – dagli USA.
Poi c’è da “custodire i valori della biodiversità e privilegiare la naturalità dei processi incentivando [...] l’agricoltura biologica” (pag. 155), magari tirando a campare su pregiudizi di cartapesta, muniti della loro brava testa di turco. Sì, la litania “bio” va a parare proprio dove state pensando: “verso gli Organismi geneticamente modificati [adotteremo] il principio di massima precauzione”. Un orientamento apparentemente equanime, da parte degli appaltatori verdi di questo segmento di programma, ma che non cessa di rivelare la loro profonda ignoranza in materia di botanica e una sesquipedale ipocrisia a proposito di “prudenzialità”.
Ignoranza, perché tutti i prodotti ortofrutticoli che mangiamo sono il risultato, bene che vada, di qualche secolo di modifiche genetiche ottenute con la tecnica dell’innesto: non tutti ne sono al corrente, ma i primi pomodori giunti dalle Americhe erano tossici. I nostri sughi e ragù, in realtà, sono legati con un ortaggio che deriva da ripetute intersezioni geniche con specie vegetali atossiche (soprattutto pesche). I procedimenti all’avanguardia consentono semplicemente di arrivare ai medesimi risultati in minor tempo e con un maggior livello di precisione nell’eliminazione delle sostanze nocive eventualmente presenti in frutta e verdura. La salute si difende togliendo gli agenti cancerogeni da polenta e basilico, oppure arroccandosi nella difesa di improbabili categorie dello spirito come la “biodiversità”?
Di nient’altro che di ipocrisia si può parlare, poi, considerando l’impalcatura ideologica di un sistema di pensiero che trova normalissimo consentire un far west di protocolli medici occisivi sugli embrioni umani, opponendo per contro il più secco rifiuto ai ritrovati delle biotecnologie agricole. Si facciano pure a pezzi gli embrioni, insomma, ma guai a chi tocca la foca monaca e/o i semi di soia.
Sempre della serie “indirizzi programmatici verosimilmente inconciliabili”, arrivano le direttrici di massima per quanto attiene al posizionamento del primario italiano nella dialettica tra istanze comunitarie ed esigenze nazionali. Non si espone solo l’assicurazione che “pur in un contesto comunitario si rende sempre più necessaria una forte politica agricola nazionale” (pp. 155-156), ma anche un pilatesco controcanto, per giunta a distanza ridottissima: “no ad una rinazionalizzazione della politica agricola comunitaria” (pag. 155). Le decisioni, ancora una volta, sembrano appese al filo della vaghezza identitaria ulivista.
C’è posto anche per la promessa di un “nuovo protagonismo delle donne in agricoltura” (pag. 156); peccato che il rapporto tra l’impegno femminile e maschile nei campi – e parlo per esperienza diretta – sia grossomodo di 5:1 da sempre. Per verificarlo, basta farsi un giretto in risaia o tra i “trimi” di un campo di tabacco in periodo di raccolta.
Molto originale, infine, appare l’idea di istituire “un’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Alimentare” (pag. 157) che, prodiga di maiuscole come si preannuncia, senz’altro saprebbe agevolmente risolvere le inefficienze dell’apparato statale... ingrossandone i ranghi. Se ti si buca una ruota, perché sostituirla? Basta agganciarne una sana di fianco alla vecchia: questa è la filosofia di chi confida nel potere salvifico delle authorities.
In definitiva, se statalismo ottuso deve essere, meglio tenersi la fisiocrazia alle vongole di Alemanno, col tanto di vantaggio che deriva dal dissenso tra alleati.
Prima di affrancarmi dal ruolo di censore fai da te del programmone, rimane da perlustrare il paragrafo dedicato al turismo. Torna utile a tal fine uno di quei begli elenchi di ideone scandite dai trattini a capo riga. Sta tutto a pagina 157: “aumentare la qualità dei prodotti” – prodotti? E io che pensavo che il turismo offrisse accoglienza, comfort, svago e roba simile; “diminuire i differenziali di prezzo con i nostri concorrenti”, cioè far loro concorrenza nell’unico modo conosciuto; “rendere più agevole il raggiungimento delle destinazioni turistiche”, ossia puntare molto su nuove infrastrutture stradali, recisamente avversate in altri passi del programma; “contrastare il lavoro nero ed irregolare nel settore turistico”, per esempio estendendo l’applicabilità della Legge Biagi, abbassando le tasse e diminuendo il peso degli adempimenti burocratici?
Potrebbe funzionare molto bene la “riduzione del differenziale IVA tra le imprese turistiche italiane e quelle dei competitori europei” (pag. 158), ma tenendo ben presente che questo genere di provvedimenti incontra serie difficoltà di circoscrizione, poiché i segmenti di indotto esclusi dai benefici fiscali in predicato hanno sempre gioco a protestarsi discriminati. Tra il dire e il fare c’è di mezzo la capacità di modulare gli sgravi tra le parti sociali coinvolte nel progetto. Dulcis in fundo, arriva l’uovo di Colombo, la trovata semplice ma geniale per risollevare le sorti del turismo italico: “È [...] necessari[a] [...] la creazione di un Dipartimento [...] del turismo”. Scorrere le paginate di suggerimenti prodiani “per il bene dell’Italia” e scoprirvi – ma tu guarda! – l’intento di allargare la mangiatoia del parastato, nella fattispecie sovrapponendo le competenze di nuove autorità “indipendenti” agli incarichi dei centri direzionali preesistenti, è stata per me una sensazionale epifania di intelletto politico, un distillato di sapiente elaborazione programmatica. Mi ha lasciato di stucco, chi se lo sarebbe mai aspettato.

 

(9.Continua)




21 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/8

Prosegue il mio immaginifico viaggio tra le profferte energetiche a marchio unionista. Si legge a pag. 142 che “Tra gli obiettivi dell’azione di Governo rientrano l’aumento della concorrenza [e] la riduzione dei divari di prezzo dell’offerta energetica rispetto agli altri paesi europei”, ma va altresì aggiunto che la “diversificazione delle importazioni” si realizza anche differenziando le “provenienze del gas naturale” e le “soluzioni di trasporto”. A premesse largamente condivisibili, se la prolungata frequentazione di questo programma e dei suoi stilemi non mi trae in inganno, corrisponderanno sicuramente ricette sconclusionate e/o incisi sibillini a mo’ di “righe piccole” – compitate per ammansire un coté di firmatari troppo eterogeneo per non essere considerato cedevole sull’unanime adozione dei nodi programmatici più stringenti.
Segue un’infilata di perle propositive tra il serio e il faceto, a conferma della mia sfiducia preconcetta. Sempre a pag. 142 sta scritto che l’Enel deve “cedere all’asta capacità di generazione per eliminare l’eccesso di potere di mercato che tuttora detiene” e che “occorre favorire la generazione distribuita, passando da pochi grandi impianti a numerosi impianti più piccoli ad elevata efficienza, distribuiti sul territorio”. Contemporaneamente, l’Unione ritiene che “le società che gestiscono la rete di trasporto [debbano essere] separate dalle imprese produttrici di energia e mantenute pubbliche” e che per tali società rimanga valido l’asserto secondo cui “i vecchi ‘campioni nazionali’ dell’energia abbiano la capacità di crescere come ‘campioni europei’ e di operare anche fuori dai confini nazionali”.
A parte il fatto che, come torno a ripetere, lo scenario misto dirigista-estensivo così prospettato colpisce retroattivamente gli interessi di chi ha acquistato azioni del gruppo Terna all’epoca della loro emissione, la dialettica di mercato testé descritta non convince del tutto. Il gestore di rete, pubblico, secondo quanto proposto dovrebbe costantemente garantire un’offerta di capacità di trasporto superiore alla domanda, per scongiurare il formarsi di monopoli sul lato della generazione. Il tutto mentre i produttori, nanerottoli sotto la frusta perenne – si presume – dell’antitrust, avrebbero a disposizione un ampio ventaglio di possibilità insediative sul territorio. Siamo sicuri?
Il surplus di trasporto implica un’attenzione per l’innovazione e la manutenzione delle reti che la mano pubblica, dati storici alla mano, non ha mai dimostrato di saper coltivare a dovere. Eventuali utili d’impresa nel settore pubblico, da che mondo è mondo, subiscono le pressioni esercitate dal menagement boiardo che, ansioso di foraggiare i suoi mandatari, preme per convertirli in dividendi da pompare nelle casse dello stato. Mai si è visto – in Italia, poi! – un pannello dirigente disposto ad “affamare la bestia” pur di investire in migliorie tecnologiche competitive. Inoltre, se siamo consapevoli di riferirci ad un settore in cui il progresso avanza a ritmi galoppanti, delineiamo appieno i contorni vagamente utopici del primo lato (quello “statalista”) della proposta complessiva. Sul secondo versante, che prefigura un arcipelago di piccoli capitalisti del kilowattora in regime di concorrenza perfetta, pesano analoghe pregiudiziali di ingenuità, dovute però ad un eccesso di ottimismo di segno opposto rispetto al contrappunto dirigista di cui sopra. Senza insistere sull’aperta discrasia ideologica interna ad un documento che, sul terreno della politica industriale, tuona più volte contro il cosiddetto “nanismo” e poi, quando si focalizza su un settore specifico e – quello sì – “dimensionalmente sensibile” come il comparto energetico, predica le virtù del policentrismo sparpagliato, mi limito a segnalare due miei personali dubbi di merito. Primo dubbio: in un Paese nel quale basta ventilare l’ipotesi di una nuova discarica per scatenare oceaniche sommosse popolari, verrebbe davvero accettata così pacificamente una ridistribuzione in senso “estensivo” delle strutture per la trasformazione energetica? Secondo dubbio: tanto zelo nella sorveglianza sulla concorrenza interna al nostro mercato nazionale non espone l’Italia all’impotenza nei confronti di partner europei meno “virtuosi” in materia di antitrust? I recenti fattacci franco-spagnoli lascerebbero supporre di sì...
A pagina 143 campeggia un severo monito modernizzatore: “puntiamo alla costruzione di nuovi gasdotti e terminali di rigassificazione del gas naturale liquefatto (GNL)”. Anche in questo caso, lo slancio propositivo enunciato sfonda un cancello aperto più a destra che a sinistra, stanti le ubbie cavalcate dagli ambientalisti – se del caso spalleggiati da una variopinta fauna di comici e comizianti, sempre disposti ad improvvisarsi tribuni del malcontento popolare – e dagli enti locali allorché ci si azzarda ad ipotizzare la costruzione di un terminale, di un termovalorizzatore, di una piccola turbina a gas, e così via. Più avanti si lancia l’idea di una  rivitalizzazione della Autorità garante per il gas e l’energia elettrica, in accordo con l’unico asse portante coerentemente sviluppato nel programma prodiano: authority, authority, authority. Poi arriva l’angolo della fantascienza pura : “Quanto alle ‘nuove fonti rinnovabili’ (eolico, biomasse, fotovoltaico, solare a concentrazione, solare termico, idroelettrico di piccola taglia, geotermia), vogliamo nell’arco della legislatura siano almeno raddoppiate, in modo da giungere nel 2011 al 25% di produzione elettrica da rinnovabili”. Un consiglio col sorriso sulle labbra: puntate sull’ “idroelettrico di piccola taglia”, qualunque cosa significhi la locuzione, perché le altre fonti hanno già raggiunto il loro capolinea strutturale. E non infierisco oltre.
Parliamo di fonti davvero proiettate verso il futuro, parliamo di nucleare. L’impegno unionista è orientato a produrre “azioni di messa in sicurezza del combustibile e delle scorie esistenti in Italia” e “partecipazion[i] in sede internazionale alla ricerca sul nucleare pulito di nuova generazione”. Nel primo caso censurando implicitamente la condotta tenuta dalla sinistra (e dalla peggior destra) in occasione dell’arcinota vertenza di Scanzano Jonico; nel secondo rinunciando a giocare un ruolo davvero di rilievo nello sviluppo della tecnologia che, piaccia o meno, un giorno sostituirà i combustibili fossili. Ma, da parte della pubblicistica di sinistra, è già molto poter incontrare una aperta ammissione dell’esistenza di un nucleare qualificabile come “pulito”. Accontentiamoci.
Saltando senza rimpianti il logorroico preambolo al paragrafo riguardante “La nuova alleanza con la natura: ambiente e territorio per lo sviluppo” (pagg. 144-145-146), che già dal titolo promette abbondanti dosi di retorica ecologista e – di conseguenza – sottilmente neopagana, giungo direttamente a pagina 147. Dove il governo Berlusconi riceve una dura critica per non aver varato “un’organica riforma della legge n. 97 del 1994” sulle comunità montane, “malgrado [ve ne] fossero le condizioni”. Indipendentemente dall’effettivo contenuto di quel testo normativo, viene da domandarsi come mai l’accusa di inconcludenza debba ricadere solamente sui responsabili dell’ultima legislatura, visto che la sinistra avrebbe avuto a disposizione il quinquennio di governo che le toccò in sorte nel ’96, per adempiere agli aggiustamenti del caso. Se era tanto importante rimettere mano alla disciplina delle comunità montane, perché non l’hanno fatto loro? Argomenti che ricordano da vicino quelli, tipicamente forzisti, utilizzati per difendere l’esecutivo e la sua maggioranza dall’accusa di non aver seriamente legiferato sul conflitto di interessi.
A pag. 149 fa capolino un problema che può sembrare secondario sola a chi non abbia dimestichezza con il processo edilizio: “Nonostante la diffusione di attività di recupero e riciclaggio la pratica dell’abbandono degli inerti da demolizione è ancora diffusa”, con ripercussioni anche inaspettatamente gravose sul tasso di inquinamento delle aree contermini. La soluzione al problema è stata in parte ottenuta in Spagna, dove i materiali edilizi di risulta vengono ammassati ai bordi dei cantieri e messi a disposizione di chiunque voglia rifornirsi di laterizi, tondini d’acciaio, guaine isolanti e componentistica varia. Sembra una sciocchezza, ma questa forma di “riciclaggio no profit” consente di smaltire rifiuti scarsamente degradabili con costi di transazione pressoché nulli.
In definitiva, come orientamento di massima in materia di salvaguardia ambientale, emerge una ennesima variazione a tema della sfiducia “sinistrese” per il regime di privativa in genere, veicolata per mezzo di una stanca riproposizione della pianificazione territoriale come unico strumento di tutela paesaggistica delle aree di pregio. Invece è solo tramite un ripensamento dei diritti di proprietà privata che la protezione dell’ambiente può conoscere una stagione di rinascita: un pascolo pubblico finisce devastato dall’incuria (non è di nessuno), mentre un pascolo privato viene sfruttato in modo sostenibile (appartiene ad un padrone che ha tutto l’interesse a preservarne l’integrità).

 

(8.Continua)




21 marzo 2006

Ancora test

Dopo le "bussole politiche", basate su un sistema cartesiano di localizzazione della propria appartenenza ideologica e di cui potete trovare maggiori delucidazioni qui, arrivano altri due test politici a risposta multipla. Del primo devo ringraziare Daw, a sua volta debitore dell'orrido sito: è una specie di "distanziometro" con spaccato grafico della lontananza che separa ciascun intervistato dalle principali forze politiche. Io mi sono posizionato così:



Il secondo (segnalato da Deeario), pur basandosi su un meccanismo analogo di indagine, visualizza i risultati in modo da frazionare in percentuali le affinità politiche "frammentate" che albergano in ogni individuo sano di mente. Così mi sono scoperto anche un po' rifondarolo, presumo per via delle mie vedute antiproibizioniste:



Al prossimo test...


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17 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/7

L’idilliaca permanenza nell’oasi liberale che, con provvida rabdomanzia, si riesce a localizzare girovagando tra le desertiche lande del programmismo dirigista prodiano in materia di economia, a leggere con attenzione i capoversi conclusivi del mio ultimo “quaderno critico”, sembra segnare il passo già a partire dalle proposte su risparmio e diritto fallimentare. Pare proprio che l’addio alla concorrenza sorgiva, fresca e dissetante come acqua di fonte, e alla riforma del mercato dei servizi, nutrimento per anima e corpo come una messe di frutta matura, sia ormai improrogabile e che la traversata quaresimale debba riprendere senza ulteriori indugi.
Ma forse la vacanza non è finita per davvero, forse dopo una radura rinsecchita l’Eden liberale e liberista continua ancora. A pagina 136, il paragrafo dedicato alla politica dei trasporti parte così: “Uno dei gravi limiti dello sviluppo italiano è costituito dalla debolezza delle infrastrutture viarie e della logistica”. Come non essere d’accordo? La mobilità fisica sul suolo italiano è confinata su una rete viaria dimensionata in base ai flussi veicolari di quarant’anni fa. Poter spostare agevolmente le merci e la forza lavoro è la prima condizione necessaria ad un piano di riforme improntato alle liberalizzazioni: una circolazione deficitaria dei fattori produttivi preclude ogni sviluppo dell’economia in termini di flessibilità. Basti tenere presente che il valore della produzione nel settore dei trasporti contribuisce per circa l’8% al valore della produzione dell’intera economia nazionale, oppure che ad un incremento del PIL dell’1% corrisponde un incremento del 4/5% del trasporto delle merci. E certamente le problematiche inerenti alle grandi reti non sono estranee all’assetto giuridico dei servizi collegati: ha perfettamente ragione Francesco Giavazzi, quando sottolinea che non ha senso realizzare con tutti i crismi l’Alta Velocità, se poi i taxi si fanno attendere più di un’ora una volta scesi dal treno.
Non del tutto inattesa, arriva la prima tegola sulle illusioni del viandante stremato: la Legge Obiettivo per la realizzazione delle grandi opere [...] si è rivelata un fallimento” (pag. 137). Un verdetto che, messo giù così brutalmente, difetta di motivazioni articolate, direi. Ma gli argomenti critici verso lo spirito di quella legge sono disseminati nella continuazione del discorso programmatico, pur mancando i riferimenti espliciti: “Si è [...] abbandonata ogni corretta forma di programmazione delle opere coerente con il ‘Piano generale dei trasporti e logistica’ e di relazione con gli enti locali”. Cioè si è cercato di combattere la frammentazione decisionale caratteristica di strumenti regolatori concertativi come le Conferenze dei Servizi, che consegnano al borgomastro di S. Giovanni sul Sacro Monte lo stesso diritto di veto spettante al sindaco di Milano, riservando a Roma l’ultima parola almeno per quanto riguarda i corridoi viari di livello transfrontaliero. Si torna dunque all’antico? Parrebbe di sì: “proponiamo di riordinare la legislazione sui lavori pubblici in un unico corpo normativo”. In sessant’anni di Testi Unici, ogni passo sulla strada dell’accorpamento normativo ha significato nuovi attacchi ai diritti di proprietà dei cittadini, con restrizioni sempre più pesanti allo ius aedificandi dei privati, a tutto vantaggio di un progressivo travaso delle loro titolarità nelle mani degli amministratori locali. I quali, bontà loro, rilasciano ai sudditi “concessioni edilizie” o “autorizzazioni a costruire” discrezionali ad un regime urbanistico che, di fatto, instaura una sorta di espropriazione parziale permanente dei beni immobili.
Andando a pag. 138, si incontra una di quelle raffiche di proposte “per punti” che, trattino dopo trattino, crivellano la prosa del programma unionista. Nella fattispecie, si tratta di buoni propositi ispirati al potenziamento dell’intermodalità, cioè della presenza di snodi logistici in cui passare da un “modo” di trasporto ad un altro: lavorare sugli interporti, sui parcheggi scambiatori, sulle ferrovie e sulle autostrade del mare va benissimo, tant’è vero che già l’azione dell’attuale governo ha sposato questa filosofia obbligata. A cavallo con pagina 139, poi, si afferma di voler privilegiare le “scelte di riconversione delle tracce liberate dall’entrata in funzione dell’Alta Velocità”, a beneficio della funzionalità ferroviaria per chi vive di pendolarismo. Già, ma prima la TAV bisogna degnarsi di lasciarla fare, anche sfidando i dissensi interni al proprio elettorato.
Poco oltre, i fabbricanti del programma tentano una penosa sortita sul campo delle poche novità realmente apprezzate introdotte nel corso di quest’ultima legislatura: in due sul motorino, con le visiere dei caschi oscurate, gli scugnizzi ulivisti si lanciano allo scippo della patente a punti. Sprezzante dell’onestà intellettuale e del ridicolo, il conducente sta già suonando il clacson per indurre la vittima designata a girarsi di scatto: il provvedimento, infatti, era “già previst[o] nella legge-delega approvata nella scorsa legislatura (legge n. 85 del 2001)”. Peccato che, in politica, sia l’attuazione pratica a dividere la concretezza dalle chiacchiere malmostose. Dal canto suo, il ladruncolo seduto dietro allunga le mani per agguantare il prezioso bottino: “l’introduzione della patente a punti [...] avrebbe dovuto contribuire a ridurre sensibilmente il tasso di incidentalità in Italia, [ma] non ha sortito i risultati attesi a causa della mancata attuazione, da parte del governo di centrodestra, delle altre misure che il centrosinistra aveva previsto”. La missione dei rubagalline prodiani si schianta però contro il muro delle statistiche ufficiali, che attestano una cospicua diminuzione della sinistrosità.
Altro potpourri di ideuzze per punti, altra galleria degli orrori: “procedere ad una riforma organica del nuovo Codice della Strada, secondo i principi e i criteri direttivi della legge-delega del governo di centrosinistra”, della quale, a questo punto, mi piacerebbe conoscere i particolari con un po’ più di precisione; “rifinanziare il Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale e “ripristinare l’Ispettorato generale per la circolazione e la sicurezza stradale”, seguendo quindi logiche controriformiste; “abolire tutte le recenti disposizioni che hanno innalzato i limiti di velocità degli autoveicoli”, di modo da poter tosare ancora più impunemente il parco guidatori, colpevole solo di percorrere suo malgrado una rete stradale largamente obsoleta; “potenziare gli organici della Polizia Stradale”, che già debordano di inutili ipertrofie pletoriche. Il portato delle note programmatiche sin qui esaminate non fatica a contraddistinguersi per la sua diffusa ostilità al trasporto privato, additato a iattura collettiva abbastanza apertamente e traslato in una specie di duello all’ultimo sangue con il trasporto pubblico, rispetto al quale sembra non bastare lo stimolo alla concorrenza, ma deve sprigionarsi un soprammercato di inconciliabilità strutturale attribuita al presunto “egoismo” di chi preferisce spostarsi in automobile. La prevalenza del “pubblico” sul “privato”, in effetti, torna coessenziale alla cultura politica di molta sinistra. Si limitassero ad ammodernare e ad ampliare la rete stradale (di cui, come già detto, i parcheggi scambiatori sono parte integrante), invece di moralizzare il popolo, questi soloni alla vaccinara.
Si riaffaccia, a pag. 140, il filo conduttore che innerva l’unica vera “cifra politica” di tutto il documento preelettorale pubblicato dalla sinistra. “[C]rediamo che vada istituita una ‘Autorità dei trasporti’, che abbia lo scopo di definire le tariffe autostradali e [...] anche le tariffe stradali”. Il tessuto programmatico su cui poggia la piattaforma socio-culturale approntata dall’Unione, alla fine della fiera, si risolve in un progetto di potenziamento del parastato attraverso la proliferazione di consorterie, dipartimenti speciali, commissioni peritali e uffici di consulenza – presumibilmente da affidare alle curatele degli amici degli amici di turno. Il silenzio mediatico della Cdl berlusconiana, che da quindici anni promette di riformare l’Italia all’insegna del “minor stato”, è davvero inspiegabile a questo proposito. Nel dibattito TV di martedì scorso il Cav. ha fatto cenno alla questione di sfuggita, ma a mio avviso con troppo poca convinzione: il popolo moderato va messo al corrente della proliferazione statalista che lo attende. Chicca di suggello al capitolo trasporti: “riguardo al ponte sullo stretto di Messina, proponiamo di sospendere l’iter procedurale in atto per realizzare le priorità infrastrutturali del Mezzogiorno”, tra cui – e qui la stropicciata a occhi e orecchie è d’obbligo – la Salerno-Reggio Calabria-Palermo. La dorsale col buco.
Con cotanta analisi del quadro trasporti alle spalle, dal paragrafo intitolato “Per cambiare con energia. L’innovazione e la sicurezza in campo energetico” mi aspetto tutto il peggio possibile. E faccio bene: se il futuro dipende dalla capacità di “rispondere alle grandi sfide energetico-ambientali, in presenza dei rischi dei cambiamenti climatici e della crescita [...] del prezzo del petrolio”, cioè dalla rispondenza della politica energetica a due falsi problemi, stiamo messi male. I cambiamenti climatici di cui tra virgolette sono tutto fuorché assodati, né va dimenticato che le tendenze meteo-idrogeologiche esibite da questi fenomeni sono prive di un decorso comune e scientificamente documentato. Inoltre, dovrebbe essere proprio la “contromisura naturale” (il rialzo del prezzo) con cui il mercato controlla la domanda di risorse vieppiù scarseggianti a riempire di gioia i fautori di un progresso tecnologico in senso “verde”: tanto più costa il barile, tanto più la ricerca sarà spronata a trovare delle valide alternative, no? La politica dovrebbe tenersi sempre alla larga dal meccanismo automatico di formazione dei prezzi (cioè la dialettica tra domanda e offerta), pena l’aggravarsi delle “patologie” che l’interventista spera – in buona o in mala fede – di curare mediante l’utilizzo di “modelli previsionali” quasi sempre concepiti a prescindere dalla natura – imprevedibile – dei comportamenti umani. Non poteva mancare, infine, la greve tirata d’orecchie al governo sulle “emissioni di gas serra (che invece di diminuire del 6,5%, come previsto dal Protocollo di Kyoto, sono aumentate del 13%)” (pag. 141). Ma non basta: “Noi crediamo che il Protocollo di Kyoto rappresenti un’opportunità per l’innovazione delle politiche energetiche e per una riduzione della dipendenza dall’importazione di combustibili fossili”. Ora, molto ci sarebbe da dire su quanto si sia realmente ottenuto con l’adozione di una risoluzione politicistica, schiava del mercimonio tra burocrati preposti al monitoraggio delle “quote gas” e condannata a sicuro fallimento come il Protocollo di Kyoto. Di sicuro, ad oggi nessuno dei suoi firmatari di rilievo sta rispettandone le clausole.
Ma, allo stato attuale della mia disamina “amatoriale” del programma unionista, la domanda che sorge prepotentemente è un’altra. Com’è possibile conciliare le giaculatorie sul “rilancio industriale” del Paese – così spesso brandite con piglio contundente – ai peana al Protocollo nippo-ambientalista, che appesantisce come una zavorra la produttività profittevole tassandola surrettiziamente?

 

(7.Continua)




15 marzo 2006

Duello TV: vince Prodi

Il match televisivo tra i due sfidanti che si contendono il piano nobile di Palazzo Chigi (forte di uno share del 52,13%, pari a sedici milioni di spettatori), dopo le travagliate negoziazioni intrattenute dai rispettivi staff nei giorni scorsi, ieri sera ha avuto infine luogo e il bilancio del giorno dopo attesta una vittoria ai punti di Romano Prodi. Lo svolgimento del dibattito, scandito da una tempistica prefissata per domande, risposte e controrisposte, ha premiato la cura certosina con cui il Professore bolognese ne ha fatto calibrare il regolamento. Una regia a canali separati ha completato l’opera, impedendo i “controscena” (smorfie di disappunto o gesticolamenti plateali per ridicolizzare i discorsi dell’avversario) e neutralizzando il repertorio di mattane al quale il Cav. usa attingere per vivacizzare i suoi argomenti. Ingabbiato in minutaggi stringenti e in minicomizi ragionieristici, il Presidente del Consiglio ha rivelato un profondo disagio: la penna costantemente a scribacchiare aste e cerchietti, gli occhi bassi, i rari sguardi in camera fuori bersaglio, la retorica inchiodata alle geremiadi sui “capovolgimenti della realtà” da parte dell’interlocutore. Il tutto contestuale ad un “gradiente tattico” che vedeva Berlusconi partire decisamente avvantaggiato, dopo una prima rotazione di domande a lui favorevole. Bene gli ha detto finché il discorso ha mantenuto una piega fiscale-tributaria, con Prodi a bofonchiare qualche distinguo tra rendite e depositi bancari, ma la fortunata flessione dei temi economici sull’unico sottogruppo (le tasse) che il Cav. può impugnare dalla parte del manico non è stata capitalizzata a dovere. Lo stesso dicasi con i calci di rigore fischiati in zona TAV e concertazione, che ad esempio un Fini (ancora impegnato a digerire i poveri resti di Franceschini e Rutelli, sbranati in un sol boccone dalla La Rosa e da Mentana rispettivamente) avrebbe messo in rete senza difficoltà. Bisognava costringere il leader (?) dell’Unione sulla difensiva, bisognava costringerlo a riconoscere che i manifestanti della Val di Susa appartengono ad un serbatoio elettorale organico all’ala più oltranzista della sua coalizione, bisognava rinfacciargli che sposare le tesi di Confindustria e della CGIL contemporaneamente non significa aprire al dialogo sociale, ma solo mancare di visione politica e della tanto decantata “serietà al governo”. L’unica trovata davvero intelligente – e potenzialmente devastante per la fragilissima piattaforma programmatica dell’Unione – il Cav. l’ha sfoderata quando ha sottolineato l’invereconda proliferazione del parastato messa a verbale all’interno dell’oceanico “contratto con gli italiani” prodiano. Oltre quaranta tra authorities e nuovi dipartimenti speciali si profilano all’orizzonte, pronti ad ingrossare le file della burocrazia pletorica e del clientelismo più bieco: le idee della sinistra per il futuro si riducono a questo. Ma allora, volendo puntare con convinzione su un grimaldello dialettico così efficace, il Berlusca avrebbe dovuto prepararsi a far gravitare attorno ad esso tutta una serie di filippiche studiate alla bisogna. Eppure, quantunque l’avversario gli si sia presentato inerme in più occasioni, il leader della Cdl ha esitato ad assestargli il colpo di grazia.
Così il “diesel” Prodi ha potuto prendere il sopravvento, approfittando dell’infortunio particolarmente doloroso (e facilmente individuabile) toccato al Presidente del Consiglio allorché la discussione si è soffermata sulle politiche femminili. Nessuno lo dice, ma sarà il voto delle donne a decidere le sorti di questa tornata elettorale. Chi si sarebbe mai aspettato di sentire una tale supercazzola di stereotipi familistici sulla bocca del Cav. – le donne, secondo lui, rinuncerebbero all’impegno in politica perché già connotate come “spose” e “madri” a prescindere – proprio in una fase tanto delicate per la formazione del consenso presso un elettorato fluido come quello femminile? Al Professore non sembrava vero di poter nobilitare così a buon mercato un’anticaglia progressista come le “quote rosa” (che ricordano molto da vicino i prontuari venatori pubblicati con l’arrivo della stagione di caccia). Meglio sarebbe stato ripiegare sull’ampliamento della libertà di scelta delle donne – di sposarsi presto, di far figli presto, di non abortire se riluttanti – piuttosto che indulgere a luoghi comuni da provincia agricola anni ’50. Da questo inciampo in avanti, la testa della gara è rimasta saldamente in mano a Prodi – fino al capolavoro dello scambio di ruoli nel finale, col Professore a conquistare lo stesso “gradiente tattico” che fino a non più di un’ora prima arrideva al Cavaliere. Novello Napoleone ad Austerlitz, Prodi agguanta la retorica della felicità al “grande comunicatore”, costretto in un angolo a ruminare amaro sui comunisti accentratori e sull’uva del confronto TV che, con regole tanto severe, poteva rivelarsi solo acerba. Compito di Berlusconi doveva essere quello di strappare consensi al suo – ormai probabile – successore, in un quadro preelettorale che, a ventiquattro giorni dal voto, lo vede in svantaggio di cinque punti percentuali contro una coalizione che ricomprende tutti gli eredi del compromesso storico, nessuno escluso. Missione fallita: non s’è mossa una foglia. La Beresina del fronte moderato si avvicina.




11 marzo 2006

Per il bene dell'Italia/6

È a partire dal paragrafo vergato tra le pagine 127, 128 e 129, sia pure con qualche eccesso d’indulgenza per i cadeau da pagare ai Verdi (“la conservazione e produzione di energia pulita, la sanità e la protezione ambientale”, maliziosamente insinuate tra “aree d’avanguardia” come “l’applicazione dell’ICT ai servizi sociali, il programma satellitare Galileo, [...] i settori europei aerospaziale, navale e delle comunicazioni”, c’entrano come i cavoli a merenda), che il programma dell’Unione conosce alcune delle sue proposte più felici.
Tra le ragioni delle sempre più scarse performance dell’export vi è senz’altro l’abbassamento “della produttività italiana [con un] costo del lavoro per unità di prodotto [che] negli anni 2000 è cresciuto dell’1% in Germania, del 10% in Francia [e] del 20% in Italia” (pag. 127); ma va pur sempre ricordato che i tedeschi, per mantenere intatto quel tendenziale, non hanno esitato a sussidiare cinque milioni di cittadini disoccupati, scorporando quindi le loro (mancate) prestazioni lavorative dal costo unitario dei manufatti. Rimane un mistero, poi, il correttivo tributario da adottare per sanare le criticità di tale quadro: detassare sul lato dell’offerta di lavoro (agendo sul noto “cuneo fiscale”) o della domanda (diminuendo le imposte sul reddito)? Illuminante, in ogni caso, risulta lo sviluppo successivo dell’analisi, specie quando individua la necessità di “puntare sull’attrazione degli investimenti diretti esteri in Italia” e afferma che le “politiche per l’accoglimento di imprese estere devono riguardare la rimozione delle difficoltà sia di entrata sia di uscita” (pag. 128), con un occhio di riguardo per l’agevolazione dello start up imprenditoriale. Solo favorendo l’ingresso di nuove aziende – straniere o meno non ha importanza, laddove sappiano reggere e stimolare la concorrenza – sui nostri mercati si possono “obbligare” i soggetti già presenti a migliorare sul piano della produttività e su quello della convenienza.
Queste linee guida specifiche devono però concretizzarsi in margine ad un piano di riforme economiche coerentemente improntato alla liberalizzazione dei mercati: contendibilità delle imprese, flessibilità lavorativa, detassazione e privatizzazioni innanzitutto. Invece spiace dover osservare che spesso lo spargimento di sentenze propagandistiche (“l’esperienza passata ha privilegiato l’aspetto della privatizzazione su quello della de-monopolizzazione”, pag. 129) tende a precludere lo sviluppo di riflessioni dettagliate o, in alternativa, il beneficio di un’onorevole ammissione di colpa. Furono i governi dell’Ulivo, infatti, ad attuare le privatizzazioni senza prima liberalizzare i mercati, traghettando così la grande industria da un monopolio statale ad uno privato. Alla collocazione azionaria di pacchetti troppo ingenti corrispose l’eccessiva selezione dei compratori, che si ridussero così alla cerchia delle solite grandi famiglie. Lasciando per il momento da parte ogni velleità polemica, devo riconoscere che il prosieguo della disamina relativa alle politiche per la concorrenza (pp. 130, 131 e 132) incontra decisamente i miei personali orientamenti in materia. Lo stringato documento programmatico presentato dalla CdL non riesce nemmeno a sfiorare certe vette di (ipotetico) liberismo: “Liberalizzare ha senso se significa contrastare la rendita e aumentare l’efficienza del sistema economico”; “Politiche di liberalizzazione e trasparenza crediamo vadano attuate [...] nei settori della distribuzione dei farmaci e dei taxi”; un “settore che necessita di specifiche politiche di liberalizzazione e tutela degli [...] interessi dei cittadini, è il settore dei servizi professionali”; “nei paesi più liberali [...] la maggior libertà nelle professioni consente maggior ricchezza complessiva”, e così via. Non nascondo di riporre una certa masochistica aspettativa nello slancio riformatore della sinistra in materia di ordini professionali. Masochistica per due motivi: primo perché il sottoscritto, salvo improbabili rivoluzionamenti esistenziali dell’ultima ora, con ogni probabilità è destinato ad approdare al mondo della libera professione (e avrebbe quindi tutto l’interesse a mantenerne lo status quo); secondo perché solo il centrosinistra può lanciare una sfida credibile al corporativismo professionale, in quanto il centrodestra trema alla sola idea di alienarsi il consenso di quello che è da sempre un suo affezionato bacino elettorale (tocca quindi augurarsi che vinca Prodi, limitatamente a questa issue).
Ovviamente anche in questa “isola felice”, fortuitamente avvistata navigando per lo sterminato oceano del programma prodiano, non mancano i motivi di perplessità, per lo più dovuti agli accessi di pilatesca ambiguità di cui – come più volte ribadito – è disseminato ogni snodo realmente impegnativo del documento in esame. Un sincero “mercatista” non sentirebbe mai la necessità di sottolineare che una robusta liberalizzazione, nell’ambito dei servizi pubblici locali, “deve significare altresì garantire comunque le caratteristiche universalistiche dei servizi” (pag. 130). Smantellare gli oligopoli collusivi avvantaggia in primo luogo il consumatore nei confront dei potentati economici, perciò soddisfa egregiamente la sensibilità “di sinistra”: perché dubitarne? Alla stessa pagina, inoltre, si afferma che “nei servizi a rete (energia, trasporti) la proprietà delle reti deve rimanere pubblica”. Posto che una sommaria distinzione della casistica avrebbe giovato all’intelligibilità dell’asserto di cui sopra – che relativamente al trasporto su gomma, in effetti, scadrebbe nell’assurdo –, riesce difficile figurarsene la congruenza con quanto argomentato in materia di concorrenza fino a questo punto. Bisogna probabilmente riferire tale indicazione al mantenimento di quote minime di golden share: altrimenti, in accordo con l’obiettivo deliberato, la cessione ai privati della prima tranche di azioni del gruppo Terna (rete elettrica) andrebbe revocata. Per quanto riguarda il “settore cruciale dell’acqua”, poi, “la distinzione fra rete e servizio è più complessa. Entrambe le funzioni dovranno dunque rimanere pubbliche”. Stante, voglio sperare, almeno la conferma del vigente regime concessorio!
Passando alle misure da adottare al fine di intervenire sulle rigidezze della grande distribuzione commerciale (pp. 132-133), ci si torna ad addentrare in fitte cortine di nebbia politichese. Va benissimo “promuovere la spinta concorrenziale nel settore [...], favorendo [...] il contenimento dei prezzi finali al consumo”, ma come si può conciliare l’accrescimento della “dimensione delle catene distributive nazionali, per far fronte [ai] grandi gruppi stranieri” con la tutela della “permanenza nei centri urbani delle piccole attività commerciali”? In un’ottica di contenimento dei prezzi, aumentare le dimensioni dei grandi distributori complica molto la vita, perché, moltiplicando per forza di cose gli intermediari di filiera, non può che rivelarsi svantaggioso per il fruitore terminale di un bene o di un servizio. Cosa significa peritarsi di “garantire un equilibrio tra esigenze competitive ed esigenze sociali e produttive, attraverso la selettività degli interventi in un quadro di programmazione territoriale”? Sembrano i vaniloqui sconclusionati di uno studente ansioso di buttar giù alla meno peggio le ultime righe di tesina prima di uscire in tutta fretta con gli amici...
Capitolo “mercati finanziari” (pp. 133-134). Il quadro delineato fornisce una corretta sintesi dell’attuale centro nevralgico di tutti i problemi del settore. In sintesi, negli ultimi anni un rapidissimo processo di aggregazione degli istituti di credito ha portato alla formazione di spiacevoli intrecci tra imprese finanziate e partecipazioni proprietarie, con conseguente proliferazione dei conflitti di interesse. Di tutto quello che viene detto circa la possibile normalizzazione dello scenario, l’unica verità è che in Italia manca del tutto l’azionariato diffuso sul modello della public company, per ottenere il quale bisognerebbe riformare le Fondazioni bancarie. Prodi, mandatario dei maggiori tycoon del credito italiano, oserebbe tanto? Mah...
Meglio lasciar perdere ogni lungaggine sul ricorso alle class actions come strumento di tutela dei risparmiatori truffati: basterebbe ammodernare le procedure di costituzione in parte civile, io credo, per giungere agli stessi risultati auspicati nel testo programmatico (azione collettiva, suddivisione delle spese processuali).
Infine, viene espresso un indirizzo decisamente “perdonista” a proposito di diritto fallimentare, che stride apertamente con l’inflessibilità manifestata dalla sinistra in merito al diritto societario. In soldoni, si vuole rivalutare il ruolo del giudice rispetto a quello del curatore fallimentare, di modo da contemperare le istanze dei creditori maggiori (le banche), attualmente molto privilegiati, con quelle dei piccoli e medi. Le residue potenzialità produttive dell’impresa verrebbero così sacrificate alle esigenze di chi ha tutto l’interesse a riscuotere la liquidazione. Lo scoraggiamento di una ripartenza produttiva su scala la più ampia possibile appare evidente, così come la contraddizione con la lotta al “nanismo” delle imprese, più volte enfaticamente proclamata.

 

(6.Continua)




8 marzo 2006

Cento domande sull'islam

di Samir Khalil Samir
Marietti 1820, 223 pp, € 13,00
a cura di Giorgio Paolucci e Camille Eid

In un recente discorso pubblico, il Presidente della Repubblica Ciampi ha formulato abbastanza chiaramente la sua ricetta per favorire il pacifico incontro tra culture e religioni differenti. Imparando a conoscere l’altro da sé con sincero spirito negoziale sia a livello intersoggettivo che interculturale, e senza lasciarsi spaventare dall’ingente sacrificio in termini di tempo materiale e di dedizione all’interscambio che un simile sforzo richiede, le paure e le incomprensioni reciproche svaniscono automaticamente. Dialogando ad pacem pervenimus, tanto per sintetizzare il concetto parafrasando un noto adagio cartesiano. Il fondamento di questa filosofia, evidentemente ispirata ad un larvato scetticismo postmoderno, risiede nella convinzione che qualunque preghiera scaturisca dalla fede riconduca in ultima analisi ad un “interlocutore trascendente” comune, nei suoi tratti costitutivi essenziali, a tutte le credenze religiose.
Il magistero di teologia comparata accumulato dall’insigne islamologo egiziano Samir Khalil Samir, agilmente condensato in questa maxi-intervista raccolta e curata dai due giornalisti di Avvenire Giorgio Paolucci e Camille Eid, rovescia una vera e propria doccia scozzese sui seguaci del comodo irenismo espresso dal capo dello stato. Per dissodare il terreno di coltura su cui far germogliare i frutti di una convivenza salubre e duratura, com’è nelle dichiarate intenzioni di questo contributo divulgativo, la documentazione storica si incarica di consegnare al lettore gli strumenti con i quali arare il suo “campo visivo” più agevolmente che a mani nude.
“Da cosa nasce la xenofobia?”
, si chiede l’autore a latere dell’ampia riflessione sociologica che affianca le altre due direttrici – storica e teologica – battute parallelamente nel libro. La risposta permane uguale a se stessa sin dalla notte dei tempi: “Dalla paura che il ‘diverso’ metta a rischio una convivenza già di per sé fragile perché non fondata su valori e certezze, quindi dall’esistenza di un ‘vuoto’ (anche se spesso negato) piuttosto che dall’ostentazione di un ‘pieno’ che in realtà nasconde fragilità e insicurezza”. E ancora: “[...] solo se è garantito un ‘nucleo duro’ iniziale, un sottofondo di riferimento a livello antropologico, [...] si può evitare che la convivenza civile ‘impazzisca’, magari dopo essersi illusa di poter evolvere secondo i canoni dell’ugualitarismo indifferenziato e del relativismo senz’anima propugnato dai fautori della società multiculturale”.
Un esempio di modello funzionante, alla luce delle indicazioni succitate, è quello americano. Esso fonda la sua estrema inclusività su una manciata di architravi giuridiche che il deismo illuminato dei Padri Fondatori – erede di una tradizione religiosa e filosofica, tipicamente giudaico-cristiana, impegnata già da secoli a svelare in progress i dettami del “diritto naturale” – poteva permettersi il lusso di definire “autoevidenti”. Il segreto di una valida “formula dialettica” consiste quindi nel rifiuto degli infigimenti tesi a voler mascherare le differenze e a interpretare i “punti comuni” come condizioni iniziali del confronto, anziché – più correttamente – come eventuali risultati tangibili di un cammino giocoforza irto di asperità. Non esistono facili scappatoie a portata di mano, “il dialogo non consiste nel dire ciò che piace all’interlocutore che si ha di fronte, questo appartiene piuttosto alla diplomazia. Il dialogo autentico richiede amore per la verità a qualsiasi costo e rispetto dell’altro nella sua integralità, non è minimalista ma esigente”.
L’autentica “cifra educativa” di questo libro, pertanto, fa perno sulla mobilitazione delle profonde divergenze che segnano il confine tra islam e cristianesimo, tra islam e Occidente. Da dove partire, allora, per marcare le origini del contenzioso in merito alla nozione di “diritto universale autoevidente”? Innanzitutto da considerazioni di carattere teologico: “Per i musulmani il Corano si può paragonare a Cristo: Cristo è il verbo di Dio incarnato, il Corano – mi si perdoni il gioco di parole – è il verbo ‘incartato’, fissato sulla carta. Questo parallelo dovrebbe permettere ai musulmani di considerare il Corano come divino e umano nello stesso tempo, come fanno i cristiani riconoscendo le due nature di Gesù, ma di fatto lo considerano soltanto come divino”. La parola di Allah si presenta già dettata al Profeta e increata come fatta-e-finita. La Bibbia raccoglie testi formalizzati con uno spirito completamente diverso, poiché, in quanto redatti interpretando la volontà di Dio, essi si prestano alla continua esegesi di un Mistero che solo la trascendenza (il passaggio nell’aldilà) può svelare del tutto. Trascendenza e immanenza, nella mentalità occidentale, si mantengono “ortogonali” proprio in virtù di questa concezione del rapporto tra finito e infinito – peraltro palesemente antesignana del metodo scientifico. L’islam, al contrario, racchiude la “vera” realtà immanente nel cono di luce vivificante irradiato dalla sottomissione alla legge coranica (la shari’a), al di fuori della quale sussiste solo una meontologia, un coacervo di entità che nemmeno esistono nel vero senso della parola. Le stesse tensioni con gli ebrei, nonostante il circuito dei media abbia gioco a presentarle in chiave prettamente anti-israeliana, rimandano ad un episodio dai forti contorni metastorici. Mi riferisco alla mancata sottomissione dei giudei di Medina a Maometto, culminata nel giro di pochi anni nella “battaglia di Khaybar, un’oasi non lontana da Medina, dove gli ebrei che vi si erano rifugiati vengono sconfitti al termine di un lungo assedio durato quarantacinque giorni. La vittoria di Khaybar è entrata nella mitologia musulmana come testimonianza della superiorità sugli ebrei, tant’è vero che viene ancora oggi evocata negli slogan dei militanti islamici e dei giovani dell’Intifada palestinese”. Le coordinate di lettura da utilizzare per capire il sentire islamico, dunque, vanno sistematicamente cercate al cuore della religiosità totalizzante predicata da Maometto.
Come devono comportarsi allora la politica e il consesso civile, di fronte alla necessità di integrare al meglio gli aderenti ad un credo tanto “battagliero” da non annoverare nemmeno, tra i novantanove nomi di Dio che la tradizione islamica ha desunto dal Corano, quello di “Padre”? Per Samir “la coabitazione all’interno di società dove vigono principi fondamentali come il rispetto dei diritti della persona, la parità tra uomo e donna, la democrazia e il pluralismo, la libertà religiosa, la separazione tra religione e Stato, nel lungo periodo” influirà “positivamente sulle comunità musulmane”. Ma solo a condizione che le autorità di governo adoperino estremo rigore nel ribadire i principi di cui sopra; che, da parte dei musulmani, cresca il desiderio di “sentirsi a pieno titolo cittadini delle società in cui hanno messo radici”; che l’inserimento scolastico svolga un ruolo preponderante nelle dinamiche dell’integrazione.
Riempire i vuoti lasciati aperti dall’inevitabile vaghezza di merito di queste prospettive, naturalmente, è compito del legislatore. Ma il pensiero di padre Samir, gesuita che non esita a definirsi “di religione cristiana, ma culturalmente musulmano”, preferisce correre al suo Egitto e al Libano, da secoli laboratori di feconda collaborazione tra islamici e cristiani. “[...] noi cristiani arabi possiamo aiutare i cristiani occidentali sia a capire l’islam in tutte le sue dimensioni, sia a convivere con esso[...]. Siamo come un ponte che unisce due sponde [...]. Non siamo uguali agli occidentali perché siamo arabi, né ai musulmani in quanto siamo cristiani [...]. Ed è questa la nostra autentica vocazione storica, simile [...] alla posizione di Gesù sulla croce, che unisce verticalmente la terra e il cielo, l’umanità alla divinità, e orizzontalmente l’Oriente e l’Occidente, i vicini e i lontani”.
In appendice, il volume contiene un breve compendio di storia dell'islam, due mappe con la presenza islamica in Europa e in Italia rispettivamente, nonché un glossario con molti vocaboli della terminologia giuridico-religiosa maggiormente in uso presso la dottrina musulmana applicata. Per cominciare a conoscere l’argomento (in quanto una preparazione “dotta” richiederebbe ben altro grado di approfondimento individuale), siamo su livelli di assoluta eccellenza.



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