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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















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MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
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Ipocralismi
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Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

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Hanno già ricominciato
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La lussazione

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Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
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l'ipocrisia al governo

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Multilateralismo dalemiano:
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8 Settembre,
festa degli ondivaghi


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Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


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E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
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USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

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Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
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Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
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USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

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Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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27 febbraio 2006

Pera, Occidente e Cristianità: qualche nota ad alta voce

Non ho ancora sottoscritto il Manifesto per l’Occidente facente capo a Marcello Pera, principalmente per due ragioni. La prima trae origine dal sospetto che il laboratorio intellettuale radunatosi attorno al Presidente del Senato, con questa operazione a forte risonanza mediatica, intenda più che altro lanciare un astuto richiamo preelettorale sintonizzato sulle lunghezze d’onda abitualmente captate dai radar cattolici. In pratica, sullo sfondo vedo tremolare i fantasmi dell’opportunismo politicante a breve scadenza – della serie: passata la “festa” elettorale, gabbati i valori forti.
In secondo luogo, trovo che il decalogo perista, nella foga di raggiungere una “massa tematica critica” di pronta beva conservatrice, fallisca nell’importante compito di tirare le fila della sua proposta complessiva. Intendiamoci: non escludo di aggiungermi alla lista dei firmatari dopo le elezioni, eppure mi fa specie la prospettiva di accodarmi a un’infornata di enunciazioni (dalle radici cristiane d’Europa al rifiuto del relativismo etico in ambito familiare) tanto settaria che, così formulata, riesce digeribile ben al di sotto del suo effettivo potenziale di condivisibilità. Io, da conservatore old school, posso anche capire alla perfezione in che senso la “totale equiparazione” delle forme di convivenza rischi di rafforzare una mentalità destinata a soccombere contro l’islamismo radicale, ma a qual pro predicare solo ai già convertiti?
Un po’ di perplessità, quindi, per non dire di peggio. Data l’imminenza della chiamata alle urne, forse concentrarsi esclusivamente sulla condanna del fondamentalismo e del terrorismo avrebbe garantito maggiore trasversalità.
Detto questo, non nascondo di trovarmi in forte imbarazzo, quando gironzolo per le strade di Tocqueville e leggo i commenti che i vari liberal-radicali hanno dedicato allo stesso argomento. Tutti, ma proprio tutti, giocano su logori equivoci semantici come l’intercambiabilità tra il significato di conservatore e quello di reazionario, o come l’inflessione autoritaria del concetto di tradizione. Non credo di dover salvaguardare la presentabilità democratica delle mie idee di fronte a nessuno (meno che mai di fronte a chi traccheggia sulla quadratura di polarità affatto incompatibili come il liberismo e il filoabortismo), ma, trattandosi dei temi che mi hanno persuaso ad entrare nella blogosfera, ritengo di non potermi esimere da qualche controdeduzione in difesa delle mie ragioni.
Il vero tratto distintivo della controversa “identità europea” fa premio su una plurimillenaria attitudine all’inclusione universalizzante degli influssi “vincenti” in seno a realtà espansive. La storia di questa macro-penisola asiatica è interamente percorsa dalla capacità di rendere universale il particolare, anche e soprattutto se proveniente dall’esterno. Roma ha assorbito l’ellenismo (cioè la grecità) e ne ha amplificato i paradigmi culturali fino a renderli il tessuto connettore di una civiltà globale; lo stesso dicasi per la rielaborazione del messianismo ebraico da parte del cristianesimo. La sintesi tra identità, all’interno di tale dinamica “fusionista”, ha sempre avuto luogo attraverso il mantenimento di un delicato equilibrio tra apertura e chiusura, tra tolleranza e rigore. A tal proposito, conviene riprendere alcuni passi del discorso su “Razza e cultura” tenuto per l’Unesco da Claude Lévi-Strauss, risalente a trentacinque anni fa: “Le grandi epoche creatrici furono quelle in cui la comunicazione era divenuta sufficiente affinché dei partner lontani si stimolassero, senza essere tuttavia così frequente e rapida da ridurre gli ostacoli indispensabili tra gli individui come tra i gruppi, al punto che scambi troppo facili parificassero e confondessero le loro diversità. [...] Certo il ritorno al passato è impossibile, ma la via in cui gli uomini si sono oggi incamminati accumula tensioni tali che gli odii razziali offrono una ben povera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di instaurarsi domani, senza che neppure gli debbano servire di pretesto le differenze etniche”.
Il messaggio contenuto in queste righe è cristallino. L’identità – collettiva o individuale – è come una rondine: se la si impugna brutalmente soffoca, ma se la si blandisce vola via. Stringerla senza esagerare, invece, consente di nutrirla e di domarla, oltre che di trattenerla a sé. Fuor di metafora, questo stilema assimilativo si applica tanto alla storia d’Europa – al cui interno il cristianesimo, chiave di volta nell’arco teso tra classicità e modernità, gioca un ruolo da assoluto protagonista – quanto al profilo esistenziale e individuale dei suoi abitanti di ogni epoca. Per cui davvero si stenta a capire il senso di affermazioni a metà strada tra l’utopia febbrile e l’anarchismo da doposcuola liceale, come “occorre recidere ogni legame con la tradizione” oppure “il conservatore è colui che teme ogni forma di cambiamento”. Ogni rapporto con il mondo reale, io credo, implica l’interiorizzazione e la successiva elaborazione di sollecitazioni “esterne” che per lo più rinviano ad un loro radicamento nel “passato”. Chiunque stipuli un contratto, si confronti con l’evoluzione della ragione dubitativa nel corso dei secoli, assuma un modello di riferimento culturale, non può in alcun modo prescindere dalla tradizione (= ciò che si tramanda) giuridica, filosofica e religiosa del contesto spazio-temporale in cui viene a collocarsi. Nemmeno l’amor fati nietzscheano esula dalla sovrastrutturalità, perché la presuppone.
Il conservatore non è affatto colui che teorizza il mantenimento integrale dei lasciti storici ed etici di “radici” indurite e inalterabili, poiché ciò costituirebbe solamente la faccia – quella sì – reazionaria della stessa nefasta mentalità assolutista/relativista che anima il multiculturalismo. Al contrario egli, ben sapendo che nessuna grande svolta ideale e spirituale si è mai costruita con materiali interamente nuovi, vuol prendere il buono del passato, renderlo presente e proiettarlo verso il futuro. Il buon driver guida con un occhio al retrovisore, a dispetto delle sirene progressiste (progressiste?) che eventualmente gli suggeriscano di disfarsene.
Ecco perché la difesa delle innegabili radici giudaico-cristiane dell’Europa moderna non vuole affatto propugnare il recupero in blocco di una tradizione monoliticamente interpretata. È infatti sbagliato, in quest’ottica, avventurarsi nella giustificazione dei ghetti, dell’Inquisizione, della cacciata degli ebrei di Spagna, in una parola dei molti lati oscuri che un magistero bimillenario di fede e di pensiero porta inevitabilmente con sé.
Nondimeno l’attacco sferrato dal monismo islamico merita adeguate risposte sul piano teologico (spiacente, ma di fronte ad un attacco religioso si tratta di un aspetto imprescindibile) e politico (il Corano è un testo normativo, a differenza della Bibbia). Ad esempio riscoprendo la ragione universale come dato connaturato ad una visione giudaico-cristiana dell’umanità – in quanto tutti gli uomini, quand’anche atei, pagani o miscredenti, sono creati “ad immagine e somiglianza di Dio”. È per mezzo di essa, quindi, che sia il laico sia il chierico partono da una facoltà cognitiva comune alla ricerca del significato ultimo del Mistero, approdando infine alla nozione altamente unificante di diritto naturale (cioè l’insieme dei principi universali che non mutano al volgere del tempo).
Se dilaga il relativismo per cui non esistono cause finali e cause formali, ma solo cause efficienti e materiali, si afferma la mentalità zapaterista per cui tutti i canoni etici o interpretativi si equivalgono (se la Verità non esiste, non va neppure cercata). A molti sfugge, ma da simili premesse risorge vieppiù il materialismo storico e dialettico, cioè l’assunzione che una determinata “architettura di significati” prevalga solo in funzione del potere strumentale che la contingenza le mette a disposizione. Dal canto suo, l’islam contrappone al diritto naturale – cioè all’idea di una Verità cui tendere per aggiustamenti successivi – la legge religiosa (la shari’a) consegnata all’uomo da Dio, nella convinzione che non esista un dato universale che non sia già precompreso nella concezione islamica della vita. Traduco per i duri di comprendonio: l’islam (“sottomissione”) è puro Potere.
Benedetto XVI ha espresso lo stesso concetto dicendo che l’islam “non è riformabile”. Se non dall’esterno, aggiungo io.
Basta fare due più due, allora, per capire come l’incontro tra certo sottile nichilismo contemporaneo e l’islamismo preluda alla palingenesi dell’Eurabia fallaciana. Grave demerito di Marcello Pera è l’incapacità di divulgare con efficacia quanto appena argomentato, piuttosto che un’inesistente deriva “reazionaria” nell’elaborazione politica messa in moto dal suo entourage.




26 febbraio 2006

IsmaelVille/2

Oggi si parte con qualche notiziola biografica su quel latifondista di Francesco Caruso. La penna è di Torre di Babele.
Prosegue il diario di 
Barbara sul suo rapporto con il Che e, per estensione, con l'essere di sinistra in generale: tutte parole sante.
Doppietta di Alberto Mingardi: un 
epicedio per la (fu) direttiva Bolkestein e una densissima recensione del libro di Guido Rossi Il gioco delle regole. Enfant (si fa per dire) prodige.
Ancora in diretta dalla homepage dell'IBL, stavolta è Carlo Lottieri a mettere in discussione i luoghi comuni che circondano il rapporto tra cattolicesimo ed economia di mercato e la nota tesi weberiana sul protestantesimo come "motore del capitalismo".
Il blog di 
Pro American Movement azzarda qualche ipotesi alternativa sulla fine che avrebbero fatto le ben note armi di distruzione di massa saddamite, basandosi su un paio di intriganti pezze d'appoggio. Qui e qui.
Hamlet, poi, tira le fila sullo stato attuale della dialettica tra liberismo e welfare
Non poteva mancare
Carlo Stagnaro, con un focus sull'impiego dei biocarburanti.
Paolo Bernardini racconta come il legame tra il disincanto di Giuseppe Prezzolini e l'ottimismo dei libertarians fosse strettissimo e imperniato sulla teoria del libero mercato.
E' bello, ogni tanto, poter deporre le armi della battaglia politica e rendere i dovuti onori ad un valido avversario che se n'è andato. Marina Corradi saluta Luca Coscioni.
Ottimo il contributo di Francesco Ramella sul terrore antinucleare diffusosi all'indomani di Chernobyl. Si tratta di un'analisi molto fredda e accurata dei dati raccolti sul luogo dell'incidente.
Ripropongo infine un dossier di Wellington sull'impiego del fosforo bianco a Fallujah che, per quanto di non recentissima divulgazione, ha dato il via a uno degli scandali più speciosi su cui la stampa globale si sia mai esercitata in pigrizia e conformismo.
Buona Domenica!


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24 febbraio 2006

Per il bene dell'Italia/4

Quello riservato ai temi economici è il più corposo capitolo del programma unionista, in quanto occupa il quadruplo dello spazio rispetto a tutti gli altri (oltre ottanta pagine contro una media di venti-venticinque). Se tale dato comparativo rispecchiasse la gerarchia di priorità enucleata nel manifesto politico, l’economia assurgerebbe quindi a “piatto forte” non solo della futura agenda di governo, ma più in generale della piattaforma culturale espressa dalla sinistra. Una scelta discutibile – piaccia o non piaccia, col tempo l’andamento dei mercati prescinderà sempre di più dalle misure legislative adottate per tentare di pilotarlo: in futuro i temi dirimenti saranno quelli etici – ma coerente con la tattica di insistere sul terreno politico che più di ogni altro ha rivelato la debolezza del governo che stiamo per salutare.
Con la sua memorabile “discesa in campo” del ‘94, il Cav. prometteva ai moderati una konservative revolution sulle orme della controriforma antistatalista attuata dalla Thatcher nell’Inghilterra anni ‘80. Privatizzazioni, concorrenza e detassazione avrebbero senz’altro liberato la sinistra da ogni residua nostalgia socialdemocratica; nel giro di dieci anni Silvio B. avrebbe incoronato re Massimo D’A., nel frattempo convertitosi al “mercatismo compassionevole” causa forza maggiore; Giuliano Ferrara avrebbe vissuto felice e contento l’avverarsi di tutti i suoi sogni amendoliani.
Sappiamo com’è andata. Il colpo di mano della strana coppia Scalfaro-Bossi ha impedito al centrodestra di governare negli anni ’90 (quando, sia pure in ritardo, certe riforme si sarebbero ancora potute fare), rimandandone la salita al potere al 2001 (quando, numeri alla mano, al Senato avrebbe dovuto vincere la sinistra!). L’asse Fini-Follini ha fatto il resto, senza dimenticare il monetarismo strabico applicato dalla Banca Centrale Europea.
Malgrado quanto ripercorso, non senza sorprendermi l’Unione appronta un piano di politica economica ricco di spunti interessanti. Come vedremo, il vero disagio emerge dal bagno di ambiguità e omissioni al quale essi vengono continuamente sottoposti.

Il titolo rasenta la distopia: Una nuova economia, una nuova qualità ambientale, una nuova società. Siamo quasi dalle parti del Brave New World di Aldous Huxley. Timoroso di dover subire un’escursione moraleggiante sul crinale che separa il capitalismo “selvaggio” dalla superiore sensibilità solidale incarnata dal prodismo, noto invece che il capitolo parte con una sinossi dei principali argomenti trattati oltre. La cifra politica sposata dall’Unione appare chiara già da queste prime note, assieme alle paternità “nobili” cui fa riferimento: “Non possiamo permetterci nessuna politica dei due tempi: prima il risanamento e poi gli interventi per lo sviluppo e la redistribuzione del reddito”, si legge a pag. 113. Il legame con l’esperienza di Tony Blair e con i sistemi scandinavi appare più che evidente. Con tutti i suoi limiti, una volta rapportati con freddezza tali modelli al contesto italiano di oggi. L’idea di flettere “a sinistra” l’adesione ad un irreversibile liberismo – traendo cioè dal mercato le risorse per finanziare lo stato sociale – dà per scontata l’esistenza di un ambiente economico idoneo alla sua messa in pratica. Sono condizioni al contorno che solo una lievitazione liberale della forma mentis conservatrice può predisporre, come la storia degli ultimi quarant’anni sta ampiamente a testimoniare. Difficile credere ad una variante ulivista del reaganismo; perfino i radicali, tardivamente consegnatisi anima e corpo al liberismo puro, stanno facendo capire di voler interpretare il loro ruolo nell’Unione come lievito riformatore in chiave progressista (postcritianesimo, diritti civili e anticlericalismo d’antan). L’efficiente assistenzialismo scandinavo, poi, funziona bene solo all’interno di aree nazionali poco popolose e intensivamente urbanizzate.
Poca gente in poche città-stato, insomma. Pensando all’Italia delle “centocittà”, si inarca il proverbiale sopracciglio: è chiaro che un socialismo di tipo danese finirebbe per rendere insostenibili i costi di allocazione delle risorse, transitando queste ultime attraverso le fitte maglie dell’apparato statale e territoriale italiano.
Ancora a pag. 113: “La sfida della concorrenza globale non può essere affrontata con successo sfruttando la riduzione dei costi, in particolare di quelli del lavoro”. Qui mi si arriccia anche l’altra arcata soppraccigliare. Chi ha scritto questo passo avrà certamente voluto sottintendere un solamente tra “successo” e “sfruttando” – anche perché in caso contrario lo sgravio di cinque punti percentuali sul cuneo fiscale, paventato da Prodi nei giorni scorsi, confliggerebbe vistosamente con un indirizzo di principio del genere.
Ma ecco che arrivano gli ospiti più attesi, signore e signori: i luoghi comuni preelettorali. Ci si propone di “[...] sostenere lo sviluppo del mezzogiorno, in particolare sfruttando le grandi potenzialità offerte dal turismo e dalla nuova centralità del Mediterraneo” (pag. 114). Su quanto possa scoprirsi come “nuova” la centralità del Mediterraneo non mi attardo; a proposito invece di locuzioni della serie “valorizzare il patrimonio artistico del sud”, “sostenere lo sviluppo con aiuti concreti” o “signora mia, è un museo a cielo aperto!”, riesco solo a ravvisare il taglio bassoliniano del loro costrutto retorico. Come se l’industria del turismo si pascesse di belle rovine aperte al pubblico pagante, e non facesse invece aggio su moderne infrastrutture funzionali al massimo comfort dei villeggianti. Ma, per accantierare quelle, occorrerebbe amministrare una seria politica degli appalti e del particolareggiamento urbano, col rischio di impensierire latifondisti e ambientalisti del caso (spesso rappresentati dagli stessi soggetti). Meglio allora dipingere uno scenario “petrolifero” della risorsa turistica, che sgorga senza fatica e si munge come un pozzo. Così nessuno si spaventa e i politici liquidano le magnifiche prospettive del turismo con quattro chiacchiere al bancone del bar.
Subito dopo, alla stessa pagina, scorre un prontuario del buon mercatista. Gli istinti animali del mercato trovano però una glossa maliziosa, allorquando si afferma di voler “Combattere le rendite e le protezioni indebite aprendo a una concorrenza regolata che è cosa diversa dal libero mercato”. L’intreccio di folgorazione liberista tardiva e di paternalismo sacrestano, messi a guardia dell’elaborazione politica della sinistra, come si è già avuto modo di accennare generano ambiguità unita ad irritanti somministrazioni di bastone e carota in rapida successione. Non ho nessun diritto di salire pomposamente in cattedra, nemmeno per rinfrescare le confuse idee di chi mastica l’abc del liberalismo da nemmeno un ventennio e stenta a digerirne i termini essenziali. Mi limito quindi ad osservare che la prima e più importante “merce” contesa sul mercato è proprio il diritto, inteso come apparecchiatura di regole calibrata attorno a precise dinamiche contrattuali.
Andiamo avanti. A pag. 115 si segnala l’urgenza di “riequilibrare i conti, dissestati dal governo di centro destra”. Eppure i dati ISTAT dicono che quest’anno l’avanzo primario è aumentato di 20 mld, mentre il fabbisogno del settore pubblico è diminuito di 6. Che dire, poi, dell’ok di Bruxelles alla Finanziaria 2006? I conti pubblici, che io sappia, li ha realmente dissestati l’acclarato buco di 30 mld consegnato al governo Berlusconi dalla sinistra (correva l’anno 2001). Molto meglio l’individuazione delle patologie strutturali che affliggono il nostro sistema produttivo, a pag. 119: “inadeguatezza della specializzazione produttiva[,] arretratezza del settore terziario [e] forte concorrenza che proviene dalle nuove aree di sviluppo industriale”, acuiti per giunta da un “abbassamento del tasso di crescita della produttività che negli ultimi anni in Italia [...] ha addirittura assunto valori negativi”. Una problematica, quest’ultima, alla quale ha robustamente contribuito l’esplosione di vertenze sindacali che ha contraddistinto la legislatura appena conclusa, aggiungo io.
Il declino industriale, continua l’analisi, interviene “Dopo vent’anni di crescita trainata dalla grande impresa pubblica e privata e altri vent’anni di crescita trainata dai distretti”. Ma, a loro volta, grande impresa e distretti erano trainati dalla leva monetaria – tramite il classico ribasso valutario competitivo – e dalle ripetute bolle inflazionistiche – che ripagavano le emissioni del Tesoro stampando moneta falsa. Meglio non celebrare troppo il recente passato: l’unico periodo degno di una certa nostalgia è quello del “miracolo economico” anni ’50, quando l’ipertrofia delle Partecipazioni Statali era ancora di là da venire.
Tra le pp. 119 e 120 prosegue l’elencazione delle “malattie industriali” italiane, con qualche riferimento di troppo al “nanismo” e al “familismo” che, a detta degli estensori, graverebbe sul nostro sistema produttivo. Ammesso che di handicap, in taluni casi, possa trattarsi, mi riesce antipatico immaginare che debba essere l’interventismo statale a incidere sul dimensionamento delle centrali produttive. Le imprese devono trovare autonomamente la loro economia di scala ottimale, misurandosi con le esigenze del mercato che sfidano.
Passata la diagnosi, quali soluzioni vengono prospettate? Alla prossima puntata.

 

(4.Continua)




23 febbraio 2006

Jin-Roh - Uomini e Lupi

Sorto da una costola del mondo immaginario ideato da quel geniale visionario che è Mamoru Oshii (Ghost in the Shell, Innocence, Avalon), il progetto Jin-Roh ha vissuto una gestazione travagliata. Dapprima pensata come una miniserie anime di sei episodi da sottoporre alla supervisione di Oshii, l’opera ha attraversato in seguito varie fasi di ripensamento da parte della produzione, per poi trovare compimento definitivo sotto forma di lungometraggio.
La regia, a dispetto delle aspirazioni di Oshii stesso, che ambiva a condurre in prima persona la direzione di questa sua faticata creatura, è stata affidata al figlioccio naturale del sensei - cioè a Hiroyuki Okiura, già coinvolto in capolavori del calibro di Patlabor e Innocence. L’intenzione dei produttori appare evidente: strappare il bastone del comando dalle mani del soggettista, noto per la sua fama di egocentrico accentratore, e distribuire equamente gli incarichi salienti ad un team creativo giovane e dinamico. Flessibilità operativa al servizio di un genio tanto inarrivabile quanto ostico, dunque.
I fatti si svolgono nel Giappone turbolento dei primi anni ’60, in cui gli ultimi sprazzi di agitazione sociale postbellica e di conseguente repressione poliziesca stanno cedendo il passo ad un promettente benessere economico di massa. Assieme all’atmosfera tesa e ideologizzata della ricostruzione nazionale, vivono il loro declino storico anche gli attori sociali e istituzionali che l’avevano governata. Quindi, mentre i gruppi sovversivi di protesta popolare appassiscono in una sterile e rabbiosa clandestinità, le forze di polizia iniziano a scontrarsi con il peso di un’opinione pubblica sempre più informata. In questo quadro si inseriscono le manovre complottarde ai vertici della pubblica sicurezza, ordite per decidere il destino del controverso reparto antiterrorismo DIME, e le spericolate azioni di guerriglia urbana portate a segno dalla cellula armata nota come “la Setta”.
Proprio durante una sommossa fomentata dalla Setta, l’agente DIME Kazuki Fuse è impegnato in una operazione di alleggerimento nel sottosuolo. Di fronte a una terrorista poco più che bambina esita, fino quasi ad indietreggiare, permettendo così alla giovane dinamitarda di innescare l'ordigno che trasporta e di farsi saltare in aria. Condannato al riaddestramento da una commissione disciplinare, Fuse cerca di rovistare nel passato di quella suicida appena ragazzina e, mentre il rimorso inizia a montare, gli capita di incontrare quella che sembrerebbe sua sorella, Kei.
Il disperato rapporto che nasce tra i due, in realtà, si muoverà all’ombra dei machiavellici disegni architettati da una frangia di poliziotti dissidenti, intenzionati a boicottare l’unità speciale, e della spietata reazione preparata dal controspionaggio clandestino, guidato dai famigerati Jin-Roh (uomini-lupo).
La metafora portante di tutta la vicenda ruota attorno alla similitudine concettuale che collega gli avvenimenti narrati alla favola di Cappuccetto Rosso. Ma della fiaba non rivive la versione dolcificata dei Grimm, bensì quella originale di Perrault, ovvero la spaventosa elegia di morte in cui la bimba, irretita dal lupo, divora la carne e ingoia il sangue della madre.
Le piccole bimbe-corriere, arruolate dalla Setta per il trasporto delle bombe, indossano sempre una mantellina scarlatta con cappuccio per rendersi riconoscibili ai complici, e popolano gli incubi di Fuse zampettando in giro per le fogne, braccate da orde di lupi assassini. Teneri innocenti agnelli votati alla morte oppure inconsapevoli carnefici? E gli uomini della DIME, avvolti nelle loro avveniristiche corazze a metà tra Darth Vader e le antiche armature samurai, dietro gli occhiali a infrarossi celano solo crudeltà o anche il senso di un ruolo irrinunciabile nella commedia umana?

(Attenzione: area spoiler!)
La tentazione di un approccio naturalista o perfino
decostruzionista è forte, al cospetto di un film come Jin-Roh; gli elementi per ipotizzare un forte legame tra l’estetica iperrealista e le soluzioni grafiche escogitate dai disegnatori ci sono tutti, così come appaiono perfettamente sovrapponibili la ricerca della verosimiglianza - vissuta da ogni forma di verismo come “missione dell’artista” - e il minuzioso livello di dettaglio raggiunto dalla sceneggiatura. La nuvola di vapore sbuffato a fiotti dopo una corsa a perdifiato, la guida goniometrica di un vecchio tram, lo sguardo attonito di un bambino che osserva sfilare un corteo, la fiamma stiracchiata dal vento di un accendino, sono tutti piccoli particolari all’apparenza inseguiti per rafforzare una prospettiva verista.
Per estensione percettiva, allora, il contesto in cui viene calata l’avventura diventa obbligatoriamente partenza e approdo di un breve viaggio intellettuale: nel clima repressivo e fascista che lo circonda, un soldato del potere attraversa una crisi di coscienza che scuote la sua umanità profonda.
Dentro il canone di un’arte figurativa al servizio della quotidianità e della pedagogia formativa, invece, la lettura critica di Jin-Roh può solo rintracciare una delle sue virtualmente infinite interpretazioni. Il corpus narrativo concepito da Mamoru Oshii con “Occhiali Rossi” (1986), pur mancando di un filo conduttore organico, si muove infatti su uno sfondo assolutamente fantastorico: gli Stati Uniti non sono scesi in campo durante la II Guerra Mondiale, il Giappone è rimasto alleato della Gran Bretagna, la Germania nazista ha sviluppato la bomba atomica. Il fungo nucleare rappresenta dunque l’unico punto di inesorabile convergenza di questa storiografia alternativa rispetto ai fetti reali, di cui del resto non fanno parte nemmeno la DIME e tutti i protagonisti di Jin-Roh.
Se non bastasse la veste storica immaginaria, sarebbero le numerose parentesi visionarie che intervallano le vicissitudini di Kei e Fuse a scoraggiare ogni velleità strettamente sociologica nei confronti di questo lavoro. Gli intermezzi onirici, assieme ai capitoli di Cappuccetto Rosso raccontati fuori campo, servono a confezionare una metafora intricata e di ampio respiro.
L’animazione giapponese riflette in pieno l’estetica del Bushi-Do, cioè la “via del guerriero” che prevede una costante belligeranza con il proprio “nemico interiore”, piuttosto che con gli avversari incontrati lungo il cammino della vita. Anch’essi non saranno altro che creature straziate, combattute, soverchiate da immani complessità etiche e psicologiche. Solo il polemos, il confronto, scioglie di volta in volta la dialettica tra posizioni all’apparenza equivalenti, in favore di quella maggiormente progredita sulla via di una completa comprensione di sé.
Non vince quindi “il buono”, ma “la migliore” delle parti in lotta secondo il criterio appena esposto.
E’ stata invece l’animazione americana a proporre quasi sempre avventure segnate da rigide contrapposizioni, quelle sì piuttosto infantili, tra “buoni e cattivi”. E quando si è avanzato l’antidoto del politically correct, abbiamo trovato la cura peggiore della malattia.
L’infelice relazione tra Fuse e Kei riassume il carico di indissolubili contraddizioni che opprime il tragico gioco delle parti recitato da ciascuno di noi. Facile attribuire ai visi angelici dei “cappuccetti rossi” solo innocenza e letizia, ma quando loro stessi sono pedine di una gara al doppio gioco (Kei, in realtà, è un’infiltrata dei dissidenti), magari colpevoli di svariate azioni terroristiche, il giudizio si complica.
D’altro canto, sembrerebbe automatico rovesciare sul personaggio di Fuse (membro del gruppo Jin-Roh sin dall’inizio) tutto il biasimo normalmente riservato al “cattivo” di turno. Ma, a ben vedere, è proprio quando il protagonista crede di poter illuminare la sua esistenza con un lampo di umanità - risparmiando la vita di una ragazzina, ma anche solo abbandonandosi alla gioia dell’affetto, di una carezza, di un bacio appassionato - che si scatena una serie di eventi nefasti, capace di far impennare la macabra conta finale dei morti ammazzati.
“E poi, alla fine, il lupo divorò Cappuccetto Rosso”, conclude l’istruttore di Fuse: l’agente ha compiuto fino in fondo il suo dovere, ansimando convulsamente, ma infine sopprimendo Kei assieme alla sua inutile e ormai dannosa presenza. Nelle parole del mentore non vi è traccia di trasporto, di inflessione oppure di angoscia. Si tratta di una constatazione pura e semplice, pronunciata dall’alto di un’eloquente impassibilità.
La tragedia esistenziale dell’uomo-lupo non investe solo il reparto dei Jin-Roh, ma l’intero genere umano: per quanto si possa semplificare la scontro quotidiano mediante lo schema “lupi e agnelli”, l’essenza di un’azione o di un compito predefinito non potrà mai essere completamente ed esclusivamente “buona” o “cattiva”. In fondo, il dilemma non svanisce mai: senza i lupi, non vi sarebbe spazio per gli agnelli, ma solo per nuovi lupi. (fine spoiler)

Il cofanetto DVD dedicato a Jin-Roh è uscito sotto etichetta Yamato Video solo verso la fine del 2004. Piuttosto tardi, se si considera che il film risale al 1999. Motivo di un’attesa tanto prolungata è l’intenzione, a quanto pare abbondantemente frustrata, di concedere alla pellicola un passaggio cinematografico paragonabile a quelli di altre opere nipponiche apparse nelle sale italiane: La Principessa Mononoke, La Città Incantata, Knocking on Heaven’s Door (Cowboy Bebop). Le prospettive di guadagno devono essere sembrate sfavorevoli da subito, e la ragione primaria è ben nota a chiunque bazzichi anche solo saltuariamente il variegato mondo dell’anime-fandom. Si tratta essenzialmente di sintetizzare in due parole l’inveterato pregiudizio che oppone il grande pubblico al mondo dell’animazione: è roba per bambini, dice il neofita saccente.
Anche se questo muro di conformismo dozzinale sta mostrando le prime crepe (anche grazie alle nuove leve della critica ufficiale, spesso cresciute a pane e anime), è impossibile non intravederne la stretta parentela con quella vulgata socio-naturalistica, tuttora sostenuta dalle intelligenze più ortodosse, che vede il fantastico come fumo negli occhi. E l’animazione è l’antitesi del filmato “dal vero”, quindi sottocultura. La marcia verso lo sdoganamento delle arti reiette si preannuncia pertanto ancora lunga.
Tornando al packaging pubblicato in Italia, possiamo accoglierlo con favore sia per l’essenzialità del contenuto testuale, racchiuso interamente nella sottocopertina estraibile, che per la scelta pertinente degli extra. Niente interviste esclusive con il figlio dell’amante del fonico, ma un viaggio nel progetto Jin-Roh per bocca dei suoi artefici; ossia Mamoru Oshii (soggetto e sceneggiatura), Hiroyuki Okiura (regia), Hajime Mizoguchi (musiche) e Hiromasa Ogura (direzione artistica). La voce dei tetrarchi rivela lo sforzo intellettuale compiuto per affiancare a tematiche tanto agghiaccianti e profonde una messa in scena riflessiva, imperniata su piani sequenza prolungati e sovraccarichi, a cui si sono voluti amalgamare temi musicali pertinentemente cupi - basso melodico, poca chitarra, lamento di voci soliste - nonché colori torbidi e velati, sciacquati di ogni possibile brillantezza.
Altri capitoli del secondo disco sono dedicati alle curiosità tecniche, come ad esempio l’elencazione dei pochissimi passaggi di grafica computerizzata presenti nel film. Gli animatori rivendicano con giusto orgoglio la realizzazione di un punto d’arrivo nel disegno manuale su rodovetro, che sfrutta il digitale solo per sopperire alle poche manchevolezze dell’analogico. Poi c’è spazio per un video-artbook coi bozzetti preparatori dei personaggi principali e per una serie di brani tratti dalle animazioni preliminari del film, ancora schizzate e prive di colore, confrontate col prodotto finito, riquadrato in basso a destra. Chiudono i contenuti extra i trailer giapponesi e italiani del film, riempitivi e rinunciabilissimi.


Senza dilungarmi oltre, penso di poter definire Jin-Roh il miglior anime di sempre (per quanto la weltanshauung radicalmente stoicizzante che esprime, ben lungi dal persuadermi, non cessi di turbarmi profondamente). E, più in generale, uno dei film del decennio: la sua sola pubblicazione giustifica l’acquisto di un lettore DVD. Anche per un conservatore del VHS come il sottoscritto




20 febbraio 2006

Walk the line - Quando l'amore brucia l'anima

Per comprendere appieno lo spirito di questo film e le reazioni vagamente interdette che sta provocando presso il pubblico ordinario – composto per lo più da gente che non si prepara alle prime visioni compulsandone i retroscena e l’indice di gradimento sulla stampa specializzata – occorre innanzitutto restituirlo al suo genere di appartenenza. Molti hanno adagiato le terga in sala aspettandosi un biopic, una cinebiografia del personaggione mitizzato di turno – nel nostro caso dedicata al celeberrimo Johnny Cash, esponente di prima grandezza di quell’ondata musicale che, tra i ’50 e i ’60, mise i canoni del cristianissimo gospel blues al servizio della diabolica triade sesso-droga-rock’n’roll.
Invece Walk the line è soprattutto un musical, perché ne vede prevalere tutti gli elementi sintattici caratteristici. Il dialogo tra Johnny (Joaquin Phoenix, molto versatile) e June Carter (Reese Witherspoon, da Oscar), protagonisti di un rimpiattino amoroso tesissimo e assai prolungato, procede infatti alternando battute recitate e duetti cantati. La performance canora, incentrata su liriche cariche degli umori passionali vissuti dalla coppia di mattatori nella “prosa” quotidiana, amplifica e rilancia a favore di pubblico (e quindi anche di cinepresa) gli sviluppi di una turbolenta vicenda umana e sentimentale. Nella scena forse più di ogni altra rappresentativa di questo interscambio dialogico tra canto e recitazione, Cash indovina il provino della vita rinunciando su due piedi a musicare preghierine e sfoderando le liriche dissacranti che l’avrebbero reso famoso. Dopo molti giri di tournée – i primi dei quali al seguito di un roster che annoverava mostri sacri del calibro di Elvis Presley e Jerry Lee Lewis – il matrimonio di Cash naufraga più per l’alchimia irradiata da bordopalco con June che non per il disamoramento captato dalla moglie di lui. Mancano ovviamente i siparietti apertamente coreografici alla Fred Astaire, ma in un certo senso l’accompagnamento di gruppo alle sequenze musicali è servito dalle centinaia di comparse che ritmano e colorano le numerose esibizioni pubbliche ricreate nel film.
Il regista James Mangold struttura quindi le riprese dando particolare risalto all’accoppiata fissa Witherspoon-Phoenix, e scegliendo di confidare nella loro vera voce – coerentemente con un tema portante che si focalizza sulla dialettica bilaterale tra palco e realtà. La capacità dei due protagonisti di reggere i primissimi piani, i controcampi e le affollatissime platee che derivano da tale scelta stilistica è formidabile. La Witherspoon, poi, brilla per eclettismo e presenza scenica, come usa solo tra le grandi stelle del cinema; ma in generale tutto il film diverte e trasmette il divertimento dei suoi artefici in corrispondenza dei passaggi canterini.
L’enorme problema è che il girato “biografico”, sovrastato dalle sfavillanti meraviglie musicali che sottende, risulta affaticante come il lento caricamento di un giocattolo a molla capace di fiammate brevi ma intense. Si tratta ovviamente di un effetto-allungamento ponderato in sede di sceneggiatura: un musicarello non può contenere solo canzoni, esattamente come un film di guerra non può contenere solo battaglie e un horror non può mostrare solo massacri con relativi spargimenti di sangue. Detto questo, forse un energico asciugamento delle sottotrame (ad esempio la disintossicazione e il dopo-Folsom) e dei personaggi secondari (la stragrande maggioranza del parentado coinvolto) avrebbe giovato non poco alla resa complessiva della pellicola, che invece così rimane una – pur godibile – scaletta di brani ad alto quoziente di allusività interna. Un peccato, se si pensa alle indubbie finezze registiche espresse nel corso del film, come il pregevole gioco di rimandi costruito attorno alle traumatiche esperienze infantili di Johnny (l’uso di certi modi dire, il ricorrere di certi tic, la fobia delle seghe circolari).
Ne esce “solo” un ottimo esempio di avanspettacolo cinematografico, ancorché intervallato da un profluvio di cliché sulla rockstar-autodistruttiva-redenta-dagli-affetti. Chi è (pre)disposto ad accontentarsi, gode.

Sullo stesso film:
ColinMckenzie, Gli Spietati, FilmUp




18 febbraio 2006

Per il bene dell'Italia/3

La risposta all’ultimo quesito verte sulla necessità di dotarsi di una “finanza pubblica equilibrata – e ci mancherebbe altro –, che riconosca agli enti locali sufficienti risorse ed autonomia – ‘riconoscere risorse’? Cioè nel senso di ‘distribuire’? – [...] e supporti la solidarietà con meccanismi di perequazione”. Se non si fosse capito, qui del federalismo fiscale non c’è nemmeno l’ombra. Il significato quivi attribuito alla fattispecie non si differenzia minimamente da quanto avviene già oggi. Decentrare le leve tributarie vuol dire affidare l’erogazione del grosso dei fondi pubblici – solitamente si eccettuano le risorse per la difesa, la giustizia federale e la diplomazia – alle autorità locali, evitando in tal modo l’assurdo tragitto di andata e ritorno che tocca alla messe di denari raccolta da un erario centralizzato: dalla Valcamonica a Roma – o, peggio, a Bruxelles – per poi ripresentarsi ai legittimi titolari più che dimezzata. Un modo come un altro per affermare che i comprensori depressi esercitano apoditticamente una sorta di “credito preventivo” su quelli più dinamici solo in quanto “strutturalmente svantaggiati”. Il tutto sfruttando ben noti “meccanismi di perequazione” – laddove riaffiora la passionaccia sinistrorsa per gli spostamenti di ricchezza a risultante nulla.
Più avanti l’idea di un benefico livellamento a norma di legge torna a proclamare l’urgenza di “realizzare l’uguaglianza dei cittadini”. Ma non l’uguaglianza delle opportunità di partenza, sacrosanto caposaldo del liberalismo classico, bensì l’appianamento delle diversità a posteriori. Socialismo, per intenderci. L’elenco di proposte a seguire (pp. 17-18) non fa che rafforzare le mie riserve. La terza arriva addirittura a chiedere di “imporre il rispetto di un patto interno sui saldi di bilancio” stipulato tra stato e senato regionale, mentre la quarta vuole gli amministratori locali “vincolati al patto interno per i saldi complessivi di bilancio”. La politica finanziaria centralista, tanto rimproverata all’attuale governo, sembra proprio rientrare dalla finestra. Bene la “riduzione dell’apparato statale” di cui al punto 6; ottima sarebbe poi l’intenzione di “attribuire alle regioni e agli enti locali tributi propri”. Ma con quali conseguenze pratiche sul “patto di vincolamento” descritto poco prima? Basterebbe parlare apertamente di sussidiarietà e ogni dubbio svanirebbe; ma su tutta la linea programmatica unionista in materia di fiscalità aleggiano i fantasmi di un possibile raddoppiamento delle centrali tributarie, con enormi sospetti sulla reale convenienza del disegno complessivo. Sospetti che, senza una circostanziata definizione delle voci di entrata affidate a ciascun ente, rischiano di sterzare allo scetticismo più puro.
Lo strabismo regna più sovrano che mai anche a proposito del conflitto d’interessi. Il testo scritto vagola tra il sanzionamento del possesso in quanto tale di “attività patrimoniali che possano confliggere con le funzioni di governo” (opzione illiberale e bolscevizzante) e l’affidamento dei beni e delle attività in discussione ad un amministratore fiduciario, secondo la formula del blind trust. Quest’ultima è la soluzione migliore, in una prospettiva autenticamente liberaldemocratica. Ma i confini tra il primo e il secondo regime, tra incompatibilità totale e liquidazione obbligatoria, ancora una volta rimangono lettera morta. Anche se presumo che il profilo di incompatibilità, manco a dirlo, finirà per delinearsi ricalcando gli estremi imprenditoriali del reuccio di Arcore. Il che non significa disconoscere il macroscopico garbuglio d’interessi che investe il Cav, naturalmente, ma solo dire che punire la ricchezza (cioè i meriti e la bravura) è una filosofia populista e liberticida.
Delle authorities s’è già parlato; rimane da affrontare l’elenco di provvedimenti pensati per ridurre i costi della politica (pp. 23-24). Va detto che si tratta di propositi molto condivisibili. Riduzione degli organici statali, riaffermazione dell’accesso agli incarichi pubblici solo tramite concorso, trasparenza nel rendicontamento delle retribuzioni ai dirigenti, rifiuto della professionalizzazione della politica, sono tutte ottime intenzioni. Chissà quanto percorribili, però, riflettendo sull’estrazione professionale dell’elettorato ulivista (spesso statale, si pensi ad esempio al ceto docente) e sulla mancanza – ancora – di numeri precisi. Certo, c’è il tetto dei 200000 € per il controllo sui redditi dei manager statali, ma in questo primo capitolo di programma è l’unico dato quantificato, oltre ai nuovi requisiti minimi per la convocazione dei referendum.
È poco. Speriamo che il fronte economico sia meglio presidiato.

 

(3.Continua)




17 febbraio 2006

Per il bene dell'Italia/2

A pagina 12, dopo aver annunciato una biblica moltiplicazione delle “occasioni di voto”, il programma dell’Unione assicura di conoscere la magica formula elettorale che, diversamente da quanto è in procinto di verificarsi con il proporzionale “spurio” varato dalla CdL, consentirà di garantire alla cittadinanza “insieme la rappresentanza e la governabilità”. In pratica un miracolo, una prima assoluta, quasi una palingenesi storica: nessun sistema di voto è mai riuscito a coniugare perfettamente le due opposte anime del suffragio universale. Attendo con ansia di conoscere nei dettagli cotanta strepitosa innovazione, anche se nutro il sospetto che il preannunciato “punto di ottimo” faccia premio su un vecchio pallino della sinistra, vale a dire il doppio turno alla francese. Che predilige di gran lunga la governabilità rispetto alla rappresentanza – come d’altro canto è giusto che sia.
Un momento, cosa leggo, contrordine compagni: “È necessario [...] procedere alla razionalizzazione delle scadenze elettorali, attraverso l’accorpamento delle elezioni politiche e amministrative ravvicinate”. E tutto questo sempre a pagina 12.
Benedetto gioco delle tre carte, con una mano si sostiene l’incremento della partecipazione a carattere consultivo – cioè primarie e referendum, di cui peraltro si vorrebbe fissare il quorum alla metà degli afflussi registrati alle precedenti elezioni politiche – e con l’altra si propone di diminuire il numero di appuntamenti elettorali “ordinari”. Speriamo che il saldo per le casse dello stato si riveli favorevole, se non altro.
Seguono suggerimenti per ottimizzare l’azione di governo. Primo, attribuire “al Primo Ministro [il] potere di proporre [...] la nomina e revoca di ministri, viceministri e sottosegretari”. Una versione “soft” di quanto è già contenuto nelle riforme istituzionali approvate dal centrodestra: la realtà è che tali poteri si definiscono solo a margine di una specifica procedura di formazione del consenso parlamentare. Di cui deve far parte “una migliore regolamentazione della questione di fiducia, con la previsione di specifici limiti al suo esercizio”. Sì, ma quali limiti? Anche in questo caso si toglie di qua e si aggiunge di là, nella costante incertezza che l’operazione sia effettivamente a somma zero. Occorre poi “la possibilità di sfiduciare il Primo Ministro solo attraverso una mozione di sfiducia costruttiva, con l’esplicita indicazione di un candidato successore”. Altro brodetto rubacchiato e riscaldato.
Per restaurare le garanzie istituzionali, severamente pregiudicate dall’impianto “cesarista” del nuovo ordinamento a tinte cidielline, vanno ristabiliti i margini di interdizione che spettano ai poteri “terzi”, dice giustamente il testo programmatico a pag. 13. Ma gli sviluppi del ragionamento vanificano una brillante premessa, perché se è più che legittimo dire che [La] dittatura della maggioranza [...] esautora completamente il Parlamento”, è parimenti incomprensibile come ciò possa correlarsi “ai mutamenti prodotti dall’introduzione del maggioritario”. Tutti, ma proprio tutti, sanno che il maggioritario è stato abrogato con la recente, sciaguratissima, reintroduzione del proporzionale. La stessa analisi in calce al programma muove da una serie di obiezioni alla nuova legge elettorale. Inoltre i poteri del premier dovrebbero casomai ampliarsi, per bilanciare il naturale potenziamento delle assemblee che il maggioritario produce. Insomma, affiorano svariati gradi di contraddizione in termini addensati in poche righe.
Scorro qualche capoverso. Passa un’interpretazione paralizzante della “maggioranza qualificata” per rivedere la Costituzione e/o eleggere il Presidente della Repubblica (pp. 13-14); quindi si spende qualche chiacchiera a proposito di senati federali che, mantenendo invariato il principio “tanti elettori, tanti senatori”, federali non sono assolutamente (pp. 14-15); poi arriva lo spinoso paragrafo riservato al miglioramento del Titolo V. Al federalismo in salsa ulivista, protestano gli estensori, non sarebbe stata fatta seguire la predisposizione degli “strumenti necessari”. Cioè dispositivi di riallocazione tributaria, preciso io. Meglio puntualizzare ulteriormente: posto che è da irresponsabili promulgare una riforma dello stato senza disporre dei tempi tecnici per l’adozione dei collegati legislativi, la verità è che il Titolo V fu riformato con l’intenzione di coprire una sorta di “ritirata strategica”. La sinistra, sparigliando la gerarchia delle attribuzioni fiscali in modo interlocutorio, cercò di creare i presupposti per sollevare di fronte alla Consulta continui “conflitti di attribuzione” col governo in materia di stanziamento finanziario, in modo da presidiare la richiesta di fondi da destinare alle amministrazioni rosse – rivendicando en passant il merito del loro ottenimento di fronte all’elettorato – dietro l’avallo di una legge vaga e pretestuosa. Logiche che si riassumono molto alla svelta: “Il governo ha posto tagli e vincoli alle risorse delle autonomie, negato il dialogo tra livelli territoriali, impugnato con frequenza le leggi regionali, spesso contro le regioni governate dal centrosinistra”. E le regioni rosse non hanno forse adoperato lo stesso criterio – si pensi alle controversie sorte per l’applicazione del Condono Fiscale! –, seguendo furbescamente i canoni di una normativa a doppia mandata?
Saltando a pie’ pari un’intera pagina zeppa di fumisterie arruffate (la 16), arriva la ghiottoneria: attuare il federalismo fiscale. Qui casca l’asino, qui si separa la cosmesi (detta anche “devolution”) dalla sostanza. Rimarranno i soldi a casa di chi se li guadagna?

 

(2.Continua)




16 febbraio 2006

Per il bene dell'Italia/1

Adesso che il programma unionista è di dominio pubblico, come promesso mi punge vaghezza di compulsarlo a dovere. Solo che la mole del suddetto documento – forte di qualcosa come circa 280 (duecentottanta!) pagine – mi proietta in una sorta di dilemma del prigioniero: stampo tutto quanto (attirando su di me il grido silenzioso di tanti alberi abbattuti) oppure sacrifico all’eroico cimento le poche diottrie che mi rimangono?
Scelta impossibile. Meglio spigolare il testo “a puntate”, senza patemi d’animo, prendendone in considerazione solo i capitoli salienti. Ad esempio il primo.


L’incipit sconta da subito la mancata rimozione, in seno alla cultura politica della sinistra italiana, dei molti retaggi azionisti e civisti che ne appesantiscono la piena condivisibilità. Il riflesso cattocomunista è al fulmicotone: “Le istituzioni sono di tutti”, si dice giustamente a pag. 9. Ma proprio per questo “non possono essere modificate in base a contingenze politiche o diventare oggetto di patteggiamenti strumentali di una parte politica”. Si inizia male, ancora di più riflettendo attentamente sull’innegabile validità dell’asserto di partenza. Proprio perché i corpi dello stato sono “di tutti”, infatti, la loro conformazione deve essere sottoposta a quel processo di continua revisione democratica che li metta in condizione di incontrare al meglio i bisogni di un quadro sociale che cambia, si evolve, muta assieme al suo contesto morale e materiale. Invece qui, sin dall’inizio, si torna a ribadire la sacrale intangibilità di un’architettura istituzionale scolpita nel cielo delle stelle fisse. Invece le istituzioni sono democratiche in quanto modificabili, se del caso anche a colpi di maggioranza. Più sotto, sempre a pag. 9, si torna sul concetto cogliendo l’occasione per lanciare una stoccata alla devolution cidiellina. “Una riforma [...] che non nasce da un patto costituzionale tra tutte le rappresentanze politiche [...], ma da un accordo tra le sole componenti della maggioranza”. Storicamente, a dispetto di ogni retorica unanimista, le costituzioni si sono sempre scritte al termine di conflitti armati altamente divisivi. L’Italia, poi, conferma la regola con peculiare sistematicità: unificata sotto la dominazione sabauda contro il potere temporale dei papi, totalizzata da Mussolini contro il precedente regime liberale, infine riconquistata alla democrazia da una Costituzione pensata contro la monarchia e il fascismo. Se vogliamo, è precisamente l’assenza di una vera e propria “concordia nazionale” l’unica cifra storica e politica dell’Italia unita. Proprio alla luce di questa palmare evidenza, il federalismo servirebbe ad allentare la cappa di velleitario centralismo prodotta dalla volontà di omologare a tavolino ciò che era (ed è rimasto) frammentato alla radice.
Pertanto, affermare di voler “scongiurare future riforme a colpi di maggioranza” (pag. 10) – oltre a costituire una sconfessione del comportamento tenuto dalla sinistra in coda alla passata legislatura – significa solo il rifiuto di apportare modifiche sostanziali al totem costituzionale, se non a livello marginale.

Il paragrafo intitolato “La Costituzione si cambia insieme” persiste nel rimproverare alle riforme istituzionali della CdL una irregolarità di metodo (l’approvazione solitaria), anziché una criticità di merito (come ho fatto io stesso qui). Per poi calare una briscola che si rivela ben presto essere un misero due di coppe: “La legge costituzionale di riforma del Titolo V approvata nel 2001 [...] riprendeva le proposte elaborate in seno alla Commissione Bicamerale istituita nel 1997 con lo scopo di redigere un progetto di riforma per una parte circoscritta della Costituzione”. A parte il fatto che quanto sostenuto non risponde al vero (la bozza di riforma uscita dalla Bicamerale dalemiana era molto differente dal provvedimento assunto nel 2001), emerge in questo caso l’orgogliosa rivendicazione del marginalismo riformatore – poiché applicato a una parte circoscritta della Costituzione – perseguito con la chiacchierata rettifica del Titolo V. Un atto di legge nominalmente assai significativo, ma nei fatti privo di un reale impatto sullo status quo, sprovvisto com’era degli strumenti attuativi necessari a ripartire i capitoli di spesa sui vari livelli di governo coinvolti. Il doppio canone legislativo adottato dalla sinistra si evidenzia proprio nella volontà – per lo meno teorica – di riforme costituzionali minimaliste, affiancate però dal “principio della supremazia, certezza e stabilità della Costituzione” (pp. 10-11).
Andando un po’ avanti, balza agli occhi il passo in cui la lagnanza tocca il terreno della partecipazione. “La partecipazione dei cittadini è stata ridotta negli spazi e nei modi”, lamenta testualmente la disamina a pag. 11. In che senso, viene chiarito poco oltre: ci si riferisce a iniziative come i referendum e le primarie – queste ultime, a dire la verità, abbastanza vanificate dal ritorno al proporzionale. Mi stropiccio gli occhi: “Moltiplicheremo le occasioni di consultazione”, “Incentiveremo e diffonderemo le esperienze di democrazia partecipata a livello locale” (pag. 12)? Vale forse a dire che in Italia si va a votare troppo di rado? Ma allora, come scherzo di Carnevale, funzionava meglio elogiare apertamente il modello delle authority indipendenti.
Come dite? A pag. 20 salta fuori pure quello? Come non detto: dato il periodo, evidentemente ogni scherzo vale. Dopo aver cantato i peana alla proliferazione di dipartimenti, uffici speciali e consorzi che sta rendendo proibitiva l’interpretazione del significato delle istituzioni agli stessi apparati “ordinari” dello Stato, il paragrafo dedicato all’argomento protesta contro la gestione “personalistica” degli organi di controllo tenuta in questi anni dal centrodestra. Troppa opacità nei criteri di nomina dei componenti, troppa avarizia nello stanziamento dei fondi strutturali. Ma al di là di qualche vago rimbrotto propagandistico – “In questo momento nell’Antitrust italiana non siede nessun economista”, che è un po’ come accusare Francesco Storace di non essere un medico – le controproposte scarseggiano. Oppure vagheggiano “l’istituzione di un’apposita commissione bicamerale per i rapporti con le authorities e l’obbligo, per le autorità stesse, di presentare annualmente al Parlamento una relazione sull’attività svolta”. Ma certo, l’uovo di Colombo consiste nell’allestimento di nuovi organismi pletorici come le commissioni parlamentari. Un’autentica cultura dello stato, invece, vorrebbe che il settore pubblico riprendesse saldamente nelle sue mani i pochi ambiti che devono appartenergli, anziché esternalizzare competenze decisionali col risultato di far traboccare il “vaso” istituzionale di contenziosi, lungaggini e conflitti di attribuzione.


Per il momento mi fermo, anche perché temo di essermi dilungato troppo. Rimane da dire ancora qualcosa in merito alla decina di pagine saltate. La prossima volta toccherà rapidamente (si fa per dire...) a quelle; e poi si passa direttamente all’economia.


(1.Continua)




13 febbraio 2006

Le tre sepolture

Si dice che Guillermo Arriaga (già impegnato nella stesura del copione di 21 Grammi e Amores Perros) ami destrutturare la cronologia delle trame che sceneggia mediante il loro arrangiamento in “moduli ricomponibili”. Sicuramente Le tre sepolture (prima regia di Tommy Lee Jones sul grande schermo) rispetta la regola, poiché prende le mosse sospendendo il prologo della vicenda. L’antefatto subisce così una scomposizione in digressioni da alternare alle sequenze portanti, chiarendone man mano i punti lasciati artatamente oscuri o fornendo diverse visuali degli stessi avvenimenti introduttivi.
Il film è ambientato da qualche parte sulla frontiera sudoccidentale del Texas, uno di quei posti dove i poliziotti non vanno troppo per il sottile, specie se chiamati a bloccare sul confine di stato l’afflusso dei clandestini messicani in fuga dalla miseria. Superato lo sbarramento in ingresso, l’ispanico Melquiades Estrada stringe col ruvido ranchero Pete (Jones) un sodalizio talmente profondo da spingersi fino ad una promessa di cattivissimo auspicio: in caso di morte prematura, il messicano chiede di essere seppellito al paesello natio. Manco a dirlo, il povero Mel rimane incolpevolmente ucciso dalle fucilate di Mike, uno sprovveduto poliziotto di frontiera. Quest’ultimo cercherà di abbandonare i resti della sua vittima alla mercé dei coyote (prima sepoltura); poi, ritrovato accidentalmente il cadavere, tenterà di occultarlo in fretta e furia con la complicità di uno sceriffo senza scrupoli (seconda sepoltura). L’assassino finirà sequestrato da Pete e costretto a suon di (spassosissime) sevizie a riesumare il corpo di Mel e ad espiare le sue colpe lungo la strada diretta verso il luogo della tumulazione finale (quella definitiva).
La regia non può non richiamare alla mente il Sergio Leone de Il buono, il brutto e il cattivo, sia per le citazioni più o meno esplicite (penso soprattutto alla figura di Mike – arruolato suo malgrado in un viaggio a cavallo attraverso praterie, deserti e sierre – e al suo tentativo di fuga), sia per l’impronta stilistica, molto asciutta ed essenziale. Alcuni piani sequenza “all’antica” si permettono addirittura di superare le durate ridicole imposte dai montaggi videoclippari in gran voga oggigiorno. Il ritmo scenico si mantiene su buoni livelli, fintantoché si avvantaggia delle inversioni temporali descritte poc’anzi. Ma quando le “parentesi” aperte sul delitto iniziale si diradano fino a scomparire del tutto, l’intreccio si affloscia e si perde in sfilacciamenti superflui (come la sosta obbligata al villaggio degli emigranti, dove Mike rincontra alcune facce familiari) e in sottotrame irrisolte (l’inseguimento di Pete da parte della polizia di frontiera al gran completo non ha alcuno sbocco narrativo, così come la crisi coniugale di Mike).
La mistica del pellegrinaggio trova qui una originale variazione sul tema; in marcia tra sterminati panorami naturali che cangiano dalla vegetazione brulla della prateria al giallastro straniante del deserto, la catarsi individuale sembra quasi inchinarsi dinanzi all’immensità sovrastante del creato. I sentieri su cui incamminarsi formano itinerari talmente impervi da allontanare costantemente il “capolinea” del viaggio, mentre ogni meta prestabilita finisce per rivelarsi solo la tappa di un percorso in continuo tracciamento.
Stando così le cose, sembrano ammiccare regista e sceneggiatore, meglio non dare mai nulla per scontato. Specialmente il rapporto con le mogli e/o le amanti...


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12 febbraio 2006

IsmaelVille

Domenica, giorno di penitenza e di riflessione. Da oggi, a periodicità assolutamente irregolare, proporrò una rassegna domenicale dei migliori post apparsi sulla blogosfera nei giorni precedenti. Non so se possa valere come penitenza, di sicuro aiuta la riflessione.

Convinti che la selezione preimpianto sia il modo migliore per avviare l'umanità verso magnifiche sorti progressive? Forse, con questo
elzeviro, ci pensa l'Anarca a farvi cambiare idea.
Volete sapere come la si pensa da queste parti a proposito di Pacs, unioni civili e affini? Bene, mi basta passare la parola al liberale Raffaele Perna, con questo 
editoriale che sottoscrivo dalla prima all'ultima riga (grazie Daw).
Un 
excursus sull'evoluzione del rapporto fede/ragione, chez Paolo Della Sala, può aiutare ad abbandonare molti luogocomunismi intellettualmente nocivi.
Ma chi l'ha detto che il Cav è un nano e che Prodi può permettersi di sbeffeggiarlo impunemente? Rifatevi gli occhi con questa 
analisi antropometrica comparata made in Watergate.
Libertà di armarsi uguale libertà di vivere appieno la propria libertà. Welfare rima non a caso con warfare. Grandiosa 
prova di Carlo Stagnaro.
Capitolo foibe: sul ricordo dei miei fratelli veneti (presenti sui territori istriano-dalmata-fiumani da oltre settecento anni, caro Gabriele Polo) pesano molte nuvolacce revisioniste. Rodetevi il fegato con questo 
casellario dell'impunità redatto dai Diavoli Neri.
Tenetevi forte, arriva la Grande Coalizione. 
Parola di Pierluigi Mennitti.
Che Guevara paladino dei gay assieme a tutta l'allegra brigata degli amigos de Cuba? Come no: andatevi a vedere il report agghiacciante
in controtesi, postato giusto ieri sul blog di Barbara, poi ne riparliamo.
Sinistra legalitaria e strenuamente antimafia? Meglio liberarsi dalla propaganda leggendosi il minisaggio del radicale Riccardo Arena, 
linkato su Censurarossa.
Ruini entra di nuovo a gambatesa sulla politica italiana. Ancora al fianco dei clericofascisti cidiellini, diranno i mici in coro. No, piazzando candidature di fiducia nella Margherita, 
ribatte Daw (a ridaje!).
That's all, folks. A ripensarci, leggere tutta questa camionata di articoli e articolesse funziona bene anche come penitenza!


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