.
Annunci online

  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


Disclaimer
A norma della legge 62/2001
questo blog, aggiornato senza
periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
editoriale.
L'autore dichiara di non
essere responsabile dei
commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei
lettori, lesivi dell'onorabilità
o dell'immagine di persone
terze, non sono da attribuirsi
al titolare.


Copyright
Tutti i testi presenti su questo
blog, salvo dove diversamente
indicato, sono da considerarsi
proprietà intellettuale
dell'autore. Senza il consenso
esplicito del titolare, è vietata
la riproduzione totale o parziale
di tali contenuti a scopo di lucro.
Il mancato rispetto di queste
indicazioni sarà perseguito
in sede legale, secondo i termini
previsti dalle leggi vigenti.


Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Wikio - Top dei blogs - Politica


27 dicembre 2006

Invito alla lettura di Tolkien

di Emilia Lodigiani
Mursia, 204 pp., € 9,50


“Desideravo i draghi con tutto il mio cuore”
J. R. R. Tolkien


Con il fisiologico sopirsi del clamore (multi)mediatico che ha accompagnato l’uscita e lo straordinario successo della trasposizione cinematografica de Il Signore degli Anelli, il riflusso dell’alta marea editoriale cresciuta durante la seconda giovinezza della Terra di Mezzo permette, da un lato, di valutare quali contributi critici si siano dimostrati abbastanza consistenti da rimanere a riva e, dall’altro, di stabilire una gerarchia di valore tra le più quotate pubblicazioni succedutesi nel comune proposito di “introdurre a Tolkien”.
Non deve sorprendere se, nel vasto mercato dei commentari tolkieniani, una pietra miliare di prima grandezza è tuttora rappresentata dalla presente monografia, redatta nel 1982 da Emilia Lodigiani. Pur avendo anticipato di una ventina d’anni la Tolkien-mania di celluloide, infatti, questo Invito ha fissato per primo il canone d’approccio che meglio si addice all’inquadramento “specialistico” della poietica tolkieniana, ossia la competente applicazione delle metodologie analitico-documentali all’esclusiva portata degli studiosi di scienze umane. Tutta la pubblicistica specifica successiva, fiorita a margine degli sfracelli dei film di Peter Jackson al botteghino, è quasi sempre caratterizzata dal taglio perlopiù generalista che è usuale conferire alla copertura editoriale dei fenomeni di costume in pieno fermento. Ma tra una sezione dedicata alle fanfiction (racconti brevi dei fan ispirati all’opera del loro beniamino), un’altra riservata ai cosplay (le sfilate a tema in costume) e qualche avventuroso accostamento topico (frequentissimo quello tra Tolkien e George Lucas, per esempio), molte delle pubblicazioni italiane più recenti garantiscono anche il doveroso apporto di critica letteraria strettamente intesa, ovunque secondo modalità assertive in forte debito di emulazione con il lavoro svolto dalla Lodigiani.
Nel volumetto scritto dalla fondatrice di Iperborea acquistano centralità l’esame approfondito dell’opera tolkieniana, con particolare riguardo ai suoi temi portanti tipicamente novecenteschi, e uno scrupoloso riepilogo delle fonti mitologiche di cui Tolkien si riteneva un moderno compilatore. Il corretto posizionamento politico-ideologico del professore oxoniense o il suo rapporto con una pluralità di voci critiche la più polifonica possibile, rispettivamente fili conduttori di due ottimi esempi di “tolkienismo corsaro” quali La Verità su Tolkien e Uno Sguardo fino al Mare, vengono sbrigati alla stregua di problematiche secondarie, come si evince anche dal numero di pagine (circa un quarto del totale) occupate da tali motivi. In merito al primo, ci si limita a ricordare l’appartenenza di Tolkien al pittoresco club letterario degli Inklings (gli imbrattacarte, volendo tradurre un po’ liberamente). Questo “Parnaso Inglese”, come alcuni biografi hanno definito gli Inklings, non costituì una cerchia artistica unitaria, in quanto furono molto poche le influenze reciproche tra i suoi membri. Tuttavia si può parlare di una comune visione filosofica di fondo, come spiega l’autrice: “una cultura che rivela un certo carattere revivalistico, con le sue nostalgie-utopie, le sue ricerche di mitologie e cosmogonie remote che incarnino quelle verità eterne che sole danno senso alla storia umana. Borghesi, non amano il progressismo materialista della propria classe, non si riconoscono nel mondo presente, ma rifuggono dalla politica e dalla scienza come forze trasformatrici: cercano una terza via, quella dell’arte, per restituire a una società decadente l’equilibrio perduto. [...] La base filosofica latente è il neoplatonismo in una delle sue tante reviviscenze e la forma da loro adottata è quella di cristianesimo romantico [...]. Conservatori, ma non reazionari, generalmente poco coerenti nelle loro utopie, sognano un mondo senza conflitti di classe, dove ogni individuo ha un compito ben definito all’interno della società (un mondo di artigiani, forse) e dove l’arte può ritornare a fornire il legame spezzato tra l’umanità e Dio”.
Dal canto suo, il breve capitolo conclusivo La Critica passa in rivista il reference bibliografico disponibile all’epoca della prima redazione, che dopo quasi venticinque anni di invecchiamento esibisce una comprensibile obsolescenza. Ciononostante la Lodigiani apre quest’ultima sezione con un cappello introduttivo contenente alcune perspicaci osservazioni sul perché della scarsa affinità tra Tolkien e il contesto culturale italico e, più in generale, neolatino: “non abbiamo una radicata tradizione di letteratura di fantasia né passata né recente: l’Ariosto, forse unica grande eccezione, è allo stesso tempo sintomatico del nostro atteggiamento congenito verso il fantastico e il meraviglioso: il suo poema cavalleresco è in chiave ironico-parodistica; e perfino nel mondo delle nostre fiabe tradizionali (si veda ad esempio la raccolta Fiabe Italiane curata da Calvino), il salto nel fantastico avviene sempre (quando avviene) attraverso l’esagerazione, l’assurdo, il comico, con una sottintesa e ammiccante incredulità verso ciò che si sta raccontando. Abituati alla canzonatura, alla farsa e alla risata, siamo un po’ imbarazzati nell’accettare la serietà di un’invenzione fantastica che ha invece alle sue spalle un’ininterrotta tradizione letteraria”.
Evasi gli aspetti laterali del “fenomeno Tolkien”, la Lodigiani estrae i ferri del mestiere. Ed esplora la produzione tolkieniana nel suo complesso, isolandone i nodi simbolici e le aree tematiche di maggior interesse, per riagganciarsi infine alle fonti mitologiche anglosassoni e scandinave che il genio linguistico dell’Emeritus Fellow ha saputo attualizzare e ridurre a nuova unità.
L’analisi comparata delle opere minori (vale a dire Albero e Foglia e i “tre divertimenti” Il Cacciatore di Draghi, Le Avventure di Tom Bombadil e Le Lettere di Babbo Natale) serve a delineare con estrema chiarezza la cifra stilistica e la concezione dell’arte caratteristiche di Tolkien. “L’artista diventa «Incantatore», ricco del potere magico della parola. [...] «Eppure la sua potenza, per quanto egli la creda grande, non è in nessun modo arbitraria e illimitata. Egli la può tenere soltanto finché si conformi strettamente alle regole della sua arte o a quelle che si potrebbero chiamare le leggi della natura come sono da lui concepite». Così Fraser nel Ramo d’Oro descrive il potere del mago presso i popoli primitivi, descrizione che equivale a quella che Tolkien dà dello scrittore; [...] e così è nel mondo della poesia. «In principio era il Verbo»: la parola è all’origine di tutte le cose e il suo potere resta il più assoluto ed eterno. [...] La parola distingue l’uomo dalle altre creature e lo avvicina al suo Fattore, dandogli a sua volta la possibilità di creare, di dar vita alla materia, proprio come Dio ha spirato il suo soffio immortale nell’inerte argilla rendendola «un’anima vivente»: «Creiamo secondo la legge che ci ha creato». [...] «Ristoro, Evasione e Gioia» [...] sono i doni che le fiabe apportano a chi vi si accosta non tanto con l’interesse dello studioso, ma con la disponibilità a lasciarsi di nuovo stupire, rapire e incantare [...], e cioè a chi sa vivere l’esperienza estetica in modo tale che essa non solo aumenti in lui l’amore per l’arte, ma sia capace anche di influenzare e cambiare la sua visione del mondo. [...] «Immergendo il pane, l’oro, il cavallo, la mela o le strade stesse nel mito, non ci astraiamo dalla realtà: la riscopriamo di nuovo», conferma anche Lewis in una sua critica al Signore degli Anelli.
L’estesa disamina della letteratura tolkieniana implicitamente riconosciuta come “maggiore” ha il merito di rintracciare nell’avventura intellettuale del Nostro il progressivo dipanarsi del dissidio interiore tra due anime creative, quella del glottologo di professione e quella del narratore per diletto. Mentre la prima fornisce il tessuto connettivo per assegnare una “architettura di significato” a mondi immaginari di sempre maggiore respiro epico e storico, la seconda rende la loro ideazione comunicabile all’esterno tramite l’inestricabile abbraccio tra sensus e littera, forma e contenuto. A una prima fase, nella quale Tolkien sopperiva alle sue lacune di storyteller rifacendosi ai classici registri dello humor inglese e della trivialità fiabesca (Alex Lewis), la prolungata lotta tra l’erudito e il romanziere fece seguire una profonda maturazione stilistica, sfociata però nell’incapacità di tirare una volta per tutte le fila di un corpus narrativo ormai divenuto colossale e incontrollabile. “Sempre più irretito nella ragnatela di problemi teologici e filosofici che si era lentamente intessuta intorno ai suoi racconti (inevitabile, data l’ambizione del progetto), continuava a correggere, ampliare, tagliare e riscrivere ciò che aveva già scritto, ogni volta ripartendo dall’inizio, come testimoniano la quantità di materiale che giace ancora inedito e la scarsa unitarietà dell’opera, che conserva appunto il carattere di «raccolta»”.
La cangiante tonalità espressiva che informa gli archi narrativi tesi tra le diverse opere di Tolkien riflette un travagliato percorso di affinamento artistico: dapprima la fiaba (Lo Hobbit) incontra l’orrore e diventa mito (Il Signore degli Anelli), quindi l’epos conosce la maledizione collettiva e si compie in tragedia (Il Silmarillion). Tra l’affresco di redenzione universale dipinto con la Guerra dell’Anello e le premesse gettate nel corso degli “eventi remoti”, raccontati nell’opera tolkieniana postuma, intercorre un profondo divario concettuale, naturale mimesi dello iato biblico tra Antico e Nuovo Testamento. “La molla della metamorfosi, il talismano magico che si è frapposto come una lente di ingrandimento tra il mondo di Bilbo e quello di Frodo è l’Anello, il cui disegno nascosto è già individuabile nell’apparente labirinto di trame e intrecci [...]: ed è così che l’inoffensivo cerchietto d’oro trovato da Bilbo e da lui poi usato soprattutto per evitare visite indesiderate, si trasforma nel Grande Anello del Potere della Trilogia”. Il passaggio di consegne tra zio e nipote porta a definire un eroismo dai contorni vocazionali fortemente permeati di misericordia evangelica: è proprio in questo tratto “oblativo” che Frodo si differenzia da Bilbo come Enea si distingue da Ulisse (Edoardo Rialti). “Frodo assume il ruolo di eroe di un’avventura il cui scopo si presenta fin dalla partenza negativo: «Bilbo era partito alla caccia di un tesoro e ne era ritornato, io invece vado a perdere un tesoro e senza ritorno possibile, a quanto capisco» [...]. Una Quest rovesciata che dà senso profetico al mito contemporaneo di Tolkien: il «mito della rinuncia» contrapposto a quelli di Prometeo, di Ulisse o di Faust in cui la civiltà occidentale ama vedere riflessa la sua irrequieta e tormentata anima. Frodo è l’anti-Faust [...]. È l’ennesima espressione del profondo bisogno di una rigenerazione morale e culturale della civiltà occidentale e l’illusione che l’arte possa farsene strumento”. Ne Il Silmarillion l’illusione traligna nell’incubo: “la Quest nasce da una non-rinuncia, da una divorante e faustiana ambizione, da una sete di possesso e di dominio che trovano aperta espressione in un giuramento d’odio: secoli di storia, tutta la Prima Era, si svolgono lungo il filo sottile della maledizione: regni sorgono splendidi e potenti, regge e foreste si popolano, amori e amicizie riscaldano i cuori, ma non sono che effimere illusioni, fragili veli stesi a celare l’abisso di tormento e disperazione in cui tutto irrimediabilmente precipita”.
Il Tolkien calato nel suo tempo e nel suo filone letterario va però ascritto a un apporto creativo esplicitatosi anche e soprattutto nella raccolta di narrazioni epiche arcaiche, poiché la mitopoiesi del Professore verte più sul lavoro di ricodifica e trasmissione che non in quello di produzione ex nihilo, laddove il senso di «invenzione» sta nell’etimo del termine – trovata, scoperta, rinvenimento – e non nel significato corrente di «ideazione dal nulla» o in quello, traslato, di «bugia» (Marco Respinti). Nei carmi mitologici ed eroici dell’Edda e del Beowulf, nella poesia scaldica e nelle saghe – cioè nel materiale che costituisce gran parte delle fonti di Tolkien – sono già presenti molti dei temi e delle parole attorno ai quali ruota la saga della Terra di Mezzo. Nell’Edda Nuova o di Snorri, ad esempio, si ritrovano quasi tutti i nomi dei Nani di Tolkien (peraltro ivi attribuiti a creature significativamente “forgiate nella terra”); Ent in anglosassone significa «gigante»; il re Frodhi tramandato dalle saghe nordiche è un mitico sovrano della pace e della concordia, e la silloge di fili d’Arianna etimo-filologici potrebbe continuare a lungo. All’origine dell’«invenzione» romanzesca ve n’è quindi una linguistica, che consiste nella “idea di colmare una lacuna, [nel]la meditazione su dei suoni, [ne]l gusto di accostare parole e inventare termini che avrebbero potuto (o addirittura dovuto) esistere, ma che, per la stessa casualità con cui il fato regge i destini degli uomini come delle lingue, non sono mai venuti alla luce”.
All’utilizzo, tipicamente novecentesco e borghese, del romanzo quale «genere proprio del cambiamento» (M. Bachtin), l’estetica tolkieniana unisce dunque la consapevolezza squisitamente filologica che «ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo» (Antonio Gramsci). La monumentale epica contemporanea scolpita dall’Emeritus Fellow attinge all’intimo contatto del suo artefice con le cause finali e formali del logos, la parola creatrice, ovvero poggia su una adamantina comprensione dei come e dei perché i vocaboli nascono e variano il loro campo significante. La Caduta collettiva e/o individuale, esemplificata dal rifiuto dell’Eden primigenio e dal successivo ingresso nella Storia, si manifesta innanzitutto sul piano del linguaggio. Immerso nella “caducità storica” per sua stessa volontà, l’intelletto – facoltà spesso a doppio taglio – si confronta con la necessaria parzialità di qualsiasi approccio “linguistico” a una realtà in costante mutamento: nella Storia, le parole sono conseguenza degli oggetti che designano. L’umanissimo desiderio di capovolgere questo paradigma, cioè di mettere il proprio Verbo al «principio» delle cose, di fatto equivale a voler emulare prerogative divine che – si badi bene – nell’uomo creato «a immagine e somiglianza» di Dio ci sono. Ma quando desidera i draghi “con tutto il cuore”, la creatura razionale si misura con due soluzioni poietiche radicalmente alternative. Essa può assurgere a collaboratrice e prosecutrice “artistica” dell’opera divina, popolando veri e propri mondi secondari con i frutti – siano essi draghi o quant’altro – di un atto sub-creativo in piena sintonia con il dono di vita amorevolmente elargito dal Padre. Oppure può avanzare l’assurda pretesa di “destoricizzare la Storia”, decidendo di pervertire il suo contributo al disegno universale nella possessiva rivendicazione di una propria particolare visione del mondo (Edoardo Rialti), cercando di far apparire i draghi (cioè la mostruosità) nel mondo primario in una sorta di “ribellione al reale”. È il contrappunto archetipico tra arte e tecnica, raffigurato a livello simbolico attraverso la personificazione del conflitto tra doppioni, della contrapposizione – tutta legata all’uso o all’abuso dell’ingegno creativo – tra un elemento buono e una sua controparte pervertita (*). Gandalf e Saruman, Frodo e Gollum, Théoden e Denethor, Faramir e Boromir: sono solo alcune delle antinomie che lacerano la Terra di Mezzo. Perfino la personalità subcreativa di Tolkien stesso, come già accennato, è scissa da un dualismo del genere. Ma va sottolineato che “il bene corrisponde al restare fedeli alla propria natura che è originariamente buona, ma poiché la libera scelta è condizione umana, la possibilità di corrompersi è sempre presente e il bene finisce ad essere una continua conquista. In Tolkien il mondo non è aprioristicamente diviso in buoni e cattivi: ciascuno è il prodotto delle proprie decisioni. È questo il significato del tema del Sosia (o controfigura): ad ogni personaggio positivo corrisponde un alter ego negativo”.
Se mi si chiedesse di segnalare le pecche sostanziali di questo Invito, ne indicherei solo due. Primo, lo scarso risalto dato alla stragrande maggioranza del materiale tolkieniano postumo il quale, oltre che da Il Silmarillion, è costituito anche dall’immensa History of Middle Earth, di cui il trittico Racconti Incompiuti-Perduti-Ritrovati (affrontato dalla Lodigiani nel rapidissimo volgere di tre pagine e mezza) rappresenta solo un estratto, ancorché cospicuo. Nel testo in mio possesso, l’autrice dichiara di aver aggiunto le brevi note relative ai Racconti solo in sede di ristampa, per cui immagino che tale carenza di trattazione sia dovuta esclusivamente alla prossimità temporale tra l’uscita di quei libri e la prima edizione del presente volume. In secondo luogo, è opportuno avvertire che il carattere “introduttivo” di questo saggio è più che altro millantato per farlo rientrare nella collana tematica Invito alla lettura di... Considerando la densità della prosa e la familiarità con gli argomenti trattati che presuppone nel lettore, è impensabile ritenerlo un agile viatico per neofiti: al limite, esso può fornire un buon trampolino di lancio per passare da una conoscenza “filmica” della Terra di Mezzo a un approfondimento più rigoroso.
Di pecche formali propriamente dette non ce ne sono, pur non mancando gli inevitabili (e pertanto giustificabilissimi) effetti dell’invecchiamento, agente usurante che la saggistica accusa in modo particolare: la punteggiatura desueta, ma soprattutto la scarsa reperibilità. E quest’ultimo è davvero un peccato, per un libro che non può non stazionare ad libitum sul comodino di ogni tolkieniano che si rispetti.

Chi volesse leggere la recensione di Introduzione a Tolkien, ottimamente scritta da Alessandro Moroni, la può trovare qui.


(*) Lo stesso tema, osservato da un’originale prospettiva legata alla “dissociazione” intrinseca all’arte drammatica, viene sviluppato anche nel film The Prestige di Cristopher Nolan, nelle sale da Venerdì scorso. Il trambusto festivo mi impedisce di commentarlo estesamente, ma basti dire che si tratta di una pellicola basata su un intrigante dialogo tra testi, sottotesti e veicoli espressivi. Forse pensata per compiacere un pubblico di primi della classe, a tratti artificiosa, ma di buonissima fattura ed elevato stimolo intellettuale. Dispiace solo che il prestigio finale proprio non le riesca.




21 dicembre 2006

Su Welby, da libertario a libertario

Da leggere tutto, il post odierno di Retorica e Logica, specialmente laddove riporta la presa di posizione autenticamente cattolica e liberale di Roberto Mordacci – docente di Filosofia Morale all’Università San Raffaele di don Luigi Verzé, Milano – in merito al trapasso del povero Piergiorgio Welby.
Il secco no all’omicidio del consenziente – restrizione indispensabile per consentire la collimazione logica tra metodo e sistema in una liberaldemocrazia, come argomentavo quiqui – non deve impedire di riconsegnare lo specifico caso di Welby al suo corretto quadro clinico, morale e normativo. Che non riguarda l’accanimento terapeutico o l’eutanasia in senso stretto, né tantomeno il riconoscimento sic et simpliciter di quella variante egalitaria e totalizzante dell’autodeterminazione individuale che emerge dagli untuosi ragionamenti di tanti apprendisti liberali. Qui si parla(va) del diritto soggettivo – sancito peraltro dalla Carta Costituzionale – di rifiutare un trattamento sanitario in palese assenza dei presupposti legali necessari a renderlo obbligatorio. Checché stiano ad almanaccare gli “apprendisti liberali” di cui sopra, infatti, lasciar morire e sopprimere rimangono azioni eticamente ben distinte, a meno di non abbracciare il consequenzialismo da pianerottolo per cui, tanto, “non fa differenza: tu agisci, tizio muore in entrambi i casi”. La forte sedazione somministrata a Piero Welby è servita ad anestetizzargli la sospensione della ventilazione polmonare meccanica che, sola, è responsabile dell’avvenuto decesso: in questa circostanza si può dire di aver lasciato morire, non di “aver suicidato” qualcuno. Ci si augura che l’azione penale da parte della magistratura, obbligatoria, tenga adeguatamente conto di tutte le circostanze fortemente attenuanti ravvisabili in questa vicenda.
Rimane il disarmo per un’interpretazione dell’assetto giuridico nazionale – mi riferisco all’ordinanza emessa la settimana scorsa dal giudice romano Angela Salvo – ancora legata ai vetusti fiscalismi tipici del diritto romano, mentre nel contesto di una giurisprudenza consuetudinaria – nell’ambito della quale le regole siano emanazioni dirette del costume, come per la common law anglosassone – il pronunciamento di un magistrato avrebbe potuto benissimo coprire un vuoto legislativo di dettaglio.
Naturalmente, chiunque proclamerà di aver posto in essere un gesto di “disobbedienza civile” aiutando Welby a esaudire il suo desiderio, magari dopo averne ribadito la “legalità di massima” per come brevemente spiegata anche in questa sede, si dovrà fare carico della contraddizione in termini insita nella sua affermazione.

Aggiornamento (23-12-2006): Sullo stesso tema, con particolare riguardo al coacervo di aporie che sottende gran parte degli argomenti frequentati dal mainstream pro-eutanasia, offre senz'altro un punto di vista interessante anche l'igneo "loicismo" di Bernardo.




18 dicembre 2006

Un'ottima annata

A Ridley Scott viene spesso rimproverato di tracciare le cornici ambientali di molti suoi film con eccessivo beneficio d’inventario, ovvero di realizzare con disinvolto sprezzo del “filologicamente corretto” quelle che andrebbero considerate a tutti gli effetti delle americanate, malgrado la sontuosità del budget e – di conseguenza – della confezione audiovisiva. Obiezioni speciose, in verità, perché dovute ai limitanti strumenti di lettura “veristi” in dotazione al coté cinefilo europeo, notoriamente dimentico della Luna ma attentissimo al dito che la indica. Di fronte alla bellezza di una storia e al fascino dei personaggi che la animano, al contrario, l’acribia analitica si riduce a livore saccente, a sterile settarismo professorale. Il Gladiatore e Black Hawk Down sono due opere eccellenti, e poco importa che i generali di Roma antica non venissero selezionati in base alla prestanza fisica, che il Senato non fosse affatto un’istituzione “dalla parte del popolo” o che in guerra non ci si divida mai nettamente tra eroici cowboy (i soldati americani) e indiani assetati di sangue (i rivoltosi somali). Allo stesso modo, Kingdom of Heaven è e rimane una formidabile ciofeca a prescindere dalle macroscopiche coartazioni storico-ideologiche – ad esempio, il multiculturale Saladino che raddrizza crocifissi facendo ingresso in una Gerusalemme in fiamme – che lo attraversano dal primo all’ultimo minuto.
Una franca aderenza alla linea critica così riassunta permette di bocciare Un’ottima annata tramite categorie di giudizio strettamente cinematografiche. I problemi di questa innocua commediola non riguardano il cartolinesco diorama di luoghi comuni in cui è calata, con il broker/pescecane Russell Crowe che riscopre il gusto pieno della vita agreste, ma le lacune di scrittura, il ritmo incerto e le discutibili trovate di regia che la affliggono. La panoramica sul mondo della finanza londinese è superficiale e irrealistica, in quanto si presume che l’abilità nella speculazione borsistica richieda ben altro che un po’ di dimestichezza con ascisse e ordinate, ma non importa. Il quadretto sulla dorata arcadia provenzale, oleografico e idealizzato, risente forse di una scarsa esperienza diretta dell’abitare in campagna, poiché basterebbe trascorrere in cascina il bimestre Gennaio-Febbraio, oltre ai mesi caldi, per “rinfrescarsi” le idee in proposito, ma anche questo è un particolare secondario. Si chiude facilmente un occhio sulla rappresentazione da operetta dello sciovinismo tra francesi e anglosassoni, oppure sulla pioggia di ammiccamenti cultured – da Van Gogh a Proust, da Mann a Cousteau – con cui Ridley Scott tiene ad attestare la sua eurofilia liberatutti.
Le grane di Un’ottima annata, purtroppo, sono strutturali. In primo luogo c’è un tessuto narrativo smagliato per esplicita ammissione del copione stesso: mi riferisco agli interrogativi che Max (Russell Crowe), durante una cena di gruppo, solleva in merito agli inspiegabili silenzi del defunto zio sulla sua avventura amorosa californiana. Trattandosi del dettaglio su cui si regge l’unico antagonismo di rilievo di tutto il film, ci si aspetterebbe che la sceneggiatura non glissi sul suo scioglimento limitandosi a estrarre dal cilindro un reperto fotografico risolutivo, ma invece è proprio quello che succede. Non si capisce bene, poi, come mai la vista di una Smart susciti tanta diffusa ilarità, se non per mascherare il solito product placement promozionale. Al limite della comprensibilità è anche la provenienza del rarissimo “vin de garage” stoccato in cantina: lo nasconde il vigneron? Lo collezionava il padrone di casa? Può risollevare le sorti dello château in rovina? Si esce di sala tenendosi il dubbio. Dalla cabina di regia arrivano, in rapida successione, una breve accelerata e un dolly veloce da far aggrottare le sopracciglia: solo un’ora più tardi si scopre che tali inconsulte sequenze servono come pretesto per un (gratuito) allacciamento metacinematografico con alcuni stralci di nouvelle vague, proiettati su maxischermo durante l’immancabile cenetta-clou.
Ma il grosso guaio di questo film è il conflittuale rapporto tra i suoi sviluppi tramici e le enunciazioni di principio che mette in bocca – tra autorevoli virgolette – ai protagonisti. Ogni solenne motteggio, in pratica, viene prontamente smentito dai fatti. Si cita Proust – “Le donne belle vanno lasciate agli uomini senza fantasia” –, per poi andare a parare sulle grazie di due personaggi femminili (Marion Cotillard e Abbie Cornish) talmente avvenenti da provocare una paralisi facciale a chiunque li incontri per la prima volta. Si reitera l’adagio secondo cui “Fare vino è come la comicità: è una questione di tempi”, ma l’andatura del plot si inceppa di frequente proprio su questo fondamentale aspetto, dilungandosi inutilmente sulla passeggiata iniziale di Max tra filari e nature morte e, per contro, affrettandosi a calare il sipario sul nefasto viatico propinatogli via cellulare dall’amico del cuore (inerente, guardacaso, il problema del logoramento dei rapporti umani, evidentemente ritenuto fuori luogo tra tanto romantico idillio).
Unico momento davvero impagabile, l’ispezione al vigneto di uno schifiltoso enologo. Il quale conclude il suo giro sputando per terra – com’è giusto e sacrosanto – un ignobile vinaccio maturato in barrique.

Sullo stesso film: Colinmckenzie, Gli Spietati, Alessio Guzzano, Francesco Alò




15 dicembre 2006

Né bio né equo né solidale. Quindi massimamente etico

La scorsa settimana un’inchiesta del settimanale The Economist, poi ripresa da Carlo Stagnaro sul Foglio di sabato e da un post di Fausto Carioti, metteva pesantemente sotto accusa i falsi miti dell’agricoltura biologica, della distribuzione sostenibile e del commercio equo e solidale. Pura iconoclastia, se si tiene presente quale posizione occupi il consumo consapevole nella scala di valori “razionale” che – teoricamente – dovrebbe attestare la superiorità antropologica intrinseca alla mentalità progressista.
Il servizio del magazine londinese cominciava la sua opera demolitrice sfatando la leggenda del cibo organico e smascherandone il carattere retrogrado. La produzione di generi agricoli tra il 1950 e il 2000, infatti, è triplicata a fronte di un aumento della superficie coltivata totale del solo 10%. Pur commettendo l’errore di attribuire tutto il merito di questo efficientamento all’impiego dei concimi chimici – giacché, a onor del vero, molte delle innovazioni di cui si è avvalsa l’agrotecnica si devono ai progressi e alla diffusione su larga scala della meccanizzazione –, il dato indica impietosamente che un troppo vasto revival del biologico comporterebbe il ritorno allo sfruttamento estensivo dei suoli. La fine che farebbero ettari ed ettari di foresta pluviale in un simile scenario è facilmente immaginabile; un po’ meno lo sono i benefici alimentari derivanti da una dieta “bio”, visto e considerato che, come sottolinea Carioti, “non vi è alcuna prova scientifica che il cibo coltivato con i metodi convenzionali sia in qualsivoglia modo dannoso per la salute, o che il cibo prodotto con metodi organici abbia proprietà nutrizionali più elevate”.
Secondo bersaglio, il commercio equo e solidale. Che esce assai malconcio dal vaglio critico toccatogli, ritrovandosi degradato a mera distorsione allocativa o, se si preferisce, a marketing sotto mentite spoglie ideologiche. Innanzitutto, la disponibilità a pagare un sovrapprezzo in premio all’ipotetica “eticità” attribuita a uno specifico circuito merceologico, da una parte, costringe i produttori a esso estranei a ridurre notevolmente i loro margini di guadagno per reggere la concorrenza e, dall’altra, incoraggia i beneficiari dell’extra profitto a non diversificare l’offerta e a non investire in ricerca e sviluppo. Inoltre, stando al resoconto di Stagnaro, “la certificazione equa e solidale viene di norma concessa sulla base di pregiudizi politici, e in particolare tende a favorire le cooperative, escludendo le imprese famigliari”. Un particolare che dovrebbe destare più di una perplessità, nell’ambito del solidarismo cattolico. Non è banale rimarcare, infine, che solo il 10% dell’introito equo e solidale giunge all’origine della filiera produttiva: il resto viene ripartito tra dettaglio e distribuzione.
Se non bastasse il conflitto d’interessi tra l’impegno a favore del terzo mondo e l’esortazione ad acquistare cibi prodotti localmente – perciò non necessariamente biologici e senz’altro non caritatevoli verso i paesi poveri –, per dissolvere quest’altra illusione valgano allora considerazioni di tipo logistico. Trasportare una tonnellata di derrate dall’origine a una rivendita generica – come può esserlo un supermercato – comporta un dispendio energetico minore che movimentare tra un negozietto limitrofo e l’altro mille automezzi privati per consentire a ciascuno di essi di raccogliere un chilo di merce. Prendendo in considerazione anche il costo dei processi produttivi, poi, si scopre che, importando beni da aree in cui il fabbisogno energetico è minore a parità di valore aggiunto, il risparmio economico e la sostenibilità ambientale crescono a prescindere dalle distanze geografiche.
Il sottofondo ideologico su cui germina l’eterogenesi “equa e solidale” dei fini, a ben vedere, è dato dalla rielaborazione in chiave pauperista dei peggiori retaggi del marxismo, in quanto il valore delle merci si pretende determinato a priori esclusivamente dalla remunerazione dei loro fattori produttivi. Lo scarto tra prezzo e costo, in quest’ottica, è automaticamente un furto di salario (plusvalore assoluto) e/o di ore lavorate (plusvalore relativo). Ben si capiscono, pertanto, le ragioni dell’estrema sfiducia nel libero mercato che traspare dallo shopping no-global, e che si traduce nell’ennesima variante del pregiudizio anticapitalista. Posto in questa prospettiva, lo scambio tramite nuda compravendita appare condannato a scontare un fardello di lacune etiche congenite, da colmare aggiungendo alla soddisfazione di esigenze particolari la garanzia di contribuire al “bene comune”. Ma tale forma mentis utilitarista dimentica che il mercato, nel riconoscere a tutti i suoi agenti il diritto alla pacifica contrattazione, è già eticamente orientato al massimo grado possibile, poiché la certezza della proprietà privata rappresenta la più alta espressione di rispetto reciproco. Dubitarne – magari a causa dell’inquietudine che proviamo nel misurarci con il disagio esistente in realtà lontane da noi – può indurre nella tentazione di intromettersi a sproposito nel corso naturale degli eventi, di fatto limitando l’altrui sovranità proprietaria, con esiti inintenzionali del tutto imponderabili e spesso assai dannosi.




11 dicembre 2006

Il Prescelto - The Wicker Man

Per un thriller, la comicità involontaria è il peggior marchio d’infamia possibile. A parziale discolpa di alcuni titoli piuttosto datati esistono delle attenuanti, quali l’assuefazione all’orrido e l’innalzamento progressivo della soglia dello scandalo. Meccanismi dei quali l’immaginario collettivo si serve per vaccinarsi contro il dilagare dell’effimero in ambito artistico e culturale, contraddistinto da un’affannosa corsa al camuffamento del “già visto” sotto apoteosi di effetti visivi sempre più sofisticati, fiumi di sangue (e di sperma) sempre meno fuori scena ed emissioni di inquinamento acustico sempre più nocive e frastornanti. Per cui, ad esempio, dopo trentatre anni di invecchiamento L’Esorcista suscita stati d’animo che lo accomunano oramai più al genere comico che all’horror.
Il Prescelto – The Wicker Man non esibisce nemmeno la scusante anagrafica, per giustificare l’inaudita gamma di sfasamenti di registro che lo attraversa: pur trattandosi di un copione quasi coetaneo del già citato capolavoro di Friedkin (risale infatti al 1972), dal remake di un cult movie semisconosciuto ci si aspetterebbe un minimo apporto di freschezza e di innovazione sintattica. Come se non bastasse, la distribuzione italiana ha deciso di intervenire sul titolo originale proprio in uno dei rari casi in cui sarebbe stato meglio soprassedere a scanso di spoiler. Un pedissequo “L’uomo di vimini”, pur chiamando fedelmente in causa un macabro rituale celtico descritto anche da Giulio Cesare nel De Bello Gallico, avrebbe senz’altro disastrato il botteghino, ma optare per “Il Prescelto” significa sottrarre deliberatamente alla pellicola in questione la (poca) suspence che avrebbe potuto offrire in mancanza di adattamenti fuori luogo. Una volta tanto, sarebbe stato meglio non tradurre nulla.
Nel film, Nicolas Cage veste i panni di un poliziotto impegnato a indagare sulla sparizione della figlioletta d’una sua vecchia fiamma. L’investigazione si svolge sullo sperduto isolotto d’origine di quest’ultima, dove imperversa un cupo matriarcato paganeggiante. Il regista Neil LaBute, forse, voleva cogliere l’occasione per colorare di sardonica misoginia l’atto d’accusa al culto del femminino sacro a suo tempo lanciato dal collega Anthony Shaffer. Gli riesce invece una sconnessa infilata di blocchi di girato, che vagola tra gli sbalzi d’umore di un lunatico Nick Cage – ora sarcastico, ora autoritario, ora chiassoso – intrappolato nella ragnatela di reticenze incrociate tessuta da personaggi femminili evasivi al limite del ridicolo. Uno di loro svia buttandola addirittura sull’esegesi letteraria del “donchisciottesco”; altri – nella fattispecie medico e locandiera – rivelano spizzichi e bocconi di usanze locali che prudenza e plausibilità consiglierebbero di tenere nascoste ai forestieri di passaggio. L’ex fidanzata del protagonista biascica monosillabi e mezze verità, si contraddice, è pronta a salvare l’amico dai pericoli imprevisti con inusitata preveggenza dei momenti e dei luoghi in cui si verificano, il tutto mentre l’ineffabile detective non trova niente di meglio da fare che qualche sfuriata e qualche giro in bicicletta tra selve oscure percorse da empi mormorii. Anzi, tra un tuffo in mare e l’altro il nostro eroe ci tiene molto a rifarsi ogni volta un impeccabile nodo alla cravatta. Il grottesco vira al demenziale quando, in corsa contro il tempo ed esasperato dall’omertà delle isolane, il gendarme in libera uscita passa alle vie di fatto e si mette a elargire cazzottoni a destra e a manca, producendosi in un carosello di colluttazioni capace di spaziare dai modi spicci del Bud Spencer di Banana Joe alle ambasce del secondo tragico Fantozzi – segnatamente, quelle del celebre corpo a corpo che vedeva il disgraziato ragioniere divincolarsi dalle grinfie di una suora assatanata.
Gli incubi che tormentano il protagonista interrompono il continuum narrativo con divagazioni visionarie di un qualche interesse simbolico, mostrando il bandolo dell’ingarbugliata matassa dipanarsi attraverso l’intrusione di una metafora “zoologica” rivelatrice in altrettante scene-chiave precedentemente svoltesi in presa diretta. Peccato che gli intermezzi onirici di cui sopra gettino ulteriormente nello scompiglio una trama già claudicante di per sé: il dono di queste visioni, oltre a non trovare spiegazioni degne di rilievo, dovrebbe rendere superflua ogni indagine attiva o, quantomeno, mettere in guardia il segugio dai depistaggi che lo attendono al varco.
Gli unici due brividi autentici di tutto il film mettono tra parentesi una vicenda senza capo né coda, spassosa allorché avrebbe dovuto angosciare, generando una spiacevole sensazione di vergogna interiore. Vergogna per aver riso di una ridda di disavventure aperta e chiusa da accadimenti che richiamano bruscamente alla drammaticità del contesto, ma soprattutto vergogna di trovarsi lì, in quella sala, a vedere un film del genere.

Sullo stesso film: Alessio Guzzano, Gli Spietati


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cinema Neil LaBute Anthony Shaffer Nicholas Cage

permalink | inviato da il 11/12/2006 alle 9:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa



7 dicembre 2006

La mossa del Casini

L’alleanza di centrodestra, che ha guidato l’Italia nella passata legislatura, si è stipulata sulla base di un tacito accordo di non ingerenza reciproca tra le sue componenti principali. Ciascun partito ha scelto di garantire voti e coesione territoriale a uno schieramento di larghe intese, a patto di ottenere in cambio il via libera incondizionato al soddisfacimento di determinate rivendicazioni identitarie e – nel contempo – di collaborare con gli alleati affinché potessero a loro volta centrare gli obiettivi di un’agenda politica qualificante. Gli interessi divergenti di Lega e Alleanza Nazionale avrebbero dovuto trovare una sintesi al ribasso nel pacchetto di riforme istituzionali preparato dai quattro “saggi” di Lorenzago, naufragato però con il referendum confermativo dello scorso Giugno. Ai lümbard un federalismo di facciata (perché privo di conseguenze fiscali, cioè di sostanza tangibile) e ai finiani un po’ di foraggio sullo statuto di Roma capitale più gli ulteriori cascami romanocentrici legati al premierato forte (anche se l’ideale, per gli aennini, sarebbe stato il semipresidenzialismo alla francese). A Forza Italia spettava carta bianca per scatenare gli spiriti animali della tanto perorata “rivoluzione liberale”, ridottasi invero a un’ottima riforma del mercato del lavoro – il cui artefice, il socialdemocratico Marco Biagi, ha pagato con la vita l’aiuto fornito ai “nemici del popolo” capeggiati dal Cav. e dal suo ministro Maroni – e a una riforma dell’ordinamento scolastico fatta di luci e ombre – di luci laddove colpisce gli ingiustificati privilegi del baronato universitario, di ombre per l’indiscriminata “licealizzazione” che introduce.
E l’Udc? Ai postdemocristiani spettava una legge elettorale di impianto proporzionale. Scopo anche questo ottenuto a metà, data la permanenza di un dispositivo polarizzante come il premio di maggioranza. Il partito della diarchia Cesa/Casini, sin dalla sua fondazione, punta abbastanza scopertamente a sovradimensionare la propria rappresentanza parlamentare e/o a far pesare la sua “fungibilità” elettorale: essendo partito contiguo all’ideale linea di demarcazione tracciata tra Casa delle Libertà e Unione, in teoria potrebbe fare la spola tra le due coalizioni o stimolare la confluenza doro-morotea in un terzo polo di stampo cristiano sociale.
Ciò che innervosisce la base a vario titolo “moderata”, nell’atteggiamento di Follini prima e del suo deus ex machina poi, è la dissimulazione d’intenti. Da dietro un’esangue cortina di enunciazioni vaghe e perciò stesso ragionevoli, infatti, si levano gli sgradevoli odori emanati dal nutrimento naturale della politica di mestiere: l’opportunistico gioco delle parti.
Sulle questioni politico-culturali di fondo – bioetica, economia, relazioni internazionali – un elettore dell’Udc non dovrebbe distinguersi granché, se non forse nei toni, da un sostenitore di FI, di AN o della Lega. Alcune indicazioni strategiche impugnate in questi giorni dall’ex presidente della Camera, inoltre, con buona pace dei berlusconiani a oltranza, sono largamente condivisibili.
È vero che i provvedimenti attuati dalla sinistra vanno combattuti avanzando proposte alternative, magari incalzando la maggioranza a insistere sui lati migliori delle sue iniziative ed evidenziando così automaticamente le contraddizioni che dividono la coalizione prodiana. Poiché un autentico piano di genuine “liberalizzazioni” non potrà mai venire da una maggioranza retta, per un terzo, da formazioni politiche che guardano con deferenza alle figure del subcomandante Marcos e di Hugo Chavèz, conviene portare acqua al mulino degli avversari più riformatori, se si vuole neutralizzare il debole collante che li lega a elementi radicalmente immobilisti. Non certo ergersi con miserabile demagogia a paladini di una sfrontata congerie di interessi corporativi. È vero che la grande manifestazione di sabato scorso ha lanciato slogan contraddittori – “troppe tasse” fa decisamente a pugni con “troppi tagli” – e rischia di compattare la maggioranza attorno al suo unico agente di coesione, cioè l’antiberlusconismo viscerale. È vero, infine, che il Cav., per il “solo” fatto di aver tenuto a battesimo il primo governo di centrodestra italiano da Tambroni in avanti, non può assolutamente permettersi di proclamare la sua insostituibilità (“dopo di me, il diluvio”, disse una volta Bossi, ma l’epitaffio si addice benissimo anche a Berlusconi) né di celebrare a proprio piacimento l’investitura piazzaiola del suo delfino, sia esso Fini o chiunque altro.
Detto questo, e riflettendo sul recente comportamento tenuto dai vertici udiccini, si profila qualche interrogativo dettato dalla logica e dal buonsenso: tali criticità strategiche si presidiano meglio “mastellizzandosi” all’esterno della Cdl o calamitando consenso centrista al suo interno? L’auspicato ricambio di classe dirigente si ottiene con più efficacia a forza di strappi e di ricatti o partecipando attivamente alla costituzione di un soggetto partitico unitario, entro il quale innescare ad armi pari una dialettica democratica di formazione delle segreterie e degli organi esecutivi? Di quel 6% di suffragi - voto più, voto meno – raccolto dall’Udc alle consultazioni dell’ultimo paio d’anni, quanto si disperderebbe dopo un’eventuale uscita dalla Cdl o, peggio, appoggiando l’Unione previa estromissione della sua ala massimalista?
Le ovvie risposte a queste domande (retoriche) non possono sfuggire a un animale politico di razza come Pierferdinando Casini. Perciò è evidente che la condotta indisciplinata del felpato pupillo di Arnaldo Forlani, di là da un’apparente profondità di respiro, rientra nel tatticismo tipico del “teatrino della politica” tanto deprecato dal Berlusconi della prima ora. La partita strumentalmente giocata da Casini non si svolge sul campo delle petizioni di principio, ma su quello – più prosaico – del tornaconto politico. Probabilmente il presidente dell’Udc non vuole affatto incidere la carne viva del policy making, ma solo strappare agli alleati la promessa di un sistema elettorale ancor più vantaggioso dell’attuale. Conoscendo le golose sponde offertegli in Forza Italia da nomi del calibro di Giuliano Urbani e Giulio Tremonti, verosimilmente si tratterà del proporzionale alla tedesca, con soglia di sbarramento al 5%. E con tanti saluti alla semplificazione democratica e ai vantaggi sistemici offerti dal bipolarismo più o meno spurio.
Ma se l’interesse personale e del proprio partito costituisce un perimetro tattico del tutto legittimo da difendere, le astuzie e le mezze verità adoperate nel perseguirlo, di fronte all’elettorato (corpo votante più smaliziato di quanto sembrano ritenere certi politicanti), alla lunga si riveleranno armi controproducenti e ridaranno smalto alla leadership del Cavaliere. Rinviando nuovamente il nodo della successione a data da destinarsi.

Update – sullo stesso argomento, sia pure con un taglio d'analisi più "loico", c'è questo post di Zamax. Colgo l'occasione per accoglierlo nel dorato mondo della blogosfera e per fargli i miei migliori auguri!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Politica interna Pierferdinando Casini Dorotei

permalink | inviato da il 7/12/2006 alle 9:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



4 dicembre 2006

Nativity

Alcune storie di successo accusano una specie di “effetto Pinocchio”. Tanto prolungata diviene la sedimentazione ai bassi strati dell’immaginario popolare per certe fortunate intuizioni narrative, che la loro fabula – in bilico tra l’assurgere a leggenda e il degradare a luogo comune – rischia di subire lo stigma della prevedibilità o addirittura del semplicismo proprio a causa dell’efficacia delle formule espressive che ha coniato. Il celeberrimo “romanzo di formazione” di Carlo Collodi è forse la quintessenza stessa del suddetto iter culturale: chiunque ne saprebbe raccontare la storia per sommi capi, ma quanti lo hanno mai letto davvero?
Il racconto evangelico, se possibile, costituisce il bacino di ispirazione e di rielaborazione più frequentato di sempre. Sia estraendone limitati spezzoni e ricamandoci sopra ardite speculazioni post-moderniste (si pensi a L'ultima tentazione di Cristo di Scorsese) che scambiandone con greve strabismo il contenuto per fedele resoconto storiografico (è il caso de La Passione di Cristo di Mel Gibson), il cinematografo vi ha attinto con risultati assai controversi.
Coniugando l’aderenza alle fonti per quanto necessario e il riarrangiamento d’autore per quanto possibile, Catherine Hardwicke riesce nel non facile compito di girare un film sulla Natività fresco ed emozionante. Posto a capo di una trilogia filmica sui (mal)umori giovanili inaugurata con Thirteen e proseguita con Lords of Dogtown, Nativity svecchia le arcinote vicissitudini della Sacra Famiglia guardandole da un’inedita angolatura “adolescenziale” calibrata con grande discrezione. Maria, risoluta nell’affrontare il disprezzo dei genitori e della comunità nazarena per la sua scandalosa gravidanza extra-matrimoniale, e Giuseppe, nel censurare per amore il suo orgoglio coniugale ferito, diventano protagonisti di un faticoso passaggio dalla fanciullezza all’età adulta che, per estensione sineddotica, ricalca la promozione dell’umanità intera avvenuta con la nascita del loro figlio. Come viene sottolineato reiterando a mo' di giaculatoria alcuni passi biblici tratti dal I Libro dei Re, ci si scopre adulti tenendo fede a un mandato impegnativo, percorrendo con tenacia un sentiero del quale non si scorge la fine nonostante le molte avversità che si incontrano lungo il cammino.
La regia segue i contorni di questo motivo portante forzando i testi di riferimento con la dovuta indipendenza creativa (in sogno, Giuseppe appare in procinto di dare il via alla lapidazione della promessa sposa, quando l’arcangelo Gabriele gli si para innanzi e lo blocca), associando rimandi eucaristici a elementi scenici solo apparentemente secondari (le inquadrature di agnelli in braccio ai pastori, oppure il gesto di spezzare e di condividere il pane) e raffigurando solo lo sbocco finale della vicenda in modo facilmente accostabile all’iconografia tradizionale (il presepe vivente raccolto attorno alla mangiatoia avrebbe potuto essere un tripudio di naif, ma si rivela una scelta azzeccatissima).
Una fotografia eclettica nei soggetti ma irreprensibile nella continuità della taratura cromatica (sempre ottimamente desaturata) conosce i suoi momenti migliori quando la macchina da presa si rivolge al cielo. Stellato, abbagliante, gravido di nubi crivellate da fasci di luce: nella rutilante mutevolezza della volta celeste si leggono, nel contempo, la labilità della condizione umana e la comune finalità (escatologica) del creato.
Mentre il viaggio dei Re Magi offre un gradevole sollievo comico all’insieme, il catenaccio tra il flash forward iniziale e la Strage degli Innocenti appesantisce inutilmente l’epilogo del film, costringendolo a risolvere in extremis un residuo di trama che avrebbe potuto essere meglio integrato nel tessuto narrativo. Durante la sequenza conclusiva, peraltro, il kitsch che si era magistralmente sublimato nella grotta di Betlemme e appena sfiorato nella caratterizzazione dell’arcangelo Gabriele (un santone fluorescente a metà tra il sacerdote raeliano e il figurante di Jesus Christ Superstar) viene pericolosamente lambito sulle note di Stille Nacht. Uno screzio che però non guasta assolutamente il buon livello del film – e della colonna sonora, che farà la gioia dei maniaci del coro polifonico.
Toccante e memorabile lo sguardo teneramente verecondo di Keisha Castle-Hughes (Maria).

Sullo stesso film: Alessio Guzzano, Francesco Alò




1 dicembre 2006

1 Dicembre

Celebrate la Giornata Mondiale contro l’AIDS leggendo – pesco nel mazzo – qui. E ricordate: non c’è Conoscenza che non sia Potere.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Filosofia morale AIDS Jacopo Fo

permalink | inviato da il 1/12/2006 alle 17:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


sfoglia     novembre        gennaio
 


Ultime cose
Il mio profilo



11 Settembre
1972
2twins/M&A
Accessibile
A Conservative Mind
Aislinn
Alef
Alessio Guzzano
Alexandra Amberson
Astrolabio
Atroce Pensiero
Azioneparallela
Benedetto Della Vedova
Bernardo
Bioetiche
Bourbaki
Broncobilly
Cadavrexquis
Calamity Jane
Camillo
Cantor
Carlo Panella
Carlo Scognamiglio
Carlo Zucchi
Ce lo dice Hillman
Climate Audit
Coast2Coast
Crossroads
Davide Giacalone
David the Gray
Daw
Deborah Fait
De Libero Arbitrio
DestraLab
DMC (un amico di vecchia data)
El Boaro
Face the Truth
ffdes
Filosofo austro-ungarico
Freedomland
From being to becoming
Germany News
Gianni Pardo
Giorgio Israel
Giovanni Boggero
Giovanni Maria Ruggiero
Giulia NY
Green Report
Greg Mankiw
Happy Trails
Harry
House of Maedhros
Hugh Hewitt
Ideas Have Consequences
Il blog dell'Anarca
Il bosco dei 100 acri
Il Castello
Il Filo a Piombo
Il Megafono
Il piccolo Zaccheo
Il Politico
Ingrandimenti
In Visigoth
Ipazia
Italian Libertarians
JimMomo
Joyce
Karamazov
Karl Kraus
Krillix
L'apota
La Cittadella
La Pulce di Voltaire
La voce del Gongoro
Le Guerre Civili
Lew Rockwell
L'estinto
Lexi
Liberali per Israele
Liberalizzazioni
Lino Jannuzzi
Little Green Footballs
Lo PseudoSauro
Lo Schiavo
Lo straniero di Elea
L'Ussaro
Macromonitor
Mario Sechi
Marco Taradash
Massimo Fini
Mau
Michael Ledeen
Miss Prissy
Mondo Ingegneri
Napoli Viva
Neocon Italiani
Ne quid nimis
Noise from America
Numendor
Oggettivista
Orpheus
Otimaster
Paolo Longhi
Parbleu!
Passaggio al Bosco
Pensiero Conservatore
Perla Scandinava
Phastidio
Principessa Lea
Processi di mercato
Realismo Energetico
Riflessioni di un Conservatore
Robinik
Schegge di Vetro
Snow Crash
SocraticaMente
Starsailor
The Mote in God's eye
The Right Nation
Topgonzo
Ultima Thule
Valentina Meliadò
Ventinove Settembre
Walking Class
Watergate
Wellington
Wind Rose Hotel
Zamax
Zona Franca


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom