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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Né bio né equo
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Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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30 novembre 2006

Il Labirinto del Fauno

Nella geografia dei generi artistici, tracciata all’ingrosso per facilitare la critica e la vendita al dettaglio dei singoli prodotti riconducibili a ciascun filone di massima, sotto le stesse denominazioni convivono spesso opere concettualmente diversissime. La letteratura e il cinema, arti lungamente sottoposte alla suddivisione in categorie di genere, ovviamente non fanno eccezione. Così succede che alla dicitura fantasy appartengano lavori anche molto dissimili tra loro, sia sul piano estetico che su quello simbolico. Esiste un fantastico che rielabora in chiave mitologica le esigenze trascendenti comuni agli uomini di ogni epoca, così come merita a pieno titolo le stigmate in questione anche la imagination vagheggiata da Coleridge, cioè la capacità di collocare situazioni e problematiche tratte dalla realtà contingente in contesti immaginari. Nel primo caso l’arte e il sacro si mescolano nel racconto dell’esistenza, nel secondo l’ingegno creativo trasfigura il presente limitrofo nel racconto del “vero”: è il motivo per cui, a mio avviso, tra cent’anni si parlerà ancora molto diffusamente de Il Signore degli Anelli e invece Harry Potter sarà diventato materia per specialisti della pagina scritta.
Questa premessa serve per inquadrare le ragioni che, verosimilmente, porteranno Il Labirinto del Fauno a seguire la medesima sorte appena preconizzata per le avventure del maghetto uscito dalla penna di J. K. Rowling. Il film di Guillermo del Toro – ambientato nella Spagna del primo franchismo, ancora scossa dagli ultimi strascichi di guerra civile – narra le vicissitudini sul filo del fantapulp che vedono Ofelia, novella Alice nel paese delle meraviglie, dividersi tra una realtà carica di sofferenza e un mondo horror-fiabesco parallelo, che reclama la sua principessa perduta. La compresenza di elementi narrativi altamente discordanti, quali i fatti storici e le escursioni nell’immaginifico, è però maneggiata con scarsa attitudine all’amalgama, dando l’impressione di un contrappunto reciprocamente pretestuoso.
La regia allestisce la scansione binaria tra due ordini di clichè figurativi – sbozzando la grossolana caratterizzazione del perfetto nazistoide Vidal da un lato e passando in rassegna tutta l’iconologia del fantasy classico dall’altro – attraverso dissolvenze a spazzata tanto frequenti quanto stucchevolmente telefonate (sempre giuntate scorrendo un tronco d’albero o un setto murario) e tallonando con insistenza particolari truculenti di sicuro impatto, che si riducono però a fornire il tappeto visivo per una mera ostentazione di stilosa gore obsession. La rappresentazione dell’attrattiva esercitata da alcuni oggetti su (pre)determinati avvenimenti, inoltre, al netto dell’autoindulgenza che la sottende, ottiene solo di rendere molto prevedibili certi sviluppi della trama. Le ripetute sequenze riservate alla morbosa rasatura di Vidal lasciano intuire per lui la prospettiva di grattacapi “taglienti”, diciamo, così come la sua fissazione per l’orologio da taschino – unitamente alla storia che lo lega alla morte in battaglia del padre – non depone certo a favore della suspence complessiva attorno al suo personaggio. Se attentamente considerato, il bassorilievo raffigurato sulla stele in fondo al labirinto magico – sulla cui valenza evocativa verte un dialogo ad hoc tra Ofelia e il fauno – svela poi buona parte del finale.
La sceneggiatura zoppica vistosamente tra infiltrati che si tradiscono nei modi più ingenui, disseminando la scena di indizi compromettenti e inciampando su trabocchetti dialettici degni della Signora in Giallo, e un’eroina protagonista di atteggiamenti a dir poco schizofrenici (si infanga fino al collo per portare a termine la sua prima prova, ma infrange inopinatamente una consegna abbastanza banale nel corso della seconda) e arranca nel tirare le fila della riflessione che vorrebbe suscitare sul tema dell’obbedienza. Tale discrepanza tematica va addebitata al fiato corto che contraddistingue quasi tutto il fantasy moderno il quale, come accennavo all’inizio, si affanna a rispecchiare le ansie passeggere di un’epoca gravata dal peso dell’angoscia e del cinismo confezionando favolette formalmente impeccabili, ma segnate – anche in assoluta buona fede – da un’erronea concezione “escapista” del fantastico. Assieme all’immancabile frattura dimensionale tra mondo reale e mondo fatato che la accompagna, essa non fa che negare proprio il potenziale salvifico che, in prima battuta, intende attribuire al linguaggio fiabesco. Di fatto spezzando una lancia in favore di quanti – nella finzione letteraria e cinematografica, ma anche nella realtà – nella magia dei miti non credono, e pretendono di essere obbediti di conseguenza.

Sullo stesso film: Colimckenzie, Gli Spietati, Alessio Guzzano




29 novembre 2006

Teocrazie

“La volontà generale [...] non è un fantoccio: quando è espressa dal sistema democratico, è – addirittura – fonte del diritto. Ovviamente del diritto laico, quello affrancato da ogni debito etico verso dottrine che osteggiano l’autodeterminazione dell’individuo per asservirlo ad una volontà generale che – quella sì – è fantoccio della dottrina dello Stato etico.
[...] chi staccherà la spina (ma solo dopo aver raggiunto il modo e la certezza che non ne segua un’agonia da cani) non avrà solo “praticato platealmente la disobbedienza civile”, ma avrà detto in faccia al fantoccio – e ad ogni suo ventriloquo – che la vera pietà umana è superiore al diritto che s’illude di normarla. E peggio per il diritto, se non la accoglie: per essere sovrumano si farà disumano.” [link]

 

Dottore, dottore, ma cosa combina? Un insidioso “non luogo a negoziare” (la chiosa sulla “vera pietà umana” allude a verità etiche preesistenti allo stato di diritto, giacché la natura più o meno “laica” di quest’ultimo non è mai garantita a priori: discorsi un filo troppo teocon, sulla bocca di un così ferreo giuspositivista) incapsulato in una nemmeno troppo sottile contraddizione in termini (e se il “sistema democratico” si esprime in senso troppo invadente e debitore di linee etiche dottrinali, cosa si fa? Si invalida il suffragio a oltranza, finché il responso non sia conforme a una certa visione politica – ridicolmente e pomposamente autoproclamatasi “neutrale”? Bella democrazia: una sola Unione Europea basta e avanza, per avere quel genere di paternalismo vetero-giacobino...) rischia di farle implodere il blog, sa?
È come scoprire che un telaio multipiano in zona sismica è gettato su fondazioni isolate: io mica ci abiterei.

(torno al blog dopo l’esame di abilitazione alla professione di ingegnere – mi tasto il tastabile –, per cui vorrete perdonare se le mie metafore ne risentono)


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23 novembre 2006

"Prodienko": scoop o fregatura?

Premessa: per raggiungere il (meritorio) obiettivo di infrangere la sudditanza alla mistica sinistrorsa dell’onestà “democratica e progressista” – contrapposta, manco a dirlo, allo speculare affarismo senza scrupoli di conservatori e reazionari – personalmente trovo inutile e controproducente mettere in scena mirabolanti spy story tra il lusco e il brusco, tanto allusive quanto prive di riscontro. Mi ha fatto specie, tanto per prendere il primo di una lunga serie di riferimenti, la montatura a proposito dell’inesistente “scandalo” riconducibile – a detta di un solitario millantatore – a Telekom Serbia e ai suoi rapporti con eminenti personalità del centrosinistra italiano. Un gran polverone mediatico risoltosi in un clamoroso boomerang per i suoi estensori e, di riflesso, per tutta la parte politica alla quale l’opinione pubblica li ha prontamente associati. Per smascherare la corruzione che alligna anche a sinistra basterebbe una bella inchiesta sul sistema di potere campano, ovvero una sorta di feudalesimo regionale unionista remunerato a suon di clientele (anche para-camorristiche) assai laute.
Invece pare che il sensazionalismo goda di un fascino irresistibile, presso i media di area cidiellina. Quale nuovo epifenomeno di tale consolidato appeal, si sta imponendo il vespaio di illazioni più o meno top secret scoperchiatosi a latere dell’avvelenamento londinese di Alexander Litvinenko. Quest’ultimo, ex tenente colonnello dei servizi segreti russo-sovietici, è esule in Gran Bretagna e attualmente in fin di vita presso il Barnet Hospital di Londra, in seguito all’ingestione di una dose letale di tallio radioattivo.
La nuova vita di Litvinenko da dissidente fuoriuscito e attivista anti-Putin è al crocevia di una fitta rete di contatti, che lo collegano a numerose inchieste internazionali inerenti il collaborazionismo filosovietico di ieri e gli abusi autoritari nella Russia di oggi. Attraverso il professore napoletano Mario Scaramella, per esempio, l’ex “barba finta” forniva informazioni utili alle indagini svolte dalla nostrana Commissione Mitrokhin. Ma non solo:

 

“amico personale di Ana Politkovskaja, stava indagando proprio sull'omicidio della giornalista, uccisa il 7 ottobre per le sue inchieste sull'occupazione russa della Cecenia.
[...] Pupillo del vicecapo del Kgb Vladimir Trofimov, assassinato nei mesi scorsi, Litvinenko è da tempo considerato un fastidioso grillo parlante per il governo russo. Nel 1998 aveva accusato le autorità russe di avergli commissionato l'assassinio dell'oligarca Boris Berezovski, dirigente del governo di Boris Eltsin e stratega del Cremlino. E non si era tirato indietro nell'accusare Putin di aver orchestrato attentati terroristici per giustificare l'intervento militare in Cecenia. Sulla serie di massacri che scosse Mosca causando circa 300 morti, Litvinenko aveva anche pubblicato un libro inchiesta, che gli costò 9 mesi in carcere accusato di abuso d'ufficio, per aver sostenuto il ruolo del Kgb come regia occulta delle stragi.” [fonte]

 

Sgarri difficilmente perdonabili, se arrecati a un regime torbido come quello putiniano. Eppure, alle nostre longitudini, si cerca di far apparire quale reale movente del tentato (per il momento) omicidio la posizione testimoniale di Litvinenko rispetto ai rapporti di Romano Prodi con il fu Kgb. Come si può facilmente evincere dalla marea di interventi sul tema che, in questi giorni, stanno comparendo – un po’ in sordina, a dire il vero – su internet e sui notiziari, fu nel 2000 che Litvinenko dovette fuggire dalla Russia e decidere in quale nazione straniera riparare. Il suggerimento datogli dal suo mentore Trofimov fu il seguente: “Non andare in Italia, ci sono molti agenti del Kgb tra i politici. Romano Prodi è il nostro uomo lì”. Un’indiscrezione rimbalzata fin dentro le aule dell’Europarlamento, allorché il deputato euroscettico Gerard Batten, il 3 Aprile 2006, pronunciò una brevissima interrogazione (qui il video e qui la trascrizione ufficiale) nella quale sottolineò che il consiglio di Trofimov era stato “riferito a Mario Scaramella, della commissione Guzzanti sul Kgb” nel Febbraio di quest’anno. Per inciso, la “Commissione Guzzanti” di cui sopra è sempre la Mitrokhin, solo denominata per eponimia al senatore che la presiede.
Ora, si dà il caso che Litvinenko abbia accusato i primi sintomi dell’avvelenamento proprio al termine di un incontro con Scaramella, avvenuto il primo di Novembre nei paraggi di Piccadilly Circus. I media stanno però fornendo una copertura piuttosto contraddittoria dei dettagli di quella circostanza. Da Il Giornale di ieri:

 

“L’esperto di sicurezza [Scaramella, NdIsmael] racconta del suo appuntamento - durato circa 45 minuti - con Litvinenko. «Un incontro come tanti altri» per Scaramella che rigetta ogni accusa di un suo presunto coinvolgimento nell’avvelenamento. «Confermo di aver incontrato Litvinenko il primo novembre. L’incontro era stato da me richiesto con una mail inviata il 25 ottobre. Ci siamo incontrati, come altre volte, a Piccadilly Circus. Era pomeriggio». Scaramella spiega che fu l’ex spia russa a volersi recare in un sushi bar per mangiare qualcosa. «Fu lui stesso a prendere una porzione di sushi dal frigo mentre il cameriere gli servì della zuppa. Mi è sembrato che fossimo da soli nel locale, a parte le cameriere».
L’ex consulente della commissione Mitrokhin rivela di aver voluto incontrare Litvinenko per parlargli di un documento «che mi era giunto da un signore russo e che lanciava un allarme per la sicurezza». «Gli ho chiesto di questa persona - spiega Scaramella - perché era stato lui a presentarmela e perché quel documento conteneva notizie incredibili». Quali? «C’era una lista di possibili obiettivi di complotti, personaggi residenti sia in Italia che in Gran Bretagna. E sulla lista dei possibili bersagli c’era il suo nome, il mio e il nome di Paolo Guzzanti».” [link]

 

Eppure il Times rende una versione abbastanza diversa dell’accaduto (vedere qui), secondo la quale la lista sottoposta da Scaramella a Litvinenko sarebbe stata composta dai nomi di personaggi a vario titolo implicati nell’uccisione della Politkovskaja, non da bersagli di possibili rappresaglie russe. Nell’articolo, l’ex tenente colonnello ricorda (tramite dichiarazioni significativamente virgolettate) che sia stato Scaramella a chiedergli di “sedersi”, e non viceversa, e inoltre si domanda come mai, per inoltrargli il contenuto di una normalissima email, il professore italiano non si sia limitato a un clic sul computer.
Dal canto suo Paolo Guzzanti, in un comunicato diramato via internet, dice testualmente:

 

“[...]che le informazioni di Litvinenko fossero sempre impeccabili, e sempre trasmesse attraverso il mio collaboratore Scaramella, è confermato da ogni verifica possibile. Un anno fa, anche grazie alle informazioni di “Sacha” Litivinenko fu bloccato a Teramo un pulmino con sei giovanotti ucraini che trasportavano, fra masserizie e generi di conforto, due grosse Bibbie scavate per alloggiare due granate destinate ad un tiratore scelto dell’area ex sovietica, presumibilmente a Napoli.
Ciascuna di quelle granate era in grado di far saltare un carro o una macchina blindata. Ho appreso al processo, dove sono stato chiamato a testimoniare, che i probabili destinatari delle granate eravamo io e Mario Scaramella.”

 

Tuttavia la dislocazione cronologica dei fatti riferiti desta qualche perplessità, se raffrontata alla dichiarazioni rilasciate da Scaramella in conferenza stampa. Come mai il trait d’union tra Litvinenko e Guzzanti avrebbe attraversato in tutta fretta la Manica allo scopo di comunicare al suo contatto londinese informazioni già note – delle quali il senatore forzista aveva avuto contezza durante un processo pubblico – per di più solo un anno dopo che gli attentati “anticipati” nella scottante informativa avevano mancato il bersaglio, e proprio grazie a una dritta dello stesso Litvinenko (vedi anche qui)?
Come se non bastasse, in questo post, oltre a mettere in risalto molta della documentazione da me trattata, vengono ricordate alcune mirabolanti “topiche” nelle quali, in passato, sarebbe incorso Mario Scaramella. Si va dall’incontro con un tizio ucraino di nome Sasha, in grado di vendere a Scaramella cinque chili di uranio arricchito, rimasti per mesi in un garage di Rimini (!), all’allarme lanciato per la presenza di venti testate nucleari sul fondale del golfo di Napoli, quale souvenir depositato in loco dai sommergibilisti sovietici nell’ormai lontano 1970. Non che io ritenga plausibile l’ipotesi – prima ventilata e poi derisa anche nell’articolo linkato, del resto – secondo cui Scaramella sarebbe un astuto doppiogiochista a sua volta al soldo di Mosca, ma il ricordo delle fantasiose accuse mosse da Igor Marini è ancora abbastanza vivo da permettermi di non sottovalutare il discredito in cui ripiomberebbe la controinformazione se anche quest’altro soggetto si dovesse rivelare un mestatore a cottimo. In un momento così favorevole, e per ragioni totalmente estranee allo scandalismo ad personam, alla pubblica critica contro il presidente del Consiglio, una boccata d’aria come una ridda di accuse false e tendenziose sarebbe proprio una disdetta.
Tanto più che le prove di collaborazionismo a carico di Prodi sono ancora meramente testimoniali, come queste:

 

“La prima testimonianza in questo senso è quella dell'ex colonnello sovietico Alexander Litvinenko, ora cittadino britannico, che ha raccolto le notizie nel servizio segreto prima sovietico e poi russo, prima di rifugiarsi a Londra. La seconda e' di Oleg Gordiewski, il più noto transfuga del KGB, oggi ufficiale in pensione del servizio segreto britannico, il quale, pur non disponendo di informazioni dirette, udì i suoi colleghi del Kgb che operavano con lui in Scandinavia, dire: 'Prodi è un uomo nostro: del Kgb'. Le altre due testimonianze provengono da ufficiali russi rifugiati in Occidente (uno negli Stati Uniti e uno in Francia) di cui non intendo fare il nome per ovvi motivi di sicurezza, entrambi pronti a ripetere quanto sanno alle autorità italiane. L'inspiegabile reticenza di Prodi a rivelare la fonte che gli suggerì la seduta spiritica per trasmettere una micidiale disinformazione sul covo di via Gradoli dipenderebbe dunque dal fatto (dichiarano i due ex ufficiali Kgb disposti a testimoniare) che la fonte dell'informazione e della disinformazione (Gradoli paese in luogo di via Gradoli in Roma) era il falso studente Sergueij Sokolov che aveva pedinato a lungo e insospettito Aldo Moro e la cui vera identità è Felix Konopikhin (o Konopkhin, secondo traslitterazione nell’alfabeto latino), oggi 52enne congedato che vive a Mosca. Costui, secondo gli agenti rifugiati, ebbe anche il compito di depistare gli emissari della famiglia Moro con false informazioni.” [fonte]

 

o tutt’al più circostanziali, come quest’altra:

 

la società Nomisma era in joint venture con l'istituto Plehanov, sezione economica del KGB.” [ibidem]

 

Insomma, allo stato attuale questo filone di indagine, visti e considerati gli elementi conoscitivi assai aleatori su cui si basa, va preso con le pinze, prima di agitarlo a mo’ di possibile capo d’imputazione contro il premier. Dopo aver ammonito per oltre una decade sulla fallacia del pentitismo quale veicolo unico di investigazione, mi sembra il minimo.

UPDATE (24/11/2006) - Alexander Litvinenko è morto ieri sera. Dal sito dell'ANSA: "Oleg Gordievskij, amico e collega in passato di Alexander Litvinenko, [...] ha accusato "le forze del male" in Russia di essere colpevoli di questo delitto commesso per vendetta. "Litvinenko stava lottando contro le forze del male in Russia, contro il Kgb, contro le autorità che stanno sopprimendo la democrazia e la libertà in Russia", ha spiegato Oleg Gordievskij, in un'intervista a Sky Tv".




20 novembre 2006

I Figli degli Uomini

Con Children of Men (1992), la giallista britannica Phyllis Dorothy James si concesse la sua unica escursione in territorio fantascientifico. Lì per lì la lugubre distopia uscita dalla sua penna, ambientata in un 2027 assuefatto alla sterilità universale e allo stato di polizia permanente, non suscitò grande clamore. Oggi che infuria la contesa biopolitica, spesso squadernata in un deprimente gioco di rimandi tra opposti millenarismi, l’adattamento cinematografico di quel libro acquista invece un’aura di preveggenza, benché la panoramica piuttosto elusiva sulle cause dell’infertilità pandemica – fedelmente mutuata dall’originale cartaceo – non dia molto adito a precipitosi accostamenti con il presente, contraddistinto semmai più da un eccesso di potenza in laboratorio che d’impotenza a procreare.
Dispute sull’applicabilità a parte, I Figli degli Uomini presenta le credenziali giuste per passare in cavalleria come una grande occasione mancata. Una regia tecnicamente egregia ritrae questa variazione sul tema della Natività – che vede un padre putativo scortare la madre del figlio dell’uomo verso un’alba di redenzione e di liberazione – come una continua epifania dell’eterno scontro tra Fede e Caso. La prima prende sembiante nella progressiva dedizione a un mandato inatteso, come può esserlo il compimento di una missione di vitale importanza, mentre il secondo si incarna negli attentati dinamitardi, negli agguati e nei complotti orditi da un’umanità sprofondata in una barbarica crisi di civiltà. L’antinomia portante culmina in due piani sequenza mozzafiato: la Fede si manifesta nello sprezzo del pericolo con cui Theo (Clive Owen) insegue Kee (Chiwetel Ejiofor) e i suoi rapitori tra i fischi delle pallottole che trasformano un suppurato campo profughi in teatro di guerriglia urbana; il Caso si compie (anche) durante il primo assalto alla vettura dei fuggiaschi, che sfocia in un inseguimento in retromarcia – col camera indietro girato dall’interno dell’abitacolo – da far studiare nelle scuole di cinema. Acuti visivi che si incapsulano in una successione di riprese cesellata di virtuosismi, meritevole di un’attenta contemplazione perché lenta, poco montata, scandita da una maniacale modulazione di registri statici e dinamici.
Il sopraffino abito formale confezionato da Alfonso Cuaròn, tuttavia, calza decisamente largo a una trama asciutta (le svolte narrative si contano sulle dita di una mano) e a un team di interpreti abbastanza scialbo, eccezion fatta per Michael Caine nei panni dell’hippie vagamente imborghesito. Clive Owen dispone di una gamma espressiva ristrettissima, e per di più interpreta un personaggio abbastanza problematico nei suoi risvolti caratteriali, efficacemente esteriorizzabili solo tramite un copione scritto a regola d’arte e impersonato con grande attitudine alla rielaborazione d’empatia. Qui, invece, la caratterizzazione del protagonista maschile si pretende desunta solo da sporadici cenni biografici (inerenti l’impiego, il matrimonio, la paternità), proprio come accadrebbe leggendo una pagina scritta, col risultato di approntare un personaggio privo di fisicità emotiva e di attrattiva psicologica. Chiwetel Ejiofor, dal canto suo, si limita ad abbozzare santità in un ruolo molto passivo, riducendo ai minimi termini l’alchimia di coppia con Owen.
In altre parole si percepisce un’atmosfera fredda e distaccata, dimentica dell’importanza dell’immedesimazione e della sospensione d’incredulità da parte dello spettatore, che al cinema necessita di vedere messi in moto da una recitazione emotivamente esaustiva le fisionomie, i temperamenti e le ineffabilità di sguardi che la letteratura gli dà il tempo di mettere in moto da sé con l’immaginazione. Sono critiche che dispiace muovere a un film nel quale si riponevano grosse aspettative, ancora di più se si pensa all’enorme potenziale inespresso che racchiude – senza comunque dimenticarne la finezza di fraseggio orchestrata in cabina di regia.
L’Oscar al montaggio, se tributato a I Figli degli Uomini, darebbe un segnale di discontinuità rispetto alle sarabande videoclippare che imperversano oggigiorno, ma temo che questo auspicio sia destinato a rimanere confinato nel mondo delle divagazioni oniriche.

Sullo stesso film: Colinmckenzie, Alessio Guzzano




16 novembre 2006

Laicità e diritto naturale, ovvero: del cortocircuito giacobino

Con un post di ieri, Jim Momo torna su un tema che costituisce il nerbo stesso del radicalismo, sintetizzando con agilità la forma mentis del liberal. Essa spinge il liberalismo classico oltre la neutralità dello Stato nei confronti delle molte possibili opzioni morali confessionali, arrivando a predicare la totale separazione tra diritto positivo ed etica pubblica. La legge è conseguenza del costume o viceversa? Le parole traggono senso dalle cose o viceversa? L’ordine della storia emerge dalla storia dell’ordine o viceversa? Federico Punzi sembra non avere dubbi: viceversa. Alcuni passaggi salienti della sua riflessione:

 

“La laicità è una concezione non autoritaria e non etica del diritto, un metodo che respinge qualsiasi pretesa di dare un fondamento etico o uno scopo educativo alla legge, provengano esse dalla Chiesa, dai partiti, o da qualsiasi normale cittadino che intenda trasferire la sua etica «buona» in leggi per tutti. [...] Il processo deliberativo democratico che porta alla produzione delle regole della nostra convivenza dovrebbe rimanere off-limits per schemi morali e ideologici che tocchino, limitandole, le libertà individuali, qualunque sia la loro origine. [...] la laicità, quella «nuova», non si contrappone alla religione così, per gusto, per vezzo anti-religioso, bensì a qualsiasi pretesa, confessionale o ideologica, di monopolizzare l'etica pubblica, negando pari dignità morale ad altre visioni etiche della vita. [...] è davvero laico solo lo Stato che non assuma per legge alcuna visione etica, neanche su temi come la famiglia, il sesso, o la scienza; e in generale non attribuisca alle leggi, al diritto positivo, alcuna funzione «educativa»".

 

La scissione di contestualità tra la legge e il bene è però un iperuranio platonico, un’utopia senza approdo, forse una meta cui tendere indefinitamente – non certo un indirizzo giuridico realmente praticabile. Il bene, il buono e il bello attirano in forme e modi differenti ciascun individuo senziente, perciò generano la necessità di comporre i conflitti intersoggettivi che sorgono da tale contrasto di finalità. La composizione delle vertenze scatenate dall’egoismo intrinseco alla coscienza isolata, è vero, deve avvenire il più possibile attraverso quel “miracolo profano” che è la contrattazione, cioè l’unica dialettica che permetta di portare liberamente a sintesi un insieme di due o più volontà in lotta. Ma, per quanto il terreno della prassi contrattuale possa essere – auspicabilmente! – ampio e percorribile al massimo grado, il perimetro che lo delimita non può non trovare recinzione in presupposti logici senza i quali la contendibilità divorerebbe se stessa, sprigionando un paradosso dopo l’altro.
Il divieto di poligamia, di schiavitù, di omicidio, di furto, presidiano altrettanti capisaldi etici irrinunciabili, per sistemi politici fondati su principi validi erga omnes – dunque costanti nel tempo e indisponibili alle fantasie giuspositiviste di questo o quel legislatore. È contro logica pensare che possa svilupparsi un’autentica contrattazione laddove manchino basilari precondizioni di equità tra le parti in trattativa, quali la libertà di scelta e l’assunzione bilaterale di impegni vincolanti. Perciò alcuni diritti appartengono all’individuo di specie umana in quanto tale, non sono materia su cui poter mercanteggiare e, soprattutto, mantengono la loro validità anche senza previo accordo tra il titolare di questa “polizza di garanzia” e il suo prossimo. In un sistema basato sull’uguaglianza tra uomini e donne non sono ammesse discriminazioni sessiste, nemmeno se compiute su base volontaria, dunque no alla poligamia. In un sistema basato sulla libertà quest’ultima, stando a quanto si è appena detto, non è un bene disponibile al mercimonio, dunque no alla tratta degli schiavi. In un sistema basato sul diritto alla vita e alla proprietà sono poi vietati il furto e l’omicidio. Il tutto in un quadro normativo all’interno del quale la giurisprudenza inerente i danni materiali fa il paio con quella riguardante i danni morali, s’intende. Se fossero messi in discussione anche questi argini logici supremi, non esisterebbero il libero mercato e la contrattazione, giacché la volizione non conoscerebbe il freno della giustizia applicata.
La laicità è la modalità funzionale della democrazia, nel senso che permette di alleggerire la convivenza associata da restrizionismi confessionali immotivati - ossia ispirati al rispetto di codici comportamentali non necessariamente coincidenti con l’etica pubblica – lasciando lo spazio civico a disposizione di una pluralità di concezioni morali. Pertanto il non cattolico non dovrà osservare la castità prematrimoniale, il non islamico non dovrà digiunare durante il Ramadan, il non induista non dovrà rispettare la suddivisione sociale in caste e così via. Ma a nessuno sarà concesso obiettare ai diritti essenziali che determinano una cittadinanza comune. Il peccato non è necessariamente reato, in altre parole, ma il reato è quasi sempre anche un peccato. Ha ragione Punzi, quando conclude:

 

“[...] non facciamo del relativismo sul concetto di laicità. Essa ha un contenuto, non è solo forma, ovvero la sua forma è contenuto. E prende forma nella libertà, nella supremazia della ragione, nella democrazia, nell'individuo quale elemento centrale ed insostituibile del mondo in cui viviamo”.

 

Ciò significa che la democrazia è informata da una struttura di significato, che ne definisce i contorni operativi e attuativi. Lo stato – l’utente collettivo della laicità siffatta – è quindi “etico” nel suo stesso funzionare laicamente, perché difende sempre un confine tra il lecito e l’illecito.
Le etiche sono però molteplici. Quella genuinamente liberale e libertaria è l’etica individualista, che prevede l’intervento dell’autorità solo a posteriori, nei casi di totale inconciliabilità tra le rivendicazioni dei privati: è il paradigma a monte della common law anglosassone.
Dal canto suo il diavolaccio collettivista si nasconde nei dettagli, tra un inciso e l’altro. In verità non stupisce affatto, a margine del commento di Jim Momo sulle elezioni di midterm, leggere che “la democrazia non sarà bella o buona, ma è utile, serve, in una qualche misura funziona”. Il cortocircuito utilitarista esemplificato da questa estrapolazione è biforcuto. Da un lato, infatti, mette l’una contro l’altro una procedura (la democrazia) e il suo modo di funzionamento (la laicità), affermando una pura formalità della prima disarmonica con la (anche) sostanzialità del secondo. Dall’altro antepone l’«utile» per molti, stabilito a priori in via autoritativa, al «buono» per il singolo, passo terminale di una libera contrattazione. Con ciò, paradossalmente, sposando proprio la “concezione autoritaria del diritto” che fa tanto orrore a Jim Momo.
Questa apparente contraddizione non deve sorprendere più di tanto. La “nuova laicità” a cui fa riferimento Punzi è un pervertimento totalitario della vecchia. Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi.




13 novembre 2006

Flags of our Fathers

Aggredire la materia narrativa, modellandone i significanti visuali con sofisticate finalità estetiche, non è la specialità di Clint Eastwood. Con gli anni, l’ex pupillo di Sergio Leone ha infatti maturato un’identità stilistica basata sulla scrupolosa trasposizione in immagini di sceneggiature da compitare alla stregua di progetti definitivi, ai quali garantire sviluppi esecutivi il più possibile conformi a ossature testuali interamente responsabili del fatto narrato. Si tratta di un approccio rischioso, poiché formalizza la sostanza scritta senza poterne e volerne prescindere in alcun modo, se non – minimamente – in fase di rifinitura. Ci sono dunque in palio capolavori assoluti come Mystic River o solenni schifezze come The Million Dollar Baby.
L’esecrabile feuilleton in guantoni bioetici che ha elevato Eastwood a dominatore incontrastato della notte degli Oscar 2005, a maggior gloria del profilo autoriale testé descritto, reca il segno dello stesso sentimentalismo pidocchioso e ricattatorio che attraversa impetuosamente anche quest’ultimo Flags of our Fathers. Non per niente il soggettista – Paul Haggis – è rimasto lo stesso.
La vicenda – posta su tre piani temporali distinti, con il presente contemporaneo a introdurre un passato intervallato da numerosi flashback guerreschi prossimali – verte sulla campagna di sensibilizzazione voluta dal governo statunitense all’indomani della cruenta battaglia di Iwo Jima. Lo sforzo bellico finale richiese il diretto contributo finanziario dei cittadini americani, spinti a sottoscrivere in massa buoni di guerra dalla tournée propagandistica affidata ai superstiti del celeberrimo alzabandiera immortalato da Joe Rosenthal. Gli è che la volontà di smitizzare la carica simbolica di quello scatto fotografico, mostrando le molte miserie e le poche nobiltà da cui ha tratto sublimazione, quale esclusivo movente filmico non solo non basta a costruire una storia appassionante. Ma è anche un viatico foriero di infortuni sintattici marchiani, per chi maneggi con eccessivo zelo decostruzionista un media naturalmente “mitopoietico” come il cinema, in quanto lo smodato utilizzo dell’anti-retorica cangia anch’esso in retorica. E di cifra particolarmente stucchevole: prove lampanti ne siano profilmici sorprendentemente rozzi (un gelato, scolpito per riprodurre in miniatura l’eroica foto, viene sommerso di salsa rosso-sangue prima di staccare su un drammatico ricordo di battaglia), metafore scontatissime (l’assalto al montarozzo di cartapesta, tra le grida belluine di uno stadio ricolmo e fuochi d’artificio tonanti come colpi di cannone, vuole banalmente raffigurare la o-scenità della guerra contrapponendola all’ingannevole trionfalismo dei rituali celebrativi) e pesanti contraddizioni in termini (perché iniettare tanta enfasi nella scena del doppio alzabandiera, con tanto di fastoso accompagnamento sonoro, se a quel momento non va allegato alcuno spessore sostanziale?).
Come se non bastasse, lo slittamento cronologico tra fatti e antefatti scompone una vicenda già volatile di suo in spezzoni narrativi che non arrangiano virtuosi incastri tramici, ma sminuzzano la fabula in sequenze sparpagliate e giuntate senza apparente costrutto. Un’esposizione a singhiozzo che impedisce allo spettatore di familiarizzare con i personaggi principali del film, presentandoli fino all’ultimo senza associarli a un pattern comportamentale definito. E quando vengono tirate le fila sulla sorte dei protagonisti – saltando di palo in frasca tra le interviste ai canuti veterani di Iwo Jima, che reggono bordone a una prolungata raffica di tronfi motteggi fuori campo – il pedagogismo targato Paul Haggis raggiunge livelli intollerabili.
Passi l’accanimento contro la magniloquenza annessa al linguaggio dell’«eterno presente» che si condensa nei miti, anche se tale fenomeno dovrebbe casomai affascinare, non insospettire, chi di mestiere sforna epos come il cineasta. Passi anche l’ambientazione astutamente funzionale a una tesi di fondo preconfezionata – il nemico, in Flags of our Fathers, spara e muore, ma non si vede quasi mai: l’espediente (che a Marzo verrà compensato da un hindsight sul versante nipponico intitolato Letters from Iwo Jima, protagonista Ken Watanabe) ammicca all’idea che i conflitti armati nascano dall’assurda pretesa di non volersi equamente spartire colpe e meriti tra contendenti, come buonismo comanderebbe. Ma veicolare questi assunti tramite una cascata di stereotipi (i politici sono cinici teatranti col sigaro all’angolo della bocca, i capi militari non si fanno problemi a sacrificare uomini pur di guadagnarsi prima possibile gli allori della vittoria, gli americani sono talmente ipocriti e opportunisti che si fabbricano eroi a gettone per poi dimenticarseli rapidamente passata la buriana) in caduta libera da uno strapiombo controfattuale invero per niente originale né scandalizzante (intuivamo già che i soldati, in guerra, non pensano alla gloria imperitura ma a salvare la pelle: cosa c’è di male? Dove starebbe il disincanto?) tradisce ampiamente la considerazione in cui Haggis deve tenere il suo pubblico: una platea di educande da indottrinare.
Non fosse che il ticket Clint Eastwood/Paul Haggis è già stato portato sugli scudi ben al di là dei suoi reali meriti artistici, questo film avrebbe tutte le carte in regola per piacere moltissimo all’Academy hollywoodiana. Al momento l’ipotesi sembra improbabile, ma l’innegabile ascendente del vecchio regista sul consesso losangelino potrebbe giocare qualche brutto scherzo alla coppia Inarritu/Arriaga.

Sullo stesso film: Colinmckenzie, Alessio Guzzano


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9 novembre 2006

USA 2006: l'America plurale

Le elezioni di medio termine appena svoltesi negli Stati Uniti hanno decretato una sonora sconfitta del Partito Repubblicano. Il Grand Old Party, dopo dodici anni di predominio assoluto nei due rami del Congresso, cede la maggioranza sia alla Camera Bassa (i democratici si sono già aggiudicati 227 seggi sicuri su 435) che al Senato Federale (il partito dell’asinello ha strappato agli avversari anche il Montana e la Virginia, conquistando un totale di 51 seggi su 100). Il quadro della debacle repubblicana si completa con la rimonta democratica alla guida dei governatorati: la conta dei capi di stato – che fino a ieri vedeva un netto vantaggio del partito presidenziale per 28 a 22 – è uscita perfettamente capovolta dalla tornata elettorale.
I media italiani e internazionali stanno già enfatizzando oltre ogni dire la valenza referendaria anti-Bush che questi risultati assumerebbero, ponendo l’accento sulla presunta bocciatura che la cittadinanza statunitense avrebbe emesso nei riguardi del presidente in generale e della sua politica estera in particolare. Gli exit poll, per il poco che sono in grado di dire, confermano invece che il dissenso espresso dall’elettorato americano riflette un sentimento di prudente disaffezione verso un prolungato ciclo monocratico, secondo una dinamica tipicamente anglosassone di attivo “contenimento del potere”. La guerra irachena, sondaggi post-voto alla mano, occupa solamente – per un tema tanto soggetto a martellamento mediatico continuo – la quarta posizione, nella scala di priorità trasmessa alle urne dal corpo elettorale yankee. Al primo posto si trova l’indiziata numero uno di ogni sistema di consenso politico anglo-protestante che si rispetti, ossia l’etica pubblica. Per un partito ai vertici del potere periferico e centrale da oltre un decennio è fisiologico sconfinare nella tracotanza del voto di scambio dilagante, nel lobbismo ai limiti della legalità, nella corruzione che lubrifica i notabilati. Il già menzionato stato del Montana ha passato la mano anche al fine di sanzionare definitivamente il senatore uscente Conrad Burns per gli scandali che lo hanno visto coinvolto; gli affari Abramoff, DeLay e Foley – quest’ultimo strumentalizzato attraverso una campagna moralista piccina piccina, che la dice lunga sull’intolleranza dei tolleranti di professione – hanno fatto il resto.
Senza contare poi la tendenza a governare in modo invadente e spendaccione che le lunghe permanenze al potere incoraggiano. Le risultanze di autorevoli ricerche economiche dimostrano che, in regime di “governo unificato” (potere legislativo ed esecutivo nelle mani di uno stesso partito), la spesa pubblica americana è mediamente superiore che nei periodi di “governo diviso”. Buona parte della base repubblicana, formata dal connubio fiscale tra libertari e conservatori, ha registrato troppi segni di cedimento a politiche dispendiose – i programmi MediCare e MedicAid, gli Health Savings Accounts e, in questo senso, lo stesso intervento in Iraq – e si è regolata di conseguenza, astenendosi o votando altrove.
Le conseguenze politiche immediate di questi esiti elettorali sono molteplici. La prima, potenzialmente la più rilevante, è la revisione in senso restrittivo dei poteri del presidente in tempo di guerra che un Congresso democratico sarà agevolmente in grado di ottenere. Confortati da numerose sentenze della Corte Suprema, i democratici cercheranno di vincolare l’assunzione di provvedimenti straordinari da parte dell’esecutivo – quali la cornice legale per gli interrogatori dei prigionieri oltre confine, per la loro detenzione in strutture carcerarie “franche” come Guantanamo, per le intercettazioni delle telefonate dall’estero e così via – al voto delle camere. La seconda, già in atto con le dimissioni di Donald Rumsfeld, è quello che in Italia chiameremmo un rimpasto di governo. Per ora l’operazione sembra circoscritta al siluramento del controverso segretario alla Difesa, accusato – soprattutto da analisti conservatori e neoconservatori – di aver condotto l’occupazione irachena al risparmio, impostando il dispiegamento di uomini e mezzi in accordo con i dettami della “guerra leggera”. Non è da escludere, però, che la ritirata di George W. Bush possa anche costare il posto di ambasciatore all’ONU al falco John Bolton, la cui nomina non è ancora stata ratificata dal Senato. Escluderei invece un allontanamento di Dick Cheney, sulla cui eventualità una composizione “ostile” delle assemblee non ha alcuna voce in capitolo. In terzo luogo, la vittoria democratica scompagina i giochi del fronte avverso in vista delle presidenziali del 2008 che, con l’agone libero dai tradizionalmente più appetibili vicepresidenti uscenti e/o generalissimi pluridecorati, sembrano lasciare un discreto spazio di manovra a congressisti, governatori e amministratori locali più o meno in carica. Tra i governatori repubblicani i papabili rimasti sono Mitt Romney (Massachussetts) e, benché l’interessato neghi e il clamore sul suo nome sia stato (deliberatamente?) silenziato, Jeb Bush (Florida), il fratello del presidente. Le elezioni di Midterm hanno fatto strame dei congressisti più quotati tra i conservatori, cioè George Allen (Virginia) e Bill Frist (Tennessee). Rimarrebbe John McCain (Arizona), tanto amato dagli elettori indipendenti quanto inviso all’establishment repubblicano. In ascesa le quotazioni di due sindaci consecutivi di New York, Rudolph Giuliani e Michael Bloomberg. Forse, però, l’azzoppamento dei candidati alla nomination repubblicana provenienti dal Senato – vivaio politico che condanna i suoi appartenenti, ove siano in corsa per la Casa Bianca, alla pubblica esposizione di stati di servizio il più delle volte decisamente flip-flop – può rivelarsi un’inattesa fortuna, per il partito dell’elefantino.
E per il “qui e dopo”? Quali ripercussioni avranno queste ultime elezioni sugli assetti culturali degli Stati Uniti? Si è trattato forse di un plebiscito progressista, che cancella ogni speculazione pubblicistica a proposito della Right Nation – la nazione giusta perché di destra – proprio nei giorni in cui la blogosfera italiana tiene a battesimo l’aggregatore eponimo di quella galassia culturale?
In realtà la stringente determinazione di coordinate politiche e sociologiche unificanti, per un paese vasto come gli USA, non può nemmeno darsi, se non facendo riferimento ad un ristretto gruppo di principi filosofici fondativi. I quali rimandano alla Dichiarazione d’Indipendenza: vita, libertà, proprietà. Opportunità di imperniare la convivenza associata non su chissà quale “modello sociale” di riduzione ad unum delle singole individualità, ma sulla liceità di tutto ciò che non è esplicitamente proibito.
Per cui un giudizio sugli orizzonti culturali americani, stavolta come sempre, non può che rimanere sospeso a dati contrastanti e frammentari. Se è vero che la rivincita democratica si deve in gran parte al contributo di deputati e senatori moderati e talora populisti, lo è anche la netta vittoria, tra i 205 referendum che hanno accompagnato le elezioni, di una misura a sfondo socialista come l’innalzamento del salario minimo, approvato in cinque stati su cinque. Se è vero che sul matrimonio gay è stata messa una pietra tombale in sette casi su otto, lo è altrettanto che il Sud Dakota ha respinto il divieto integrale di aborto e che il Missouri ha aperto alla ricerca sulle staminali embrionali.
Forse, dopotutto, il sogno americano non è uno solo, ma ce ne sono tanti. Tanti quanti sono gli americani.


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6 novembre 2006

The Departed

Caso vuole che due pellicole di grido, ultimamente proiettate nelle sale a brevissima distanza di tempo l’una dall’altra, vertano grossomodo sulle medesime tematiche. La fortuita (quasi) contemporaneità di rotazione per due film nominalmente così simili, tra l’altro, permette nuovamente di cogliere con estrema chiarezza che nel cinema contano non tanto – o, meglio, non solo – soggetto e sceneggiatura, ma anche i codici formali studiati per ratificarne il contenuto.
Sia Miami Vice di Michael Mann che The Departed di Martin Scorsese, infatti, ruotano attorno a vicende di doppio gioco poliziesco che mostrano come la libertà di scegliere il bene anziché l’utile sia inversamente proporzionale alla “esternalità” della sorgente etica cui rispondere del proprio operato. Pubblica sicurezza e crimine organizzato appaiono quindi separati da una vasta zona grigia brulicante di prepotenze, menzogne e ricatti. Da questi blocchi di partenza, su uno script essenziale al limite dell’accademia, Mann si ritaglia sterminati spazi creativi per rettificare in chiave cupa e allucinata alcuni dei numerosi standard stilistici che, da sempre, regolano l’obbedienza dell’arte alla serialità dell’intrattenimento industriale.
All’ultima fatica di Martin Scorsese toccano destini di segno diametralmente opposto, poiché a una scrittura obesa e ridondante fa da contraltare una messa in scena di stupefacente banalità. L’edificio narrativo di The Departed poggia su una terna di triangolazioni emotive, la cui base comune (l’inversa polarità tra le due talpe per temperamento e tragitto socio-esistenziale di origine/destinazione) converge verso tre distinti vertici di responsabilità e di coinvolgimento (il comando della polizia, il boss mafioso Frank Costello e le amorevoli braccia della partner in comproprietà). Il triangolo amoroso, però, si mostrerebbe del tutto inessenziale al dipanarsi della trama, se non fosse per lo sbocco pigramente psichiatrico che offre allo scioglimento delle ansie e dei rovelli morali vissuti dal protagonista positivo. Laddove Mann riesce a frugare nei dissidi interiori dei suoi personaggi modulando con eleganza la gradazione dei piani di ripresa, in altre parole, Scorsese esibisce stereotipi corrivi (il capomafia perverso e melomane, ad esempio, peraltro designato come tale durante la sequenza più gratuita dell’intero film) veicolati tramite un situazionismo a tratti sciatto (l’innamorato che infierisce su una porta chiusa a chiave è pane per i denti malfermi di un Gianni Amelio o di una Francesca Comencini, non certo per il regista probabile premio Oscar dell’anno prossimo), a tratti pesantemente prolisso (il primo colloquio tra DiCaprio e la psicoterapeuta, o anche i due dialoghi “inquisitori” retti da Nicholson, con Damon prima e lo stesso DiCaprio poi). Il tutto per conferire una cornice filmica sufficientemente incisiva a una spigolosa materia testuale, riducendola invece a un ballo di marionette stucchevole e artefatto. Scorsese tradisce molta senile ansia da prestazione, rotta solo con l’uscita dalla penombra di Costello in apertura, che segna molto efficacemente il passaggio dal prologo all’incipit. Ma si tratta di una minuscola goccia di grazia in un mare di manierismi ingessati, nel quale l’unico spunto simbolico di una certa accattivante complessità – vale a dire la similitudine zoologica tra uomini e topi all’assalto del potere/formaggio – trascolora nel comico involontario, quando l’inquadratura finale stringe su un roditore in carne e ossa, rimasto solo a contemplare idealmente il palazzo del governo. Un take semplicemente grottesco, soprattutto per l’impudenza con cui viene accostato alla sanguinosa catena di accadimenti che si picca di suggellare. Tra le righe, per giunta, si leggono sgradevoli schematismi sociologici in quanto, tra la suburra generalizzata, gli unici personaggi a mantenere il controllo della loro dirittura morale sono la psichiatra di stato (la quale proclama di “credere nell’assistenza sociale”) e il proletario di umile estrazione. L’utilitarismo connaturato alle istituzioni collettive sembra essere selettivo in senso politico-classista, dunque: peccato che tale giudizio morda impietosamente la coda alla sbandierata miseria giovanile del feroce Costello.
Il cast di The Departed è notevole, anche se lasciato istrioneggiare a briglia un po’ troppo sciolta. Se Jack Nicholson è ormai ridotto alla caricatura di se stesso, al contrario Matt Damon, Mark Wahlberg, Martin Sheen e Alec Baldwin si mostrano perfettamente all’altezza della loro fama. Discorso a parte merita la prova di Leonardo DiCaprio, che rende un’interpretazione senz’altro molto intensa e professionale, ma in una parte decisamente incompatibile con il fisico di ruolo del belloccio italo-americano. Alzi la mano chi non lo trova poco credibile, con il suo bel nasino alla francese, come infiltrato in una cosca di sicari nerboruti e mezzo analfabeti...
L’Oscar prossimo venturo a Martin Scorsese, praticamente certo, va atteso alla stregua di un premio alla carriera.

Sullo stesso film: Gli Spietati, Colinmckenzie, Alessio Guzzano




3 novembre 2006

Buona l'anima, malo il vino

Ha ragione da vendere Giovanni Maria Ruggiero, quando dice che gli estremisti tendono tutti ad essere un po’ confusionari. Il “lodo Ruggiero” si riferisce in particolare a Malvino e, da vari punti di vista, ne ha ben donde. Molto si potrebbe scrivere a proposito della miriade di aporie cui conduce il materialismo esasperato del quale la nota blogstar radicale è strenua fautrice – prima tra tutte la non trascurabile esigenza di costruirsi mediocri metafisiche scientiste. Si tratta dei temi che – rivolgendomi a interlocutori, per così dire, ideologicamente contigui a Luigi Castaldi – affrontavo diffusamente nel mio metabio(gen)etica, minisaggio in quattro puntate linkato sul dorso del blog.
Proprio in quel frangente, tra le altre pezze d’appoggio, mi compiacevo di portare a suffragio di certi miei argomenti qualche brano di quello che Luigi Castaldi aveva scritto qui il 28 Aprile di quest’anno. Nella fattispecie:

 

“Un essere vivente è il suo Dna? No, [il Dna, NdIsmael] è la potenza di una sua parte (potenza che, peraltro, non è in atto, se non adeguatamente derepressa). Questa parte – il cosiddetto fenotipo (l’insieme dei caratteri visibili comuni agli individui d’una specie) – non dà ragione della sua interezza, che è il risultato dell’interazione del fenotipo con l’ambiente. Infiniti i fattori ambientali che possono, anche in modo assai significativo, modificare il fenotipo così come codificato nel suo genotipo – nel suo Dna.
Tutto daccapo: un uomo è il suo Dna? No, il suo Dna può dargli, salvo interferenze di molteplici fattori ambientali, quei caratteri comuni agli individui della sua specie e dei vari sottogruppi che la compongono. Dato questo suo particolare fenotipo, a partire dal particolare genotipo che ne era la codifica, ed escluse le interferenze che possono deviare dal progetto scritto sul suo Dna, l’uomo non è tutto in quel fenotipo, né è tutto desumibile a priori dal genotipo che reca in dote per la generazione successiva. Infiniti i fattori ambientali che possono, anche in modo assai significativo, esprimere un diverso complesso individuale a partire dallo stesso genotipo”.

 

Piacevolmente liberale e anti-materialista, vero? Sorvolando sugli sviluppi terminali del ragionamento che, partendo da tali premesse, sarebbe andato delineandosi (per inciso, basti dire che costituisce coartazione di nemmeno eccelsa levatura il sussumere nel determinismo genetico lo strabismo di mettere in predicato termini di paragone disomogenei: a rigor di logica, lo scimpanzè adulto e sano va comunque raffrontato con l’homo sapiens ugualmente adulto e sano, non con “l’ovocellula appena fecondata”, né con “il feto gravemente malformato”), le asserzioni di cui sopra rimangono testate d’angolo di ogni salubre weltanshauung strutturalista, orientata cioè ad analizzare i sistemi complessi considerando i vari elementi che li formano nelle loro correlazioni e interdipendenze reciproche. Senza indugiare troppo sull’enumerazione dei mattoni, in altre parole, lo strutturalismo preferisce esplorare l’edificio nella sua interezza.
Una concezione di massima che cozza piuttosto violentemente con quanto scritto da Malvino qui, nella seconda puntata di un pregevole trittico dedicato alla disputa sull’immaterialità dell’anima avviata sabato scorso da Il Foglio. Leggere per credere:

 

“[dire che] «La Divina Commedia è più (e altro) dei 21 segni alfabetici che la compongono»
[è una] Tesi estrema? Mi pare di sì: senza portare alcuna prova verificabile a sostegno, dà per certo che – fuor di metafora – l’uomo è più (e altro) della materia che lo compone. Diciamo meglio: nell’uomo ci sarebbe un elemento immateriale”.

 

E certo che c’è: esclusa ogni speculazione religiosa, esso è comunque dato proprio dall’insieme di quei “fattori ambientali che possono, anche in modo assai significativo, esprimere un diverso complesso individuale a partire dallo stesso genotipo oltre che, circoscrivendo il portato di queste riflessioni alle peculiarità della specie umana, dalla capacità di interferire con i processi evolutivi “bruti” seguendo virtute e conoscenza. Qui l’anti-materialismo viene capovolto, il soggetto è conseguenza diretta dell’oggetto, il tutto è verificato dall’assemblaggio delle sue parti: e se la struttura chimica dell’insulina si fosse evoluta diversamente da come la conosciamo noi?

 

“Se l’evoluzione avesse avuto, per puro caso, uno scarto lievissimo in direzione diversa, staremmo a parlare di altro libro scritto da un altro uomo che non Dante, la cui omeostasi sarebbe retta da un’altra proteina e – mutatis mutandis – in una condizione (morfologica, interattiva, funzionale) tutt’affatto diversa”.

 

Viene da domandarsi che razza di insulsaggini o, per converso, quali superiori meraviglie avrebbe vergato il Poeta per antonomasia se la sua omeostasi, similmente alla semeiotica di uno scarto evolutivo, avesse sofferto di una qualche disfunzione soggettiva – di quelle che “il caso propone” e di cui “la selezione dispone”, tanto per intenderci. Fosse stato diabetico, pare di capire, di certo non avrebbe scritto la Commedia. Avrebbe scritto altro. Più bello o più brutto, ma altro. Bisogna fidarsi: è così. E ad ogni modo:

 

La Divina Commedia, dunque? La Divina Commedia, un cazzo. Non è letta da un cieco, e talvolta non dà brividi anche a chi è vedente e sa leggere. In sé – senza che (morfologicamente, interattivamente, funzionalmente) essa diventi, per qualcuno, quello che a questo qualcuno parrà di rabbrividente – la Divina Commedia, sì, è un mucchio di caratteri alfabetici”.

 

Per cui la riflessione malviniana “dà per certo che – fuor di metafora – l’uomo” non sia nulla più del “suo Dna”. Il problema centrale in questione, però, viene in tal modo aggirato con l’ennesimo espediente retorico ad effetto. La specie, infatti, in ogni sua possibile accezione di significato, designa il campo di potenzialità che un determinato insieme di elementi, sotto precise condizioni, è in grado di esprimere. Se un libro è un mucchio di lettere, allora, una casa è un mucchio di pietre: peccato che i potenziali di fruizione concepibili per ambedue le coppie messe a confronto non coincidano affatto. Certo, la Divina Commedia può rivelarsi sgradevole da leggere, così come il Taj Mahal probabilmente non è il massimo della praticità abitativa. Ma anche la più remota possibilità di trovare ristoro per l’anima o riparo per il corpo distingue, rispettivamente, la Commedia da un coacervo di caratteri e il Taj Mahal da una catasta di laterizi. Questi ultimi “ammassi”, infatti, non possono esprimere deliberatamente alcun potenziale di ristoro e/o di riparo.
Altro particolare di non poco conto è la parziale inapplicabilità del principio di casualità alla formazione delle strutture complesse, giacché è quantomeno avventuroso ritenere che le tre cantiche dantesche si possano ricostruire provando un numero n di volte a pigiare a casaccio la tastiera di un computer. Da cui l’assai frequentata maneggevolezza del riduzionismo per classificare la poliedricità del reale: è più comodo sezionare la materia in sottoparti sempre più minuscole, anziché trovare il bandolo dei macrosistemi fisici in cui si coordina l’universo.
Concludendo, Malvino ammette che, per venire a capo dell’ignoto, “siamo costretti a ricorrere a strumenti come l’ipotesi e i modelli”. Ma quando il modello che sottende un’ipotesi manifesta la totale mancanza del crisma della confutabilità – com’è palesemente il caso, ove si sostenga apoditticamente che “Se Marco Beccaria non fosse quel determinato «friccichìo di elettroni» che è, e che ha orrore d’essere, il «friccichìo di elettroni» che è Raffaella non gli sembrerebbe Raffaella, ma un’altra persona” – si esula dalla scientificità per rientrare invece nell’ambito di una opzione filosofica ben precisa, con tanto di sopraddote metafisica al seguito.
Ognuno ha la sua. Io, con Giorgio Israel, ne carezzo un’altra, poiché non credo che i processi materiali siano all’origine dei processi mentali. “Sarebbe come affermare che gli eventi elettrici all’interno di una radio sono causa della voce e dei concetti trasmessi dall’apparecchio”.


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permalink | inviato da il 3/11/2006 alle 9:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa


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