.
Annunci online

  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


Disclaimer
A norma della legge 62/2001
questo blog, aggiornato senza
periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
editoriale.
L'autore dichiara di non
essere responsabile dei
commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei
lettori, lesivi dell'onorabilità
o dell'immagine di persone
terze, non sono da attribuirsi
al titolare.


Copyright
Tutti i testi presenti su questo
blog, salvo dove diversamente
indicato, sono da considerarsi
proprietà intellettuale
dell'autore. Senza il consenso
esplicito del titolare, è vietata
la riproduzione totale o parziale
di tali contenuti a scopo di lucro.
Il mancato rispetto di queste
indicazioni sarà perseguito
in sede legale, secondo i termini
previsti dalle leggi vigenti.


Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Wikio - Top dei blogs - Politica


31 ottobre 2006

Babel

Dall’accoppiata regista/sceneggiatore salita alla ribalta con Amores Perros e 21 Grammi arrivano altri 144 minuti di suggestioni drammaturgiche al calor bianco. Voci di divorzio inseguono il sodalizio d’autore instauratosi tra Alejandro Gonzales Inarritu e Guillermo Arriaga, specie dopo lo sgarbo commesso da quest’ultimo allorché ha osato mettere la sua penna all’estemporaneo servizio del Tommy Lee Jones de Le Tre Sepolture. Ciononostante la peculiare cifra stilistica del duo messicano si mantiene intatta, anche seguendo la scia figurativa ulteriormente delineatasi con l’ermetico “western itinerante” diretto dal protagonista di US Marshals. L’architettura filmica di Babel, infatti, ripropone un canone estetico che rifiuta di piegarsi alla nuda esposizione di uno sviluppo narrativo lineare, ma preferisce decostruire la fabula in moduli-base da ricomporre in senso visivo e cronologico al fine di orchestrare una riflessione morale dai contorni espressivi assai sfumati.
Il tema del riverbero babelico dell’incomunicabilità che sancisce il logoramento dei rapporti umani (nella fattispecie filiali e coniugali) è qui visitato come contemporanea causa ed effetto di una straniante molteplicità di menomazioni percettive. L’alterazione sensoriale allontana soggetti vicini e avvicina soggetti lontani, i quali si trovano tutti abbandonati in ambienti simbolicamente vasti e desertici: da uno psichedelico formicaio metropolitano nipponico all’entroterra marocchino alla prateria californiana. Su ogni scenario si dipanano vicende che alludono alla rigenerazione degli affetti conseguente al rischio di smarrirli definitivamente e, tramite il repertorio di soluzioni audiovisive adottate dal regista, si leggono varie esemplificazioni di minorità psicofisica e morale bisognosa di cure ed espiata con travaglio. L’isolamento di una sordomuta (particolarmente enfatizzato nel serratissimo bridge di montaggio che, tra le luci stroboscopiche di una discoteca, alterna passaggi sonori martellanti a sequenze silenziose lasciando invariato il contenuto filmato), le sofferenze di una turista raggiunta da un proiettile vagante (trasmesse per antifrasi, inquadrando il viso di Cate Blanchett mentre aspira avidamente qualche boccata di canapa lenitiva), l’angoscia di un’incauta governante (dispersa nell’outback californiano a patire affannosamente il caldo e la sete per aver trascinato due bambini oltre confine), la candida incoscienza di due ingenui pastorelli (puniti per analogia, poiché infine fatti segno a una spietata pioggia di piombo): ciascuna sottotrama parallela, non senza qualche didascalismo e qualche sofisticazione di troppo, si snoda attraverso il faticoso recupero di sintonia tra figure inclini alla resa comunicativa da un lato e renitenti all’ascolto dall’altro. Sottoposto a questa elevata temperatura di significato, l’aspetto “politico” di alcuni risvolti tramici – penso allo spaccato sulla miseria nordafricana, all’accanimento con cui le autorità statunitensi vengono ritratte nel combattere l’immigrazione clandestina e, più in generale, alla panoramica sul mondo post-11 Settembre – si discioglie in un crogiolo narrativo che fonde tematiche proiettate ben oltre la mutevolezza dell’attualità.
Benché alcune diramazioni della trama rimangano irrisolte – la sorte toccata al chicano Santiago dopo aver seminato la polizia di frontiera, ad esempio, oppure quella dei fuggiaschi marocchini in seguito all’arresto – o inopinatamente ellittiche – il ritrovamento dei due bambini sperduti nella prateria – e l’abbondante minutaggio non faccia che appesantire la fruizione di un film “impegnato” come questo, sarebbe oltremodo ingeneroso non dare a Babel quel che è di Babel. Una mano autoriale coraggiosa e per nulla omologata, come detto, ma non solo. C’è anche un cast in stato di grazia, che vede senza dubbio troneggiare per alchimia e intensità la coppia Cate Blanchett/Brad Pitt (ma sono ancora in molti a non perdonare allo statuario interprete di Fight Club una bellezza evidentemente ritenuta eccessiva, per poter essere giudicato un bravo attore), ma lascia molto spazio anche alle convincenti prove di Adriana Barraza (la governante ispanica) e di Rinko Kikuchi (la sordomuta giapponese), entrambe impegnate in ruoli ingrati e complessi.
Difficile che all’Oscar Babel possa passare inosservato.

Sullo stesso film: Colinmckenzie




24 ottobre 2006

Ipotesi su Gesù

di Vittorio Messori
Società Editrice Internazionale, 273 pp., € 15,49

 

ad Alessandro

 

“Al di fuori di chi adora un Dio inchiodato nudo su una croce, l’uomo che soffre e che accetta questa sofferenza cui il suo Creatore non partecipa affatto è moralmente migliore di lui”.

Ipotesi su Gesù, oltre che uno straordinario long seller, è un diario tematico scritto sotto duplice assedio psicologico. Esso, di là dal resoconto intellettuale di una conversione in partibus infidelium, offre infatti al lettore il vivido spaccato di una temperie culturale in cui trionfavano gli stilemi radical/marxisti del soggettivismo e del materialismo dialettico e, di conseguenza, dice molto anche sullo stato d’animo – stretto tra il fervente trasporto emotivo del cristiano rinato e il lucido azzardo del pubblicista controcorrente – nel quale doveva trovarsi uno scrittore intenzionato a sostenere la ragionevolezza dell’«ipotesi di fede» nell’opprimente clima ultra-agnosticheggiante di allora.
Sono passati trent’anni esatti da quando la salesiana SEI pubblicò l’opera prima di Vittorio Messori e, per accarezzare la speranza di riuscire a coinvolgere anche il pubblico extra-cattolico nella sua indagine storica e teologica, quest’ultimo dovette cercare il suggello della cultura ufficiale, segnatamente lasciando spazio ad una prefazione “liberatoria” scritta dal comunista Lucio Lombardo Radice. Nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti. Il mondo occidentale ha autonomamente mitigato, sia pur con grande fatica e tra mille battaglie politico-ideologiche, gli eccessi ai quali lo aveva condotto l’etica pubblica disgregatrice e indifferentista affermatasi durante gli anni ’70. Lo “spazio pubblico” – tuttora attentamente monitorato dagli occhiuti guardiani di una laicità interpretata non come dovere dello stato, ma come obbligo del cittadino – è tornato ad essere un luogo abitabile anche per chi di sinistra non è, e ciò si è riflettuto anche sul settore dell’editoria.
Venuto meno il livido isolamento dell’anacoreta che grida nel deserto, il saggio d’esordio di Messori ha potuto valorizzare e divulgare a pieno regime il caratteristico tratteggio documentale del suo contenuto. Il quale, attraverso l’inedita formula dell’inchiesta giornalistica applicata all’«enigma-Gesù», rimane ancora un’inesauribile fonte di argomenti a favore della scommessa sulla contemporanea storicità e divinità del falegname crocifisso a Gerusalemme quasi duemila anni fa. Fino ad imporsi come manuale di conversazione e di meditazione sulla razionalità del trascendente di cifra cristiana.
L’inquadramento della matrice religiosa giudaica si presta a dissodare il terreno di riflessione da cui prende le mosse la disamina messoriana. Caso unico tra le culture antiche, la fede di Israele si appunta su un culto strettamente monoteistico e intravede nell’esistenza del male e dei suoi epifenomeni il segno della tragica autonomia accordatale da un Dio nascosto, che rifiuta di soccorrere i suoi figli prediletti pur di non privarli del libero arbitrio. Non un motore immobile aristotelico o un’originaria struttura anapodittica dell’Essere, concepita per irradiare a ventaglio le molteplici categorie del sensibile; ma nemmeno uno sbadato demiurgo impegnato a disseminare la natura di capricciosi referenti semi-divini, sotto il cui volubile tallone l’uomo debba rassegnarsi a giacere. A dispetto delle scienze antropologiche, che vedono le religioni come sovrastrutture storiche socialmente determinate dalla convenienza politica, gli ebrei hanno fieramente resistito all’influsso esercitato da questi due archetipi diametralmente opposti ma parimenti in auge nella ben più gloriosa – e quindi condizionante – antichità greco-romana e babilonese. Di più: il vettore storico della sapienza profetica che ha gelosamente custodito e tramandato l’attesa del Messia non si basa affatto, come avviene per tutte le altre culture religiose, sulla malcelata esigenza di coesione popolare attorno ad una Rivelazione cinicamente amministrata ad uso e consumo del potere costituito. Come scrive l’autore, in un mondo di magia reazionaria “solo la trasformazione di una fede che rovescia valori e gerarchie umane in un sistema culturale omogeneo a quelli del sistema dominante può tranquillizzare chi detiene il potere”. Nello sviluppo del patrimonio spirituale ebraico non v’è traccia né di convenienza né della lenta evoluzione che l’antropologia comparata richiede per i processi derivati dalla causalità materiale – quali appunto l’approdo al monoteismo. “Come a dare ragione alle sue Scritture sacre – scrive ancora Messori –, che affermano che Israele il suo Dio non se lo è inventato né lo ha scelto: ma è Jahvè che ha scelto il suo popolo e ha rivelato se stesso ai patriarchi, ispirando poi i profeti”.
Le ipotesi di cui al titolo del libro sono essenzialmente tre. La prima è l’ipotesi critica, che ammette l’esistenza storica del personaggio Gesù senza però riconoscere alla sua figura alcun attributo sovrannaturale. La seconda – l’ipotesi mitica – è speculare alla prima. Secondo questa versione, all’origine del cristianesimo non c’è un uomo: c’è invece la leggenda, antichissima e preesistente, di un dio che si incarna, muore e risorge per la salvezza degli uomini. La terza, l’unica “affermativa”, è l’ipotesi di fede. Non credulità superstiziosa, ma fiducia negli orizzonti cognitivi di una ragione aperta.
Stando all’ipotesi critica, dunque, Gesù non sarebbe altro che un uomo progressivamente divinizzato. Ma questa lettura, che parte dal presupposto di dover filtrare il racconto evangelico separando il grano storico dal loglio fantasy, è viziata da un cortocircuito logico congenito. “Se (come si dichiara preventivamente per mettere fuori gioco l’ipotesi di fede) non c’è nulla che permetta di ricostruire come siano andate davvero le cose, qual è il campione, il metro di giudizio, per dare o togliere a un episodio, a una frase, la patente di attendibilità?”, si domanda provocatoriamente l’autore. Senza contare le troppe controindicazioni storiche e religiose su cui questo approccio costringe a sorvolare. Bisognerebbe dimenticare che, in quattromila anni di ebraismo, non solo non si è mai verificato l’inspiegabile e scandaloso processo di divinizzazione operato per Gesù. Ma che non è neppure mai accaduto che qualcuno dei discepoli dei tanti – tantissimi! – altri pretendenti al titolo di Messia comparsi in concomitanza con la “pienezza dei tempi”, abbia pensato di equiparare, anche solo in parte, anche solo per un momento, il suo Cristo a Jahvè. Bisognerebbe altresì dimenticare che, nel culto per Gesù, un gruppetto di ebrei ha superato persino l’idolatria dei pagani – verso cui gli israeliti provavano scandalo e repulsione, nella sua frenetica improvvisazione di fantasiose deificazioni. “Questi ebrei avrebbero immaginato ciò che neppure il più fanatico adulatore dell’imperatore arrivò mai a dire. Che cioè questo Gesù era Dio «ancor prima della nascita»”. Bisognerebbe infine dimenticare che, anche ammesso l’inammissibile, molti ebrei dell’epoca hanno accettato l’immondo rituale ben riassumibile nell’esortazione eucaristica «Bevete il mio sangue», laddove tra i tabù più rigidi dell’ebraismo di sempre c’è proprio quello dell’assoluta “astinenza dal sangue”. È ingenuo ritenere che una dozzina di invasati abbiano davvero potuto trafugare il cadavere del loro defunto santone e poi, nella massima tranquillità, si siano messi a gridare “Resurrexit, resurrexit!” facendo facile proselitismo in un luogo ostile come la Palestina di duemila anni fa.
Ciononostante, tanti ebrei e tanti pagani hanno creduto in un kérygma (annuncio di fede) già interamente plasmato nelle sue linee dottrinali fondamentali non più tardi del 57 d.C. – come si evince dalla datazione scientifica della prima lettera di Paolo ai Corinti. Per cui, sostenere allo stesso tempo che si dimostrarono creduloni sia gli ebrei, dando troppo credito ai vaticini messianici contenuti nelle loro Scritture, sia i primi cristiani di origine pagana, che avrebbero letto senza il dovuto background culturale le profezie dell’Antico Testamento, non fa che esporre la critica ad ulteriori contraddizioni in termini.
Ruota proprio attorno alla repentinità del kérygma l’affondo di Messori contro l’ipotesi mitica. Specularmene al suo contraltare critico, essa afferma che Gesù è un dio progressivamente umanizzato. Dei due ingredienti, storico e fantasy, abilmente amalgamati da un team creativo di astuti evangelisti, in pratica rimarrebbe valido solo il secondo. Eppure, fa notare Messori, “con l’aiuto dei quattro piccoli libretti, che sarebbero stati elaborati chissà dove e chissà quando da chissà chi, è possibile ricostruire buona parte del quadro botanico dell’antica Palestina. Comprese alcune specie ormai estinte in quei luoghi. O è possibile disegnare una «mappa del rilievo» d’Israele: da Gerusalemme a Gerico si scende (Luca 10,30), a Gerusalemme si sale (Luca 19,28), da Nazareth a Cafarnao si scende (Luca 4,31)”. Il celebre orientalista inglese sir Rawlinson ebbe poi a rilevare che “Il cristianesimo si distingue dalle altre religioni del mondo proprio per il suo carattere storico. Le religioni di Grecia e Roma, di Egitto, India, Persia, dell’Oriente in generale, furono sistemi speculativi che non cercarono neppure di darsi una base storica. Proprio al contrario del cristianesimo”; considerazioni che fanno il paio con la peculiarità (meta)storica dell’«attesa messianica» giudaico-cristiana. Budda, Confucio, Lao-Tse, Maometto: tutti i capostipiti delle grandi tradizioni religiose sono storicamente dei parvenue – compaiono, cioè, senza che la sapienza profetica antecedente li annunci. La contemporanea applicazione di questi due criteri di distinzione rende l’unicità del giudeo-cristianesimo semplicemente inconfutabile.
È un ben singolare “mito” quello che colloca il compimento di un’attesa plurimillenaria in una cornice storica tanto rigorosa, ma non solo. Riesce antropologicamente difficile avvalorare in massa, dall’oggi al domani, un corpus mitologico a tal punto privo di risvolti dottrinali “politicamente spendibili” e, parimenti, ricco di particolari tanto scomodi per i suoi apostoli della prima ora. I moduli costitutivi ricorrenti nei miti fondanti sono la vaghezza nella datazione dei fatti e la pomposa glorificazione dei loro protagonisti. Gesù, invece, fu un falegname analfabeta, gracile ed esteticamente certo non all’altezza della pia iconografia che lo ha ritratto nei secoli successivi. Questo curioso Messia, per di più, viveva attorniato da ex-puttane (passate alla storia come le “pie donne”) che contribuivano a mantenere il rabbi con i proventi della loro – ormai cessata – attività. Gli altri compagni di viaggio del Cristo vivente, giusto per insistere sulle cattive frequentazioni del figlio di Dio, furono dodici apostoli capeggiati da un umile pescatore, talmente stolido da doversi far ripetere la stessa cosa tre volte prima di iniziare a capirla e talmente codardo da rinnegare il suo Maestro non davanti allo stringente interrogatorio del tribunale supremo di Israele ma, somma vergogna, davanti a un gruppo di servi che si scaldano nella notte attorno al fuoco. Dice: se quello era il capo, figuriamoci gli altri.
Perché una cronaca tanto scevra di apologetica, per descrivere gli avvenimenti cruciali della leggenda all’origine di una Rivelazione a carattere puramente strumentale? Perché indugiare su particolari tanto miserabili? “Comunque si rivolti la questione, resta confermata come più attendibile l’ipotesi che la predicazione che ha poi portato ai vangeli fosse costretta a riferire anche gli episodi meno edificanti. Costretta, cioè, dal fatto che annunciava avvenimenti accaduti di recente in un ambiente ostile, pieno di gente pronta a smentire se ci si fosse allontanati da una cronaca esatta degli avvenimenti”, è la risposta di Messori.
Dal canto suo l’ipotesi di fede accetta che lo scetticismo, sistema immunitario di ogni consolidato complesso di convincimenti, scenda a patti con un annuncio che sconvolge le aspettative riposte dall’uomo in un messianesimo regale. Non più un minaccioso codice comportamentale settario e carico di prescrizioni igienico-alimentari, ma un’etica secolare di santificazione dell’umano errare, che non esclude affatto di spedire all’inferno i dottori della Legge e in paradiso gli esattori del fisco e le prostitute. Non una razionalità chiusa, che decreta a priori l’impossibilità del prodigio, ma una ragione libera dalla gabbia degli schemi precostituiti e fiduciosa nella propria capacità di confrontarsi con l’ancora ignoto.
Soprattutto, la fede del cristiano deve fare i conti con la consapevolezza di non disporre di alcun appiglio ultimativo per tracciare una gerarchia tra le filosofie, le diverse scale di valori che la ragione ha costruito per misurarsi col mondo. Quindi di non poter mai millantare la benedizione del divino nella tentazione – umana, molto umana – di sfruttare la religione per produrre un livello “più alto” di umanità. Perché un progetto del genere implica un radicale disprezzo dell’uomo: è il retroterra ideologico di ogni dispotismo che fondi la sua legittimità sull’indimostrabile investitura teocratica di un potere referenziato nell’aldilà – il potere che, così spesso, ha preteso e ottenuto che in suo onore, assieme al crocifisso, si levasse il grido “In hoc signo vinces!”. È precisamente in nome della Giustizia (sociale) che l’archetipo del Sommo Sacerdote promuove la condanna a morte di Cristo: egli deve soccombere perché ha proposto la Grazia, che non è operativa, non è efficace, è un potenziale non attualizzabile. Invece di impadronirsi della libertà umana, Gesù rende la sua al Padre, opprimendo col peso dei suoi tormenti il regno spirituale dell’uomo. Abbracciare l’ipotesi di fede può voler dire soffrire l’ingiustizia terrena, senza una terrena redenzione, senza la sanzione, la ratifica della Verità. Il welfare, la giustizia, sono queste le certezze dei “liberi pensatori” di ogni epoca. Punti fissi che promettono di sollevare l’Uomo dal peso di dovere scegliere, di liberarlo dalla stessa libertà. Il Sommo Sacerdote non ha dubbi: conviene sacrificare la libertà al bene.
Dovendo trovare dei motivi di rimprovero nei confronti di Ipotesi su Gesù, si potrebbe recriminare giusto su un paio di aspetti. Uno, presente già nella prima stesura del libro, riguarda un vecchio viziaccio di Vittorio Messori. Vale a dire la provocatoria supponenza con cui lo scrittore di Sassuolo è abituato a far saltare la mosca al naso agli ebrei sul tema del messianesimo. Non serve, a mio avviso, insistere su un presunto isterilimento della fecondità spirituale dell’ebraismo in seguito al “compimento di tutti i segni”, per mettere in luce la pienezza religiosa del cristianesimo. Il popolo d’Israele, perseverando nell’attesa della venuta del Messia, ribadisce infatti di quale tormentata e sanguinosa passione sia fatta un’incrollabile speranza di redenzione e remissione dei peccati. Nella pena sopportata dagli ebrei sul piano collettivo riecheggia, a severo monito per tutti gli uomini di buona volontà, la stessa profezia di morte e resurrezione vissuta da Gesù su quello individuale. Meglio evitare di inerpicarsi su oziose dispute teologiche, allora, e cercare i molti punti di convergenza che – dalla Nostra Aetate in avanti – uniscono la ricerca teologica cristiana a quella dei fratelli maggiori.
In secondo luogo mi permetto una riflessione critica sul bilancio intellettuale che, con la postfazione aggiunta al libro in occasione del venticinquesimo anniversario della pubblicazione, Vittorio Messori trae con se stesso. Il sessantenne torna con la mente ai giorni in cui, poco sotto i trent’anni, venne folgorato dalla conversione e mise per iscritto un’inchiesta che facesse ordine nella sua tempestosa interiorità di cristiano rinato. In quei momenti – e le fonti bibliografiche da cui Messori pesca a piene mani sono lì a dimostrarlo – prevalse più o meno inconsciamente l’approccio suggerito da due eminenti personalità non cattoliche del passato, Blaise Pascal e Fedor Dostoevskij. Sulle orme di questi giganti, gli unici presenti nella biblioteca di un giovane pubblicista fino ad allora cresciuto a pane e anticlericalismo, l’esordio letterario uscì effettivamente permeato di emozionalità slavofila – forse anche da una punta di cocciuto letteralismo giansenista. L’incendiario sembra scoprirsi pompiere quando, ripensando ai pensieri dettatigli dal radicale rifiuto per il Dio “dei filosofi e dei potenti”, ritiene che forse sia il caso, dopotutto, di spezzare una lancia in favore del casuismo gesuitico, ossia proprio della cifra retorica di quelle “acrobazie dialettiche” che rappresentano il lato più vischioso e respingente del cattolicesimo. Qui si tende a preferire il Messori giovane e appassionato: la fede in Cristo è una ricerca senza progetto, senza sommario, senza telos, come si legge nell’apostolo Giovanni: “Quando finisce la fede vedremo Dio”.

AGGIORNAMENTO - Questo è il primo articolo che pubblico su PigiamaMedia: siete caldamente pregati di votarlo numerosi! Le votazioni si apriranno alle 20.00 di oggi 25/10 e si chiuderanno alle 19.50 di domani 26/10.

AGGIORNAMENTO 2 - Pare che il post abbia vinto la giornata (guardare la HP di Pigiama Media per credere): i 20€ di emolumento mi serviranno a realizzare un mio vecchio sogno. Quindici giorni in Siberia Orientale! :-)

TRACKBACK - Robinik, Link Popularity (Open) Weekend




16 ottobre 2006

Miami Vice

Individuo e collettivo sono le due dimensioni topiche raffigurate in un numero impressionante di combinazioni di significato da Michael Mann con Miami Vice, film che della celebre serie televisiva conserva giusto il marchio di fabbrica e i nomi dei due protagonisti (Sonny Crockett e Ricardo Tubbs). Ogni singola sfumatura dell’armoniosa ma frastornante confezione visiva che Mann ricama febbrilmente attorno ad un genere – il narco/poliziesco – e ad una trama – la rischiosa missione sotto copertura – che appartengono ormai al novero dei luoghi comuni cinematografici, infatti, testimonia attraverso il dialogo tra testi, sottotesti e materia filmata dell’onnipresente conflitto tra soggetti conoscenti e oggetti conosciuti. I quali, per farsi afferrare, chiedono adeguamento all’intelletto e compromesso etico a coscienze combattute tra l’anelito di autodeterminazione e l’obbligo di rientrare in una o più reti piramidali di relazioni, conformandosi agli scopi dettati da esse.
Un possibile piano di applicazione per questa chiave di lettura è il collaudato filo conduttore della trama, che verte sulla similitudine comportamentale tesa tra le due mansioni svolte dagli stessi poliziotti, in servizio regolare prima e infiltrati poi. Sempre di eseguire ordini con licenza di uccidere si tratta, e sempre di perseguire obiettivi gerarchicamente sovraordinati al bene e alla felicità individuali. Molteplici sono i frangenti in cui le azioni di polizia coperte sconfinano nell’ufficialità e viceversa, tanto da rendere ambigua e fuggevole un’eventuale distinzione tra le due modalità operative. Ma, se l’invarianza morale nel servire un’organizzazione rispetto ad un’altra rimanda al crescente grado di utilitarismo che governa l’agire in forze ad un collettivo, le relazioni tra persone singole sono regolate da leggi diverse da quelle che presiedono ai rapporti tra gruppi o istituzioni. Su questo contrasto si innesta il corpo a corpo ingaggiato dalla cinepresa di Micheal Mann con la sostanza narrativa di un soggetto in sé banale, ma a maggior ragione pieghevole alle più inusitate speculazioni d’autore sul versante della regia.
La lotta tra costrizione di gruppo e autonomia individuale si riflette pertanto sulle due diverse tecniche adottate dal regista per amplificare visivamente l’alternanza tra riprese di massa e scene selettive. Dove la macchina da presa scivola via liscia sulle panoramiche larghe, sorvolando prudentemente sull’ordinata casualità che suddivide in mille rivoli brulicanti di vita i macro-organismi urbani e naturali, la camera a mano si getta tra un’infinità di destini incrociati e scova maschere desiderose di uscire dalla loro “parte” e dolenti di non poterlo fare, braccandole spietatamente con inquadrature sempre più strette e traballanti. Nella (in)discrezionalità con cui l’occhio della telecamera perlustra i dettagli espressivi o anatomici dei protagonisti – penso alle due intensissime scene di sesso, in una delle quali la schermata arriva ad insistere sulle lacrime che rigano il viso di Gong Li – si legge la volontà, da parte di Michael Mann, di sovvertire la grammatica espositiva consolidatasi in capo al genere poliziesco. Dunque di lanciare egli stesso una sfida da infiltrato eccellente al mummificato sistema hollywoodiano di codifica dei “generi”, stilemi consuetudinari a salvaguardia della mediocrità e della serialità.
Immerso nell’aura iridescente e nello sgranamento digitalizzato impressi sulla superlativa fotografia di Dion Beebe, si articola poi un’ineffabile sarabanda di sguardi, nel restituire l’alchimia dei quali Mann è indiscusso maestro sin dai tempi de L’ultimo dei Mohicani. Mentre in quel film la diversa gradazione emotiva di due scambi di occhiate era sufficiente a scomporre il contrasto di contiguità tra i modi di amare di Cora e di sua sorella, in Miami Vice la dinamica degli sguardi aggrava il peso del non detto o, meglio, del non dicibile su un universo di relazioni condannato all’incomunicabilità dall’assedio di un apparato tecnologico sempre più sofisticato, invadente e massificante. Le distanze fisiche si riducono fino ad addensare le Americhe in un unico villaggio globale, ma al prezzo di una drammatica dilatazione delle distanze intersoggettive, che deflagrano durante la sparatoria finale – sequenza peraltro girata con inaudita maestria nella gestione di campi e controcampi – con il disperato “Chi sei?” di Isabella, sconvolta dall’agnizione di Sonny.
Colin Farrell si produce nell’interpretazione della vita, Jamie Foxx viaggia col freno a mano tirato, forse appositamente per non mettere in ombra il partner, e Gong Li mostra grande versatilità nel passare dall’impassibilità all’estasi dei sensi, dall’ilarità alla risolutezza. La colonna sonora, miscellanea di techno, latino americano e crossover, trova i suoi migliori episodi nel cupo rock in salsa grunge su cui svettano gli acuti di Chris Cornell e ispessisce degnamente quello che è a tutti gli effetti il film dell’anno. Dopo Jin-Roh di Mamoru Oshii, il tema dell’allineamento karmico tra i ranghi della pubblica sicurezza rinasce a occidente.

Sullo stesso film: Gli Spietati


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cinema Michael Mann Colin Farrell Jamie Foxx Gong Li

permalink | inviato da il 16/10/2006 alle 9:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



12 ottobre 2006

Un giorno di libertà/3

Il terzo studio, presentato dalla montenegrina Maja Drakic, aveva per titolo Privatisation in Economic Theory. Il perno di questo intervento era la focalizzazione sull’importanza delle “condizioni al contorno” ambientali nella definizione della dialettica tra domanda e offerta. Se si pensa che nemmeno nelle economie di mercato più avanzate le teorie dell’equilibrio di Walrace o Arrow rappresentano nulla più che raffinati modelli teorici, a maggior ragione un’impostazione speculativa delle dinamiche di scambio – quali, appunto, le privatizzazioni – non può prescindere dalle coordinate socio-economiche del suo contesto di applicazione nel caso generale. La proficuità e l’efficacia delle transazioni economiche – è la tesi dimostrata – dipendono da una condizione necessaria fondamentale, ossia l’organico predominio dei diritti di proprietà privata e dell’economia di mercato nel complesso politico-culturale entro il quale hanno luogo. Attraverso un excursus sull’inserimento del fenomeno “privatizzazioni” all’interno di diverse teorie economiche – tra le quali riveste un’importanza primaria il contributo di James Buchanan –, la Drakic, oltre all’assunto di partenza secondo cui le privatizzazioni non possono mai costituire un evento isolato nel quadro di sistemi economici incompatibili con esso, dimostra anche un’ulteriore ricaduta operativa del suo asserto. E cioè che la transizione da sistemi collettivistici di stampo sovietico a mercati aperti non può avvenire mediante l’introduzione di revisioni istituzionali a macchia di leopardo, poiché in tal caso l’industria eventualmente privatizzata si troverebbe immersa in un ambiente di funzionamento vecchio e ancora ostile.
La controrelazione di Peter J. Boettke, corpulento e vulcanico professore della George Mason University, ha posto nuovamente l’accento sull’esigenza libertaria di far prevalere la common law – cioè la sociologia della contrattazione – sul giuspositivismo. Inoltre, a riprova delle tesi di Maja Drakic, lo studioso ha fornito i dati relativi all’incidenza di alcune misure politiche tipicamente “liberali” sulla crescita economica: i voucher (buoni scuola) pesano per il 3%, le riforme del mercato del lavoro per l’1,5% e la dismissione delle industrie di stato per lo 0,4%. Ancora una volta emerge l’assoluta importanza di adottare politiche ad alta diffusività sul tessuto connettivo del “senso comune” – e la scuola, dei tre settori sensibili di cui sopra, è senz’altro quello che coinvolge direttamente il maggior numero di persone.
L’ultima relazione del seminario è stata The Privatization of Water and Sewage Companies in Chile, redatta dall’ingegnere gestionale cileno Maria de la Luz Domper Rodriguez. Il paese che più di ogni altro ha beneficiato della messa in pratica delle teorie dei Chicago Boys, ha spiegato Rodriguez, prima delle rivoluzione “friedmaniana” versava in condizioni economiche riassumibili in un solo, sconfortante dato: inflazione al 48% su base annua. Oggi, invece, la nazione andina occupa stabilmente una tra le prime quindici posizioni dell’Index of Economic Freedom – l’Italia è al 44esimo – e raccoglie i frutti dell’intensa azione liberalizzatrice compiuta nel corso degli ultimi vent’anni. Tra le riforme varate durante il nuovo corso cileno vi sono l’abolizione del prezzo imposto sui beni di consumo, la riduzione delle tariffe e della pressione fiscale, nonché un cospicuo piano di privatizzazione dei servizi. I risultati sono stati la crescita economica, la diversificazione dei beni esportati all’estero, la riduzione della povertà e l’abbattimento dell’inflazione dal catastrofico 48 ad un lusinghiero 3%. L’ultima delle numerose privatizzazioni varate in Cile è quella della rete idrofognaria. Grazie ad essa, la copertura del suolo nazionale con acqua potabile è passata dal 99,3 al 99,8%, quella fognaria dal 92,3 al 95,1% e la percentuale di depurazione delle acque nere è salita dal 16,7 al 73,4%. Il nettissimo miglioramento rispetto al sistema concessorio precedente si evince anche dal più intenso ritmo di ammodernamento tecnologico e infrastrutturale guadagnato con il cambio di regime. Questo in virtù della più spiccata propensione privata a reinvestire gli utili netti in ricerca e sviluppo rispetto alle compagnie pubbliche le quali, non dovendo sostenere la pressione concorrenziale di alcun competitore, preferiscono quasi sempre convertire tutto il profitto in dividendi e rimanere indifferenti all’obsolescenza dei loro fattori produttivi.
Lo speech finale del carismatico Grover Norquist, onnipresente leader di Americans for Tax Reform, ha galvanizzato una platea già scalpitante ripetendo le parole d’ordine che, da oltre un ventennio, compattano l’eterogenea coalizione di contribuenti di cui l’attivista virginiano è presidente. L’ATR ha infatti istituito un Taxpayer Protection Pledge (Impegno di Tutela del Contribuente), sottoscrivendo il quale 233 deputati e 47 senatori americani si sono ufficialmente impegnati ad opporsi ad ogni possibile ipotesi di aggravio tributario. La punizione per gli spergiuri è l’apparizione del loro nome su una lista nera pubblicata online. Ideas have consequences, ha ripetuto più volte l’energico oratore, ma soprattutto se riescono a influenzare chi detiene il potere. Ecco perché, verso la metà degli anni ’80, è nato il progetto di accumulare massa critica attorno ad un collante fiscale capace di raggruppare mormoni, libertari, cattolici, ebrei, conservatori e mille altre identità culturali nel comune intento di limitare la tassazione di ogni ordine e grado. Da allora, ciò ha significato fidelizzare su un aspetto ritenuto primario, nella scala di priorità che indirizza la scelta di voto presso gran parte della platea elettorale, senza intestardirsi nella sintesi forzata di ossessioni identitarie contrastanti. Il gioco di squadra si orchestra nell’ambito di una piattaforma politica minima, quindi: è quello che – a mio avviso molto ingenuamente – si vorrebbe ottenere proponendo all’Europa continentale il cosiddetto “fusionismo”.
Peccato che, alle nostre longitudini, la politica non ruoti attorno alla responsabilità verso un impegno assunto in fede, da ratificare prima di tutto nell’aula di quell’eccellente “tribunale interiore” che è l’etica protestante. Nella vecchia Europa – e nella nostra italietta consociativa e azionista in modo particolare – l’impegno politico si basa sull’incessante lavorio di una sterminata pletora di postulanti, che gareggiano a chi più (e meglio) sa direzionare denaro pubblico verso i suoi cartelli clientelari di riferimento. Un contratto pubblico, sul modello del patto d’onore stipulato oltreoceano tra l’ATR e i singoli candidati, in Italia naufragherebbe nel mare del mal comune, mezzo gaudio. La personalità politica italiota, davanti alle proteste di alcuni suoi elettori per non aver prestato fede alla parola data, risponderebbe con una scrollata di spalle: votate per gli altri, tanto si comportano nello stesso modo anche loro. E la situazione rimarrà tal quale fintantoché il paradigma di governo fondato sul caro, vecchio paternalismo di stato converrà alla maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto.
Nel riprendere la strada verso casa, una punta di malinconia mi assale ripensando all’evidente difficoltà con cui Norquist ha affrontato questo genere di obiezioni durante il dibattito con il pubblico. Tanta dilagante, disincantata e decadente immoralità deve risultare lontanissima dal modo di vedere e di pensare di un alfiere della Right Nation.
Una bella intervista esclusiva con Grover Norquist, raccolta dal pluricitato Carlo Stagnaro, è disponibile qui.

 

3.Fine


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Economia Istituto Bruno Leoni Seminario Mises

permalink | inviato da il 12/10/2006 alle 15:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



10 ottobre 2006

Un giorno di libertà/2

Il tempo di registrare l’iscrizione al seminario e arriva il momento dell’attesissima prolusione di Peter A. Thiel, il fondatore di PayPal. All’incontro pomeridiano si era parlato della liberazione dei mercati dall’occhiuta sorveglianza sulla fase terminale degli scambi esercitata dal potere costituito: Thiel, economista-filosofo formatosi a Stanford, davanti ad un pubblico mollemente adagiato sotto la veranda del bar sulla terrazza, ha illustrato la particolarissima interpretazione di tale paradigma libertario che ha fatto la sua fortuna. L’appassionato trasporto con cui questo imprenditore di successo, nel raccontare l’elaborazione interiore e professionale dell’intuizione che lo ha indotto ad abbandonare il pigro pessimismo degli anni giovanili, è entrato in sintonia con la sua platea nella fascia oraria preserale – ipotecata dalla fame e dalla stanchezza dei tanti partecipanti reduci da viaggi più o meno lunghi – si poteva ben giudicare dal disinteresse generalizzato della gente verso il combinato cocktail/tartine dall’inizio dell’intervento in avanti.
La rivoluzione tecnologica introdotta con le reti telematiche di massa ha ampliato il margine di “smaterializzazione” dei beni di scambio? Bene, Peter Thiel ha applicato questa soluzione al vettore materico per eccellenza del commercio “in solido”, vale a dire la moneta stessa. Dopo aver trascorso anni a riflettere su come contribuire in prima persona ad incidere sul corso della Storia, troppo a lungo segnato dai soprusi dello statalismo sulla libertà individuale, Thiel ha localizzato nel monopolio della valuta il carburante da cui lo Stato trae la spinta propulsiva per annettersi le molte prerogative di cui si fa apoditticamente amministratore unico.
PayPal, servizio online che corona un’esperienza pluridecennale nel campo dei pagamenti elettronici, ha in pratica “napsterizzato” il meccanismo che governa la circolazione dei flussi di cassa. Prima di questa innovazione, le filiere di pagamento dovevano passare per le forche caudine allestite da un’esazione fiscale perlopiù ineludibile, specie per quanto riguardava (e riguarda) l’imposizione sul valore aggiunto. Oggi, grazie alla meritoria iniziativa imprenditoriale di Thiel, il prelievo coercitivo sui trasferimenti di denaro si scopre arma spuntata ed impotente, di fronte a due milioni di soggetti che muovono liberamente palanche ai quattro angoli del globo. Il che, per inciso, significa da un lato disinnescare il monitoraggio internazionale dei movimenti bancari transfrontalieri e, dall’altro, consentire anche ai comuni mortali di depositare i propri averi su conti offshore, finora appannaggio delle élite miliardarie. Una conquista di democrazia, quindi. Il timore di Thiel per il futuro è che alla globalizzazione dei mercati, fenomeno fuori dalla portata delle architetture istituzionali a noi conosciute, segua nel medio termine una vera e propria globalizzazione dei governi per progressiva integrazione di sovranità.
La giornata di Sabato ha visto lo svolgimento dell’attività attorno alla quale ruotava l’intero simposio, cioè la presentazione di una serie di tesine – o working papers, nella dicitura anglofona del termine – da parte di studenti e dottorandi. Che quest’anno, con una certa soddisfazione degli astanti, erano tutte ragazze.
Il primo intervento – a mio modestissimo avviso, il migliore – è stato quello della canadese Maria Klimas, poi contro-commentato da Kendra Okonski, dello International Policy Network. La relazione, intitolata Managing Nutrients with Property Rights, si proponeva di mettere a confronto due diverse filosofie giuridiche nell’ambito della legislazione sui fertilizzanti. La prima, sposata nel 2002 dallo stato dell’Ontario in seguito ad un grave episodio di contaminazione delle falde acquifere, si basa sulla regolamentazione preventiva, cioè su un dispositivo restrittivo caratterizzato da bassa conflittualità ex post ma da un alto costo di monitoraggio. Si tratta, in pratica, del binario normativo percorso dacché esiste lo Stato Moderno. La seconda, ricavata per estensione dalla teoria di Murray N. Rothbard sull’inquinamento dell’aria, si potrebbe definire “alternativa proprietaria”, ossia un impianto giuridico che mira a comporre eventuali controversie tra istanze private divergenti ricorrendo alla legiferazione per arbitrato, in regime di concorrenza tra le varie sedi giudicanti. La Common Law, in altre parole, ovvero la tradizionale impalcatura del magistero legale anglosassone. Nel primo caso prevale un’etica pubblica di tipo utilitarista, basata sul principio secondo cui “è bene ciò che rende felice il più alto numero di persone”, seguendo quindi una prescrizione eminentemente collettiva. Per l’etica libertaria, al contrario, legiferare in anticipo non è mai un bene, giacché si restringe il perimetro delle libertà individuali di tutti a causa delle esigenze di alcuni, quale che sia il numero di questi ultimi. Solo l’abbattimento dei costi di transazione – è il filo conduttore della controrelazione – consente l’affermarsi di una mentalità normativa libertaria nel common sense.
Il secondo paper era incentrato sulla reale necessità di formalizzare i diritti di proprietà per addivenire allo sviluppo economico nei paesi emergenti. Al titolo della ricerca – Is Codification of Informal Institutions Necessary for Economic Development? – le due autrici Claudia R. Williamson e Carrie B. Kerekes rispondono un secco ‘no’. L’accreditata tesi di Hernando de Soto, che considera la costruzione e il presidio dell’edificio normativo il motore naturale dello stimolo all’intrapresa (di fatto avvalorando l’opinione, vista ieri, di James V. DeLong e Richard A. Epstein), si limiterebbe infatti a riflettere la parabola storica del progresso occidentale. Un’analisi comparata della nuvola cartesiana di punti che correla il tasso di sviluppo economico al livello di formalizzazione dei diritti di proprietà, interpolata con una curva di primo grado (cioè una retta) e compensata con il metodo dei minimi quadrati, mostra infatti come l’interdipendenza tra le due variabili sia maggiore considerando un campione del mondo intero che restringendo l’indagine ai soli paesi in via di sviluppo. Questo approccio “matematicistico” – che personalmente condivido fino ad un certo punto: com’è possibile quantificare univocamente “variabili di controllo” quali la posizione geografica, la religione e la frammentazione etno-linguistica? – consente di affermare che le leggi scritte hanno un’evoluzione spontanea conforme a coordinate culturali e spazio-temporali. E che il diritto positivo gioca un ruolo meno importante di quanto si pensi, nella formazione di un patrimonio normativo condiviso e stimolante per l’intrapresa. Di nuovo sottolineando l’importanza di diminuire i costi di transazione più che di proteggere la proprietà con dispendiosi strumenti di legislazione accessoria.

 

2.Continua


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Economia Istituto Bruno Leoni Seminario Mises

permalink | inviato da il 10/10/2006 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



9 ottobre 2006

Un giorno di libertà/1

L’abitato color pastello di Sestri Levante, disteso a mezzacosta su un panorama che degrada da collinare a marittimo nel raggio di poche centinaia di metri, sembra quasi spinto a confluire verso l’istmo che congiunge il suo entroterra con un promontorio roccioso, familiarmente chiamato “isola” dai locali. Proprio su quella sottile lingua di terra, stretta tra la baia delle Favole a Ovest e la baia del Silenzio a Sud, sorge l’Hotel non a caso battezzato Due Mari. Un palazzo seicentesco il cui rigore formale esterno nasconde l’intrico barocco di piani sfalsati, mezzanini, sottotetti e più recenti corridoi vetrati che – tra lussuose finiture in legno e ferro battuto – accoglie il visitatore una volta superato il banco della reception. Ma anche la sede abituale del Seminario Mises – che l’Istituto Bruno Leoni di Torino organizza ogni anno per approfondire uno specifico leitmotiv politico-economico a forte impronta liberista – giunto alla sua terza edizione con la due giorni conclusasi Sabato scorso.
Il tema conduttore scelto dagli organizzatori per il convegno di quest’anno verteva su Il ruolo dei diritti di proprietà in una società libera. Al ciclo di quattro conferenze previsto per la giornata di Sabato, che ha costituito l’ossatura portante dell’evento, il buon riscontro in termini di afflusso ha permesso di affiancare ulteriori momenti di confronto e arricchimento – variabili tra la calorosa accoglienza riservata alle prolusioni dei due ospiti d’onore e le estemporanee conversazioni quinci e quivi intrattenute tra semplici partecipanti. Alcuni dei quali, dopo le presentazioni di rito, non di rado si rivelavano esponenti di spicco del piccolo ma vivace arcipelago pubblicistico liberal-libertario nostrano. C’era Leonardo Facco, fondatore dell’omonima casa editrice specializzata nella riscoperta e nella valorizzazione del pensiero antistatalista di ieri, oggi e domani. Sanguigno e alla mano, l’editore di Treviglio si protesta leghista pentito, lamenta l’ignavia del centrodestra di governo sui fronti caldi del federalismo e della detassazione e, ammiccando in risposta ai rituali tentativi di dissuasione, applica generosi sconti sul prezzo dei pregevoli libriccini messi in vendita al suo ministand.
In camera col sottoscritto ha poi pernottato Tiziano Buzzacchera, una tra le più promettenti firme del vivaio giornalistico liberale. L’età del mio coinquilino occasionale – ventun anni – lì per lì m’ha fatto sbarrare gli occhi. Evasi i convenevoli, Tiziano si mostra amichevole e molto beneducato. E, dal mio punto di vista, ideologicamente affine.
Ma i personaggi più ambiti dalla platea dei convenuti erano senza dubbio le due punte di diamante del think tank torinese responsabile del seminario, ossia Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro. Tutti li cercavano, tutti li volevano, tutti si ripromettevano di parlare con loro anche solo per qualche minuto. Come trottole instancabili, questi dioscuri del liberalismo applicato hanno seguito l’andamento dei lavori dall’inizio alla fine, impartendo direttive ai loro collaboratori e curando le pubbliche relazioni senza mai dare l’impressione di selezionare gli interlocutori in base alla notorietà. Da bravi economisti, i due si dividono i compiti massimizzando il sinergismo del loro lavoro di coppia: mentre Stagnaro è un animale da backstage, abile ad affabulare l’uditorio individualmente, Mingardi ha un’indole ciarliera che lo rende naturalmente adatto ad animare in prima persona il lato ufficiale della manifestazione.
È proprio Alberto, infatti, a presiedere la tavola rotonda “di riscaldamento” fissata per il primo pomeriggio di Venerdì, nella quale sono stati discussi i possibili lineamenti futuri del diritto di proprietà intellettuale. Per commentare con competenza il libro significativamente intitolato La proprietà intellettuale è un furto?, scritto a quattro mani da James V. DeLong, Richard A. Epstein, Henri Lepage e Tom Palmer (e pubblicato, manco a dirlo, da Leonardo Facco), è intervenuto Antonio Pilati, membro dell’Autorità Antitrust. Nell’ideale “doppio tennistico” che oppone i quattro autori del libello a due a due – ha argomentato Pilati – l’unico terreno condiviso riguarda i criteri di distinzione tra proprietà materiale e intellettuale. Laddove la prima prevede l’utilizzo esclusivo di un bene concreto e il suo inevitabile logoramento, la seconda consiste nello sfuggente possesso di un’idea, cioè di uno strumento immateriale privo di oggettività, aperto all’utenza multipla in presa contemporanea e sottratto all’usura di funzionamento.
La storia del commercio in opere d’arte figurativa, alla luce di questo discrimine, si può interpretare alla stregua di una corsa alla “materializzazione” di idee accattivanti tramite sbarramenti tecnologici via via più sofisticati (libri, dischi, CD, DVD). Il dissenso scatta allorché si pone il problema di decidere quale filosofia seguire al fine di regolamentare la fruibilità delle opere d’ingegno. Lepage e Palmer ritengono che il forcing sui brevetti e sul copyright, nell’era della circolazione telematica delle informazioni-sorgente, sia un mero retaggio della (datata) cultura giuridica che si illude di poter ancora controllare e sanzionare eventuali illeciti alla distribuzione. DeLong e Epstein, invece, difendono l’idea che il profitto derivante dal monopolio – anche solo temporaneo – di una primogenitura intellettuale sia il motore del “progresso” nel più ampio senso della parola. L’analisi dei meccanismi di scambio attualmente in via di espansione – tra i quali internet gioca un ruolo di primissimo piano – conferma inoltre che la digitalizzazione sta progressivamente erodendo la stabilità materiale delle merci sul lato della “fisicità di realizzo”, mentre la globalizzazione ne sta pregiudicando la controllabilità su quello dei vincoli alla distribuzione. In definitiva l’opinione di Pilati è che tali dinamiche, all’interno della filiera produttiva, spostino forza negoziale nelle mani degli autori a tutto discapito degli editori, la cui macchina distributiva si dimostra sempre meno indispensabile a mediare tra gli artisti e il loro pubblico.
A questo punto Mingardi – servendosi di un argomento abbastanza ricorrente anche in certe sue riflessioni per iscritto – ha obiettato che il momento del profitto, comunque si arrangi la negoziazione tra gli attori di uno scambio, richiede necessariamente un redde rationem con la fisicità. Ma Pilati trova che l’esigenza di mettere una pluralità sempre più vasta di soggetti creativi in contatto con un bacino di utenza potenzialmente inesauribile, lungi dal fare spazio a nuovi marcatori di materialità, favorirà sempre più la preponderanza del binomio marketing & comunicazione.
L’unico traguardo raggiunto da una conversazione che, dati i ristretti tempi a disposizione e l’ampiezza del tema trattato, era giocoforza condannata ad una certa inconcludenza, è stato la definizione di un criterio di massima per stabilire in quali ambiti economici ammettere a priori l’avvento dell’approccio open source e in quali no. Esso dovrebbe poter distinguere tra opere d’ingegno individuali, più idonee all’acquisto informale, e collettive, per le quali invece mantengono validità i tradizionali dispositivi di tutela esclusiva del profitto. L’esempio del comparto farmaceutico combacia con questa prospettiva, ma basta misurarsi con le difficoltà poste da una stringente definizione di software come categoria merceologica per dover fare i conti con nuove difficoltà concettuali. Un programma informatico – sviluppato da una persona giuridica singola, ma testato e perfezionato iterativamente col contributo attivo dell’utenza - rientra nel primo o nel secondo raggruppamento?
Molto si sarebbe potuto aggiungere alla discussione, che a mio avviso permette di trarre un’ulteriore conferma ad una legge storico-economica fondamentale: l’impresa punta a minimizzare gli oneri di stoccaggio in magazzino. Perciò la “smaterializzazione” dei beni per via digitale consente di ottenere questo scopo in modo radicale. Di contro, però, un’opportunità del genere costringe a rivalutare al ribasso il ruolo della logistica e della distribuzione, sempre più strette tra l’incudine della produzione all’avanguardia e il martello del libero accesso telematico alle opere d’ingegno.

 

1.Continua


OT
: il giorno giusto sarebbe stato ieri, ma colgo l’occasione per auto-festeggiare il mio primo anno di blog. Grazie a tutti i lettori!




5 ottobre 2006

Interludio sestrino

Gli organizzatori dell'evento se la sono cercata, così domani e Sabato sarò a Sestri Levante (GE) per partecipare alla terza edizione del Seminario Mises. Il tema di quest'anno - la cui importanza è peraltro tornata di strettissima attualità con il varo della Finanziaria 2007 - è Il ruolo dei diritti di proprietà in una società libera. Ospiti d'onore saranno Grover G. Norquist, presidente di Americans for Tax Reform, e Peter A. Thiel, Research Fellow e membro del Board of Directors presso lo Independent Institute.
Una volta seguita tutta la fitta agenda di conferenze prevista dal programma e rientrato a casa, magari ci scriverò un resoconto sopra. Alla prossima settimana!


                                




3 ottobre 2006

Più tasse per tutti. E più inflazione

Dietro l’esangue coloritura retorica che tratteggia sul filo della “giustizia sociale” i comunicati stampa governativi a latere della Finanziaria 2007, il ventaglio di finalità socio-politiche perseguite dal (poco) vice (e molto) ministro Visco reca il segno di un impianto ideologico votato ad una visione d’insieme affatto dissimile dal laburismo puro e semplice. Essa, fondendo il socialismo classico e la lezione keynesiana (limitatamente ai provvedimenti da adottare durante i cicli recessivi), vede l’applicazione delle teorie “marginaliste” come l’espressione di una lotta di classe al contrario, combattuta dai pochi ricchi padroni contro i molti deboli subordinati.
Prima di approfondire ulteriormente questo aspetto, è il caso di illustrare i numeri della manovra varata tra sabato e domenica dal Consiglio dei Ministri. La Finanziaria 2007 vale 33,4 miliardi di euro. Di questi, 14,8 sono destinati al risanamento dei conti pubblici (la discesa al 2,8% nel rapporto deficit/PIL) e i rimanenti 18,6 al rilancio dello sviluppo. Secondo il governo, 18 miliardi dovrebbero arrivare da un aumento della pressione fiscale e 15 da tagli alla spesa più o meno strutturali. A dire il vero, quest’ultima cifra sta già suscitando una ridda di reazioni tra il serio e il faceto: le minori uscite, infatti, sembrano composte solo da una serie di decentramenti della leva tributaria perlopiù occulti. Secondo un articolo pubblicato su lavoce.info e ripreso da Il Foglio di oggi, la manovra prodiana potrebbe contare sulle entrate per l’84% del suo importo totale.
Gli enti locali sopportano minori trasferimenti per un totale di 4 miliardi e 300 milioni, stanti però il ripristino delle quote addizionali sull’Irpef (abolite dal precedente governo) e il mantenimento della libera modulazione dell’Ici. Per cui, su questo versante, mettere a bilancio sotto la voce “tagli” un introito fiscale stornato alla tassazione periferica appare come un espediente contabile in stretto rapporto di parentela più con la tanto derisa “finanza creativa” che con l’idea di “serietà al governo”. Lo stesso dicasi per i tagli alla sanità, in parte compensati da una stretta sui ticket pari a 6-700 milioni di euro e comprensivi delle passività accumulate dal sistema sanitario l’anno scorso. Ma riallocare titoli di debito non significa averne evaso il pagamento: questo genere di operazioni va sotto il nome di cartolarizzazione. Cioè, guardacaso, proprio il cavallo di battaglia del “colbertista creativo”, Giulio Tremonti. Anche l’intervento sul Tfr rientra nell’ambito dell’appianamento di sofferenze mediante il loro discarico dal settore pubblico a quello privato. I soldi accantonati per la liquidazione sono un debito che le imprese contraggono con i loro dipendenti. Sottrarli al tasso agevolato di maturazione per lanciare un salvagente all’Inps equivale, da un lato, a riaffermare il principio secondo cui il dissesto delle casse statali (provocato da politici irresponsabili e da personale largamente improduttivo) è un problema del cittadino-schiavo e, dall’altro, ad assegnare agli istituti di credito il ruolo di monopolisti del finanziamento – a tasso tutt’altro che di favore – all’impresa.
Altri numeri e considerazioni in diretta da questo post di Jim Momo:

 

“Avete un'auto? Il bollo aumenta. Vivete in una casa in affitto? Più tasse sugli affitti. Siete giovani, ai primi lavori, pochi euro e contratto parasubordinato? Pagherete più contributi. Lavorate in proprio? Più contributi lo stesso. Siete dipendenti a tempo indeterminato? Uno 0,3% in più lo versate anche voi. Guadagnate 75mila euro l'anno lordi? Pagherete più Irpef. Ne guadagnate solo 40mila? Fa lo stesso. Avete investito i vostri risparmi sul mercato finanziario? Più tasse su Bot e titoli. Nel tritacarne ci siamo finiti proprio tutti, per un verso o per l'altro.
Tasse è la parola chiave della Finanziaria. I leader dell'Unione hanno mentito in campagna elettorale, assicurando che non sarebbero state ritoccate le aliquote Irpef.
Non solo a partire dai 75mila euro, le aliquote di tutte le fasce di reddito sono state riviste al rialzo. Sono 11 milioni i contribuenti colpiti dagli aggravi: i 9 milioni che hanno un reddito tra 15mila e 26mila euro passano dal 23 al 27% (tra i 26mila e i 28mila euro, invece, si cala dal 33 al 27%); un milione e mezzo di contribuenti che guadagnano tra i 28mila e i 33.500 euro passa dal 33 al 38% (tra i 33,500 e i 55mila si cala impercettibilmente, dal 39 al 38%); altri 600 mila contribuenti, con reddito tra i 55mila e i 75mila euro, passano da un'aliquota del 39 a una del 41%; infine, per i 250 mila compresi tra 75mila e i 100mila euro di reddito l'aliquota passa dal 39 al 43%. Questi ultimi, si è detto, sono solo l'1,5% dei contribuenti, ma ciò non fa che confermare il sospetto che centinaia di migliaia di contribuenti facciano di tutto per evitare di comparire in quest'ultima fascia. Quelli che vi rimangono, gli unici che per onestà o per obbligo subiscono il salasso, da questa rimodulazione vengono tartassati ancor di più, con il rischio concreto che comincino a chiedersi: "Ma chi me lo fa fare?".
Lo stesso Prodi ha ammesso che la soglia di un effettivo risparmio fiscale si colloca intorno ai 40mila euro lordi. Per i redditi inferiori l'aumento delle aliquote sarebbe compensato dalle detrazioni, mentre al di sopra dei 40 mila euro di reddito esse comunque non ripagano dei soldi sborsati per l'aumento dell'aliquota. Ma attenzione: vi dicono che quanti guadagnano tra i 1.500 e i 1.800 euro netti al mese risparmieranno tra i 43 e i 61 euro di tasse, sempre al mese, ma ciò vale solo per un lavoratore dipendente, con moglie e due figli a carico (sotto i tre anni). E per tutti gli altri? Aliquota più alta e detrazioni minime o inesistenti. [...]
Ai lavoratori ciò che viene restituito con la riduzione del cuneo fiscale viene in parte prelevato con l'aumento dei contributi, che colpisce tutti: 3 punti percentuali per i parasubordinati, 2 per i milioni di lavoratori autonomi, e uno 0,3% per tutti i dipendenti. Viene innalzato al 20% il prelievo su Bot, plusvalenze azionarie e compravendite di titoli. Anche ai redditi da affitto verrà applicata un'aliquota del 20%, ma non si vede come questo aumento dovrebbe favorire l'emersione contro gli affitti in nero. Diviene obbligatoria, senza distinzioni per zona, la polizza anti-calamità sulla casa, con relativo effetto distorsivo, come già l'obbligatorietà della Rc auto, del mercato assicurativo a danno dei consumatori.
[...] Oltre a questa gran massa di aumenti fiscali, ciò che è più grave di questa Finanziaria è che non prevede - nonostante il Governo si fosse impegnato con il Parlamento nel Dpef - riforme strutturali e incisive della spesa pubblica in nessuno dei quattro pilastri fondamentali: pubblico impiego, pensioni, enti locali, sanità. I sindacati vedono raddoppiati, rispetto al «tetto invalicabile» posto inizialmente da Padoa Schioppa, i fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, ancora da negoziare. Invece di licenziare i «fannulloni», il Governo prepara aumenti di stipendio a pioggia, in alcun modo legati alla produttività.”

 

Per riallacciarsi alla tematica di apertura, va aggiunto solo che lo sparuto “mercatismo di sinistra” – professato da radicali, popolari margheritini e destra Ds sotto l’egida del comune idolo Francesco Giavazzi – si richiama sì all’utilizzo di strumenti giusti, ma per i motivi sbagliati. Motivi di sinistra che, semplificandone il tracciato argomentativo per ragioni di sintesi, convergono sulla convinzione che diminuire le tasse, combattere l’inflazione e agevolare l’iniziativa individuale siano misure funzionali a “stimolare i consumi”, agendo quindi sul lato della domanda. Cioè ad intervenire sulle dinamiche macroeconomiche in completa unità d’intenti col social/Keynesiano Visco, il quale tassa i padroncini e abbatte il cuneo fiscale con lo stesso obiettivo. Occorre sgomberare il campo dal suddetto equivoco una volta per tutte: l’effetto Laffer, conseguenza pratica delle teorie di economisti come Von Mises, Von Hayek e Milton Friedman, ha lo scopo di incentivare l’offerta.
Abbassando la pressione fiscale anche e soprattutto sui quintili di reddito numericamente più esigui ma quantitativamente più elevati, sciogliendo nel contempo l’abbraccio mortale tra padronati industriali e cartelli sindacali, un’azione politica siffatta si prefigge di agevolare il capitalista nell’offrire lavoro e nel reinvestire gli utili netti, ma non solo. Essa vuole anche spingere il dipendente ad offrire più forza lavoro, meglio remunerata e maggiormente protratta nell’arco della giornata lavorativa e della vita professionale. Senza contare lo sviluppo della propensione al risparmio – vale a dire il contrario del consumo immediato – che questo orientamento politico punta a favorire. Il motivo del perché tale piattaforma economica, storia degli ultimi trent’anni alla mano, sia stata sposata nella totalità dei casi dal polo conservatore sta tutto nell’agile riepilogo dei suoi fondamentali.
Uno stimolo della domanda, d’altro canto, si può ottenere anche con strumenti di minor costo sociale iniziale della deregulation – abbassando i tassi nominali d’interesse, ad esempio. Ma sempre – e qui casca invariabilmente l’asino per le sinistre di ogni ordine e grado – con l’infausta conseguenza di generare spinte inflazionistiche. Perché la domanda deve essere conseguenza di un accrescimento dell’offerta, non viceversa. Il taglio del cuneo fiscale, nella fattispecie, viene ripartito alle imprese per il 60% e ai lavoratori per il 40%, con un duplice risultato.
Primo, si premia l’industria adoperando il criterio della stazza, variabile spesso campata su molteplici rendite di connivenza col potere sindacale e politico; per di più mentre il comparto imprenditoriale di grosso calibro non manifesta la benché minima intenzione o capacità di incrementare il valore aggiunto dei suoi asset. Secondo, si aumentano le retribuzioni nette dei dipendenti mantenendo invariata la loro produttività. Non ci vuole un premio Nobel per individuare un focolaio di inflazione in un intervento del genere. L’accresciuta domanda, oltre che sull’andamento dei prezzi al consumo, si scaricherà anche sul commercio con l’estero, specialmente con le economie emergenti. Più tasse, più inflazione, ma anche più Cina per tutti, dunque. Io sarei d’accordo – al netto di una politica commerciale attivamente impegnata a far rispettare poche, chiare regole di base, naturalmente – ma, a quanto mi risulta, gli indirizzi programmatici dell’Unione erano altri. Forse qui basta dire “più balle per tutti”, per capire come gira l’antifona.
Stamattina apprendiamo tutti con sollievo che Visco e Padoa-Schioppa promettono di abbassare le tasse dal 2008. Riprendendo uno dei leitmotiv umoristici che il barzellettiere Rutelli amava spendere nell’agone preelettorale di Ballarò, si potrebbe rispondere loro: e noi, allora, vi votiamo nel 2008.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Economia Destra/Sinistra Sinistra italiana

permalink | inviato da il 3/10/2006 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


sfoglia     settembre        novembre
 


Ultime cose
Il mio profilo



11 Settembre
1972
2twins/M&A
Accessibile
A Conservative Mind
Aislinn
Alef
Alessio Guzzano
Alexandra Amberson
Astrolabio
Atroce Pensiero
Azioneparallela
Benedetto Della Vedova
Bernardo
Bioetiche
Bourbaki
Broncobilly
Cadavrexquis
Calamity Jane
Camillo
Cantor
Carlo Panella
Carlo Scognamiglio
Carlo Zucchi
Ce lo dice Hillman
Climate Audit
Coast2Coast
Crossroads
Davide Giacalone
David the Gray
Daw
Deborah Fait
De Libero Arbitrio
DestraLab
DMC (un amico di vecchia data)
El Boaro
Face the Truth
ffdes
Filosofo austro-ungarico
Freedomland
From being to becoming
Germany News
Gianni Pardo
Giorgio Israel
Giovanni Boggero
Giovanni Maria Ruggiero
Giulia NY
Green Report
Greg Mankiw
Happy Trails
Harry
House of Maedhros
Hugh Hewitt
Ideas Have Consequences
Il blog dell'Anarca
Il bosco dei 100 acri
Il Castello
Il Filo a Piombo
Il Megafono
Il piccolo Zaccheo
Il Politico
Ingrandimenti
In Visigoth
Ipazia
Italian Libertarians
JimMomo
Joyce
Karamazov
Karl Kraus
Krillix
L'apota
La Cittadella
La Pulce di Voltaire
La voce del Gongoro
Le Guerre Civili
Lew Rockwell
L'estinto
Lexi
Liberali per Israele
Liberalizzazioni
Lino Jannuzzi
Little Green Footballs
Lo PseudoSauro
Lo Schiavo
Lo straniero di Elea
L'Ussaro
Macromonitor
Mario Sechi
Marco Taradash
Massimo Fini
Mau
Michael Ledeen
Miss Prissy
Mondo Ingegneri
Napoli Viva
Neocon Italiani
Ne quid nimis
Noise from America
Numendor
Oggettivista
Orpheus
Otimaster
Paolo Longhi
Parbleu!
Passaggio al Bosco
Pensiero Conservatore
Perla Scandinava
Phastidio
Principessa Lea
Processi di mercato
Realismo Energetico
Riflessioni di un Conservatore
Robinik
Schegge di Vetro
Snow Crash
SocraticaMente
Starsailor
The Mote in God's eye
The Right Nation
Topgonzo
Ultima Thule
Valentina Meliadò
Ventinove Settembre
Walking Class
Watergate
Wellington
Wind Rose Hotel
Zamax
Zona Franca


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom