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Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





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Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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29 gennaio 2006

Munich

Era il 1993 quando Steven Spielberg decise di raccontare al mondo intero la storia di un giusto tra i tedeschi, Oskar Schindler, che seppe vedere nell’annientamento programmato di un popolo in esilio tutta l’atroce efficienza di una giustizia codificata esclusivamente attorno all’idea totalizzante di stato-nazione. Gli ebrei, che all’epoca dell’Olocausto non disponevano ancora pienamente del loro “focolare nazionale”, erano vittime di una logica nazionalistica portata alle estreme conseguenze. In un’Europa hegelianamente persuasa dell’impossibilità di concepire il bene e il male, se non all’interno di un contenitore nazionale che garantisse l’autenticità storica di un’esistenza collettiva, un popolo senza patria finì quasi per essere estromesso dalla Storia nell’indifferenza generalizzata. Al di là della Storia e del Diritto - per i motivi rapidamente esposti sin qui - si è pertanto ritenuta giustificata l’aspirazione ebraica ad uno stato nazionale.
Con Munich, Spielberg decide oggi di mostrare al grande pubblico il rovescio della medaglia. Il dilemma morale dell’impunità viene a ritorcersi contro i sicari arruolati dal governo di Israele per assassinare uno ad uno gli architetti dell’eccidio compiuto a Monaco nel 1972, nel quale un commando di Settembre Nero sequestrò e uccise undici olimpionici israeliani. Come consegnare i colpevoli di un strage terroristica alla certezza della pena, se né gli esecutori né i mandanti del crimine - anch’essi “senza patria”, cioè apolidi per causa di forza maggiore - si vedono obbligati a rispondere delle loro azioni ad un’autorità costituita? E ancora, se Golda Meir si fosse davvero appellata alla giaculatoria sui “compromessi” ai quali la civiltà deve rassegnarsi a scendere per poter preservare se stessa (le parole attribuite al primo ministro nel film, in realtà, non sono mai state pronunciate), sarebbe stata la sua, l’unica risposta possibile alla domanda precedente? La democrazia e la libertà, scegliendo di reagire ad un attacco armato, negano automaticamente se stesse?
Anziché azzardare una risposta il più possibile matura ed equilibrata a questi brucianti interrogativi, Spielberg e la sua coppia di sceneggiatori (Tony Kushner e Eric Roth) inscenano una riflessione che costeggia i labili confini tra le molte anime della testimonianza audiovisiva. In pratica, tutto il film procede su una doppia linea simbolica, sviluppando il tema della presa di coscienza su due piani paralleli, mediatico e psicologico. Così, mentre il documento filmato in presa diretta - i reportage giornalistici della strage dal villaggio olimpico e dall’aeroporto di Monaco - incorpora il controllo degli accadimenti diventando cinema, il mero compimento di una missione - inizialmente giustificata sulla scorta delle informazioni e delle sensazioni della prima ora, giocoforza poco ponderabili - incontra il dissidio etico e si trasforma in coscienza critica.
Meglio sarebbe stato concentrarsi maggiormente sui fondamentali e solo successivamente sui livelli di lettura aggiuntivi, perché i risultati ottenuti da Spielberg con Munich rappresentano due volte un fallimento. In primo luogo perché una sceneggiatura, per poter reggere una lettura in controluce tanto raffinata, deve presentarsi impeccabile sia sotto il profilo scritturale sia sotto quello storico e politico. E non è davvero questo il caso, dato che lo svolgimento della vicenda esibisce crepe vistosissime già dopo la prima mezz’ora, allorché appare dal nulla Luis, emissario di un improbabile gruppo spionistico francese che agisce senza referenti fissi. Lui fornisce i nomi dei ricercati con relative ubicazioni, gli israeliani vanno e uccidono. Il ruolo giocato da questa agenzia di “intelligence spontanea” è dunque di primaria importanza nello smistamento dei protagonisti verso le tappe della rappresaglia (quasi sempre capitali europee, ricostruite col massimo dell’oleografia turistica). È per questo motivo che la sua messa in scena lascia letteralmente allibiti: una specie di cooperativa rurale dello spionaggio, con tanto di patriarca sentenzioso e bimbi in cattività. Rimane un mistero chi siano costoro, da dove prendano informazioni tanto riservate, perché i servizi segreti internazionali non li tengano costantemente monitorati. Il che getta l’ombra della fantapolitica direttamente su Vengeance, il romanzo di George Jonas da cui è tratto il film. Oltre a questa carenza marchiana ci sono i piccoli particolari mancanti, come accade per il trasloco della moglie e della figlia di Avner (Eric Bana, il protagonista) a New York, palesato da un momento all’altro e senza che la donna – lì per lì molto restia a lasciare Israele - abbia modo di spiegarne le ragioni.
Meritano poi un capitolo di considerazioni a parte tutti i risvolti storico-politici presenti nella trama, e il modo in cui l’intreccio li veicola. Praticamente tutti i dialoghi politicamente sensibili che coinvolgono Avner (specialmente quello con la madre, la quale afferma che Israele, dopo l’Olocausto, deve esistere “a qualsiasi prezzo”) lasciano trasparire l’antisionismo professo di Tony Kushner. Il film indulge abbondantemente alla mistificazione storica secondo cui lo stato d’Israele costituirebbe una sorta di “risarcimento in solido” della Shoah, riconosciuto agli ebrei sulla pelle dei popoli arabi incolpevoli. Curioso come sia proprio una trimurti di coautori ebraici (Spielberg, Kushner, Roth) a sostenere esplicitamente questa erronea tesi, peraltro fino a qualche giorno fa rinverdita anche dalle sparate del presidente iraniano Ahmadinejad. Strano che tre personalità di tale rilievo ignorino davvero che la costituzione di un focolare nazionale ebraico in Palestina fosse stata sancita già nel 1917, con la Dichiarazione Balfour. E che la presenza di ebrei in loco superasse le 450000 unità già nel 1939. E che, sul finire degli anni ’30, il Gran Muftì di Gerusalemme (incidentalmente zio di Yasser Arafat) arruolasse ausiliari da affiancare alla Wehrmacht in funzione antigiudaica.
Il secondo ordine di fallimento discende in linea diretta dal primo, perché un impianto scenico tanto deficitario non può non ripercuotersi sul livello di lettura più “interno” che questo film ha preteso di conferirsi senza saper lavorare sulle fondamenta. Il filo conduttore “catartico” che attraversa il film, descritto per sommi capi qualche riga più su, avrebbe la necessità di dispiegarsi coerentemente con le immagini e i suoni incisi sulla pellicola. Invece la sintassi filmica prediletta da Spielberg non riesce mai veramente a staccarsi dai cliché del documentario a sfondo pedagogico, laddove la fotografia e certe zoomate veloci, più che calare lo spettatore in atmosfere visive anni ’70, imprimono all’insieme una forte fisionomia da “immagini di repertorio”. Allo stesso modo, l’elaborazione etica e introspettiva di Avner - scandita dai tre flashback del massacro di Monaco che lo assalgono sotto forma di incubi - sembra causata più dai drammatici contrattempi che insanguinano la sua missione che non dal naturale affioramento di percezioni inizialmente inconsce. Se fosse andato tutto liscio, viene da pensare, non ci sarebbero state titubanze o paranoie da parte sua.
Per cui, dietro una cortina di preziosismo ipertestuale, si nascondono molte incertezze di contenuto servite, com’è tipico di Spielberg in questi casi (la mente corre ad Amistad), dietro abbondanti dosi di didascalismo melenso. E deleterio: per ostentare equanimità, regista e sceneggiatori fanno precedere ogni assassinio mirato da una breve carrellata sulla vita e sulla personalità della vittima designata, umanizzandola a scapito degli undici morti israeliani – i quali muoiono senza che di loro venga fornita la benché minima caratterizzazione. Inoltre lo scorcio finale sul profilo di Manhattan, con le Torri Gemelle ad indicare un futuro popolato di carnefici l’un contro l’altro armati, scambia gli addendi del problema con una certa malafede. Perché Munich racconta di una rappresaglia sofferta e legittimamente discutibile, mentre noi oggi facciamo i conti con l’eventualità di attaccare prima di essere colpiti. Cioè con problematiche inverse e speculari. Particolare nota di demerito spetta infine alle scene di letto, davvero fuori luogo in un film come questo. Specialmente la seconda e ultima, alternata al terzo incubo-flashback con una sequenza in simultanea, rimane impressa per la bassissima statura dell’espediente adoperato (didascalia: chi uccide per vendetta rimane menomato a vita negli affetti).
In definitiva, Munich è il suggello più appropriato a questo annus horribilis spielberghiano...




27 gennaio 2006

Il sofferto capolavoro di Arik

Si parlava appena una settimana fa di come la netta frattura tra valori professi e introiti materiali, con tutta probabilità figlia della “simbiosi tra opposti” instauratasi sotto la falsa antitesi di gnosticismo e materialismo, sia all’origine della vuota retorica moralista regolarmente ammannita dagli eredi delle ideologie illiberali. Tema peraltro ripreso dall’enciclica papale dell’altro giorno, con cui il pontefice ha ribadito il rifiuto cristiano della dialettica tesi/antitesi/sintesi come chiave formale per la piena comprensione del principe tra i “valori idealizzabili”, cioè l’amore. Eros o agape, sesso o sentimento? Metterla in questi termini, dice in un certo senso il Papa, significa già mettere un piede nell’inganno neopagano.
Facendo scorrere una carrellata sui valori più gettonati nell’agone politico, non può non emergere quello maggiormente strumentalizzato dopo il crollo delle due torri newyorchesi: la pace.
Eterea, impalpabile, agitata come un idolo totemico, la nonviolenza si è imposta all’interno del dibattito pubblico alla stregua di uno spauracchio antipolitico, sempre e comunque a prescindere dalla sua effettiva messa in pratica da parte di ciascuno. Senza timore del paradosso, i suoi zelanti (zeloti?) sostenitori l’hanno brandita come una clava da suonare sul cranio di avversari destituiti di ogni considerazione, perfino sottilmente disumanizzati a priori. Non una lezione di vita, non un codice comportamentale da testimoniare in prima persona - magari dimorando proprio in quell’Amore maiuscolo a cui si riferisce la Deus Caritas est.
Perciò tutti a compitare giù per terra il fumettone dei buoni e dei cattivi, per lo più trasformati in feticci incorporei e caricaturali: il cowboy Bush, il novello Epulone Berlusconi, il bugiardo Aznar, il reprobo Blair. Ultimo solo per comodità di esposizione, manca ancora quel boia di Ariel Sharon - ossia il più bersagliato, tra tutti gli statisti condannati e disinvoltamente riabilitati presso il cenacolo di soloni che certifica la sana e robusta costituzione democratica di chicchessia.
Se giudicato snocciolando archetipi puerili - prima lo spietato guerrafondaio, poi l’angioletto pacifista - il suo profilo dell’ormai ex leader israeliano risulta schizofrenico e contraddittorio, come solo una realtà filtrata dai manicheismi materialisti sa essere. Per comprendere invece l’estrema coerenza strategica del suo disegno politico, attualmente in evoluzione senza il diretto apporto dell’interessato, occorre considerare l’alta politica sì come una serie di tappe “etiche”, ma sempre da raggiungersi scendendo a patti con l’umana arte del compromesso. Non esiste vera pace senza prima averne garantito la concreta difendibilità, finanche tramite il ricorso alle armi, sembra dirci Arik dal suo capezzale.
Il risultato delle elezioni palestinesi, a sorpresa largamente favorevole (con 76 seggi su 132) al braccio politico dei terroristi di Hamas, annuncia al mondo l’impermeabilità del fondamentalismo islamico all’elegante determinismo dei “valori ideali”. Liberati dall’occupazione con un piano di disimpegno unilaterale appena agli inizi, i palestinesi hanno incassato con un plebiscito integralista quella che evidentemente a loro è sembrata una resa in battaglia. Per fortuna Israele non si è gettato nel buio, ma ha avviato il ritiro dai Territori solo dopo essersi adeguatamente coperto le spalle sul piano strategico (con l’edificazione del muro di difesa, ad esempio). Per fortuna adesso la comunità internazionale - messa di fronte all’evidenza che il paradigma politicistico “li libero e li sovvenziono, così loro poi si calmano” non funziona dappertutto – si trova costretta ad alzare la guardia nei confronti di possibili svolte autoritarie in Palestina, e quindi ad attuare tutte le contromisure economiche e diplomatiche del caso.
Non ci sono più scuse o giustificazionismi possibili, adesso, per silenziare le ragioni di Israele: il capolavoro di Sharon è di aver saputo indurre anche le anime belle più refrattarie a guardare in faccia la nuda realtà di una pace che, anche nelle migliori ipotesi, sarà solo tra nemici.


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23 gennaio 2006

I segreti di Brokeback Mountain

Mentre osservava i suoi valorosi militi fiumani rompere le righe mano nella mano, Gabriele D’Annunzio, ben lungi dallo scandalizzarsi, esprimeva soddisfazione. “Guarda i miei soldati! Se ne vanno a coppie, come nella legione tebana!”, commentava estasiato il Vate. Già, la legione tebana. A dispetto delle molte ridicole caricature che si sentono solfeggiare in proposito - soprattutto sulla bocca degli intellettualoidi che colorano di ribellismo antiborghese la mentalità e le abitudini tipiche di contesti culturali lontanissimi dal nostro - i costumi sessuali greco-romani si limitavano “solo” a promuovere senza troppi complimenti la distinzione tra sessualità e famiglia. Laddove la dimensione matrimoniale forniva il luogo destinato alla riproduzione “civilizzata” (cioè garantiva un minimo di criterio per l’attribuzione della paternità), il concubinato arricchiva gli affetti extrafamiliari nel connubio tra amplesso e virtù intellettuale. E si consumava nella stragrande maggioranza dei casi tra uomini semplicemente perché, all’epoca, il quoziente intellettivo femminile non doveva godere di grandissima considerazione presso gli esteti dell’amor guerriero. Altro che progressismo ante litteram, altro che femminismo in nuce. Anzi, era proprio la patente accettazione della diversità tra i molti livelli dell’erotismo che impediva anche solo di concepire una loro equiparazione a norma di legge  - infatti, eccettuati i lazzi di Nerone, non si ha notizia di alcun matrimonio gay celebrato nell’antichità.
La corretta messa in scena del “milieu erotico” appena descritto, al cinema, è merce rara. Unica nota positiva ravvisabile in Alexander di Oliver Stone, al contrario l’ignoranza del concetto di “omoaffettività” copre ulteriormente di ridicolo un kolossal semiserio come Troy (in cui Achille e Patroclo diventano pudicamente cugini).
Ebbene, con Brokeback Mountain (Leone d’oro a Venezia e pluripremiato ai Golden Globes di lunedì scorso) la settima arte guadagna una pietra miliare assoluta, per quel che riguarda il racconto dell’amore gay sul grande schermo. Complice l’impeto inarrestabile di un’alchimia esplosa tra le vallate del Wyoming, i cowboy Jake Gyllenhaal e Heath Ledger - moderni opliti nella nazione erede di Sparta, Atene e Gerusalemme - si scoprono capaci di una passione che riecheggia l’abbraccio tra Achille e Patroclo, tra Alessandro ed Efestione. Anche dopo aver imboccato con risolutezza la strada della normalità matrimoniale, infatti, per entrambi l’adulterio clandestino rimane l’unico appuntamento da attendere col fiato sospeso, tra i molti obblighi di facciata imposti dall’insieme di convenzioni sociali marchiate sulle due facce  - civiltà e ipocrisia - della stessa medaglia antropologica.
Una regia volutamente essenziale evita di succhiare tensione al dramma di due innamorati in costante attrazione, ma separati per scelta; le sobrie inquadrature esplorano abbracci forzuti e camicie stropicciate, fino ad addentrarsi in un coito traumatico, al limite della rissa, posto a suggello di una sensualità scoperta all’improvviso e sempre vivace, mascolina, giovanile. La vicenda amorosa si snoda lungo vent’anni di quotidianità - simulati con l’invecchiamento palesemente “da camerino” dei protagonisti (niente cerone a Ledger e un po’ di grigio sulle tempie di Gyllenhaal) – durante i quali l’impossibilità di coronare nella pienezza familiare un sogno d’amore assume sempre più le forme e i contorni di una gabbia di “forza maggiore” dolente e disperata.
La sottotrama riservata alla seconda relazione etero di Ennis (Ledger) e un finale un po’ slabbrato sottraggono forse compattezza all’insieme, ma non fanno che intaccare a malapena un’avventura di formidabile temperamento drammatico e, in un paio di frangenti, perfino visionario (Jack/Gyllenhaal che si addentra nell’oscurità di un vicolo in compagnia di un viado messicano; l’epilogo in flashback in bilico tra verità e immaginazione). Il film s’azzarda a raccontare una realtà complessa, sicuramente antipatica (almeno stando a quel che ho letto in giro) ai fautori di una visione stereotipata dell’omosessualità e degli omosessuali, in cui trionfano le mossette frocie di checche tremebonde e cagasotto, condannate più o meno geneticamente ad un’unica alternativa “di letto” sin dalla nascita. Diciamo che c’è poca trippa, per i “gatti” che vagheggiano di trasformare il mondo in un mosaico di ghetti etnico-sessuali ermeticamente sigillati; mentre al film di Ang Lee si possono attingere le radici di un realismo salubre e sofferto, di cui Dio solo sa quanto bisogno si senta di questi tempi. Se l’antifona non riesce gradita, comunque, c’è sempre Almodòvar.
Direi che se non dovesse essere Oscar questo, sarebbe lecito ritirare ogni rimasuglio della pur scarsa fiducia ancora riposta nell’Academy losangelina.




20 gennaio 2006

Ipocralismi (ipocrisie e moralismi)

Gli ultimi sviluppi relativi alle indagini sul tentativo di scalata a BNL da parte del gruppo Unipol, notoriamente emanazione dell’arcipelago cooperativo rosso, permettono di farsi una vaga idea della rete di connivenze che avrebbe consentito - condizionale d’obbligo, stante in questo come in qualunque altro procedimento giudiziario la presunzione d’innocenza - alla classe dirigente di area postcomunista di arricchirsi e di scaricare su cordate “altolocate” le sue sofferenze finanziarie. Senza pretendere di trovare qui il bandolo di un intreccio che gli stessi inquirenti hanno appena iniziato a srotolare, mi limito solo a riepilogare velocemente gli elementi probatori acquisiti all’interno dei due principali filoni d’inchiesta attualmente in corso.

La tanto chiacchierata provvista da 48 milioni di Euro equamente spartita tra Giovanni Consorte e il suo vice Ivano Sacchetti, originariamente depositata a Montecarlo e poi trasferita su un conto corrente milanese grazie allo scudo fiscale tremontiano, sarebbe pari all’importo versato a suo tempo ai due “furbetti rossi” dalla Hopa di Chicco Gnutti per retribuire una consulenza finanziaria. Tale prestazione avrebbe aiutato l’affarista bresciano a rinegoziare nel 2001 i titoli Olivetti-Telecom venduti dalla Hopa a Tronchetti Provera in luglio, cioè alla vigilia del crollo delle borse in seguito all’11 settembre. Ad insospettire gli investigatori è il blocco completo del fondo milionario, rimasto stranamente infruttuoso e intoccato per cinque anni. Singolare, per un deposito teoricamente nella piena disponibilità degli intestatari - e che intestatari: due così coraggiosi “capitani”, in condizioni normali, non si sarebbero lasciati scappare per alcuna motivo la possibilità di lucrare sopra tanto bendiddio.

Gli osservatori - tra cui spicca l’inviato speciale del Tg5, Andrea Pamparana - azzardano varie ipotesi in merito, la più interessante delle quali attribuisce alla provvista incriminata il ruolo di fondo di garanzia per ottenere una linea di credito estero su estero in qualche paradiso fiscale, esentasse e appannaggio di attori (politici?) occulti. I magistrati milanesi starebbero centellinando gli interrogatori a Consorte (ascoltato una volta sola) e a Sacchetti (mai convocato) in attesa di sferrare il colpo decisivo all’intera struttura organizzativa implicata nel maneggio di cui sopra.

Ieri i legali di Consorte hanno annunciato querele contro chiunque faccia riferimento alla presenza di altri conti correnti illeciti intestati all'ex presidente di Unipol. Chissà quali provvedimenti prenderanno allora contro Peter Gomez e Vittorio Malagutti, oggi alla ribalta sull’Espresso con un’inchiesta - intitolata “I signori trecento milioni” - che squaderna per filo e per segno le agevolazioni creditizie con cui la Popolare di Lodi (cioè Giampiero Fiorani) avrebbe coperto i temporanei ammanchi multimilionari generati da una colossale operazione di insider trading datata 2003. Condotta manco a dirlo da Consorte e dal suo vice su obbligazioni Unipol, plusvalutate artatamente le quali si sarebbero reperite le risorse economiche sufficienti a ristrutturare i debiti dei Ds, all’epoca pesantissimi.

Notizie di dominio pubblico, naturalmente, che ho potuto riassumere semplicemente assemblando le notizie apparse sui maggiori organi d’informazione (oltre a quelli già citati, ci sono anche il solito Foglio e il Corriere) da una quindicina di giorni a questa parte. La sinossi torna utile per affrontare un tema potenzialmente vastissimo, se raffrontato con il clima culturale prevalente oggigiorno, anche e soprattutto una volta varcati i confini della politica politicata.

Mai come in seno alla nostra (post)modernità sgravata dal peso della ricerca “finalistica”, cioè animata dalla convinzione che la fenomenologia converga verso un approdo terminale di significato univoco e trascendente, si è infatti imposto il divorzio tra i valori (gli ideali) e gli interessi (i profitti materiali). In pratica, salta agli occhi l’eterogenesi dei fini che attraversa un’epoca sorta reclamando l’emancipazione dalla teleologia e dalla metafisica, viste come inutili e superstiziosi relitti dei vecchi tempi, in cui però trionfano il conformismo e il moralismo più ipocriti e dilaganti. I “valori”, per non doversi corrompere sotto forma di “convincimenti professati” nell’agone della vita quotidiana, ossia per non dover assumere al proprio interno alcun fondamento veritativo, si ritrovano confinati in un empireo astratto e intangibile. Sussistono senza aspirare alla concretezza, idoli totemici di un universo relazionale sommamente “morale” nelle intenzioni e tristemente strabico negli esiti. Ridotti quindi a polarità idealizzate e sottratte alla materialità - ecco il paradosso! - diventano infine leve del comando, strumenti per sottomettere le masse al gretto materialismo del potere.

Capita perciò che i timonieri più in vista del vivere associato siano costretti a praticare una doppia morale. Si fa ma non si dice: Fassino e D’Alema vengono messi sotto accusa non tanto per i patrimoni che possiedono (case coloniche e barche a vela), quanto per aver tradito un’idea sommamente perfetta e immacolata di morale. Ovvero per essersi macchiati di una colpa gravissima, presso la molle intellighenzia gnosticheggiante tanto in auge oggidì: quella di aver voluto applicare un’idea e un valore alla militanza concreta tramite la contrattualità del dare e dell’avere, unica possibilità a disposizione degli individui liberi per mettersi in relazione (“in dialettica”, direbbe il materialista) l’un l’altro. In ultima analisi, il peccato originale che pende sulle nostre teste è proprio di essere umani, cioè di dover intingere nel male carnale la verginità delle nostre idee-guida o, viceversa, di sapere trarre del bene anche dall’azione più abietta. Com’è lontano l’orizzonte laico di retribuzione dell’errore o, all’opposto, di messa a frutto di una moralità vincente; com’è altrettanto distante la prospettiva cristiana (ma laicizzabile) di pacifica e trasparente “fertilizzazione” delle contraddizioni dell’Essere.

Il materialismo anti-finalistico doveva liberarci dalla schiavitù della Verità ontologica: ci ha ricondotti all’arcaica lotta per la vita sotto l’arco teso tra l’inconciliabile dialettica tra concretezza e idealità. In simili condizioni niente è ciò che sembra, tutto ha un risvolto di ipocrita moralismo, ogni apparenza nasconde un mistero iniziatico. Colpa delle ideologie totalitarie che, seppure sconfitte sul piano storico, riecheggiano in ambigui strascichi rivoluzionari duri a morire (vedi spiacevoli novità come il transumanismo). Ma sempre contraddistinti dall’odio per una umanità malfatta e bisognosa di rigenerazioni pianificate.

Restituire cittadinanza alle cause formali e finali, al contrario, anche solo per riempire convenzionalmente di significato l’avventura della conoscenza, permette ad un tempo di temperare il libero scambio e di promuovere in totale trasparenza la propria moralità di riferimento.

Dal vago idealismo alla vita vissuta il passo è breve: basterebbe autodisciplinarsi alla realtà. E arrendersi alla tragica umanità di valori come la Pace, la Giustizia, la Libertà che, laddove si siano parzialmente (umanamente) perseguiti, hanno spesso odorato di sangue, non di linda purezza.




16 gennaio 2006

The new world - Il nuovo mondo

L’annata cinematografica si apre con un’amara delusione, ancor più bruciante - oltre che spiacevole in sé e per sé - perché arriva dalla macchina da presa di un regista-culto, il Terrence Malick de I giorni del cielo e dell’indimenticabile La sottile linea rossa. L’idea di tirare sassate (giocoforza inoffensive) ad un simile gigante mi alletta ben poco, specie dopo i mesi trascorsi nella spasmodica attesa di questa rivisitazione del triangolo amoroso tra Pocahontas, John Smith e John Rolfe, ma s’impone su tutta la linea.
Vediamo di capirci: come spesso capita con i “grandi autori”, anche in questo caso il problema non consiste tanto nell’esaurimento completo e improvviso di una vena creativa o di una tipologia espressiva caratteristica, quanto nel loro impiego in dosi esagerate e stucchevoli, anche a scapito dei fondamentali. Malick, ad esempio, coltiva da sempre una maniacale predilezione per la luce solare non “addizionata” con sorgenti luminose artificiali; un pallino che gli dev’essere costato il silenzioso malocchio di tutti i direttori della fotografia coi quali ha collaborato, puntualmente costretti ad un doppio (se non addirittura triplo) lavoro. I risultati, però, ripagano di tanto sforzo, consegnando alle pellicole degli scorci naturali sorprendentemente vividi e palpitanti. Un lodevole tocco di perfezionismo, certo, ma quando è troppo è troppo. In The new world (apro un inciso per ringraziare la distribuzione italiana del provvidenziale sottotitolo aggiuntivo) gli stacchi paesaggistici coprono a occhio e croce un terzo della durata del film, peraltro allungando un brodo già eccessivamente annacquato.
Molti altri degli accorgimenti visivi e narrativi tipicamente sfruttati da Malick (la voce fuori campo in funzione “esistenziale”, le brevi ellissi di montaggio, le prolungate sequenze prive di dialogo) sconfinano qui nel reiterato esercizio di stile. Al “diario narrante”, declamato da Smith prima e da Rolfe poi con ossessionante e ingiustificata frequenza, si alterna il flusso di coscienza a ruota libera della principessa indiana. Una scheggia metaforica partita dall’incontro-scontro tra due civiltà agli antipodi - razionale e metodica la nostra, istintiva e sensuale la loro? Speriamo di aver capito male, tanta retorica zuccherina avrebbe conseguenze potenzialmente fatali sulla nostra glicemia. Oppure, ancora: dopo che Pocahontas viene ripudiata dal padre, nel cielo notturno una minuscola stellina solitaria fronteggia la luna calante. Allegoria della solitudine patita nell’ostracismo tribale? Saremmo dalle parti della peggior Susanna Tamaro.
Il guaio è che nemmeno la più raffinata invenzione di linguaggio, in assenza di precisi elementi filmici portanti, riesce a rendere appetibile una scatola vuota, per quanto sofisticata. The new world non solo manca di una sceneggiatura davvero organica e strutturata a regola d’arte (la storia si svolge saltando di palo in frasca tra avvenimenti spesso slegati tra loro, nella totale incapacità di trasmettere lo scorrere dei tempi scenici), ma, incredibile a dirsi, fallisce nel suo compito principale, cioè nel saper ruotare attorno ad una trama amorosa degna di tal nome.
Se John Smith e Pocahontas mancano della benché minima parvenza di alchimia, infatti, meglio sorvolare del tutto sul “ripiegamento” dell’indiana su John Rolfe, maturato talmente malvolentieri da scoraggiare il più focoso dei pretendenti. Aggiungiamo all’insieme una prestazione complessiva del trio di protagonisti (con particolare riferimento a Colin Farrell) tutt’altro che sfolgorante, e il giudizio si delinea impietosamente.
Per non essere ingeneroso, devo comunque riconoscere che le azioni di gruppo funzionano abbastanza bene, e che è un vero piacere ammirare le belle fisionomie delle comparse indiane presenti nel film, di stirpe Kiowa, Lakota, Seminole e Powahtan. Ma al tramonto, si sa, anche l’ombra del nano si allunga: pochi aspetti di buon livello spiccano con troppa facilità, se inseriti in un quadro generale tanto desolante.
La lista dei favoriti all’Oscar, risultati di critica e di botteghino alla mano, perde in dirittura d'arrivo una delle sue teste di serie annunciate. La sfida sembra quindi sempre più avviata al ballottaggio tra Brokeback Mountain e Good night and good luck.


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11 gennaio 2006

La Verità su Tolkien – Perché non era fascista e neanche ambientalista

di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro

172 pp, Liberal Edizioni, € 18

 

Al tolkieniano maturo non può sfuggire il ruolo strettamente comprimario ricoperto dalla politica, specialmente se appiattita sulle meschine convenienze dell’attualità, all’interno della produzione letteraria del Professore per antonomasia. In essa, infatti, i risvolti più spiccatamente “politici” si mescolano all’insieme di parole universali - Bene e Male, Potere e Obbedienza, ineffabilità, lotta all’idolatria, Caduta, Sacrificio e Redenzione - attorno al quale ruota una narrazione di poderoso respiro epico e mitologico, piuttosto che allegorico o metaforico.
Eppure, forse proprio nella consapevolezza di essersi trovati ad analizzare un ciclo di opere ricche di tematiche immanenti ad ogni età dell’uomo, molti dei critici che hanno tentato una ricognizione nella galassia tolkieniana, spesso allevati in una temperie “decostruzionista” decisamente inadatta allo scopo, hanno anche affibbiato al suo demiurgo la casacca di questa o quella famiglia politica.
Trasformando così un confronto potenzialmente molto edificante in una grottesca tribuna elettorale, superficiale nelle premesse e approssimativa negli sviluppi, che s’insinua furbescamente tra gli spiragli logici connessi alle “molteplici applicabilità” della vicenda fantastica.
Del resto, se è la scarsa circolazione di quei presupposti filosofici e teologici, che sarebbero indispensabili per una corretta introduzione a Tolkien, la causa delle appropriazioni politiche indebite che ne hanno coinvolto l’opera, rimane valido anche il ragionamento inverso. Cioè che un guinzaglio ideologico troppo stretto conduce automaticamente sui sentieri interpretativi più aberranti.
Perciò, se l'anno scorso avevo salutato con gioia i modi e le forme del contributo offerto dai ragazzi di “Uno sguardo fino al mare”, ottimo auspicio sul fronte dell’esegesi pura, oggi non posso non accogliere con altrettanta soddisfazione questo “libello militante”, curato da una coppia di giovani che, nell’ambito giornalistico, inizia a godere di una certa notorietà. Abbeveratisi alle “ulmiche” acque del Lario e del Tigullio rispettivamente, Mingardi (1981) e Stagnaro (1977) mettono già da diversi anni la loro penna al servizio del liberalismo prodigandosi nella ricerca multidisciplinare e nell’attività pubblicistica, ultimamente sfociate nella direzione dei dipartimenti di “Globalizzazione e concorrenza” ed “Ecologia di mercato” presso l’Istituto Bruno Leoni di Torino.
Con questo pamphlet, nato dalla rielaborazione di una serie di saggi precedentemente redatti dagli stessi autori, i due saggisti non intendono assolutamente proporre una “introduzione a Tolkien” organica ed esaustiva sul piano scientifico e filologico, bensì una sfida alle politicizzazioni passate e presenti, che sappia restituire l’opera di Tolkien alla sua autentica traiettoria simbolica, superiore ai partiti e alla contingenza in generale. E se, come ricordavo all’inizio, è lo stesso Tolkien ad ammonirci che


“Ne Il Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini. [...] Direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio, due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità. [...] Potrei dire che se il racconto tratta di “qualcosa” (oltre che di se stesso), questo qualcosa non è, come tutti sembrano supporre, il “potere”. La ricerca del potere è solo il motore che mette in moto gli avvenimenti, ed è relativamente poco importante, penso. Il racconto riguarda principalmente la morte e l’immortalità, e le scappatoie: la longevità e la memoria.”(1)


nondimeno l’obiettivo di definire il pensiero politico dell’oxoniense deve necessariamente rifarsi alla sua visione di Potere e Libertà, almeno per com’è possibile estrapolarla dai numerosi scritti a nostra disposizione. Tale operazione conoscitiva, come si vedrà, conduce alla ricostruzione di un’estetica anarchica in senso conservativo e conservativa in senso cristiano.
Con i due rapidi capitoli iniziali (“Introduzione” e “Una vita normale”), il lettore può usufruire di un breve excursus sulla biografia di Tolkien e sulle variegate reazioni suscitate un po’ ovunque dall’avvento della sua opera. Impensabile, tuttavia, considerare l’infarinatura di cui sopra un valido sostituto alla lettura approfondita delle fonti letterarie: la funzione del doppio preambolo è di ripassare velocemente alcune notizie basilari. Così, repetita iuvant, si cattura l’inattualità della mitologia nel secolo delle avanguardie, della psicanalisi, della narrativa da laboratorio semiotico. E si torna sull’”eucatastrofe stilistica” scatenata da Tolkien, col rifiuto del racconto del “vero” introspettivo e il recupero del racconto dell’esistenza, fondato su grandi avventure che capitano a persone del tutto normali e non, viceversa, su storie banalissime interiorizzate da psicologie logorroiche e depressive.
Dopodiché si passa al primo dei tre atti che compongono il libro (“Un Anello per domarli”), che si propone a tutti gli effetti come la “pars destruens” di questo lavoro. Individuato nell’Anello il vero protagonista della vicenda, è pacifico inquadrarlo come l’esemplificazione strumentale del Potere Assoluto per eccellenza. Di conseguenza, sfruttando il viatico che deriva da una chiave di lettura del genere, si dipana una linea d’analisi basata sul raffronto dei malefici influssi esercitati dall’Unico sui personaggi che, di volta in volta, si trovano a cimentarvisi. “Il potere dà assuefazione - incapacità di rinunciarvi e, al tempo stesso, odio per la propria condizione - come una droga”(2). Dallo sconvolgimento causato nelle semplici personalità di Bilbo, di Frodo e financo di Sam (che rimangono “feriti” dal contatto con l’Anello e visibilmente sedotti dalla brama di potere, specie in procinto di separarsi dal loro “gingillo”), si passa alla completa corruzione psicofisica di Gollum, e ancora allo sdegnoso rifiuto opposto dai saggi (Gandalf e Galadriel) alle lusinghe del Dominio. Il tutto per formalizzare l’idea, ben presente negli scritti del Professore, che l’essenza del potere “ontologico” risiede nella volontà di potenza dell’uomo sull’uomo. Un potere che si manifesta come mera contraffazione dell’unica volontà creatrice originaria, in quanto riduce i suoi sottoposti a semplici oggetti.
Cose inanimate, sottratte alla ragione morale individuale. E’ nel suo epistolario che Tolkien, con il passaggio forse più di ogni altro stampigliato nel citazionismo monco e tendenzioso di casa nostra (maliziosamente dimentico delle chiose), chiarisce una volta per tutte il suo pensiero al riguardo:


“le mie opinioni inclinano sempre più verso l’anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe), oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha né poteri né diritti né intelligenza); e dopo avergli dato la possibilità di ritrattare, lo giustizierei se rimanesse della sua idea!”(3)


Anzi, “se potessimo tornare ai nomi propri sarebbe molto meglio. Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. Se la gente avesse l’abitudine di riferirsi al ‘Consiglio di Re Giorgio, Winston e la sua banda’, si farebbero dei grandi passi avanti e rallenterebbe questo pericoloso scivolare verso la Lorocrazia”.(4)


Laddove, in inglese, il neologismo “theyocracy” suona eufonico con “democracy”. Di nuovo, il motivo genuinamente “politico” dello spirito tolkieniano si esprime nella pretesa, da parte di alcuni uomini, di governare altri uomini tramite una sistematica “pianificazione centralizzata”, del tutto o in parte rivolta ad alterare la Realtà preesistente all’intervento dei pianificatori a oltranza. Obbedienza, consuetudine, dissimulazione: ma Tolkien, da insigne linguista quale era, sapeva benissimo che il potere si nutre anche di una subdola revisione del linguaggio sotto i confortanti veli dell’eufemismo e della perifrasi. E’ infatti nella Contea devastata da Saruman (“il filosofo che volle farsi re”, nell’arguta interpretazione di Mingardi e Stagnaro) che si riversa tutta l’idiosincrasia nutrita dal Professore verso qualsiasi deriva “statolatrica”. Nella fattispecie sintetizzata dalle sopraffazioni di un regime di stampo socialista; per giunta pepetrate nel cuore di quel nucleo comunitario (la Contea, per l’appunto) al quale Tolkien guardava come a un modello di perfetta convivenza. La terra degli Hobbit, un tempo isola di libertà organizzata come una piccola confederazione di “decumani”, si trova suo malgrado soggiogata dai piani agricoli, dalla proliferazione di regole innaturali custodite da gendarmi ad hoc, da un’industria sovrastante ed opprimente. In pratica, essa rimane ferita e sfigurata dalla riduzione dell’impeto creatore dei singoli a squallida ripetizione di meccanismi socio-politici a orologeria. Gli “spartitori” inviati da Saruman (maestro di inganni ammanniti con l’uso spregiudicato della retorica), più che spartire, raccolgono, e se ne vanno “in giro raccogliendo tutto per ‘un’equa distribuzione’: il che significava che loro prendevano tutto e noi niente”(5). Verrebbe da dire: come descrivere il portato del socialismo (e delle sue varianti “militarizzate”, fascismo e nazismo) in quattro e quattr’otto.
Attenzione, perché questo è un punto importante di discrimine: nell’universo di Tolkien si stigmatizza precisamente il potere “dell’uomo sull’uomo”, poiché un cristiano fervente come JRRT non avrebbe mai potuto negare la preminenza del genere umano sul resto del creato. Ecco perché il “nostro”, memore del monito biblico che recita “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”(6), non può assolutamente essere sospettato di simpatie ambientaliste. Sottolineando brillantemente questo dato di fatto, per i due saggisti diventa semplice rinvenire l’argomento con cui respingere ogni lettura paganeggiante o “evoliana” del testi tolkieniani. Infatti qualsiasi approccio ideologico a ISDA e al suo mondo costringe necessariamente ad eluderne il sottotesto monoteista, cristiano e cattolico. In un parola, trascendente: per cui sia il culto neopagano della “madre terra”, paventato dallo scrittore ambientalista Patrick Curry(7), sia l’animismo neognostico, adombrato da Gianfranco De Turris(8), sono totalmente estranei all’estetica tolkieniana. E spiace, a questo proposito, dover notare come anche Peter Jackson, per correggere molte delle “fratture sintattiche” venutesi a creare nella sua come in ogni operazione di adattamento, abbia optato per una riverniciatura a tinte verdi - sia pure di modesta portata. “Soggiogheremo il mondo con l’industria” (nel film, Saruman lo annuncia enfaticamente ai suoi) è una battuta che JRRT non si sarebbe mai neppure sognato di concepire, figuriamoci di mettere per iscritto.
Attribuire a Tolkien la volontà di prescindere dalla sua religiosità - della quale, per il vero, è profondamente impregnata tutta la sua produzione - equivale sempre a distorcere i tratti caratteristici della sua cosmogonia. La quale, paradossalmente, risulta in tal modo pervasa da un vago “politeismo precristiano” sia nelle conclusioni tratte dalla vulgata “ambientalista” sia in quelle della controparte “fascista”. Ad opposte (ma altrettanto ideologizzate) condizioni iniziali corrispondono quindi analoghi esiti: i “due Tolkien” sembrano essere praticamente la stessa persona.

Il secondo capitolo (“Il Medio Evo della Terra di Mezzo”) apre una parentesi nel flusso del saggio. L’intenzione degli autori è di ricondurre JRRT al suo “milieu culturale” di appartenenza: un composito mosaico di influenze medievaleggianti ispirato al decentramento feudale, visto come antidoto agli oligopoli collusivi scaturiti all’ombra dello Stato moderno e come motore di una società aperta e concorrenziale. A dire il vero questo proposito è perseguito con qualche soprassalto assai velleitario, nella sua impercorribilità pratica oggigiorno (il ritorno alla prassi del tirannicidio, ad esempio). Ma l’uscita dal seminato, con la scusa di fissare i riferimenti storici cari a Tolkien, permette a Mingardi e Stagnaro di rifrequentare i territori pubblicistici che amano esplorare correntemente in qualità di ricercatori. Praticamente solfeggiando un compendio di cultura libertaria.
E’ però nel terzo capitolo “maggiore” (“Un’epica cristiana”), che i due si trovano ad affrontare le ricadute filosofiche del loro ragionamento a tutto campo, che come s’è detto prende le mosse da un retroterra squisitamente economico e politico.
Sorprende come le tematiche d’approdo si riallaccino a quelle che il più “letterario” “Uno sguardo fino al mare” aveva come punto di partenza, quasi che un’esegesi completa dell’opus magnum tolkieniano ammetta un approccio palindromo. In sintesi, il Potere risalta nel suo carattere di “sintomo esteriore” - con varie modalità e gradazioni di nefandezza a seconda di chi lo manifesta - del dissidio interno che investe qualunque creatura decida di ribellarsi alla natura assegnatale dal disegno divino. Di fatto insorgendo contro la sua stessa “creaturalità”, cioè rifiutando i suoi vincoli naturali costitutivi per rincorrere la disperata chimera di un’impossibile “autodeterminazione”. Ma “una parte”, per quanto possa aggrapparsi alla longevità terrena, non diventa mai “il tutto”. E così, come per il ladro di luce che, constata l’inanità dei suoi scopi, può solo condannarsi alle tenebre, la rivolta contro l’ordine naturale di Dio si esprime con un nichilismo di fondo. Da cui la pretesa di soggiogare il creato ad una propria visione “concorrente” a quella dell’Unico che può vantare prerogative divine. Perciò scatta la brama del Potere, strumento capace di manomettere la Realtà e di depauperare il libero impeto creatore che alberga nella comunione tra Natura e Grazia (ossia il dono di Dio a coloro che accettano la sfida di essere individui). Ecco allora in che senso l’anarchismo di Tolkien è “conservativo”: esso si specchia nell’amore per la realtà sensibile, che solo l’armonia irradiata dal creato può, giustappunto, conservare. E la conservazione, d’altra parte, implica il segno livido della mortalità sulla vita terrena; accettando il quale nella fede, pur tra innumerevoli e atroci sofferenze, perfino il più piccolo Hobbit può aspirare a salvare se stesso e il mondo. Tutto ciò è possibile solo tramite la misericordia, l’amore, la pietà, che innescano una trascendenza densa di virtù cristiana - e cattolica, perché la salvezza è aperta a tutti fino all’ultimo, non è prestabilita a casaccio.
Il male diventa quindi, come nella teodicea agostiniana, una privazione del bene, un bene male indirizzato: gli stessi Saruman e Sauron, sulle prime, progettano di sanare in buona fede il dolore “cosmico” che vedono con chiarezza dall’alto della loro smisurata sapienza. Sbagliato si rivelerà il mezzo, non il fine. Ma il mezzo è il fine per qualunque creatura, anche la più sublime.
In tutto questo, il vero e il giusto sono scolpiti nelle stelle, cioè nei luoghi che illuminano l’autorità dei condottieri legittimi, secondo un principio veritativo colto in maniera particolarmente chiara dai due autori:


“Affinché sia possibile che grandi e piccoli compiano il proprio destino - pur con un margine d’incertezza ineliminabile, quello a cui ci espongono le bizze del libero arbitrio - è necessario disporre di un criterio oggettivo. Il Consiglio di Elrond non vede il palpitare di una discussione democratica, alla quale si affaccino punti di vista ed opinioni strampalati e inconciliabili. Piuttosto, esso sboccia nella visione d’una realtà tutta d’un pezzo, la cui cifra sta nell’idea di verità: la verità esiste, è una per tutti e - facendo uso di quel “lume naturale” ch’è a disposizione persino del più umile degli Hobbit - può essere, almeno in parte, svelata.”*


Al fondo di questa meticolosa disamina, di questo intreccio di pensieri personali e citazioni ad ampio raggio, Mingardi e Stagnaro ritrovano quindi gli elementi filosofici ricorrenti in Sant’Agostino e in San Tommaso d’Aquino. Col risultato di mettere significativamente in risalto l’estrema “coerenza interna” del Prof Tolkien, anche sotto il profilo della patristica, oltre che di derubricare definitivamente a “colore locale” le sue riduzioni orientate ad un ipotetico “relativismo pagano”, quali che ne siano gli estensori.
Il dinamismo delle nuove leve nella critica tolkieniana - forse agevolato dalla facilità con cui ISDA e i suoi derivati si possono scartare, gustare ed assimilare anche fuori dai circuiti letterari ufficiali - lascia sempre meglio sperare nel futuro. Un futuro nel quale, auspicabilmente, ad occupare gli scranni più alti dei dipartimenti universitari e dei “liberi pensatoi” ci saranno proprio i giovani di oggi.


Da ultimo un’avvertenza “logistica”: Liberal, come tutte le case editrici minori, si trova a fare i conti con una pessima distribuzione. Consiglio e tutti coloro i quali fossero interessati a questa pubblicazione di saltare a pie’ pari l’opzione “libreria in carne e ossa”, e magari di tentare con un click qui.

 



(1) 
J. R. R. TOLKIEN, “Il medioevo e il fantastico” (Milano: Luni Editrice, 2000), p. 86.

(2)  THOMAS A. SHIPPEY, “The road to Middle Earth” (London: Grafton, 1992), pp. 126-127.

(3)  J. R. R. TOLKIEN, “La Realtà in trasparenza” (Milano: Rusconi, 1990), p. 74.

(4)  Ivi, p. 74.

(5)  J. R. R. TOLKIEN, “Il Signore degli Anelli” (Milano, Rusconi, 1990), p. 1205.

(6)  Genesi 1, 28.

(7)  PATRICK CURRY, “’Meno rumore e più verde’. L’ideologia di Tolkien per l’Inghilterra”, Endòre 1 (1999). Idem, “Defending Middle Earth. Tolkien: Myth & Modernity” (London: HarperCollins, 1998).

(8)  “Il caso Tolkien” in GIANFRANCO DE TURRIS [a cura di], “JRR Tolkien Creatore di Mondi” (Rimini: Il Cerchio, 1992).

* p. 134 del testo in esame.

 

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Sommario


11 INTRODUZIONE


19 Una vita normale

27 Un Anello per domarli

79 Il Medio Evo della Terra di Mezzo

113 Un’epica cristiana


161 CONCLUSIONI


165 BIBLIOGRAFIA

 

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“l’unica critica che mi ha seccato è che [la Terra di Mezzo] ‘non ha religione’ [...]: è un mondo monoteista di ‘religione naturale’!” - JRRT




7 gennaio 2006

Strane abitudini - la versione di Ismael

Sembra essersi guadagnato la palma di tormentone “blogosferico” di inizio anno, ma io - grazie ai miei tempi di captazione delle “ultime novità”, che in un ipotetico bestiario di riferimento mi collocherebbero tra il bradipo emiplegico e il tapiro neurodepresso - ne ho ignorato l’esistenza fino a oggi. Poi Daw (blogger di vedute molto individualiste, dalle quali spesso la mia anima “liberal” - ebbene sì, ne possiedo una, e pure rumorosa - si sente irresistibilmente attratta) mi ha chiamato in causa, invitandomi a partecipare al gioco.
Il concetto è quello classico della catena di Sant’Antonio: si elencano le proprie cinque abitudini o fissazioni giudicate più strambe, poi si passa la palla ad altri cinque blogger affinché facciano altrettanto. Per prima cosa, allora, cerco di compilare la mia lista di stravaganze:

 
1) Giuro che non l’ho copiata da Daw per mancanza di idee. Anch’io chiudo la macchina soprappensiero, così dopo aver percorso una cinquantina di metri vengo colto dall’atroce interrogativo: ma l’ho chiusa o no? All’immancabile cazziatone della fidanzata (“Ma non riesci proprio a stare un po’ più attento?”) segue poi un fugace controllo dei boccaporti, quasi sempre negativo. Dove quel “quasi” è all’origine di tutte le mie ansie da disattenzione...
2) Dunque, qui bisogna riuscire a spiegarsi a dovere. Avete presente le coroncine dentellate che sigillano i tappi filettati delle bottiglie di plastica normalmente in commercio? Ecco, dopo aver svitato il tappo io le prelevo, le trastullo finché non si frantumano in un determinato numero di linguette rettangolari (otto, non una di più, non una di meno), quindi le ammucchio da un canto in vista di futuri scherzoni di carnevale (tipo condimento alternativo di minestre o arricchimento di coriandoli).
3) Non riesco a lavarmi negli spazi (indifferentemente vasche o box doccia) condivisi con parenti di sesso femminile. Madre, nonna o cugine non ha importanza: dove si lavano loro non riesco a lavarmi io, perché mi assale un ribrezzo assimilabile alla percezione dell’incesto (o, meglio, alla sensazione che, non avendola mai sperimentata, il sottoscritto sussume nell’incesto).
4) Manie compulsive varie ed eventuali: impilare sempre le stoviglie “a oltranza” finché non toccano il tetto della credenza, allineare i fumetti e i libri di modo da renderne leggibili tutte le costole inclinando il capo in un’unica direzione, impazzire quando mani improvvide (qualcuno ha detto “donna di servizio”??) alterano gli accorgimenti testé descritti.
5) Mi commuovo quando leggo gli annunci funebri sui quotidiani. A volte frigno proprio, specie quando mi imbatto nelle epigrafi dedicate ai morti giovani, deceduti in seguito a incidente o malattia grave. Non so quale forza arcana mi induca ad aprire sempre quella pagina dei giornali, forse si tratta di una sottile forma di empatia mista a voyeurismo. Di sicuro non è normale.

 
E adesso a chi rilancio la partita? Non ho la minima idea di chi abbia già partecipato al “censimento psichiatrico” in questione. Boh, sparo qualche nome a caso: Bourbaki, Happytrails, Miss Prissy, Numendor, Semplicemente Liberale; se ci siete, battete un test. Il lettore che fosse al corrente di un buon motivo per sostituire qualche membro della cinquina con un altro nome è pregato di farmelo sapere.

Ora scappo, perché avverto in lontananza il suono di certe sirene minacciose...


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permalink | inviato da il 7/1/2006 alle 21:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa



5 gennaio 2006

Buon anno e felice Epifania con l'intemerata-laica-ma-non-laicista

Con un formidabile intervento sul Foglio di oggi, Carlo Cardia (uno dei padri del Concordato tra Stato italiano e Chiesa Cattolica attualmente in vigore, se non vado errato) smonta uno ad uno numerosi argomenti riconducibili al laicismo militante, specialmente a quello cucinato in salsa radicaloide. Dopo aver speso la prima parte del suo articolo “monstre” nella ricapitolazione del decorso storico della laicità occidentale, Cardia cala il carico da undici esaminando lo “stato di avanzamento” del dibattito - tutto interno al liberalismo - inerente la distinzione tra “confessionalismo” e “morale pubblica”. Scrive infatti l’articolista: “Lo stato laico separa il peccato dalla legge, e rende più liberi gli individui, ma non cancella per ciò stesso il decalogo affidato a Mosè, né decreta il rompete le righe dal punto di vista morale e della convivenza sociale”. Non emerge dunque alcun tipo di “afasia etica” dalla separazione tra Stato e Chiesa, ma viceversa la possibilità di perseguire obiettivi politici ritenuti “benefici” anche per un’autorità governativa affrancata da una sistematica intromissione clericale di stampo teocratico. Attenzione però, perché i riferimenti morali utili alla bisogna non possono che rinviare a quel deposito di esperienze storiche e culturali acquisite noto come “tradizione”, che è poi l’unico strumento in grado di ancorare il diritto alla sua condizione intrinseca di “necessità metastorica”. Prosegue Cardia: “Lo stato recepisce più o meno direttamente aspetti essenziali della antropologia giudaico-cristiana, rielaborandoli in leggi che obbligano o consigliano, permettono o suggeriscono, alcuni comportamenti collettivi. [...] Questo è il punto che per tante ragioni è entrato in una crisi profonda, e sul quale si stanno formando gravi equivoci che riguardano proprio la laicità dello stato. L’equivoco principale è che secondo alcuni quella neutralità che lo stato laico ha proclamato verso la religione dovrebbe estendersi a ogni altra dimensione o valore etico-sociale. Ciò che la scienza rende possibile, lo stato deve consentirlo. Ciò che il comportamento individuale produce, e che prima era lasciato alla semplice libertas privatorum, la legge deve recepire e legittimare con garanzie e protezione. Il concetto di neutralità, forte e vincente se riferito alle religioni - perché lo stato non può pretendere verso alcuna verità o dottrina religiosa - viene esteso al mondo dei valori, sino a sostenere che la legge non può operare alcuna scelta che riguardi il bene degli individui e della collettività perché ogni scelta è uguale alle altre e lo stato non può valutarne la solidità”.
Una concezione che, secondo Cardia, può ben riassumersi con Charles E. Larmore, per il quale “Se i liberali devono rispettare alla lettera lo spirito del liberalismo, devono anche escogitare una giustificazione neutrale della neutralità politica”. Dove mi permetto di osservare che, sostituendo il termine “liberali” con “radicali”, si centrerebbe con maggior precisione il bersaglio del discorso intrapreso, anche in riferimento all’attualità politica italiana agitata dagli slogan laicisti della neonata “Rosa nel Pugno”. Quale enorme lusso e sfizioso divertissement radicalchic, ritenere “connaturate alla ragione umana progressiva” alcune conquiste morali che, al contrario, discendono in linea diretta dal particolare sviluppo storico di una cultura politica e giuridica ben precisa, nevvero? Lo ripeterò fino allo sfinimento: se dalle nostre parti (situate nel tanto controverso “Occidente”, per quanto le espressioni geografiche assumano spesso significati alquanto labili) pratiche come la schiavitù, la poligamia o il sacrificio umano propiziatorio sono comunemente inserite nel novero dei “tabù”, mentre l’impegno nel lavoro e nella famiglia, la solidarietà e la difesa dei più deboli sono considerati “valori”, non lo si deve certo ai traguardi raggiunti dalla pura ragione strumentale e speculativa. Anzi, quest’ultima, priva di alcuni decisivi apporti “eteronomi”, ne combinava delle belle: consultare i manuali di storia alla voce “usi e costumi diffusi nel mesoamerica precolombiano” per maggiori informazioni.
Perciò una dottrina “liberale”, per professarsi davvero coerente con la programmatica espulsione dagli spazi pubblici di tutto quanto vi sia di esterno all’autocoscienza, dovrebbe puntare allo smantellamento dei suddetti capisaldi di provenienza confessionale. Rifacendosi ad un delirante manifesto di destrutturazione familiare recentemente stilato da Jacques Attali (una sorta di zibaldone veterosessantottino inneggiante alla poligamia-poliandria in funzione antiparentale), Cardia ha buon gioco nel mostrare dove conducano certi assunti teorici, se spinti alle loro estreme conseguenze. E spiega: “Da questo declassamento della laicità a passe-partout dei bisogni individuali può derivare tutto e il contrario di tutto. L’occidente potrebbe tranquillamente legittimare la forma poligamica della famiglia, sul presupposto esplicito che non si obbliga nessuno a sposare più donne, perché chi vuole può fruire del matrimonio monogamico tradizionale: con la caduta, però, del principio di uguaglianza tra uomo e donna che è base razionale (e insieme etica) della monogamia. Si potrebbero legittimare tanti interventi sull’embrione, oggi proibiti in tutto il mondo, per determinare alcune caratteristiche fisiche del nascituro (colore dei capelli, della pelle, caratteristiche fisiche, ecc.), dal momento che nessuno è obbligato a effettuare questi interventi: con la negazione del principio di identità e individualità dei nascituri che verrebbero precodificati e plasmati da adulti interessati. Si potrebbe legittimare pienamente il diritto al suicidio, assistito dalle Asl, perché comunque nessuno è obbligato a suicidarsi, con l’esaurimento del valore della vita e dell’impegno a viverla. E si potrebbero fare tante altre cose di cui si parla in questi anni. La maternità assistita in età avanzata, e quella mediante affitto dell’utero, l’embrione congelato e quello sperimentato, la clonazione, e via di seguito”.
Non mi sembra che questi passaggi richiedano grosse annotazioni, se non che l’insieme di divieti e di norme tramandate da qualsivoglia milieu culturale – da taluni sbrigativamente liquidato come “mera convenzione arcaica”, residuale di una ricerca dell’assoluto vista alla stregua di “malattia infantile” del pensiero umano – costituisce il bagaglio di conquiste concrete che l’armonia organizzata ha sottratto alla barbarie primordiale.
Il minisaggio si conclude con riflessioni affollate dai molti fantasmi che popolano i possibili scenari futuri della biopolitica. La concezione liberale classica “vedeva nell’uomo un essere aperto alla libertà purché formato e strutturato all’etica della responsabilità e del limite”, ma anche tale asserto “è abbandonato e sacrificato sull’altare delle norme procedurali che mai possono scegliere sulla base di una concezione (fallibile ma modificabile) del bene. L’uomo cessa di essere l’oggetto privilegiato della riflessione culturale, religiosa, etica, e diviene la cavia di se stesso, o dei suoi simili, esposto e offerto a qualsiasi sperimentazione, genetica o sociale”.
Cui prodest? A chi può giovare la mistificazione del liberalismo da movimento storico per l’emancipazione della borghesia mercantile - governata dal pacifico confronto di piattaforme politiche anche molto diverse tra loro - a paradigma di una subdola rigenerazione del dogmatismo dialettico materialista? Forse alla famiglia ideologica che più di ogni altra, da oltre quindici anni a questa parte, si è trovata orfana del suo modello storico di riferimento? Vuoi vedere che la fidelizzazione “radicale” serve agli ex compagni per svincolarsi dal giogo della fattibilità pratica e pascersi al riparo del pensiero debole?
Il singolo, quand’anche dotato della più laica delle coscienze, non è mai una “monade morale”, perché le conseguenze delle sue azioni, in ultima analisi, incidono quasi sempre sul suo prossimo. E le “azioni” di cui sopra, per quanto agilmente messe in pratica, scaturiscono dal vaglio della ragione su un deposito esperienziale inevitabilmente ricavato dall’esterno, vale a dire eteronomo. A meno di non ammettere la possibilità di “azzerare” completamente i propri ricordi in corrispondenza delle scelte eticamente sensibili, ma sarebbe un’ipotesi indegna del più spompato degli epigoni del Nietzsche all’amatriciana che tanto affascina certi ambienti “liberal”.
Meglio limitarsi a lavorare sul “quasi” vergato in corsivo poc’anzi: le libertà economiche e lavorative rappresentano senz’altro un ottimo (e già sufficientemente accidentato, ahimè) terreno di partenza.



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