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  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

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Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
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Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


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Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


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La Signora delle contumelie

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Il Codice da Vinci

La lussazione

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Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

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La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

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Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

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Ipotesi su Gesù

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USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
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La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

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Uno sguardo all'America
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Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

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A New Republic

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Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

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Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
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Un altro partito liberale?
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La battaglia che fermò
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Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
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Sapessi com'è strano/
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Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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26 dicembre 2005

In pellegrinaggio...a Torino

Da domani 27 Dicembre fino al 3 Gennaio mi congederò dalla tastiera del PC: trascorrerò infatti un periodo di accoglienza e di riflessione presso la casa torinese di alcuni amici molto particolari, del cui benefico impegno, prima o poi, dovrò rendere conto con un post adeguatamente esteso.
Per il momento auguro a tutti buone feste e - concedetemi l'anticipo - felice anno nuovo!


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23 dicembre 2005

King Kong

Tutto lasciava presagire un tonfo memorabile o, per essere più precisi, la classica involuzione autoreferenziale che spesso si abbatte sui cineasti baciati dal successo. Il King Kong di Peter Jackson si annunciava infatti come la meta agognata al di là della gavetta, dell’anonimato, della frustrazione, per un regista che - similmente a molti suoi colleghi - sembrava aver battuto il sentiero diretto alla notorietà planetaria con l’unico scopo di rendere il grande pubblico partecipe di un “colpo di fulmine” occorsogli ancora fanciullo, quando ambizione e ingenuità si mescolano in un magma vocazionale indistinto e, nella maggior parte dei casi, destinato a solidificarsi senza dare alcun frutto.

I motivi per nutrire seri dubbi su questo progetto non avevano tardato a manifestarsi sin dal primo giorno di lavorazione, semmai amplificati dal tono tracotante assunto in quei comunicati stampa ufficiosi che sono i rumors artatamente centellinati a latere delle grosse produzioni. Regista, cosceneggiatore e coproduttore, Peter Jackson - spalleggiato dal suo entourage - non si è mai lasciato scappare l’occasione di ostentare la “totale libertà di movimento” che una tale concentrazione di incarichi gli metteva a disposizione. Il timore di dover assistere all’ennesima, tronfia celebrazione in sedicesimi dell’affinità elettiva sbocciata tra il Grande Autore e la Grande Tematica (la sindrome di Peter Pan nel Capitan Uncino di Spielberg) o, peggio ancora, il Grande Personaggio (l’Alexander imperatore magnanimo di Oliver Stone), poi, assieme al restyling fisiognomico capitato a Peter Jackson nel giro di pochi mesi dopo la pioggia di Oscar (il ciccione scarmigliato e malvestito ha purtroppo ceduto il passo ad un esile fighetto in grisaglie), contribuiva a delineare un quadro pregiudiziale abbastanza nefasto.

Eppure, malgrado alcune delle molte inquietudini di cui sopra abbiano trovato una sostanziale conferma durante la visione del film, non posso non censurare la mia sfiducia della vigilia e affermare che no, non è il fallimento che mi aspettavo. In quest’ultimo lavoro del regista neozelandese convivono molti degli elementi stilistici che contraddistinguono in modo ormai inconfondibile un’impronta figurativa originale e personalissima.

Sgomberiamo subito il campo da ogni possibile equivoco circa la mia valutazione del saldo tra disgrazie annunciate e difetti realmente riscontrati: dopo un’iniziale compattezza ritmica dell’insieme, la Venture leva le ancore e l’assenza di un controllore attento all’orologio sul set e in sala di montaggio - ma anche in fase di scrittura - si fa sentire eccome. Solo l’insindacabile “cassazione” esercitata da un produttore esecutivo impegnato nel forcing sui libri contabili della produzione, infatti, riesce ad impedire alla mano del regista di farsi pesante e all’intreccio narrativo di sfilacciarsi in prolungati leziosismi. Invece tutto il film, eccettuati come già detto i primi tre quarti d’ora, si ritrova appesantito da una cappa di lentezza che strappa qualche sbadiglio anche nel corso delle scene più concitate. Mi riferisco in particolare a qualcosa come la metà degli scapicollamenti su Skull Island (tra i quali la pluricitata carica dei brontosauri, che peraltro disgiunge in malo modo le sequenze dedicate all’avvicinamento tra Ann e lo scimmione), ma anche a buona parte della traversata oceanica (occupata in larga misura da una panoramica del tutto inessenziale sui membri dell’equipaggio) e della corsa per le strade di New York, nel preludio al finalone.

Altro frangente bisognoso di rettifiche è il sottotesto riservato al parallelismo tematico con Cuore di Tenebra, ripercorso tramite una mimesi scopertamente pretestuosa su cui - allorché il gruppo di soccorritori si accinge a valicare il “muro di separazione” eretto dagli abitanti di Skull Island - una stucchevole voce off “chioccia” prende per mano le riflessioni dello spettatore, anziché permettere loro di spaziare liberamente fino a raggiungere certe fondamentali conclusioni in totale autonomia. Forse il richiamo al romanzo di Conrad avrebbe funzionato meglio utilizzando riferimenti indiretti (un nome, un luogo); di sicuro sbattere in primo piano la copertina del libro non è un espediente che brilli per finezza di gradazione...

Dopodiché, evase le dolenti note - ma, attenzione, solo dopo averle stigmatizzate con la massima severità possibile -, ci si può (ci si deve) soffermare sui molti aspetti positivi presenti in questo filmone. Su tutti, il formidabile sguardo della cinepresa di Jackson, capace di un’efficacia nel “raccontare per immagini” che onora appieno la difficile arte della regia cinematografica. Non una parola, non un allettamento scenografico, non il montaggio convulso accompagnano la carrellata iniziale sulla New York sconvolta dalla Grande Depressione: c’è solo l’uso sapiente di un linguaggio non verbale ma visuale. Le tecniche e i soggetti adoperati dal regista contribuiscono a formare un repertorio stilistico molto particolare che, grazie alla forte riconoscibilità dei suoi codici espressivi più tipici, riesce ad instaurare un rapporto di sottile complicità con il pubblico seduto in sala. Così è facile, per chi ha dimestichezza almeno con Il Signore degli Anelli, ritrovare anche in King Kong i segni di una sensibilità ben definita, in grado di far convergere un ampio “pacchetto” di soluzioni visive ricorrenti sulla descrizione di vicende in odore di epicità. Parlando di gusto tipicamente jacksoniano, come non riconoscere immediatamente, dietro alle spaventose fisionomie degli indigeni sporchi e cattivi di Skull Island, la stessa fantasia perversa che ha partorito gli Uruk-hai di celluloide visti al cinema non più di due anni fa? E quella ricerca del controcampo dinamico, ottenuto senza giunzioni di montaggio semplicemente regolando l’ampiezza dell’inquadratura (come avviene per il contrattacco dell’equipaggio “in armi” durante il rito sacrificale, ad esempio), non ricorda le visioni d’insieme a Isengard, a Rohan, a Minas Tirith? Nella gola infestata da insetti giganteschi e mostruosi, poi, non rivive forse l’ossessione per i corpi umani smembrati, divorati e corrotti che tormenta gli incubi di PJ sin dai tempi di BadTaste?

Tuttavia il grado di fascinazione per il potenziale simbolico di King Kong, nel caso del regista neozelandese, si spinge ben oltre l’autocitazione o la mera riproposizione di ammiccamenti alla galassia dei B-movie. Un’avventura off-shore che narra dell’amore platonico tra una Bella e una Bestia; ma anche l’occasione per rituffarsi nelle abissali profondità dell’animo umano, in una perlustrazione che - sorprendentemente – rivela molti punti in comune con la saga tolkieniana dell’Anello. Laddove la perdita dell’innocenza edenica a livello collettivo (quale la bancarotta generalizzata degli anni ’30 può essere considerata) si riflette sulle aspirazioni professionali ed esistenziali dei singoli, solo un viaggio al centro dell’abiezione più pura consente di attingere una scintilla di salvezza alla sostanza di cui è fatto il Mistero. E non già per riconquistare nella sua interezza il Bene andato perduto, ma solo per recuperarne la minima parte e per mantenere vivo il ricordo di uno splendore originario ormai irrimediabilmente incrinato.

Nell’Isola del Teschio, dove l’uomo ripiomba nella primitiva inettitudine alla mercé degli elementi, esplode l’antinomia tra Bellezza e Bestialità, tra Natura e Grazia. Un contrasto ancestrale, al cui interno irrompe la figura indifesa di Ann a trasformare il sacrificio dell’altro per amore di sé (praticato dai nativi di Skull Island) nel sacrificio di sé per amore dell’altro, con cui la stessa “divinità di comodo” a lungo cibatasi di morte (Kong) sceglie infine di testimoniare la sua sottomissione all’amore. Ogni “metro di terra” sottratto all’ignoto chiede quindi al Bene di sporcarsi con il Male e viceversa, nella perpetua consunzione di un’armonia “duale” originaria.

Da sempre, il mito svolge la funzione di consegnare all’eternità l’abbellimento idealizzato di tutti i compromessi, le sofferenze, i miserabili inganni che l’itinerario conoscitivo appena descritto richiede. All’infinita serie di conquiste che l’ingegno trae dal soggiogamento della Natura corrisponde un uguale progresso degli strumenti per trasmettere i miti e le leggende. Il cinema è uno di questi: forse il filmato rappresenta addirittura il culmine assoluto della “produzione di mitologia”. I quattro archetipi impersonati da altrettanti dei protagonisti di King Kong (il regista, lo sceneggiatore, l’attrice smarrita e il divo patinato) delimitano la quintessenza stessa di un media in continua evoluzione. Il teatro, unitamente alla recitazione in presa diretta - più “a contatto” con la fisicità naturale - per conservare il suo ruolo “memoriale” si trova a dover rinascere nella registrazione differita - dunque sacrificando parte della sua “naturalità”. Il tramonto dell’autentica ferocia primordiale e l’alba dell’inautentica convenzionalità raziocinante suggellano questa doppia riflessione sulla caducità, che è poi la triste condizione per tentare il salvataggio del Bello. Con il rischio, perennemente in agguato, di passare dall’idolatria della brutalità ad un’altra, più sottile ma in fondo similare: quella della spettacolarità fine a se stessa.

Ripensando agli spunti di riflessione offerti da cotante metafore sul senso della vita e della sua messinscena, viene da chiedersi se con questo film Peter Jackson abbia o no portato a casa un risultato pienamente soddisfacente. Considerato anche il giudizio sugli effetti visivi (eccellenti finché tenuti sotto controllo, ma palesemente fasulli quando esageratamente ammucchiati) e sulla colonna sonora (scontata e anonima, tranne che nella bellissima sequenza sul laghetto ghiacciato, dove funziona egregiamente), la risposta non può che essere salomonica. Cioè deve promuovere un bel film che vale il prezzo del biglietto d’ingresso, ma che solo una maggiore capacità di “addensamento” avrebbe reso il capolavoro che meritava di essere.




17 dicembre 2005

Il Ritorno del Re

Visto che l'uscita ufficiale dell'ultima fatica targata Peter Jackson data a ieri...io vado controcorrente e, per celebrare l'evento, posto la mia vecchia rece del capitolo conclusivo della trilogia fantasy che ha consegnato l'ex ciccione neozelandese alla celebrità imperitura.
Va bene, va bene, è un espediente di bassa lega escogitato per ovviare alla mancanza di tempo da dedicare alla scrittura che attualmente mi attanaglia. Un commento su King Kong arriverà solo dopo il doveroso disbrigo dei miei ultimi impegni universitari, quindi non prima di mercoledì prossimo. Nel frattempo buona lettura e, per i miei ventidue lettori, buona attesa!


Chiamato a mediare tra le cesure del primo episodio e le dilatazioni ex novo del secondo, il trio Jackson-Walsh-Boyens raggiunge un equilibrio narrativo perfetto a tal punto da non poter non provocare un’attenta riflessione da parte del pubblico, anche di quello più critico oppure (come nel mio caso) meno propenso a sbilanciarsi in corso d’opera.
Il ritmo impresso ai cambi di scenario è magistrale, regolato da un'estrema attenzione al livello di coinvolgimento e di tensione sviluppato in ciascuna sottotrama; come in una partitura orchestrale polifonica, ciascuna sezione melodica accompagna con coerenza e uniformità un ordito sinfonico composito e meticolosamente strutturato. Stupisce profondamente la sapienza certosina con cui le varie parti di questa opera sono state assemblate di modo da non provocare alcuno sbalzo nella continuità del racconto; il ritmo sale con regolarità fino ai momenti topici (essenzialmente il Pelennor e il Morannon), poi rallenta per cedere il passo all’amara letizia del finale, che viene percepito “lungo” proprio perché segue un’ora e un quarto di estenuanti battaglie e duelli sul filo del rasoio.
Alcune scene sono approntate “col botto” per segnare un giro di boa; accade con il repentino rientro in scena di Shelob – ripresa da un’inquadratura di tre quarti con Frodo tagliato a mezzobusto, davvero un passaggio di enorme potenza visiva – oppure con l’ormai celebre gragnola di legnate in faccia che Gandalf, esasperato, rifila a Denethor poco prima di incitare i gondoriani alla battaglia, o ancora con la dissolvenza che abbandona Frodo e Sam su un crostone di roccia lambito dal magma rovente, che introduce all’epilogo. Ma in tutti questi casi lo scossone rientra e la narrazione ripiega sui ritmi abbandonati un attimo prima.
Al capolavoro “progettuale” offerto da Jackson & Co. si accompagna un generale aggiustamento nelle caratterizzazioni: i momenti di comicità, stavolta, non si accaniscono più sullo stesso personaggio, ma vengono distribuiti tra i soggetti che, per vari motivi, non esercitano una qualche forma di leadership. Così Gimli continua a parlare a sproposito di mangiare mentre Aragorn osserva spaurito l’imbocco della Via dei Morti, ma non rimane l’unico buffone in mezzo ad un gruppo di eroi. Anche Merry e Pipino, soprattutto quest’ultimo, guadagnano nuovamente la ribalta con uscite vivaci e fuori luogo, oppure con eccezionali siparietti come nel caso del primo colloquio con Denethor. Dirò di più, anche Gollum è riuscito a solleticare l’ineffabile humor degli inglesi (assistetti a questo film a Londra, in concomitanza con l’uscita internazionale, nel Dicembre 2003 - NdR) mentre cercava con le sue astute lusinghe di instillare il germe del sospetto nel cuore di Frodo, sempre più soggiogato dal suo “heavy burden”.
A proposito di sceneggiatura. Per dovere di obiettività devo – felicemente – constatare che il personaggio di Arwen, dopo due episodi segnati da un’invadenza a mio avviso totalmente ingiustificata, viene ridimensionato tornando a ricoprire il ruolo di comparsa che gli spetta; restituendo con un’efficacia grandemente più sintetica che nei primi due film il profondo dissidio che si trova ad affrontare, e comunicando en passant diversi aspetti del sofferto “compromesso ultraterreno” che si impone allorquando Uomini ed Elfi scelgono di congiungere i loro destini.
Del taglio della Voce di Saruman e dell’intercorso amoroso tra Eowin e Faramir può aversi facilmente ragione con l’acquisto della Extended Edition, ma posso garantire oltre ogni ragionevole dubbio che queste due assenze non si fanno assolutamente notare, o comunque non travalicano mai il limite del proverbiale “mi manca un pezzetto, ma non saprei bene quale”. Gli sviluppi sentimentali intervenuti nelle Case di Guarigione si intuiscono con la coda dello sguardo, non appena i due nobili innamorati presenziano in coppia all’incoronazione del Re; ma, al di là di esigui sottintesi del genere, uno spettatore all’oscuro del libro può soprassedere senza troppi patemi d’animo…
Unico appunto allo script, invero poco significativo: col senno del poi appare ancor più pleonastico e fuorviante il faccia a faccia tra Frodo e il Nazgul avvenuto in Le Due Torri. Di sicuro non è servito a far credere all’Oscuro Signore che l’Anello si trovasse a Minas Tirith, o perlomeno non dichiaratamente. Ma posso tranquillamente affermare che siamo dalle parti del puro genio, anche a dispetto di quei due/tre soprassalti “revisionisti” che - talora a ragione, come nel caso suddetto - hanno confuso il pubblico neofita e irritato i tolkienofili della prima ora. Stavolta nulla può creare incomprensioni, perché gli sceneggiatori hanno saputo giostrare il “mostrato” e il “detto” con assoluta perizia. Peter Jackson si conferma indiscusso maestro nella ripresa dei campi lunghi e delle panoramiche, filmate muovendo quasi sempre la macchina all’indietro e restituendo l’eterno contrasto tra le effimere vicende umane e la grandezza imperscrutabile della natura e dei tempi del cosmo. Ripenso anche alla sequenza dedicata ad Eowin, ripresa immobile sulla scalinata di Meduseld mentre contempla l’orizzonte, con un’inquadratura che parte lontana per arrivare quasi fino a lambire le sue vesti. Ma è una festa spettacolare ogni volta che PJ deve dare una visione d’insieme: lo schieramento dei Rohirrim davanti al Pelennor, prima mostrato solo di fronte e poi svelato in tutta la sua grandiosità semplicemente rialzando la macchina da presa; oppure l’arrivo a Minas Tirith di Gandalf in sella ad Ombromanto, ridotto ad un puntino che si staglia contro l’immensa Torre di Guardia. I momenti introspettivi, per converso, trovano riscontro nei primissimi piani e nei campi stretti, che consentono di sottolineare la drammaticità di alcuni momenti semplicemente modulando le espressioni dei protagonisti. Proprio sfruttando il contrasto tra l’ampiezza delle riprese PJ sa restituire quell’insieme di picchi narrativi che, emergendo con forza rispetto agli elementi in sottotraccia, rende coinvolgente la messa in scena complessiva. Logico quindi affermare che senza un adeguato “polso” del cast il regista avrebbe ottenuto proprio l’effetto di scadere nella comicità involontaria, utilizzando questa tecnica; e invece la compagine di attori a sua disposizione – la quale, eccezion fatta per Ian McKellen e Cristopher Lee, non vede elementi dotati di particolare temperamento drammatico – riesce a servire PJ nel migliore dei modi, a tratti raggiungendo vette di assoluta maestria recitativa. Più di ogni altro momento, mi riferisco alla disperata carica – consapevolmente suicida – portata da Faramir alle mura di Osgiliath. Tutto in ralenti, l’attacco viene intervallato da un canto struggente e inatteso di Pipino, che certo visibilmente non allieta il nervoso desinare di Denethor, il quale ingoia con rabbia l’ultima cibaria facendosene scorrere il succo sanguinoso agli angoli della bocca.
Durante l’assalto frontale agli Olifanti c’è anche spazio per una citazione da Star Wars: il rodeo degli sprinter attorno alle gambe degli AT e ST è riesumato sottoforma di un coraggioso assalto della cavalleria impegnata a schivare le zampe delle gigantesche cavalcature dei Sudroni.
Forse l’uso del carrello manuale non è adattissimo a chiarire la dinamica dei corpo a corpo, ma comunica senz’altro una diffusa caoticità.
L’esperienza maturata in due anni di post produzione mostra in questo caso tutto il suo valore. Lo screenplay è immerso nella consueta fotografia “sgranata” che ha reso celebre la trilogia. Poco da dire, se non che bisogna essere degli Istari per rendere belli financo Viggo Mortensen e Orlando Bloom, due signori che – con buona pace delle estimatrici ad oltranza… - sono e restano alquanto bruttarelli, senza un buon makeup preventivo…
Il montaggio avviene seguendo le logiche imposte dalla sceneggiatura. Stavolta senza incorrere in salti audiovisivi troppo marcati, come avveniva spessissimo in FOTR: non capita mai che si passi da una scena assolutamente placida e tranquilla ad una rumorosa e debordante di squartamenti.
Un piccolo erroruccio mi è balzato agli occhi in occasione del Morannon, quando Aragorn arringa i suoi uomini a cavallo, per poi apparire appiedato nella sequenza immediatamente successiva, quella in cui dà il via alla battaglia; immagino comunque che forzando un po’ la percezione dei tempi cinematografici questo fatto si possa spiegare in molti modi, magari immaginando che la discesa in massa dai cavalli avvenga fuori scena.
In quest’ultimo episodio, Gimli e Legolas passano al rango di comprimari; quindi sia Rhys-Davies sia Orlando Bloom offrono prestazioni di ordinaria amministrazione. Il solito simpatico brontolone il primo, perennemente impassibile il secondo. Davvero spettacolare il confronto che oppone Legolas al più agguerrito degli Olianti, con l’Elfo che ripropone sulla proboscide della mostruosa creatura le sue doti di surfista.
Aragorn ha definitivamente abbandonato ogni tentennamento, perciò Mortensen interpreta con convinzione la parte di un Uomo che ha scelto di accettare le grandi responsabilità che il destino gli ha riservato. Severo e battagliero, in lingua originale Viggo rivela anche il buon lavoro che ha fatto sull’impostazione della voce. Anche se devo proprio ammettere che Pino Insegno, doppiandolo, è un gradino più in alto di lui.
Ian Mckellen si conferma il migliore in campo, lo posso affermare una volta di più avendo gustato la teatralità delle sue declamazioni in originale e osservato la mimica della sua multiforme maschera facciale. Trasformista memorabile nel rimbrotto a Pipino al cospetto di Denethor, diventa torrido e sofferente in battaglia. Tecnicamente mostruoso.
Così come Legolas e Gimli perdono un po’ di scena, così la guadagnano Merry e Pipino, quindi Dominic Monaghan e Billy Boyd. Se il primo rivela discrete doti di interprete, il secondo esplode una performance che – assieme a quella di John Noble – è la vera sorpresa di ROTK. Come ho già accennato, una delle scene topiche del film lo vede protagonista mentre canta una melodia drammatica e commovente. Ma la novità straordinaria è il piano di assoluta parità con cui si confronta con McKellen nei loro frequenti dialoghi a due. Nessuna sensazione di scomparsa di fronte al grande maestro, nessun complesso di inferiorità, niente di niente.
John Noble (Denethor) è l’unica new entry, spero di non risultare ripetitivo se la definisco azzeccatissima. Il metodo da filodrammatico con cui carica il suo personaggio di esagerazioni teatrali è chiaramente richiesto dal copione, ma rimane una mirabile dimostrazione di autonomia artistica per le sfumature che riesce ad offrire in concreto: nei suoi occhi spiritati c’è tutto il disperato orgoglio di chi persiste orgogliosamente nell’eresia, senza nutrire alcuna volontà di redenzione.

Il trio Frodo-Sam-Gollum offre la prestazione ovviamente più importante ai fini della riuscita del film. Molto buona la prova di Wood e di Astin, anche se non offrono nulla di molto diverso da quello che si è già visto in precedenza (che è molto buono). Chi svetta prepotentemente, consentendo alla sottotrama “a tre” di compiere un vero e proprio salto di qualità è Andy Serkis. Nel prologo iniziale sperimenta sul suo corpo l’inquietante e progressivo decadimento di Smeagol/Gollum, non senza assecondare con smorfie trucide la “gore obsession” del regista, e nel racconto in presa diretta ripete l’inaudita prova offerta in TTT. Dopo aver sentito l’originale, posso solo sottolineare una volta di più le straordinarie doti di caratterista mostrate da questo signore che, senza nulla togliere all’estrema professionalità di Francesco Vairano, è davvero su un altro pianeta rispetto alla sua controparte italiana.
Sentitelo quando strozza le sue corde vocali, oppure quando modula in mille modi diversi il tono della voce a seconda delle vocali che incontra parlando. Un mostro, lui, davvero in tutti i sensi.
Ultimo su tutti i fronti David Wenham, sul quale non mi sentirei però di infierire troppo: il copione gli riserva una parte davvero difficile e ristretta.
Più di altre questa categoria di giudizio si giova dei progressi vertiginosi ottenuti dalle tecnologie digitali nel corso di questi due anni, com’è naturale che sia. I destrieri alati dei Nazgul mostrano più fluidità nelle sequenze aeree di quanta ve ne fosse in TTT, prova ne sia soprattutto la regolarità con cui fluttuano in volo ad ogni battito d’ali, prima totalmente assente. Migliorano anche i Trolls, che acquistano fisicità, e debuttano felicemente gli Olifanti.
Menzione a parte per Shelob, il mastodontico ragno che da sempre tormenta i sonni di PJ. Otto zampe isteriche unite all’addome flaccido e al capo, orrendamente squarciato da fauci traboccanti di viscidume, rendono questa creatura uno degli incubi di celluloide più terrorizzanti visti finora. L’interazione con Frodo e Sam – soprattutto con quest’ultimo! - è di un realismo tranquillamente paragonabile a quello mostrato dai due Hobbit nei contatti con Gollum, quindi estremamente elevato.
In generale si assiste ad un miglior livello qualitativo delle textures e dell’integrazione degli sprite in CG, anche se su questo fronte gli Olifanti fanno difetto, specie se soggetti a movimenti veloci o improvvisi (vedasi ad esempio l’impennata che uno di loro subisce quando viene colpito a morte).
I matte paintings rimangono di ottimo livello, sempre all’altezza della splendida scenografia naturale offerta dalla Nuova Zelanda. Lo stesso dicasi per i costumi e l’oggettistica, che appartengono alla branca degli effetti visivi (il workshop) meno influenzata dai progressi tecnologici.
In conclusione mi sento di esprimere una valutazione positiva anche per Howard Shore e la sua OST, a cui molti – non completamente a torto – avrebbero comunque preferito qualcosa di meno virtuoso ma più impattante. Qualcosa come John Williams, insomma.
Bellissimi i titoli di coda, che propongono i nomi del cast affiancati ai ritratti dei personaggi sulle note dell’emozionante brano di Annie Lenox.
Non protraggo oltre questo mio reverente panegirico: chiudo però aggiungendo che il terzo capitolo della saga tolkieniana visto al cinema, assieme anche ai suoi due predecessori, si posiziona in testa alla mia classifica filmica di sempre.
Senza dubbio la produzione cinematografica del decennio, oltre che un gioiello da allineare sullo scaffale delle opere del cuore.




13 dicembre 2005

Prime recensioni per Kong

Diversamente da quanto mi aspettavo - appena possibile vedrò di spiegare meglio in che senso - sembra che l'ultima fatica di Peter Jackson si stia dimostrando all'altezza delle aspettative. Che, dopo il trionfo mondiale ottenuto con Il Signore degli Anelli, non potevano essere meno che stratosferiche.
Qui trovate un'entusiastica recensione in anteprima, mentre qui è disponibile un poderoso archivio contenente tutte le immagini, le voci di corridoio e le interviste accumulatesi nell'attesa dell'uscita ufficiale. 


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13 dicembre 2005

3 in 1

DONNIE DARKO

La sceneggiatura di questo film è improntata ad un'ardita miscellanea di vari generi (dramma giovanile, fantascienza, horror, thriller), ma in fase conclusiva fallisce almeno parzialmente nell'obiettivo di tirarne le fila.

Le trame, intrecciate o meno, possono benissimo partire da un evento inspiegabile (l'apparizione del turboreattore), ma si devono rivelare internamente coerenti tanto più si avvicinano al finale o si articolano in sottotesti multipli.
Intendiamoci, il regista (venticinquenne all’epoca delle lavorazioni) sfrutta con grande abilità le tecniche più moderne (piani sequenza movimentati, ellissi, carrellate musicali), riuscendo a sciogliere alcuni nodi narrativi senza spendere mezza parola (il rimando al saggio della squadra di danza, ad esempio), ma eccede nella ricerca di un'assoluta autonomia tra il 'mostrato' e lo 'spiegato'.
(attenzione: seguono spoiler) Alcune delle “esegesi” apparse in rete con l’intento di chiarificare la complicata teoria fisico-teleologica che fa da cornice alla vicenda offrono interessanti spunti di riflessione, ma io continuo a non capire come possa Frank, da morto, prendere l'iniziativa di viaggiare nel tempo per pilotare le gesta di Donnie. Il nostro uomo-coniglio, infatti, non è un life receiver: quindi non può aprire i wormholes a suo piacimento. Quindi nemmeno dare il via alla catena di avvenimenti che saneranno il paradosso spazio temporale venutosi a creare (fine spoiler).
Certo, mi si dirà che non tutto il cinema viene per combaciare appieno con il metro della logica formale, ma allora si dovrà pur ammettere che questo film vuole solo creare dei "vuoti" narrativi lasciando allo spettatore il compito di riempirli da sé. Suscitando una reazione soggettiva senza risolversi univocamente.
Per cui non mi spiego la tanto chiacchierata release dei director's cut: tanto la trama non tornerebbe nemmeno se compendiata in forma enciclopedica.
Poi potremmo sicuramente lanciarci in lodi sperticate al cast, davvero ben diretto. In special modo Noah Wyle - ma lui non è certo una sorpresa per chi, come me, lo apprezza da ormai dieci anni tra le corsie e le barelle di ER. Oppure si potrebbe tributare un plauso al mixage, di grande compattezza sonora. Eppure rimane un pizzico di delusione, pensando ad un insieme di accattivanti sottotrame che fallisce nel compiere il passo finale, sacrificando cioè un po' di estro visionario sull'altare della leggibilità complessiva.
Intenzionale o meno, la mossa di scaricare sull'utente la responsabilità di supplire ad una serie di assenze nell'intreccio è esteticamente parecchio discutibile. E' come riempire un testo scritto di puntini di sospensione...può essere utile se ben dosato...ma alla lunga...rischia di rivelarsi...un espediente...per mascherare l'incapacità ...di dire qualcosa...di sostanziale...
Non so se mi sono spiegato...

 

 

ACQUATICI LUNATICI

Steve Zissou è un lupo di mare in disarmo tormentato da una crisi di mezza età grossa così, e per di più bolso, arrogante e volubile. Vuole vendicare un amico divorato da uno squalo, o forse solo approfittare della disgrazia per risollevare le sue quotazioni di oceanografo da copertina.

Lo accompagnano una ciurma in tuta azzurrina e zucchetto rosso (ma l’indù porta il turbante), la moglie ricca e annoiata, un cane storpio, il figlio redivivo e una reporter facile agli sbalzi d’umore (Cate Blanchett in versione gravido-erotica).

L’atmosfera surreale, permeata di modernariato nautico e tecnologia obsoleta, assieme a qualche nota grottesca qua e là (il chitarrista brasileiro che strimpella perfino sottocoperta) e a trovate fantanaturalistiche (cavallucci iridati? squali giaguaro? meduse gommose? granchi caramellati?!?), completa il quadro di un film spiritoso e abbondantemente venato di ironia e humor nero.

 Wes Anderson studia da alternativo, si diverte coi carrelli laterali e con le zoomate a singhiozzo, gioca con la colonna sonora, nel finale azzarda un occhiolino a Kubrick (l’impatto dell’elicottero con l’acqua), sicuramente è un virtuoso della cinepresa. Senonché alcune escursioni nel manierismo cinefilo sembrano anche troppo autoreferenziali: l’assalto all’albergo diroccato, per dire. E poi tutte quelle sparatorie farlocche!

 “Acquatici lunatici” (prima o poi metteranno una taglia anche sui titolisti nostrani, garantito), beninteso, è un film che mi sento di consigliare senza riserve. Ma non mi venite a raccontare che è cinema indipendente: qui si frequentano - anche goliardicamente - solo i tratti esteriori di quello stile, per riderci sopra amaramente. E poi 60 milioni di dollari non sono un budget da “indi –movie”, poco ma sicuro.

 

 

IN GOOD COMPANY

Adesso uno potrebbe buttarla sul politico, o sul polemico, però non è davvero il caso. Prima di tutto perché questo, nonostante il contesto confezionato a misura di attaccapanni sindacale e nonostante il monologo conclusivo in stile “comizio del Primo Maggio”, con Dennis Quaid portavoce della Hollywood corretta e democratica, è un bel film da leggere in controluce. Il tema dei rapporti umani nell’era della mondializzazione a duecento all’ora viene qui riportato alla sua dimensione più spiazzante. Il ventiseienne Topher Grace (una piacevole scoperta) fa le scarpe al cinquantenne Dennis Quaid (in crescita) e, non pago delle anomalie prodotte dalla finanza yuppeggiante, se la intende pure con sua figlia Scarlett Johansson (un po’ sottotono). Sullo sfondo, le “cose della vita”, sempre le stesse anche nella capitale della frenesia lavorativa. Dove il film converge su ampi terreni di condivisibilità e di lettura è però nel bilancio finale degli eventi (non credo di accingermi propriamente a spoilerare, ad ogni modo fate vobis): il libero mercato possiede un’etica autonoma con cui preservarsi dall’arbitrio e dall’esagerazione, perché è popolato da uomini che, in ultima analisi, cercano sempre di scambiarsi mutua soddisfazione. E soprattutto, scremati gli aspetti contingenti (soldi, lavoro, disavventure varie), quello che conta davvero nella vita sono gli affetti e la famiglia.

Il regista è talentuoso, specie nell’uso delle cesure “fotografiche”, però la metafora dello yuppie redento che passa dal jogging al plasma al jogging su spiaggia farebbe meglio a lasciarla allo Spielberg ultima maniera.




10 dicembre 2005

La mia sfida al destino

Di Heinrich Harrer
464 pp, Mondadori, € 18,60 – 8,40

 


Esiste un fattore antropologico ben preciso, a monte del significato comunemente attribuito a parole come “progresso” e “modernità”. Senza di esso, qualsiasi nozione abbia a che vedere con la classificazione - scientifica o meno - dei numerosi “modelli culturali” presenti sul globo terrestre perderebbe uno dei suoi postulati fondamentali.
L’elemento conoscitivo di base a cui mi riferisco è la stanzialità. Nelle società “avanzate” l’importanza assunta dal viaggiare e dallo spostarsi, intesi come esperienze necessarie per sviluppare un’attitudine alle relazioni interpersonali e interetniche degna di tal nome, è andata via via diminuendo, complice anche l’avvento dell’alta tecnologia e dei mass media. D’altra parte come sarebbe possibile oggigiorno, coi ritmi di vita forsennati e le “tappe esistenziali” che normalmente s’impongono all’uomo moderno, riuscire nell’intento di far coesistere le due dimensioni complementari dell’esplorazione viaggiante, interiore ed esteriore? Un obiettivo del genere richiederebbe anni di vita, tutti da sottrarre a quelle aspettative - magari meno elevate, ma senz’altro più concrete e spesso più urgenti - che (giustamente, beninteso) la maggior parte di noi pone in cima alla sua lista di priorità per l’avvenire: una famiglia, una casa, un lavoro in pianta stabile.
Perciò del viaggio rimane in campo un’unica variazione sul tema, ossia la villeggiatura estiva. Poche ore d’aereo, poi due o tre settimane di villaggio vacanze, quindi rientro. Perfino il nomadismo riconosciuto a norma di legge, ormai, è divenuto solo un pretesto per giustificare la burocratica individuazione di aree destinate ad ospitare le “brevi soste” di “girovaghi” molto stanziali e per nulla itineranti.
Ebbene, dando alle stampe La mia sfida al destino, l’alpinista e geografo austriaco Heinrich Harrer consegna al grande pubblico il resoconto di una vita intera trascorsa a sacrificare gli agi e le comodità all’amore per l’avventura fisica, pericolosa, continuamente in marcia. Chi pensa che in fondo si tratti di una prospettiva allettante, in confronto al grigiore impiegatizio di tutti i giorni, o che, avendone l’opportunità, chiunque riuscirebbe facilmente ad intraprendere la professione di viaggiatore, pecca di superficialità. Certo, nel corso dell’autobiografia Harrer non manca di rinnovare a più riprese la sua professione di fede “raminga”, smorzando la lontana eco dei momenti di sconforto nell’orgogliosa riaffermazione di una scelta avventuriera vieppiù irrinunciabile. Ma dalle pieghe di una ricerca sapiente, condotta anche al prezzo di rinunce e pericoli inenarrabili, trapela la testimonianza di una vocazione impegnativa, costantemente ponderata e rimessa in discussione.
Così il progressivo evolversi dei traguardi inseguiti e raggiunti da Harrer diventa uno specchio delle stagioni della vita: dalle ardite ascensioni alpine di gioventù alle spedizioni etnografiche della maturità; dal piglio arrembante dello scalatore alle virtù riflessive dell’esploratore. Camminando su stretti sentieri di montagna, con l’abisso da una parte e la ripida parete di roccia dall’altra, ogni attimo acquista importanza e si archivia tra i ricordi più vividi. Per cui le cronache di Heinrich Harrer riescono a coprire l’arco di nove decadi - il libro nasce infatti per celebrare le novanta candeline, spente nel 2002 – con grande dovizia di particolari. Alla giovinezza divisa tra le arrampicate, le gare di sci e lo studio della geografia generale segue un imprudente compromesso con la palingenesi storica che più di ogni altra pesa sulla coscienza collettiva dei popoli di lingua tedesca, il nazismo. Nel ’38, persuasosi della stabilizzazione politica sancita con gli accordi di Monaco, anche Harrer rompe gli indugi e, pur di ricevere il permesso di unirsi ad una spedizione ufficiale diretta sul Nanga Parbat (Himalaia), aderisce alle SS professandosi “membro anziano” del Partito al fine di accelerare il rilascio dell’autorizzazione all’espatrio.
Senz’altro un’imperdonabile leggerezza, ancora oggi fonte di maldicenze e dispiaceri. Ma anche il primo di una serie di avvenimenti che, nel giro di qualche anno, avrebbe consentito al giovane Scharfuhrer di vivere in prima persona la formidabile esperienza all’origine della sua notorietà. Lo scoppio della II Guerra Mondiale, intervenuto prima ancora di poter disfare i bagagli, aveva nel frattempo trasformato l’intero subcontinente indiano in territorio ostile ai cittadini dell’Asse germanico. Non la “diabolica vetta” del Nanga Parbat, ma cinque lunghi anni di prigionia attendevano il gruppo di spedizione austro-tedesco al quale Harrer aveva anelato con tanta determinazione. Poi, nel ’44, una rocambolesca evasione conduce l’alpinista fuggiasco attraverso le immense vallate transhimalaiane; e l’intricato dedalo di sentieri misteriosi, dopo un tortuoso pellegrinaggio, sbocca infine entro le mura di Lhasa, la capitale tibetana sacra al buddismo internazionale. Il successivo, privilegiato insediamento in seno a quella cultura esotica, dovuto certamente anche al carisma del forestiero inatteso, avrebbe consentito ad Harrer di entrare nelle grazie nientemeno che del Dalai Lama, all’epoca quattordicenne, e di offrire al mondo intero l'ultimo ritratto di un Tibet libero e indipendente. Con Sette anni nel Tibet, pubblicato subito dopo l’invasione cinese e il conseguente ritorno in Europa, Heinrich Harrer diviene infatti il più autorevole portavoce del grido di dolore innalzato da un intero popolo in esilio. E, en passant, conquista sul campo la celebrità necessaria per vedersi affidare gli incarichi più stimolanti da fondazioni private e network televisivi.
Una carriera, la sua, capace di riprodurre fedelmente l’eclettismo atletico-intellettuale caratteristico del personaggio. Dal Brasile settentrionale - dove gli alcolici si ottengono masticando radici di manioca ricche di amido, poi sputate in trogoli di legno dove i bacilli e il calore facilitano una rapida fermentazione della brodaglia - ai frequenti giri di conferenze intorno al mondo. Dalla scalata del Ruwenzori (Congo) all’amicizia fraterna con Leopoldo, re del Belgio; dall’Alaska al Sudan al servizio fotografico con Helmut Newton al film Sette anni in Tibet, diretto da Jean-Jacques Annaud e interpretato da Brad Pitt. E poi il volo di quaranta metri giù da una cascata, in Nuova Guinea, e la malaria contratta in Caienna.
Ormai anziano, l’ex etnografo trae dal suo avventuroso memoriale una “visione della vita” tutt’altro che propensa all’irenismo zuccheroso o alla tassonomia paternalista dei “buoni selvaggi” sparsi per il mondo. Anzi, non fa mistero di preferire di gran lunga l’orgogliosa arretratezza dei sentinellesi delle Andamane alla tracotanza dei “liberatori”, specie se autoproclamatisi tali. Scrive Harrer: “Il nostro pianeta è vastissimo e vario e ospita popoli e culture di inesauribile multiformità. Eppure c’è qualcosa che accomuna tutti, nonostante le differenze: il desiderio di difendersi dalla malattia e dai pericoli, di conservarsi in salute e in forze, di moltiplicarsi. Solo ai presuntuosi, agli intolleranti, ai razionalisti fanatici può venire in mente di convertire chi non la pensa come loro”. E ancora: “Il paese (il Tibet, NdR) era governato da un’oligarchia di monaci e aristocratici che agivano in maniera niente affatto altruistica; di democrazia non se ne parlava neanche. Ma tutti erano felici e soddisfatti, perfino i mendicanti conducevano un’esistenza accettabile. Il Tibet era economicamente indipendente, e ciò era motivo di un certo orgoglio. In base agli standard odierni, il prodotto interno lordo del paese sarebbe stato considerato pressoché nullo. La coesione e l’autonomia si fondavano su una fede incrollabile e sulla certezza della reincarnazione. Nomadi e contadini accorrevano a frotte nella capitale in occasione delle feste e ammiravano senza invidia lo sfarzo del clero e della nobiltà”.
La via verso il futuro è però indicata con particolare nettezza in margine al già citato attacco di malaria: "Nei meandri del nostro pianeta ci sono ancora forme di vita sconosciute, scimmie e farfalle mai classificate; sotto i ghiacci dell’Antartide c’è addirittura una catena montuosa grande quanto le Alpi. Sulla terra c’è ancora spazio per l’avventura, innumerevoli sfide sono in attesa di qualcuno che voglia cimentarvisi. […] nell’universo ci sono tante meraviglie da scoprire senza bisogno degli UFO”.
Un prezioso distillato di buonsenso e di realismo, per salutare un secolo apertosi all’insegna dell’omologazione del “diverso”, spesso contrabbandata come tributo da versare ad un dubbio universalismo umanista. E un buffetto amichevole sulle testoline dei sognatori imbambolati col naso all’insù, talmente distratti da trascurare il bendiddio disponibile quaggiù.

 


“Il cavallo che non porta l’uomo in salita non è un cavallo, l’uomo che non smonta di sella in discesa non è un uomo” - proverbio tibetano


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8 dicembre 2005

Dimebag...keep on rocking us from hell!

                   


Il 9 Dicembre di un anno fa moriva Diamond “Dimebag” Darrell, già chitarrista dei leggendari Pantera, durante un concerto della sua nuova band - i Damageplan - tenutosi quella sera stessa a Columbus (Ohio). Una giovane vita interrotta tragicamente, spezzata sotto i colpi di pistola di un paranoico - tale Nathan Gale - deciso a vendicare col sangue l’inesistente plagio di alcune sue canzoni, attribuito ai Pantera prima e ai Damageplan poi. Le fantasie partorite dalla mente malata dell’assalitore hanno condotto lui stesso alla morte per mano di un poliziotto di passaggio, intervenuto appena in tempo per evitare che l’episodio assumesse contorni ancor più drammatici.
Il povero Dime è spirato accanto al fratello batterista, Vinnie Paul, anch’egli precedentemente in forza ai Pantera, dopo avere agonizzato tra le sue braccia per qualche istante. Nello scontro a fuoco, oltre al musicista, sono rimaste a terra
altre tre persone. Due i feriti gravi.
La storia del Rock è costellata da tutta una serie di “decessi eccellenti”, i cui protagonisti (Jim Morrison, Kurt Cobain, Layne Staley, Jeff Buckley, solo per citarne alcuni) hanno sublimato i tormenti di intere generazioni con l’estremo sacrificio di sé, consumato il più delle volte mischiando alcool, droga e ardimento temerario. Ma un vile omicidio non si giova dell’eroismo di una romantica bravata o del languido alone sepolcrale che circonda l’ultima dose di stupefacenti. Solo a John Lennon è capitato qualcosa di simile, ma non nelle stesse circostanze. Un agguato sul palcoscenico in pieno concerto è diverso, perché precipita nel volgere di un respiro la gioia festosa dei kids nella disperazione più nera, più insensata.
La morte improvvisa di un idolo getta nel silenzio e nel lutto il popolo dei suoi seguaci più affezionati, fino ad imporsi come parte integrante dell’intima maturazione di ciascuno di essi. Gli affanni del crescere trovano perfetta sintesi nello struggimento di un ragazzino che, dopo essersi crogiolato per anni in pigre mattinate di scuola e in viziosi pomeriggi carichi di birra, sigarette e videogiochi, sempre sferzati da ripetute ondate di Heavy Metal spaccatimpani, raccoglie i cocci della sua giovinezza davanti a una chitarra muta e insanguinata. Scoprendosi un po’ più orfano e mutilato negli affetti. Forse, solo un po’ più adulto di prima.
 
Qui la cronistoria degli avvenimenti.

 
Qui la pagina-tributo a Diamond Darrell.


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6 dicembre 2005

Quando il cane si morde la coda

Le dichiarazioni rilasciate da Emanuele Severino e Giulio Giorello sul Corsera e su La Stampa rispettivamente, unite alla puntuale denuncia di un confronto "drogato" dall'assunzione unilaterale di una Verità incontrovertibile, come può esserlo quello con la Chiesa Cattolica, contengono una buona dose di approssimazione e di aporie.
Dice Severino: «L'esistenza di un immutabile e divino ordinamento della realtà implicherebbe l'inesistenza del mondo, cioè l'assurdo». Il filosofo bresciano, forse inconsapevolamente, parla dell'Islam, nel quale Natura e Grazia coincidono nel rispetto del dettato coranico, non certo del cristianesimo, che prevede invece il libero sviluppo del creato come riverbero di una originaria (e benefica) volontà trascendente. Un infortunio teologico macroscopico, per un pensatore del suo calibro.
Il relativismo, dice invece Giulio Giorello, «non è un dogma, "Non c'è verità", non è nemmeno la frase banale e insensata "tutto è relativo". Il relativismo è l'atteggiamento mentale...». Quindi il relativismo, dopo alcune avventurose sortite in territorio etico, si starebbe rassegnando a rientrare nell'ambito più tranquillizzante della gnoseologia, dove peraltro ha trovato giusto asilo sin dalla notte dei tempi. Perciò non tutto è relativo (ché quello, come giustamente evidenziato da Giorello, sarebbe un dogma, e dei più rigidi), ma una Verità ontologica, anche come approdo puramente teorico di qualsivoglia itinerario conoscitivo, esiste eccome. Delle due l'una, no?




4 dicembre 2005

La Passione di Cristo

Per gentile concessione di Alessandro "Verdefoglia" Moroni (flagg61@libero.it).


"In ambito artistico le buone intenzioni non contano: tutte le realizzazioni peggiori sono il risultato di buone intenzioni".

Questa frase di Oscar Wilde è quantomai indicata ad etichettare “la Passione secondo Mel".
Mi sia consentito un inciso: uno dei miei sogni adolescenziali ricorrenti è sempre stato quello di diventare un giorno un regista famoso e di avere la possibilità, a un certo punto della mia carriera, di realizzare un film su Gesù. Gli avrei dato il titolo "Il Sangue e la Carne", e avrei fatto in modo che venissero opportunamente sottolineati quegli aspetti di "corporalità" che certa iconografia tradizionale si è sempre rifiutata di applicare al Nazareno. Ben presto, non appena ho avuto certezza del fatto che i miei sogni da ragazzino non avrebbero mai fatto breccia nella mediocrità del quotidiano, ho provveduto a trasferire altrove la mia speranza e aspettativa: un giorno, mi sono sempre detto, un regista fortemente ispirato avrebbe dato corpo ai miei sogni e fatto giustizia di tutti i disgustosi e dolciastri Zeffirellismi, passati e futuri. Peccato davvero che la realtà spesso si faccia beffe, e atrocemente, dei tuoi desideri, perché nel momento in cui le circostanze sembrano permetterne la realizzazione il brusco risveglio ti annuncia che è stato partorito un mostricciattolo.
In tutta franchezza, non saprei indicare quale tra i registi di nome avrebbe mai potuto cimentarsi nell'impresa di restituirci un Cristo realisticamente martoriato e anche di salvaguardarne i contenuti di spiritualità, frammisti all'unicità del messaggio: forse nessuno tra loro, probabilmente sarebbe servito un enfant terrible di nuova generazione, indipendente e ispirato al punto giusto. In ogni caso: chiunque, ma non Mel Gibson; che trovo già palesemente sopravvalutato come attore, e non diciamo poi quanto lo sia come regista.
E' un peccato, voglio dire, che una buona idea sia balenata alla mente sbagliata.
In tempi nei quali la serenità e indipendenza di giudizio è una chimera persino quando si discute di come fare un nodo alla cravatta, figuriamoci se un film avente come protagonista un certo falegname ebreo nato sotto Augusto e morto sotto Tiberio poteva mai riuscire ad essere giudicato per quello che è: cioè un film, e soltanto un film. Perché tanto basterebbe... In fondo non aveva torto chi ha tirato in ballo la trilogia “tolkieniana” di Peter Jackson come elemento di paragone. Perché sì, certo, non stiamo parlando dello stesso tipo di coinvolgimento emotivo: ma è indubbio che, tanto nell'uno quanto nell'altro caso, l'ingombranza del soggetto ispiratore condanni un film ad essere giudicato come "qualcosa di più e di diverso da ciò che è". Il che è assolutamente indebito perché, in base alla premessa, qui siamo proprio di fronte al caso in cui una felice idea iniziale è stata sviluppata malissimo a causa dell'infelicissima e pesantissima mano del regista e cosceneggiatore; e a me personalmente importa poco o nulla il fatto in sé, che l'assunto da cui è partito Mel Gibson sia, non sia, o quanto sia filologico e correttamente fondato nel testo.
Cattolico convinto, non sono però di quelli che anni fa si stracciarono le vesti all'apparire del così disinvolto (in un'ottica tradizionale) Cristo di Scorsese. Un regista deve avere assoluta libertà d'azione e d'interpretazione, a prescindere dal fatto che il protagonista del film che realizza sia il Cristo, Frodo Baggins o un qualche ammuffito re Assiro-Babilonese contemporaneo di Re Davide. Non mi piacque il film di Scorsese e continua a non piacermi, perché cade in un errore assai comune, ma imperdonabile in un regista del calibro dell'italo-americano, che è quello di far calzare a forza a un'epoca remota la sensibilità e i canoni di giudizio del nostro milieu culturale. Un Crocifisso di 2000 anni fa che si interroga sui significati universali dell'esistenza con l'hindsight tipico di un uomo del nostro tempo è una clamorosa scorrettezza concettuale, sinonimo di miopia assoluta, oppure di totale malafede: l'una e l'altra esecrabili...ma non divaghiamo.
Per poter dare un'idea di quanto sia vero affermare che qualche buono spunto sotto il profilo esegetico e storicistico Gibson l'abbia colto, sarà il caso di tracciare una breve cornice ambientale.
Per l'occupante romano,la Giudea rappresentava sicuramente, all'epoca dei primi anni dell'Impero, la Provincia più turbolenta del mondo. Fieri del loro "splendido isolamento" culturale e, soprattutto, religioso, i suoi abitanti si erano sempre rifiutati alla politica di assimilazione che Roma aveva attuato con successo fin dagli albori della sua espansione; d'altro canto, è proprio per il tenace attaccamento ai propri valori esclusivi se il popolo ebraico ha potuto sopravvivere a 10000 anni di storia, infinitamente più a lungo di quanto abbiano potuto sopravvivere i loro numerosi eversori, Egizi, Babilonesi, Persiani, Macedoni, Romani, Arabi e Turchi (in rigoroso ordine di apparizione). Un governatore romano a Gerusalemme doveva dare per scontata la necessità di doversela vedere con una rivolta di serie proporzioni praticamente ogni anno del suo mandato; più varie seccature connesse all'ambiguo ruolo giocato dai membri del Sinedrio, ufficialmente gli interlocutori privilegiati per l'occupante ma ovviamente molto portati a cavalcare la tigre del malcontento popolare non appena l'occasione si fosse presentata sufficientemente propizia. E, soprattutto, dall'età Augustea in avanti si trattava di vedersela con la "questione Messianica".
A causa di oscure profezie contenute in quel complesso ginepraio che per i Romani indubbiamente costituiva la Sacra Scrittura degli Ebrei, l'attenzione di tutto il mondo mediterraneo in quegli anni andava a concentrarsi sulla Palestina. Da lì, si diceva, doveva sorgere un Profeta destinato a restaurare la gloria di Davide, per il riscatto di Israele e, per chi non era ebreo, probabilmente di tutto il mondo non Romano. La forza di suggestione di tali profezie frammista alla superstizione che ovviamente all'epoca regnava sovrana, non disgiunta dall'opportunismo di qualche avventuriero locale, faceva sì che non passassero due-tre anni senza che a Gerusalemme e dintorni sorgesse qualche personaggio con la precisa convinzione di "essere qualcuno". E siccome la valenza delle "redenzione di Israele" acquisiva un'ovvia connotazione politica, ecco che il personaggio in questione cominciava a radunare intorno a sé un manipolo di seguaci fanaticamente convinti dalle sue parole circa il fatto che il momento della cacciata degli invasori sacrileghi fosse prossimo, con l'ovvia conseguenza tale per cui al malcapitato Governatore Romano toccava periodicamente di fare uscire un distaccamento di cavalleria dagli accampamenti per cancellare dalla faccia della terra il sobillatore e i suoi cenciosissimi seguaci; e, manco a dirlo, la cosa non era mai indolore, perché - in un contesto politicamente già surriscaldato - costituiva garanzia di ulteriori e ben difficilmente sopibili problemi.
Insomma, essere nominati dall'Imperatore Governatori in Giudea assomigliava molto di più a una punizione che non a una promozione! E così sicuramente deve averla vissuta Ponzio Pilato, che a quanto ci è dato di sapere non era in fondo né migliore né peggiore di tanti colleghi che l'hanno preceduto o che gli sono subentrati nella carica. Un oscuro funzionario imperiale che tanto avrebbe preferito chiudere la sua carriera in qualche angolo del mondo magari ancora più remoto ma sicuramente più tranquillo.
Quando gli è stato condotto innanzi Gesù, indubbiamente deve averlo guardato con lo stesso sguardo, disgustato e distratto, con cui soleva guardare una delle tante seccature di routine con le quali doveva misurarsi quasi quotidianamente. Ma possiamo tranquillamente presumere che il suo interesse, quel maledetto giorno, si sia progressivamente accresciuto. Infatti, deve essergli presto risultato palese non solo l'assoluta inconsistenza dell'accusa (ma questo potrebbe non avere fatto testo, in quanto tutte le accuse di ordine religioso apparivano speciose e risibili ad un pagano del I secolo, ultrascettico e imbevuto di cultura ellenistica stoicizzante), ma anche il fatto che, palesemente, nessuno tra gli accusati che mai gli era toccato di giudicare gli erano apparsi altrettanto inoffensivi di quel Galileo dall'aria insolitamente assente ed enigmatica per essere un uomo seriamente candidato alla crocifissione...
È vero che Pilato abbia consapevolmente empatizzato con Gesù, fino al punto di fare quanto la sua posizione gli consentisse per cercare di liberarlo? A dar retta ai Vangeli (tutti e 4, sbaglia chi vede delle contraddizioni tra le diverse redazioni, perlomeno a questo livello) sembra plausibile di sì, perché altrimenti non si spiegherebbe il particolare della flagellazione (esplicitamente citata in 3 casi su 4...).
La flagellazione romana era un rituale per certi aspetti peggiore di una condanna a morte: chi vi veniva sottoposto non infrequentemente non sopravviveva all'esperienza o, bene che gli andasse, ne usciva menomato, storpio, e certamente non aveva alcuna possibilità reale di riuscire a dimenticarsi di esservi stato sottoposto. Il flagrum era effettivamente molto simile a quello che è stato utilizzato nel film: un manico che terminava in un numero variabile di cordicelle flessibili, a ognuna delle quali veniva legato un frammento d'osso. Praticamente ogni scudisciata che ti arrivava si portava via una fettina della tua carne, oltre che tracciarti un solco indelebile nella pelle. Insomma, non è casuale che crocifissione e flagellazione fossero tra loro alternative: un condannato a morte tramite crocifissione non veniva mai sottoposto preventivamente alla flagellazione, perché sarebbe stato quasi come ucciderlo due volte; e persino in un'epoca nella quale la vita umana (soprattutto quella dei non-cittadini romani...) valeva sensibilmente meno del già poco che vale oggi (!) si aveva nettissima la percezione che uccidere un uomo una volta fosse più che sufficiente.
Quindi Pilato non avrebbe avuto alcun motivo sensato per fare flagellare Gesù, se non proprio il fatto di sperare che, presentandolo ai notabili ebrei e alla folla dopo avergli fatto subire un simile supplizio, questi fossero indotti a desistere dai loro propositi di morte. La particolare crudeltà con cui quella specifica flagellazione è stata condotta a termine avrebbe quindi avuto questa motivazione di fondo, con l'aggiunta del fatto che, con ogni probabilità, la naturale simpatia provata da Pilato per Gesù non arrivava al punto da indurre il primo a sincerarsi del fatto che gli aguzzini non usassero la mano troppo pesante col secondo...
Sia come sia, il Governatore Romano non aveva probabilmente fatto i conti con il fatto che il Sinedrio ebraico aveva già da tempo decretato la morte di Gesù, per i motivi che nei Vangeli sono ben documentati e che risalgono a diversi mesi, se non anni, prima della festa di Pasqua che coincise con la Passione. Ben lungi dall'essere un semplice e in fondo banale sobillatore politico, come "aspirante Messia" Gesù incarnava il ruolo all'opposto di come per decenni se l'era immaginato la fantasia popolare: sovvertendo, rovesciandolo come un guanto, l'edificio religioso sul quale da secoli si basava l'Ebraismo e che la casta rabbinica, che esprimeva nel Fariseismo il vertice anche culturale del tempo, tendeva invece a conservare e a difendere gelosamente contro ogni influsso esterno (soprattutto di natura grecizzante ed ellenistico) che già riusciva a penetrare anche in un contesto naturalmente chiuso come quello della Palestina dell'età Augustea.
Qui non è ovviamente il caso di addentrarci in un'esegesi Neotestamentaria che ci porterebbe lontanissimo, ma è incontestabile che gli esponenti dell'Ebraismo ufficiale dovettero fronteggiare il caso, curioso e di difficilissima soluzione, di un falegname Galileo di punto in bianco riscopertosi Profeta, il quale andava proclamando l'amore universale offerto a tutti (nemici compresi) come dono di sé, la Salvezza derivante dalla Fede e dall'Amore gratuito di Dio anziché dallo scrupolo con il quale si osservava la Legge e soprattutto, scandalo degli scandali, offerta a tutti, indipendentemente dall'appartenenza all'Ebraismo, di nascita o acquisito che fosse...messaggi peraltro accompagnati dall'atteggiamento di sfida di uno che non aveva problemi a gettare in faccia ai Dottori della Legge, con serenità disarmante, frasi del tipo "le puttane e gli esattori delle tasse (gli ebrei più asserviti al potere romano e come tali addirittura indegni di essere toccati per un ebreo osservante dell'epoca) vi passano davanti nel Regno di Dio", con tutte le devastanti implicazioni di sovvertimento sociale che potevano implicare.
Logico quindi che da parte loro non vi fosse alcuna possibilità di reazione che non contemplasse l'eliminazione fisica...cosa che i membri del Sinedrio, l'organismo Ebraico religioso più importante dell'epoca, avrebbero fatto ben volentieri fin dall'inizio della predicazione di Gesù, e non dopo averlo lasciato parlare per tre anni! Ma il fatto è che, notoriamente, il Sinedrio non aveva alcun potere di deliberare la morte di chicchessia, perché ovviamente l'occupante Romano aveva avocato a sé tale potere, da cui la necessità di riuscire a "prendere in castagna" Gesù con qualche accusa che non fosse di natura esclusivamente religiosa, ma che potesse far storcere il naso anche all'autorità romana. Cosa molto più facile a dirsi che non a farsi, perché abbiamo appena detto che il Nazareno aveva ben altro di cui occuparsi che non fossero i Romani; per cui fu solo dopo tre anni di questa ingombrante predicazione che saltò fuori l'idea di sfruttare una certa frase, opportunamente alterata nella lettera e nello spirito, con la quale Gesù si sarebbe autoproclamato "Re dei Giudei", l'unica tra le accuse possibili che chiamasse direttamente in causa il dominio imperiale e offrisse la chance di far condannare Gesù da Pilato, dopo averlo arrestato e giudicato "in proprio"; con tutto ciò che ne è seguito.
La ricostruzione storica di cui sopra dovrebbe smontare alcune, almeno, delle accuse mosse al film in base a pregiudizi molto più ideologici che cinematografici.
Film eccessivamente violento? A dar retta ai testi evangelici, la Passione di Cristo fu una cosa orribile e insolitamente "peggiorativa" rispetto al già crudelissimo "standard" di una crocifissione: perché vi si aggiunsero la flagellazione e tutte le torture inflitte dai romani, con le quali Pilato sperava di non dovere poi anche uccidere un prigioniero già così "severamente punito". Nessun messaggio di speranza? Il film verte, in base al suo titolo, sulla Passione; logico quindi che eventi, sia precedenti sia successivi, al tema trattato siano presentati di scorcio e molto sommariamente; il fatto poi che con un regista e sceneggiatore di talento fosse possibile far passare più efficacemente il messaggio Cristiano pur basandosi sul solo racconto della Passione è pur vero, ma è la fondamentale imperizia del regista ad averlo reso impossibile, non certo la scelta del soggetto del film e il modo, fondamentalmente coerente, con cui è stato sviluppato. Film ideologicamente antisemita e politicamente scorretto in quanto va artatamente ad alimentare l'antipatia, per non dire l'odio, nei confronti degli Ebrei in un momento storico nel quale decisamente non se ne sentirebbe il bisogno? Nei Vangeli i fatti sono descritti nel modo al quale ho fatto sopra riferimento, Gibson magari carica un po' certe cose ma non è che, da un punto di vista strettamente narrativo, ci metta poi molto del suo; e poi, insomma, sarebbe anche il caso di finirla di continuare ad esprimere giudizi che non sono altro che il prodotto della nostra cattiva coscienza! Ovvio che a nessuno verrebbe in mente una cosa del genere se non fossimo passati attraverso la devastante esperienza dell'Olocausto; ma il tutto sembra piuttosto pretestuoso, visto che tutto l'episodio della cattura, processo ed esecuzione di Gesù di Nazareth vide come protagonisti e testimoni non più di qualche centinaio di persone (e il film, per quanto faccia, non può certo smentire questo assunto)... come sia possibile chiamare sul banco degli imputati gli Ebrei di ogni epoca intesi come Popolo francamente mi sfugge; sarebbe un po' come chiamare a correi del Nazismo tutti i tedeschi di ogni tempo e di ogni epoca. La sommossa popolare che accompagnò il supplizio di Gesù fu in parte spontanea, in parte orchestrata ad arte, ma va vista pur sempre come parte di quegli effetti di "imprevedibile mostruosità" determinati dalla "discesa in piazza del popolo", triste archetipo valido per ogni epoca; e chi ha studiato tali fenomeni da un posto di vista sociologico sicuramente non può stupirsi di come un "Osanna" possa tramutarsi in un "Crucifige" a distanza di soli 5 giorni: questo sarebbe assolutamente valido oggi, figuriamoci quindi 2000 anni fa.
Piuttosto, sarei più propenso a dare la Croce addosso (visto che siamo in tema!) al film, per il fatto che un'opera d'arte che si presume animata da scrupoli storicistici e filologici non può cadere in clamorosi infortuni, quali il fatto di far trasportare dal Cristo la Croce "tutta intera". Un minimo di analisi storica ci conduce alla conoscenza del fatto che i condannati al Supplitium Servilis dovevano trasportare sul luogo dell'esecuzione il solo Patibulum, che poi altro non sarebbe che il legno orizzontale della croce, quello al quale il condannato veniva poi inchiodato (quello verticale veniva piantato solidamente nel terreno qualche ora prima dell'esecuzione stessa). Siccome i due "ladroni" nel film portano effettivamente il solo Patibulum, mentre solo al Cristo viene riservata la Croce tutta intera, ci vien fatto di pensare che Gibson certe cose le sappia benissimo, ma che indulga a certe scelte per mera ricerca dell'effetto compassionevole. Altrettanto imperdonabile è la scelta di far trafiggere i condannati da fori nei palmi delle mani, come vuole l'iconografia tradizionale, anziché nei polsi come pretenderebbero le regole dell'anatomia umana (la cartilagine dei palmi delle mani non ha resistenza sufficiente per reggere il peso di tutto il corpo) e come correttamente raffigurato da quel "testimone silenzioso" della Passione che è la Sacra Sindone.
Ma anche queste sono osservazioni marginali alle quali non ha molto senso appigliarsi, sono ben altri i motivi che inducono ad un giudizio sostanzialmente negativo nei confronti del lavoro.
Perché, ribadisco, un film ha tutto il diritto di essere stroncato o incensato utilizzando solo ed esclusivamente i criteri preposti ad una valutazione puramente cinematografica. Come premesso, siamo di fronte all'inadeguatezza di fondo di Mel Gibson nel ruolo di regista e sceneggiatore.
Perché accostarsi a un tema spinoso come quello della Passione a partire da una propensione naturale al gusto Horror “gotico” significa certezza di fallimento: a quel punto il realismo, pur correttamente perseguito, sfocia nel grottesco, nel sardonico, nel caricaturale. E ci sarebbe voluto un regista del calibro di Kubrick per raccontare il Cristo in chiave sardonica e grand-guignolesca sortendo l'effetto: in mano a chiunque altro il risultato poteva essere solo quello di sfociare in effetti di comicità involontaria (e figuriamoci poi un americano di sensibilità grossolana quale Gibson...). La caricatura dell'orrore di un supplizio sottrae realismo al tutto, e rimangono solo gli effetti da splatter di serie B: si veda quello che succede nei ripetuti interventi di Satana (manco a dirlo incarnato in sembianze femminili) con contorno classicissimo di serpenti, manifestazioni di bambini in funzioni Apostatiche e Anti-Cristologiche e tutto il più vieto armamentario di tradizione, ivi incluse manifestazioni demoniache di pre-dannazione anche nei confronti di chi ancora non è defunto (e che quindi, in un'ottica Cristiana, avrebbe ancora tutte le possibilità di salvarsi...) ed effettacci di routine quali corvi che strappano gli occhi ai condannati, eccetera, eccetera. Insomma, forse non ha avuto torto chi si è lamentato del fatto che le profonde convinzioni religiose di Gibson lo inducono ad affrontare l'episodio che sta alla base del Nuovo Testamento con una tipica sensibilità veterotestamentaria o medievale (due aspetti strettamente confinanti, come sappiamo); ma il tutto, aggiungo io, filtrato attraverso una sensibilità personale a confronto della quale l'inventore di Freddy Krueger ha realizzato una pietra miliare nella storia del cinema.
La flagellazione romana era un orribile atto di barbarie, reso ancora più insostenibile dalla crudeltà gratuita degli aguzzini preposti alla bisogna? Va bene, ma per presentarlo si doveva per forza insistere su questo tema per tutta la durata del film? Non era possibile presentarlo con maggior efficacia (e tanto più grande tragicità) circoscrivendo l'elemento in un contesto preciso e più limitato nello spazio e nel tempo?
Il lavoro di Gibson fallisce, nella sostanza, l'intento di fondo di trasmettere sobriamente il senso del messaggio Cristiano attraverso il racconto, crudo, sanguigno, carnale ma circostanziato della Passione, per il semplice motivo che di crudele ma sobrio e circostanziato non c'è nulla, nel suo film: c'è solo l'effetto involontariamente caricaturale che sottrae coesione e fa perdere di vista l'essenziale. Ovviamente, occasionalmente può capitare che una particolare sequenza ti colpisca e ti rimanga impressa, soprattutto in qualche flashback (ad onta del puerile e poco fantasioso continuo ricorso al rallentatore), nell'uso delle lingue dell'epoca (io non ho trovato troppo americanizzato il latino degli attori che impersonano gli occupanti) e nella recitazione (piuttosto bravi tutti, incluse le tre vituperatissime "ex-ragazze" di casa nostra, Bellucci Gerini e Celentano). E aggiungerò, ma questa è una nota puramente personale e quindi molto soggettiva, che nonostante tutto questo Cristo gotico, a tratti didascalico e sovente splatter-oriented mi si imprime dentro più di quello insopportabilmente mieloso, zuccheroso e "santinesco" di Zeffirelli... e, quasi quasi, anche più di quello inutilmente pomposo, pretestuosamente intellettualizzato e nella sostanza autoreferenziale di Scorsese (non però di quello tragicamente ieratico di Pasolini). Ma siamo pur sempre alla logica dell'orologio fermo, al quale capita anche, due volte al giorno, di segnare l'ora esatta: rimane il fatto che siamo di fronte ad una ghiotta occasione perduta, e che il risultato globale è, se non negativo, certamente mediocre. Peccato.


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permalink | inviato da il 4/12/2005 alle 11:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



2 dicembre 2005

Matrix Revolutions

Attenzione: questa rece contiene spoilers dalla riga uno.


Ammetto di essermi seduto in sala davvero molto prevenuto, poiché gli umori della vigilia non erano dei migliori. Le voci riguardanti un finale addirittura "delirante" che che erano circolate in fase di post-produzione, poi, mi stavano quasi per far desistere dalla visione.
E in effetti molti dei limiti mostrati dal precedente Matrix Reloaded permangono anche in questo terzo episodio, a cominciare dalla regia stolidamente barocca e a tratti persino naif. Come definire altrimenti tutta l'atmosfera che si respira a pieni polmoni prima del "salvataggio" di Neo, cioè nella prima parte del film, se non irritante? Risse e scazzottate rutilanti di bullet time e di coreografie senz'anima, sequenze dialogiche prive della benché minima parvenza di interesse e battute terribilmente fasulle ("E' pericolosa. E' innamorata.").
Di fronte a scene tremendamente prevedibili, come quella in cui Neo segue i binari del treno scomparendo sulla sinistra e dello schermo e riapparendo immediatamente dopo da destra, oppure volgari, come in occasione dell'ingresso nel sexy rave del solito incomprensibile Merovingio, era in agguato la più sonora delle bocciature.
Eppure i fratelli Wachowski riescono a salvarsi in corner, appena lo script gliene dà il modo. Concluso infatti quello che, a ben vedere, non è altro che uno spiacevole strascico del secondo episodio (e che di quel film mantiene invariati difetti e caratteri salienti), i registi riescono ad uscire dal vicolo cieco di smanie autoriali in cui si erano cacciati con Reloaded. Segnatamente cambiando il loro modo di lavorare, mettendo cioè la macchina da presa al servizio del copione e non viceversa, a tutto vantaggio della godibilità del prodotto finale.
La sensazione di "ammasso audiovisivo" che occludeva pesantemente l’intelligibilità del precedente film, infatti, con la battaglia alla darsena cede il passo ad una regia fantasiosa e ritmata, che riesce finalmente nell'impresa (ardua, fino a quel punto) di piacere senza volersi autocompiacere.
Ovviamente un simile ripensamento in corso d'opera chiede dazio, e così il Merovingio e Persephone vengono lasciati colpevolmente irrisolti, così come Seraph resta relegato al rango di mazziere della mutua, messo di mezzo giusto perché il kung-fu fa tanto trendy.
Senza contare che diversi guasti ereditati da Reloaded sono risultati evidentemente impossibili da eliminare a cose fatte: un copione a tratti servito con dialoghi e uscite a dir poco imbarazzanti ("dannate macchine", "Non so come dirvelo. Quindi ve lo dico", "Sto pisciando metallo" e molto altro ancora), oppure il manierismo da principianti con cui vengono riprese le sequenze statico/narrative, o ancora il modo davvero poco incisivo con cui i registi sanno far muovere gli attori.
Eppure c'è molto di buono, in Revolutions. Oltre all'uso sapiente ed innovativo degli straordinari FX, bisogna segnalare la grande maestria con cui i W.-bros sanno confezionare le scene d'azione e di battaglia, montate con una precisione certosina e filmate con campi sempre azzeccatissimi anche quando i ritmi diventano furiosi.
La battaglia al porto segna una nuova frontiera, da questo e da altri punti di vista.
Ma esistono anche dei preziosismi assolutamente inattesi, in questo terzo Matrix. Quando Neo viene accecato, riesce ad avvedersi delle entità che lo circondano grazie a percezioni extrasensoriali molto simili, nel modo in cui si presentano, al baratro di oscurità indefinita in cui piomba Frodo (protagonista dello straordinario Signore degli Anelli cinematografico) quando indossa l'Anello. Magari voglio cercare la “prova d’emulazione” a tutti i costi, ma penso che i Wachowski abbiano assimilato alcune trovate jacksoniane proprio sul piano del racconto "visionario", che è quello su cui sembrano trovarsi maggiormente in sintonia col neozelandese.
Anche il modo in cui viene gestita la contemporanea narrazione della battaglia per Zion e dell'approssimarsi di Neo alla città delle Macchine (che, ma tu guarda a volte i casi della vita, sorge racchiusa da una cintura di montagne...) è particolarmente degna di lode, e dimostra che in occasione di questo gran finale si è scelto di lavorare con più attenzione alla sceneggiatura. Se i registi fossero rimasti attaccati al metodo narrativo rigido di Reloaded, molto probabilmente avrebbero optato per una messa in scena disgiunta delle due sequenze, sicuramente perdendosi in assurdi riempitivi.
Invece l'Eletto riesce infine ad immolarsi come si conviene ad un Messia par suo, sdraiandosi su una Croce fatta di spinotti e metallo, proprio mentre il popolo di Zion esulta di fronte alla ritirata delle Macchine.
Una ritirata ottenuta col sacrificio, non “calando inopinatamente le brache” come sostenuto da taluni.
Neo scommette sul suo grado di comprensione dell'Universo, prima di collegarsi alla Matrice per l'ultima volta. La Sorgente lo vuole uccidere subito, lui ottiene solo il modo di far fronte ad un nemico comune stipulando un patto molto coerente con l'epilogo cristianeggiante della Trilogia.
Così come Cristo non ha ucciso il demonio, ma ha redento il mondo sensibile dal Male che tutto trascende (anche chi di quel Male è "figlio e padre"), così l'Eletto rimette ordine nel programma non già per emendarlo dal suo errore di fondo, ma per indicare alla “nuda materia” (silicea e impalpabile, ma sempre di materia si tratta) la strada da percorrere.
Per permettere agli "sbagli" e agli "inutili" di spostarsi liberamente tra questo mondo e l'altro, senza che un "uomo del treno" li debba irretire.
Così la bambina protetta dall'Oracolo è il simbolo di questa redenzione, il cui senso è forse restituito in modo ridondante e macchinoso, ma stavolta efficace.
I già citati FX, infine, vanno menzionati a parte, visto che sono di una qualità davvero straordinaria. L'impressionante livello di dettaglio dei rendering e dei matte paintings mi ha lasciato a bocca aperta, ma ancora di più il modo in cui i soggetti in 3D sono integrati negli ambienti fisici. Anche le seppie - che sono "organismi viventi" a tutti gli effetti - riescono ad agire con un inaudito livello di realismo e di presenza scenica.
Mostruosa la città delle Macchine, dall'estro artistico con cui è stata concepita fino all'angosciosa claustrofobia che riesce ad instillare.
In definitiva, pur permanendo alcune lacune anche gravi, mi sento di promuovere questo film. E fa lo stesso se certe allusioni freudiane (come una gigantesca trivella abbattuta da due androgine soldatesse...) sembrano tormentare irrimediabilmente i Wachowski: non per niente uno dei due è notoriamente rimasto colto da “ripensamenti sessuali” piuttosto profondi, come ben sanno gli appassionati di gossip...
Segnalo in ultimissima battuta il buon lavoro in fase di doppiaggio. Bravi Luca Ward (Neo), Pino Insegno (Link) e Massimiliano Alto (Kit). Ma ormai loro sono una sicurezza!



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