.
Annunci online

  Ismael [ Il superstite del Pequod ]
         
















Non te lo chiedo per favore: non calpestarmi







Perduta nazione, avito suolo
Isole tra i monti, strade pei mari
Unico asilo ed eterno conforto
Per te prosperiamo
Liberi e reverenti





Due che hanno visto giusto





La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
interminabili pomeriggi di
gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
della sua chitarra!





Where I belong:



Il movimento liberale giovanile fondato e presieduto da Francesco Lorenzetti



Edoardo Ferrarese

Crea il tuo badge


Testate, think tank & community:





















Direttore Giancarlo Loquenzi
















































MY BEST SHOTS:

Meglio il Saruman monetarista
o il Sam vegetariano?

Sul proporzionale

Un sindaco efferato

Mineo-gate

La verità ribadita.
Grazie alla blogosfera


Le fiamme sopra Parigi

Religione e omosessualità -
Condannati per reato d'opinione


Buon anno e felice Epifania
con l'intemerata
laica-ma-non-laicista


Ipocralismi
(ipocrisie e moralismi)


Il sofferto capolavoro
di Arik


Munich

Jimmy, Fini e i joint

Il Programma dell'Unione:
non si fa, si fabbrica


Jin-Roh - Uomini e lupi

Cento domande sull'Islam

Il Caimano

Buona la seconda

Cinque minuti a mezzanotte

After-midnight abstracts

Martini l'apostata

Hanno già ricominciato
a farci "ridere"


What is the Matrix?

Federalismo e Democrazia

La riserva è scesa in campo

La Signora delle contumelie

Mimmu 'u Guardasigilli

Il Codice da Vinci

La lussazione

Pensierini bioetici

Referendum day...
compromission day


Centrodestra, anno zero

Padoa-Schioppa VS Bersani:
vince la politica

Paths of Glory -
Ciò ch'è fatto è reso


La guerra infinita,
l'ipocrisia al governo

United 93

Multilateralismo dalemiano:
molta astuzia, poca prospettiva

8 Settembre,
festa degli ondivaghi


Com'era il mondo

Propaganda welfare

La semplicità del Papa

Telecomgate, Prodi poteva
non sapere. Non è
la prima volta


Tra il Dio incarnato
e il Dio incartato


Più tasse per tutti.
E più inflazione

Miami Vice

Ipotesi su Gesù

Buona l'anima,
malo il vino


USA 2006:
l'America plurale


Laicità e diritto naturale,
ovvero: del cortocircuito
giacobino


La mossa del Casini

Né bio né equo
né solidale. Quindi
massimamente etico


Apocalypto

Pannella e la morte
per procura


Fassino, le sberle, la rivincita

Tri-dazer

"Prodienko": torti e ragioni

L'antiPACStico

Uno sguardo all'America
del prossimo futuro


Or sono tre anni

Come Prodi
cadono le foglie al vento


Life to lifeless

Proibizionismi all'orizzonte?

Ennesima political compass

A New Republic

300

Uomini, caporali
e parlamentari


Immigrazione e libertà

L'innatismo dei predestinati

Libertari o gobettiani?

Sarko e Silvio

Cronache straboscopiche

Sex Crimes & the Vatican

Michela Vittoria Brambilla

La valanga veronese

Gods of Metal 2007

Se Milano piange,
Parma non ride


Gianfranco, Daniela
e il  moralismo farisaico


Un altro partito liberale?
No, grazie


La battaglia che fermò
l'impero romano


Harry Potter 5

Mario e i miglioristi sognatori

L'Arciprete e il Cavaliere

Scemenze che vanno distinte

Cor magis tibi Sena pandit

Gli interrogativi di Walter

Il liberismo
è davvero di sinistra?


Fenomenologia del Grillo

Le cronache
del Ghiaccio e del Fuoco


Liberalismo

Eutanasia in progress

Rivalutiamo pure Hobbes,
ma solo oltre confine


Rosmini for dummies

Sapessi com'è strano/
morire democristiano


La Libertà e la Legge

Bioetica
autunno-inverno


Il caso Bianzino

Luigi Sturzo for dummies

Papa e Sapienza,
Fede e Ragione


USA 2008: Mac is back!

I figli di Hurin

Aborto all'italiana

Urbanistica di cronaca
e di mercato

Contro le tasse

Liste del Pdl:
guardiamo la luna,
non il dito


Cattolicesimo,
protestantesimo
e capitalismo


In difesa di Darwin/
Dimenticare Darwin


Multiculturalismo o razzismo?

Coerenza o completezza?
Il caso delle norme edili


Il teatrino fa comodo a tutti

Un'impronta illiberale?

La scelta di Eluana

La fine dell'economia

Il Cavaliere Oscuro

Il quoziente etico

Fallitalia

Quel che resta della crisi

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Liberalizzazioni:
cosa resta da fare?

#1  #2


Il punto sulle bersanizzazioni
#1  #2  #3


Un giorno di libertà
#1  #2  #3


Metabio(gen)etica
#1  #2  #3  #4


Per il bene dell'Italia
#1  #2  #3  #4  #5
#6  #7  #8  #9  #10 


IsmaelVille
#1  #2  #3  #4  #5
#6 #6.1 #7  T13


Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


Disclaimer
A norma della legge 62/2001
questo blog, aggiornato senza
periodicità, non è una testata
giornalistica né un prodotto
editoriale.
L'autore dichiara di non
essere responsabile dei
commenti inseriti nei post.
Eventuali commenti dei
lettori, lesivi dell'onorabilità
o dell'immagine di persone
terze, non sono da attribuirsi
al titolare.


Copyright
Tutti i testi presenti su questo
blog, salvo dove diversamente
indicato, sono da considerarsi
proprietà intellettuale
dell'autore. Senza il consenso
esplicito del titolare, è vietata
la riproduzione totale o parziale
di tali contenuti a scopo di lucro.
Il mancato rispetto di queste
indicazioni sarà perseguito
in sede legale, secondo i termini
previsti dalle leggi vigenti.


Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Wikio - Top dei blogs - Politica


30 novembre 2005

La patente, di grazia

Su Tocqueville infuria la polemica, scatenata da Camillo in merito alle "idiozie" che sarebbero apparse in qualche analisi a suo dire "illiberale" delle disavventure giudiziarie di Adriano Sofri, e il sottoscritto, tanto per cambiare, si ritrova sotto esame e impossibilitato a stare "sul pezzo". Carino il post "antipatentista" di Watergate2000, arrabbiatella l'invettiva di Robinik, ma chi centra davvero il nocciolo della questione è il "sindaco" della città dei liberi, Andrea Mancia. Nella sua disamina emerge non solo l'impossibilità di rapportare la drammatica ricerca di una "tregua civile" postbrigatista/estremista ad un contesto come quello americano, ma anche lo spirito con cui dovrebbe essere vissuta un'ideale confluenza liberalconservatrice a tutti i livelli di realizzazione. Una mescolanza foriera forse di pesanti diverbi in materia di autocoscienza (è anche questo il caso, benché alla lontana), ma indispensabile per ampliare il terreno del confronto tra tutti coloro che avversano il socialismo in ogni sua manifestazione.
In particolare mi ha colpito il messaggio con cui Armando Bruno ha puntualizzato le riflessioni di Andrea. Egli scrive: "[...] Io vivo da tanto negli stati Uniti e vi dico io come sarebbe andata a Sofri. Sin dal momento che lui incitava all'odio e alla violenza dalle pagine di LC, sarebbe incorso in gravi reati penali e processato. In usa non si puo calunniare impunemente senza solide prove come fanno i giornali in italia, se lo fanno vanno in galera e pagano i danni ingenti alla vittima della calunnia nel giro di tre mesi.
Quando poi, grazie alla tesimonianza di Marino, Sofri Bompressi e Ferrara, sarebbero stati immediatamente accusati pur restando in liberta, il public attorney avrebbe fatto tutti i controlli i i cross references e quando in possesso di prove solide sarebbe iniziato il processo con una giuria popolare selezianata fra i pari di Sofri dagli avvocati difensori e da quelli dell'accusa, se ritenuto colpevole avrebbe rischiato la pena di morte in 39 stati e l'ergastolo a vita con sulla sua sheda scritto "libero mai" in tutti gli altri stati.
Rocca dice tante cose giuste sull'america, ma stavolta ha sbagliato e di grosso."
Nel sottoscrivere quanto detto da Armando, ribadisco quindi l'approssimazione insita nel volersi a tutti i costi rifare agli USA - faro di liberalismo, certo, ma lontano anni luce dalla nostra storia e dalla nostra percezione "beccariana" dei delitti e delle pene - per quantificare il tenore di liberalismo di chicchessia.
La tregua civile, s'intende, mi sta benissimo, purché bilaterale: grazia a Sofri, ma anche alla Mambro e a Fioravanti, per gli stessi identici motivi. Invece tutta la discussione, una volta affermato questo genere di equanimità, si incaglia puntualmente sul doppiopesismo preconcetto di certi ambienti intellettuali nostrani...

UPDATE (4-12-2005): Com'era prevedibile, questa settimana la blogosfera investita dagli strali di Rocca ha ripercorso la vicenda umana e giudiziaria di Adriano Sofri. Ne sono usciti numerosi validi contributi, tra i quali segnalo le prime tre puntate della Sofri-story offerte da Robinik quiqui e qui. Ma l'intervento più toccante che mi sia capitato di leggere a riguardo è il già mitico lo dico sottovoce di Martin Venator, che si aggiunge ai miei link senza nemmeno passare dal via. Roba da pelle d'oca. 




28 novembre 2005

Harry Potter e il Calice di Fuoco

Sarebbe molto interessante approfondire sotto una luce “filosofica” il rapporto tra il fenomeno Harry Potter e la temperie culturale in cui è fiorito il suo enorme successo. Se il racconto fantastico - proprio perché libero da qualsivoglia obbligo nei confronti della “storicità” – consegna all’immaginario collettivo l’elaborazione di tematiche senza tempo, il gradimento riscosso da un’opera di quel genere la dice lunga sulle aspirazioni e sugli umori profondi del pubblico che la accoglie. Ma mi guardo bene dallo spiegare in questa sede in che senso, a mio avviso, le avventure dell’occhialuto maghetto uscito dalla penna di J. K. Rowling si addicono ad un’epoca attraversata da suggestioni assieme materialistiche e gnostico/stregonesche, peraltro in contrapposizione solo apparente.
Meglio allora occuparsi del quarto episodio della serie, giunto al cinema grazie al lavoro di adattamento dell’inglese Mike Newell. I precedenti tre capitoli erano passati dalla pedissequa aderenza ai testi-base osservata da Chris Columbus (regista de “La pietra filosofale” e de “La camera dei segreti”) alla pregevole rigenerazione in chiave gotico/scespiriana apportata da Alfonso Cuaròn (“Il prigioniero di Azkaban”). Fortunatamente Il calice di fuoco si mantiene sui livelli di indipendenza creativa inaugurati col terzo film della serie, anche se una trama di partenza così articolata avrebbe richiesto maggior risolutezza nello scegliere tra la fedeltà alla “lettera” e l’asciugamento visivo dell’intreccio originario. Invece anche a Newell, evidentemente, dev’essere toccato subire le invasioni di campo concesse alla Rowling a norma di contratto. La scrittrice britannica, infatti, si prodiga per riprodurre anche nei film la progressiva maturazione che da un lato coinvolge i suoi personaggi e le sue tecniche narrative, mentre dall’altro riguarda i suoi lettori in carne e ossa, in un ideale parallelismo formativo tra finzione e realtà. Naturalmente l’uomo di lettere non accetta di veder trasferire gli elementi di una simile “crescita” dal piano della parola, di sua specifica competenza, a quello dell’immagine, in cui l’occhio va servito ben più dell’orecchio. Per cui nasce un film pieno di buone trovate di regia ma viziato da un’incongruenza espositiva di fondo.
I primi dieci minuti di proiezione forniscono un ottimo spaccato dei pregi e dei difetti di tutta la pellicola: bene l’ellissi sulla partita di Quidditch, benissimo il prologo di grande slancio visionario, male l’ingresso in scena dei Mangiamorte. Di punto in bianco gli incappucciati irrompono nell’accampamento e lo devastano, senza che la loro figura venga introdotta a dovere. Cosa li spinge ad agire così? Perché ricompaiono - come si scopre nel seguito - dopo tredici anni? È logico che i fan della versione libresca conoscano a menadito i particolari della vicenda, ma lo è altrettanto che il pubblico neofita rimanga disorientato al punto di scambiare i congiurati per Dissennatori o, peggio ancora, di rinunciare sin dall’inizio a tirare le fila della trama nella sua interezza.
La fretta si dimostra cattiva consigliera anche nel frangente che vede Harry catapultato nel Pensatoio, allorché il processo a Karkarov mal si coniuga con la sua riabilitazione, data per scontata fuor di digressione. Ma la sequenza più incomprensibile coincide senz’altro col ritrovamento del cadavere di Barty Crouch. Un episodio tanto enfatizzato quanto privo di reali sviluppi successivi, oltre che dovuto ad una inspiegabile (dati l’ora e il luogo) scampagnata nel Bosco Proibito. Volendo calcare la mano, si potrebbe stigmatizzare senza tema di spoiler l’espediente adottato per dare il colpo di scena finale, un trabocchetto deduttivo degno della miglior signora Fletcher (“Come fa a saperlo? Io non l’avevo detto”).
Peccato, perché una più decisa “bonifica” degli elementi inessenziali per l’economia della narrazione avrebbe contribuito a far risaltare l’innegabile vena teatrale che sostiene tutto il film, dal gattopardesco Ballo del Ceppo fino al claustrofobico rimpiattino nel Labirinto e alla diabolica rinascita di Voldemort. Ralph Fiennes, sfigurato in viso e macilento nel fisico, beneficia dell’unico effetto visivo davvero convincente nel mare di fintume computerizzato a cui la ILM sembra aver deciso di condannare la saga cinematografica di Harry Potter.
In definitiva, la missione di allargare la “base” dei fans di Harry Potter tramite la diversificazione mediatica non può ancora dirsi compiuta. Magari scatta una scintilla di interesse per il clima “giallesco” dell’insieme, per le ambientazioni collegiali vagamente vittoriane, per il modo efficace di descrivere l’amicizia tra adolescenti.
Ma rimane forte la sensazione di non poter essere bene accetti nella grande famiglia di Hogwarts, finché non ci si sia rassegnati a passare per le pagine dei libri.
Una mancata “autosufficienza inclusiva” che rivive anche nella stucchevole morale della favola, per com’è affidata alle parole pronunciate da Silente in memoria di Cedric: trionfano amicizia e solidarietà, certo, ma tra maghi. I babbani, chi se li fila quelli.




23 novembre 2005

Guiapolitica

Sul Foglio di oggi, Guia Soncini si produce in uno dei suoi proverbiali exploit umoralistici a metà tra il polemico e il divertito. Solo che stavolta non è in ballo il resoconto dell’ultima puntata di Desperate Housewives piuttosto che la conta ormonale del “reality” di turno: si parla di aborto. Purtroppo con i toni paradossali di sempre, come il titolo del pezzo (“Guia e l’aborto - un problema che non riguarda coloro che ne parlano”) preannuncia abbastanza efficacemente.
Senza fare le pulci agli argomenti della Soncini troppo minuziosamente, mi preme qui soffermarmi solo su qualche passaggio del suo articolo. Come accennavo, la riflessione di Guia cammina funambolica sul filo del paradosso giocoso, per cui va affrontata senza esagerare nel risentirsene. Ma già lo svolgimento del titolo lascia spazio a qualche obiezione. Scrive la Soncini: “A dibattere di quel che devi fare se ti accade di aspettare un figlio senza averne alcuna voglia sono sempre uomini senza figli (vescovi e non) e donne ormai al sicuro da quello scivoloso crinale che è l’arco dell’età riproduttiva”. Riservare il diritto di esprimersi su un tema eticamente e giuridicamente sensibile solo alle categorie da esso effettivamente investite mi sembra però un partito un po’ deboluccio. Di omicidio e di furto si può discutere anche senza esserne stati vittime o senza ritenersene minacciati, perché vengono considerate tematiche di rilevanza generale.
Ma proseguiamo. Nel seguito la Soncini parla delle donne che, dopo aver in un primo momento optato per l’interruzione di gravidanza, cambiano idea grazie all’intervento del volontariato pro-life. La caustica articolista certo non nasconde di considerarle poco più che oche giulive: “Vanno protette, le idiote, quelle che credono ‘che all’ottava settimana sia un grumo’ e quando vedono l’immagine con le braccine sono così commosse che improvvisamente sono pronte a essere madri? Vanno salvate da loro stesse? E, se sì, è più protettivo nei loro confronti forzarle a riprodursi, mettendo al mondo figli indesiderati (al netto della poetica poi-sei-contenta), o lasciar perdere, ché la maternità è questione che necessita un po’ di sale in zucca, e non si capisce perché aprire una salumeria richieda una licenza e prendersi a vita la responsabilità di un altro essere umano neppure richieda un test psicoattitudinale? (Sì, sì: i figli si sono sempre fatti senza tante storie. Sì, sì: torniamo nelle caverne)”.
Siamo quindi a preconizzare la certificazione di idoneità prenatale, posto che sì, l’interruzione volontaria di gravidanza va “protetta” (altrimenti non esisterebbe nemmeno una legge in materia, no?). Va bene, è un’indicazione surreale finché si vuole, provocatoria finché si è stanchi di ripeterlo, ma fondata su petizioni di principio abbastanza sostanziali. Le persone volubili, magari povere di temperamento o semplicemente indigenti come le “extracomunitarie”, le “pocotenenti” e le “tredicenni”, andrebbero sottoposte ad una sorta di vidimazione psicofisica preliminare finalizzata all’ottenimento di un nulla osta a procreare. Evito di snocciolare le analogie di queste tesi con l’eugenetica storica, malgrado la loro elencazione possa offrire una nutrita serie di spunti di riflessione.
Eppure non si può non sottolineare come anche delle semplici allusioni (“torniamo nelle caverne”) bastino da sole a prefigurare un’idea di “progresso” ben precisa. La modernità, in pratica, consisterebbe nell’inserire anche la famiglia naturale - che è “tradizionale” causa forza maggiore - nel novero dei “desideri individuali” da autorizzare all’interno di strutture pubbliche ad hoc, per lo più sulla base di parametri burocratici e/o efficientistici. Con ciò inverando per via tecnocratica quella “totale equiparazione” tra la genitorialità naturale e i suoi surrogati biopolitici che si profila all’orizzonte come un approdo liberatorio, per tutti i seguaci del paradigma “desiderio più volontà più possibilità uguale felicità”.
Invece i retrogradi continueranno a riprodursi “come conigli”, forse addirittura nell’ingenua convinzione che proprio la congiunzione tra due corpi e due anime amanti sia l’unico “miracolo profano” capace, previa cessione di una quotaparte della propria “individualità”, di sottrarre il potere più immenso - quello di dare la vita – alle grinfie modernizzatrici del Potere Costituito.
La Soncini, certo, può rivendicare alle donne quel che da sempre è delle donne (“sono una che può dare la vita, e anche decidere di non darla. Spiacente, è una discussione impari”), ma sicuramente contraddicendo tutte le credenziali “progressiste” di cui mena vanto, con un appello tanto accorato allo “stato di natura” che pone la donna incinta materialmente al di sopra del figlio che porta in grembo. La “legge del più forte”, invocata a ragione da Guia, non va molto d’accordo col positivismo giuridico, credo.
Del resto è proprio la cultura moderna che, nel celebrare la separazione tra eros e riproduzione alla stregua di un inedito traguardo, ritiene di aver guadagnato alla pianificazione raziocinante il governo della “fertilità” in senso lato, anziché riconoscere di essere caduta vittima di una sottile (e collaudatissima) forma di idolatria, peraltro altamente contraddittoria in termini. Forse ha ragione la Soncini: di questo passo si torna dritti nelle caverne. Luccicanti e ipertecnologiche, ma pur sempre caverne.

UPDATE: oggi, sempre su Il Foglio, anche Jacques Testart (padre della prima bambina francese "nata" in provetta) affronta problematiche molto vicine a quelle coinvolte in qualsiasi discussione di biopolitica. In coda all'intervista rilasciata al bravissimo Giulio Meotti, lo scienziato afferma: "Ciò che è davvero allarmante nella presente situazione è la facilità con cui stanno persuadendo (le èlites biotecnologiche, NdI) le nostre menti all'idea che gli esseri umani sono puramente il prodotto dei propri geni. Potremo identificare tratti genetici come la calvizie, la statura, l'obesità, il quoziente intellettivo. Sono processi inconsci di purificazione genetica. Dove la sessualità sarà finalmente del tutto libera dalla procreazione e camuffata sotto il pretesto della 'libertà della coppia'. Si tratta di una concezione magica dell'evoluzione, sottomessa alla promessa mistica di un paradiso dove l'uomo è materiale da produzione".
Temi scottanti, quindi, e impossibili da maneggiare con gli strumenti della pura "contrattualistica di mercato", in quanto non tutti i soggetti che vi ricadono sono pienamente consapevoli delle loro scelte. Mi conforta sapere che i miei stessi interrogativi sono materia di discussione anche ai piani alti della cultura ufficiale.




22 novembre 2005

Star Wars Episode III - La vendetta dei Sith

La profezia infine si è compiuta appieno: la Macchina, trasformatasi nello specchio delle brame del suo artefice, ne ha fagocitato le membra e il cuore stritolandolo tra i suoi ingranaggi al silicone. Ironico come l’epica Caduta dell’Eroe immaginata da Lucas si sia riverberata con tanta implacabile crudeltà sulla traiettoria artistica ed autoriale del suo stesso ideatore.

 

Diciamoci la verità, ragazzi. Guerre Stellari 2000 non è stato un progetto cinematografico in tre atti, bensì una fiera delle vanità computerizzate escogitata - non si sa se più per scaltrezza o per semplice ingenuità - da un padre del cinema moderno in cerca di conferme personali. Questo lungo demo promozionale delle meraviglie digitali made in ILM doveva infatti servire a sigillare un’attesa pluriventennale sotto il segno del progresso tecnologico. Come a dire che la quintessenza di quella “rivoluzione copernicana”, introdotta a cavallo tra i ’70 e gli ’80 da registi del calibro di Spielberg, Coppola e – per l’appunto – Lucas, avrebbe non solo mantenuta intatta la carica visionaria conferitale a suo tempo dall’uso sapiente degli effetti speciali, ma si sarebbe anche giovata delle novità intervenute nel frattempo.
Ma se ai tempi della prima, vecchia trilogia la scarsità di mezzi a disposizione aveva automaticamente obbligato il team creativo a non perdere di vista la centralità della cinepresa e della scrittura, ventott’anni dopo una superbia devastatrice ha condotto il buon George a scambiare i mezzi con i fini, nell’illusoria convinzione che la potenza di calcolo grafico potesse sostituirsi al tocco dell’artista, che una bella storia potesse raccontarsi da sola sotto l’ombrello della tecnica.
Invece gli straordinari elementi scenografici portanti (i matte paintings, da favola) e portati (gli edifici avveniristici, dal taglio curvaceo e asimmetrico), i mezzi meccanici a propulsione (ottimamente implementati, ma talora di disegno un po’ discutibile, come la monorotellona di Grievous o la navicella di Padme), il bestiario di creature a quattro (innaturali nelle movenze dinoccolate, oppure odiose come il basilisco stridulo cavalcato da Obi-Wan) e a due zampe (Yoda è lo stato dell’arte in materia di rendering e animazione digitale, mentre i cloni sono stranamente più riusciti delle bestie: ma non era più difficoltoso ricreare le fisionomie antropomorfe di quelle animali?), assieme ai personaggi biomeccanici (che camminano pattinando un po’), lasciano ammirati ma freddi.
E questo non per indulgere al passatismo dei bei vecchi tempi, quando lo straordinario artigianato offerto dai collaboratori di Lucas sapeva animare lo Yoda di gomma, intercalare  le estenuanti stop motion dei camminatori AT-AT e AT-ST, appendere ad un filo X-wing e Tie Fighter: sono il primo a rendere onore al merito degli sperimentatori seri come Peter Jackson, in grado di mettere le tecniche all’ultimo (o penultimo, dopo Ep3) grido al servizio del romanzo più anticinematografico della storia.
Le mirabilie visive di quest’ultimo SW, semplicemente, lasciano freddi perché non hanno quasi mai nulla da raccontare. Non si accompagnano ad uno sviluppo narrativo di costruzione organica, ma si limitano a fornire materiale dilatante per i vuoti di una vicenda sincopata e frammentaria, che salta di palo in frasca tra una dissolvenza (a cerchio, per frazioni di schermata, a spazzata, in diagonale, a tergicristallo: perché non anche a stella?) e l’altra a caccia di ammiccamenti indirizzati ai fan della prima ora.
Ma sono proprio i “fedeli seguaci” della saga classica a ravvisare il grosso punto a sfavore della nuova tripletta rispetto alla vecchia: la totale assenza di una sceneggiatura degna di tal nome. Ora, nessuno si sarebbe mai sognato di pretendere un copione all’altezza dei suoi stagionati predecessori - piccoli gioielli di rigore interno e di concisione, capaci di pescare nell’immaginario collettivo semplicemente riproponendo con grande autoironia alcuni spunti tematici, tratti per lo più dalla storia e dalla letteratura occidentali, come la cavalleria, l’imperialismo e la lotta all’idolatria. Però qui si ha la spiacevole impressione di essere passati dall’entusiasmante Ferrari dell’ingegner Enzo a quella patinata e affaristica di Montezemolo. Come per la scuderia di Maranello, infatti, un’esaltante avventura dell’intraprendenza artigianale e imprenditoriale pare essersi trasformata nel trionfo della spocchia e dell’arroganza, quelle tipiche di chi pensa di poter assecondare le passioni del suo pubblico rovesciandogli addosso il frutto di una carriera passata a vivere di rendite di posizione. Dove ogni riferimento ai quasi trent’anni di prestazioni esterne fornite dalla ILM - che hanno riposizionato le competenze di Lucas sul binario unico del settore tecnico - è fortemente voluto.
Per cui non importa se i rapporti tra la Federazione dei Mercanti (quei tipi vestiti da cammellieri e con l’accento bulgaro) e i l’esercito dei droidi rimangono poco chiari, peraltro sin dal primo fotogramma de “La Minaccia Fantasma”; non importa che, in un mondo dove la tecnologia rende possibile la clonazione di interi eserciti, per curare una mutilazione si debba ricorrere alle protesi meccaniche; non importa che le gravidanze durino pochi giorni, né che, pur con gli enormi mezzi di comunicazione esistenti nella “galassia lontana lontana”, il risibile doppiogiochismo di Palpatine sia immune dalla benché minima fuga di notizie.
Mettici qualche tunica, un po’ di spade laser e di montaggi tirati via, poi frulla tutto nel rutilante caleidoscopio elettronico di produzione propria, e vedrai che il gioco è fatto. E per sciogliere il nodo centrale della saga, recupera quella faccenda dei midichlorian (specie di atomi o moduli-base del flusso della Forza), così da motivare il potere taumaturgico del Lato Oscuro.
Nella pochezza concettuale e artistica che affligge tutta questa nuova trilogia, effettivamente il terzo episodio riesce a spiccare, ma si tratta in realtà di una luce riflessa dalla tematica a monte del film: è perfettamente logico che la genesi di Darth Vader riesca più affascinante delle corse sulle sgusci o dei primi pruriti sessuali di Anakin Skywalker. Quindi l’appagamento trasmesso da “La vendetta dei Sith” vive di un carisma indipendente dalla sua messa in scena, così come la prestazione di Hayden Christensen risalta perché legata ad un personaggio intrinsecamente accattivante.
Anche le possibilità simboliche dell’ultima mezz’ora di film escono decisamente squalificate dallo svolgimento dei fatti: bello il duello tra Yoda e Palpatine, va bene, ma perché i due vanno a finire proprio nell’aula del Senato? Forse l’elevatore che aziona la tribuna del Cancelliere deve condurci sul luogo della scena madre?
Si percepisce qualche velata allusione all’attualità geopolitica, tra le battute conclusive della vicenda, ma gli sviluppi in questione vanno incontro ad un tale avvitamento logico che sembra quasi impietoso metterli in evidenza. “Gli assoluti sono per i Sith”, tuona quel relativista di Obi-Wan. Che poi chiosa: “Palpatine è il Male, la Repubblica il bene!”. Perbacco, un “assoluto” in piena regola: forse l’unica reale analogia con la nostra galassia vicina vicina è l’allarmante trasformazione del pensiero debole in apologia di se stesso, ma non credo che la morale di prima intenzione fosse propriamente quella.
Spiace constatare il poco impegno con cui sembra essere stato affrontato il progetto SW 2000 da parte di molti dei suoi uomini-chiave: Ewan McGregor ha più volte ammesso di non essersi chiamato fuori solo per la clausola rescissoria, molto onerosa, del suo ingaggio, ma rimane decisamente sottotono anche Natalie Portman. Perfino John Williams sembra lasciarsi investire da questa ondata di scoramento contagioso, tant’è vero che si profonde nelle sue partiture sinfoniche più scialbe di sempre, a dispetto del buon periodo attraversato dal vecchio leone (dico, parliamo di un settantenne che, non pago dei traguardi raggiunti in una carriera straordinaria, sa rimettere completamente in discussione tutta la sua filosofia di contrappunto e fraseggio con la colonna sonora di Harry Potter 3...).

 

Il botteghino sembra aver dato ragione a George Lucas e al suo giocattolone di mezza età. Buon pro gli faccia; personalmente trovo che l’unica speranza superstite per il grande cinema di intrattenimento sia che almeno Frodo (Peter Jackson) rifiuti le lusinghe digitali della Macchina e si ostini a non inseguire il miraggio di un cinema prefabbricato al computer, dove le emozioni si pretendono codificate in serie come algoritmi di programmazione. Probabilmente, stando alle reazioni suscitate da “La guerra dei mondi”, ci siamo persi per strada anche Spielberg: se MacLuhan aveva ragione (“il mezzo è il messaggio”), col media "cinema" ridotto a videogioco passivo stiamo freschi.




19 novembre 2005

Religione e omosessualità - Condannati per reato d'opinione

Pietro Castagneri su Libertari.org

Un pastore evangelico, Stephen Boissoin, è l'ennesimo ministro di culto cristiano denunciato davanti alla Commissione dei diritti umani di Alberta (Canada) per essersi espresso contro lo stile di vita omosessuale. Boissoin è stato incriminato per aver pubblicato una lettera nella quale ha denunciato l'omosessualismo come immorale e pericoloso, sostenendo che da quando è stato approvato il cosiddetto "matrimonio omosessuale", i temi omosessualisti sono stati inclusi nei programmi educativi e scolastici, abbracciando ogni insegnamento. "I bambini di 5-6 anni soffriranno un danno psicologico e fisiologico forse irreparabile per le letture e le immagini che dovranno vedere a causa di questi nuovi diritti", ha affermato il pastore nella lettera. Boissoin, sposato e con 2 figli piccoli, si difende da solo perchè non ha soldi per pagare un avvocato. Gli attivisti omosessualisti esigono una ritrattazione sullo stesso organo di informazione. ll pastore non è disposto alla ritrattazione e rischia di essere condannato al carcere. Tra le altre cose, quello che gli attivisti omo-sessualisti non perdonano al pastore è che per causa sua vari adolescenti abbiano abbandonato l'omosessualità e la bisessualità. Il tribunale, che non ha ancora ascoltato la sua difesa, ha già condannato il pastore a pagare 5000 dollari a un omosessuale che si "è sentito ferito dalla sua lettera" e altri 2000 dollari al gruppo pro gay EGALE Canada. Boisson, perseguitato per difendere la verità, ha dichiarato alla stampa "confido in Dio, sicuramente sarò condannato, ma nonostante ciò sono molto felice per quello che sta succedendo". In Svezia, il 29 giugno del 2004, è stato condannato ad un mese di carcere un pastore protestante per aver osato criticare, con citazioni tratte dalla Bibbia, il "matrimonio omosessuale". Si tratta della prima sentenza, in Svezia, poi annullata in appello ed attualmente all'esame della Corte Suprema, che considera il dissenso verso il matrimonio omosessuale come un incitamento all'odio razziale. Tale progetto contro la libertà di pensiero e di religione viene portato avanti anche in altri stati europei. In Francia, 26 organizzazioni di Sinistra hanno firmato un Manifesto per dare vita ad una "strategia repressiva e preventiva" contro il cosiddetto razzismo omofobico: per razzista omofobico si intenderebbe chi privilegia la famiglia tradizionale ed esprime il suo dissenso verso la pratica e la teoria omosessuale. Il primo razzista omofobico, secondo tale concetto, sarebbe il Papa e il primo testo tacciato di razzismo omofobico sarebbe il Catechismo della Chiesa. In Italia se il Pontefice, e con lui i fedeli cattolici, non vengono oggi incriminati è perché, con la caduta del Governo D'Alema, è stato accantonato il progetto di legge n. 6582, presentato il 23 novembre 1999, primo firmatario proprio l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema insieme al Ministro per le Pari Opportunità Laura Balbo, affiancato dal Testo Unificato del 1 luglio 1999 riguardante le Disposizioni per la prevenzione e la repressione delle discriminazioni motivate dall'orientamento sessuale. Questi disegni di legge prevedevano sanzioni penali non solo per chiunque esprimesse pubblicamente critiche su una qualunque pratica sessuale, ma anche per chi partecipasse ad "associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alle loro attività" ritenute "incitamento alla discriminazione per motivi di orientamento sessuale", che deve essere punito "per il solo fatto della partecipazione all'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni" (art. 2 del Testo Unico).

Se a qualcuno interessasse un esempio di come il dogmatismo dialettico marxista possa reincarnarsi sotto spoglie apparentemente liberali, eccolo servito. La rigenerazione liberal-radicale del sinistrismo ormai è moneta corrente, spesa sugli scenari politici internazionali e quasi sempre brandita stringendo una rosa nel pugno. Ma la saldatura tra progressismo e marxismo camuffato non si ferma certo alle analogie iconografiche, naturalmente. Questo articolo mostra che l'internazionalismo rimane il nocciolo di un prontuario ideologico globale, incurante delle diversità geografiche e culturali. La libertà, da bussola individuale per direzionare il libero arbitrio, diventa un obbligo coercibile. Esattamente come lo strumento teoretico più frequentemente attribuitole dai suoi fautori tardivi: il relativismo, che da habitus conoscitivo diventa il cardine di una teleologia nichilista dell'esistenza. Se tutte le proposizioni si equivalgono, infatti, una sola si tiene: che tutto è relativo, cioè che nulla si tiene. A negare tale assunzione di fondo, stando all'idea di perequazione giuridica accarezzata da certi "liberali", ci si merita anche l'incriminazione formale davanti ad un tribunale etico (?) di stato.
Il liberale "di vecchio conio", invece, continua a difendere e stimare i suoi simili a prescindere dalle loro categorie di appartenenza e senza dover per forza essere d'accordo su tutto, ma rinvenendo nel confronto pacifico un impulso alla libertà autentica. Quella di valorizzare ciò che si fa e come lo si fa, non di conferire rilievo giuridico (perfino penale) alla salvaguardia di ciò che si è.




18 novembre 2005

Vendola all'estero o mi vendo la questione morale?

Come da segnalazione del solito mitico Robinik, rilancio volentieri quest'accoppiata fissa di commenti (qui e qui) relativi alle spensierate trasferte americane del padre della "rivoluzione gentile" in quel di Puglia. Dove si dimostra, sempre che ce ne fosse bisogno, come calcare la mano sulla "moralità" e sulla "unità", oltre ad essere un'arma a doppio taglio sul piano pratico, costituisca solo un pretestuoso espediente per non dover approntare una seria piattaforma politica fondata sulla rappresentanza di interessi specifici. Definiti in quali, of course, la Grossa Coalizione (l'Unione) si ritroverebbe piccola piccola...


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Sinistra italiana Farisei Niki Vendola

permalink | inviato da il 18/11/2005 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



16 novembre 2005

Reform day...disillusion day

Oggi è il grande giorno in cui la Lega Nord raggiunge l’obiettivo stesso per cui nacque, l’emblema della sua ragione politica generatrice: il federalismo. Ancora debilitato per l’ictus che lo colpì un anno e mezzo fa, ma galvanizzato per il sigillo conclusivo che il Senato apporrà quest’oggi ad una battaglia riformatrice pluriventennale, Umberto Bossi raccoglie infine ciò che ha seminato. “Sono diventati tutti federalisti”, gongola il senatùr davanti ai giornalisti che lo incalzano. Si riferisce, presumo, al centrodestra “evangelizzato” dalla predicazione padana, malgrado la nutrita ala meridionalista della CdL stia già affilando le armi in vista di future retromarce - come stanno a dimostrare i comitati per il “no” al referendum confermativo, già in allestimento tra gli evergreen democristiani. Anche perché a sinistra, eccettuati i fuochi fatui della riforma al titolo V della Costituzione, approvata in coda alla passata legislatura, il tema delle autonomie locali suscita sentimenti molto tiepidi.
In effetti quel rocambolesco colpo di reni autonomista, impresso alla Costituzione dall’allora Ulivo di governo, voleva solo fornire un’arma in più ad uno schieramento già presago della sconfitta elettorale. La sinistra scelse di regalare ai suoi presidenti di regione il pretesto per sollevare continui “conflitti di attribuzione” col governo centrale in materia di bilancio, premunendosi così di uno strumento propagandistico sicuramente efficace per contrastare un esecutivo “nemico” anche da posizioni di minoranza.
In quattro anni e mezzo di berlusconeide, gli enti locali hanno avuto buon gioco nel porre la questione più o meno in questo modo: cari concittadini, non avete ancora ricevuto i fondi per il finanziamento delle politiche che vi avevamo promesso? Colpa del governo che ha tagliato le risorse per lo sviluppo. Oppure, in caso contrario: avete visto che abbiamo mantenuto la parola data? Merito nostro, ché abbiamo ottenuto dalla Consulta di strappare a Roma quanto pattuito.
Un quadro sussidiario così descritto non può che allargare a dismisura un parco clientelare foraggiato con geometrica potenza, scaricando per di più le eventuali interruzioni della pioggia assistenziale sui livelli di governo superiori. Tanto il centrodestra sul territorio non esiste, quindi è assai raro trovare traccia della benché minima controinformazione organizzata...
Come armonizzare la leva tributaria e nel contempo spuntare l’arma dello scaricabarile? Facile, col federalismo fiscale. Cioè il provvedimento di riforma che divide le chiacchiere dalla sostanza politica, la cosmesi istituzionale dal cambiamento profondo e sofferto. La devoluzione bossian-berlusconiana, ahimè, manca proprio di questo asse portante realmente rivoluzionario, l’unico davvero in grado di trasformare la politica da gioco delle intendenze assistenzialiste contrapposte a catalizzatore delle dinamiche e delle aspettative sociali.
Il pacchetto di riforme in fase di approvazione definitiva soffre anche di altre grosse incongruenze, tanto più dolorose da sottolineare dopo aver passato un’intera giovinezza nell’attesa di qualcuno che spezzasse il giogo del centralismo. Il premierato, inteso come compromesso tra il presidenzialismo e il “bicameralismo perfetto”, confligge in modo abbastanza evidente con lo spirito proporzionalista (dunque assembleare) della riforma elettorale prossima ventura. Il Senato Federale, poi, oltre a ridurre i rappresentanti locali a mere comparse (non hanno il diritto di voto), non è affatto “federale”, in quanto assegna ad ogni distretto un numero di delegati proporzionale alle sue dimensioni demografiche. Negli USA, per capirci, il numero di senatori espressi dalla California e dal Vermont è lo stesso, cioè due. Differenziare su base quantitativa i bacini elettorali significa far rientrare dalla finestra quella “disparità confederale” che un impianto politico di riassetto istituzionale, se genuinamente federalista, non può che voler cacciare dalla porta. Per la rappresentanza proporzionale dei “pesi specifici” esistono infatti le camere basse.
Stendiamo un velo pietoso anche sulla promulgazione di un nuovo corpo di polizia (regionale), che va ad ingrossare le già pletoriche schiere di gendarmi sul libro paga delle strutture pubbliche, e sul riordino della scuola ("regionalizzata" anch'essa), che è un modo come un altro per alzare bandiera bianca sulla difesa della libertà educativa.
Infine l’elezione di un premier forte non può essere contestuale alla formazione delle assemblee parlamentari, meno che mai in presenza del potere di scioglimento delle camere. O si fa all’americana (presidente eletto “a parte” che non può sciogliere il congresso sottostante), oppure si opta per soluzioni alla israeliana (premierato contestuale bilanciato dalla fiducia parlamentare), o ancora c’è il modello semipresidenzialista alla francese. Insomma, va bene il decisionismo, ma senza sconfinare nel cesarismo.
Dopo dieci anni di trepidanti speranze riformiste, l’unico vero traguardo raggiunto dalla politica italiana è il tramonto del culto totemico della Costituzione. Sapere che la carta del dopoguerra, imbottita di retorica azionista e socialista, si può modificare anche senza il certificato di sana e robusta costituzione democratica, rilasciato dai venerandi guardiani del compromesso storico, è comunque una buona notizia. Ma è dannatamente poco, per noi che nel cambiamento ci avevamo creduto davvero.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Politica interna Destra italiana Umberto Bossi

permalink | inviato da il 16/11/2005 alle 14:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa



16 novembre 2005

Un, due, test

Seguendo l’esempio di molti “colleghi”, pubblico anch’io i risultati del questionario politico che potete trovare qui. Il mio posizionamento si visualizza a colpo d’occhio con lo specchietto fornito al termine del test:

 
                   


Tuttavia ritengo poco stringenti i quesiti formulati da questo indicatore. Coi tempi che corrono, infatti, ma la tendenza sarà sempre più marcata in futuro, il liberismo e l’antiproibizionismo si stanno affermando per quel che sono: fatti, necessità, indirizzi storici. Non opinioni. Perciò chiunque abbia idee appena liberali si classifica “libertarian” senza alcuno sforzo.
Per ottenere informazioni interessanti riguardo ai temi davvero dirimenti, cioè le circostanze politiche e giuridiche che coinvolgono due o più individui di specie umana - non tutti consenzienti - per volta, meglio misurarsi con il “political compass” disponibile qui. Fornisce un’intervista molto più articolata della precedente, anche grazie alla comparazione delle proprie coordinate con quelle di famosi personaggi della storia e della politica. I miei risultati (Economic Left/Right: 6.50; Social Libertarian/Authoritarian: -1.79) mi avvicinano a Milton Friedman, capofila di quei “Chicago Boys” che ispirarono la politica economica di Reagan e della Thatcher. Ovvero: come scoprire l’acqua calda con l’autoindagine.
Da segnalare come in entrambi i casi, nonostante io mi ritenga decisamente “right” sulle questioni sociali, il mio pallino penda a favore della liberalità anche in materia di morale pubblica. Anche perché, provare per credere, gli autori dei due test devono avere un’idea piuttosto “talebana” del conservatore medio...




13 novembre 2005

Mystic River

Non si possono comprendere le passioni contrastanti suscitate dalla filmografia di Clint Eastwood senza avere ben presenti i caratteri fondamentali della sua impronta di regista. Essi consistono nella lezione d’autore impartitagli a suo tempo da Sergio Leone, cioè regia essenziale e incisiva al servizio di una trama scritta a regola d’arte. Un simile viatico mette in risalto una scelta di fondo molto impegnativa, cioè quella di privilegiare il lato strutturale rispetto al “rivestimento visivo”, nell’affrontare il difficile compito di realizzare un film. Volendo adoperare un lessico a me molto familiare, si potrebbe dire che il vecchio Clint si concentra moltissimo sulla progettazione, prima che sulla costruzione esecutiva dell’edificio (filmico). Il che significa rinunciare alle vanità creativiste e a tutti gli alibi che queste ultime sanno garantire, specie presso certa critica, ma anche dividersi i meriti e i demeriti con uno staff di adeguata caratura - quindi tutt’altro che docile o genuflesso.
Dunque il nodo centrale da sciogliere fa capo alla scelta e alla scrittura del soggetto, se si cerca una chiave stilistica dei lavori di Clint Eastwood. Un indirizzo agli antipodi del tazebao cinefilo regalatoci da Quentin Tarantino con Kill Bill, ad esempio, nel quale la trama è praticamente subalterna alla ricerca del compiacimento visivo.
Puntare sulla trama, a ben vedere, è insieme l’idea più banale e più coraggiosa per chi decide di “raccontare” per professione: permette di semplificare la vita al pubblico con l’accesso a differenti livelli di immedesimazione e di comprensione, concede alla regia un buon margine di creatività senza il rischio della pesantezza o dell’ermetismo concettuale, ma di contro espone a tonfi clamorosi nel caso in cui il soggetto prescelto sia di scarso valore. Può avvenire per mancanza di adattabilità, per motivi tecnici come un casting sciagurato, a causa del rapporto eccessivamente intimo che spesso si instaura tra il regista e i suoi riferimenti intellettual-elettivi, e per mille ragioni ancora.
Con cui si chiarisce come mai lo stesso regista riesca ad alternare melensaggini tromboniche, retoriche e facilone quali se ne sono viste e sentite in “Million Dollar Baby” con un capolavoro del calibro di “Mystic River”. Il tragitto è stato dalle stelle alle stalle, ci auguriamo vivamente che all’andata segua il ritorno.
Il romanzo di Dennis Lehane al quale si ispira il film, adattato da Brian Helgeland, contiene tutto lo slancio tragico di Dostoevskij intessuto con il meglio del poliziesco americano ad alta tensione emotiva.
Un film che prende le mosse tra remote atmosfere proletarie macchiate dalla violenza, per poi spostarsi con destrezza sullo spietato debito di sangue e disperazione che il fato riscuote agli innocenti e agli indifesi.
La vicenda ricorda più che vagamente “Sleepers”, film di qualche anno fa con Brad Pitt, Vittorio Gassmann e Kevin Bacon, quest’ultimo evidentemente incline al thriller di coscienza. Solo che, mentre in quel caso la trama evolve alla ricerca di un’analogia con “Il conte di Montecristo”, quindi rintraccia nella giustizia vendicativa il suo approdo naturale, in MR prende il sopravvento l’introspezione dei recessi più inquietanti dell’anima umana. E si erge prepotentemente sullo sfondo il bisogno di redenzione, ferito dalle laceranti ambiguità del male, con cui i capri espiatori predestinati accettano di farsi inghiottire nel fiume (mistico, per l’appunto) dei peccati del mondo. L’estremo sacrificio quindi, anche se iniquo, scaccia i demoni e restituisce speranza perfino a chi meriterebbe i peggiori castighi.
Solo merito di un soggetto ad alto tasso di pathos, allora? Assolutamente no: la regia, innanzitutto, si giova di ampi territori da esplorare con mano ferma. Ci sono le dissolvenze sfumate che convogliano la tensione verso i punti di rottura, gli sguardi angosciosi perfettamente inquadrati, e poi le due magnifiche sequenze in simultanea inserite nei momenti culminanti della vicenda.
E poi svettano per lo straziante temperamento drammatico Sean Penn e Tim Robbins, due eccezionali professionisti. Assisti ai loro pianti e pensi che da bambino, tra le altre cose, sognavi di diventare un attore così. Altro che le rigide maschere pietrificate esibite ultimamente da Hillary Swank e dal pur grandissimo Clint “due espressioni” Eastwood.
Il tutto contornato da una fotografia in linea col clima generale della narrazione, cupa e opaca tranne che nelle rare scene soleggiate.
Col senno di poi, si fa largo il rimpianto per il mezzo siluramento rifilato ad un simile capolavoro in occasione degli Oscar di due anni fa; anche dando per scontatissimi i premi ai due straordinari interpreti, forse si poteva ricorrere all’estrema ratio di separare i riconoscimenti al miglior film e alla miglior regia. D’altra parte, lo spiritoso e cicciuto individuo che se li è meritati entrambi (lo conoscete? E’ un neozelandese col pallino per il Signore degli Anelli...) era in lista d’attesa già da un paio di edizioni. Proprio vero che l’unica altra istituzione dotata di un tempismo paragonabile a quello dell’Academy è l’ONU. E credo di aver detto tutto.




11 novembre 2005

Le fiamme sopra Parigi

Le scienze sociali aspirano alla formalizzazione di modelli teorici che, senza fastidiose complicazioni etiche o antropologiche, sappiano trarre dalle “condizioni ambientali” le regole che governano la vita associata. È un riflesso del meccanicismo efficientista, quello di ritenere che ogni malfunzionamento del sistema politico sia necessariamente dovuto a carenze nel coordinamento “premeditato” del vivere civile. In senso lato, questo atteggiamento può considerarsi un portato del pensiero “di sinistra”: massimo riguardo per le dinamiche collettive, totale disinteresse per l’eccezione individuale che sfida la pianificazione omologante.
Perciò sarebbe segno di sudditanza rispetto a questa mentalità voler analizzare le rivolte parigine degli ultimi giorni con gli strumenti della mera sociologia applicata. Meglio, quindi, affrontare la questione mediante un doppio livello di lettura; con l’ausilio di criteri sostanzialmente sociologici, certo, ma senza tralasciare l’inquadramento storico, culturale e per così dire “concettuale” della ribellione che sta incendiando il cuore della Francia.
I numeri dell’insorgenza parlano chiaro: assieme ai miseri residui di grandeur, sono bruciate quasi trentamila automobili; tra i responsabili di tanto vandalismo, inoltre, la percentuale di disoccupati raggiunge punte del 60%. Dati pesanti, che stanno inducendo la classe politica francese a rivedere seriamente il modello di integrazione “assimilazionista”, magari lodevole nel suo cosmopolitismo, ma del tutto inefficace all’atto pratico. L’idea che la pace sociale tra i “corpi intermedi” (e, nel nostro caso, estranei) di una comunità nazionale si possa letteralmente comprare, nella fattispecie destinando contributi pubblici al sovvenzionamento di certe categorie “svantaggiate”, è figlia della concezione cartesiana e burocratica dell’amministrazione sviluppatasi proprio nella Francia dei Rousseau e dei Robespierre.
Ma se il marchingegno dello Stato Nazionale poteva agevolmente perpetrare il suo inganno nel mondo “ristretto” di duecento anni fa, oggi le scosse tettoniche della globalizzazione stanno mostrando tutti i limiti del centralismo alla francese. Di fatto l’esplosione del malcontento tra i nordafricani di seconda o terza generazione, ma anche tra gli immigrati di primo pelo, dimostra che i sussidi di disoccupazione, se ricevuti senza un’adeguata consapevolezza del proprio ruolo sociale, incoraggiano la disoccupazione stessa. Vale a dire che il paternalismo socialista alimenta proprio quei fenomeni che afferma di voler scongiurare. Tra i quali, oltre alla mancanza di un impiego, si annoverano la frustrazione, la rassegnazione ad un destino immutabile e predefinito, ma anche la percezione di un’identità etnico-religiosa sradicata e menomata dal tritacarne del welfare. Il sistema di assistenza centralizzato, infatti, pone precise condizioni di idoneità: togliersi il velo nelle scuole, nascondere i crocifissi, riporre nel cassetto la kippah. In una parola, l’omologazione alla laicità di Stato.
Un occidentale può comprenderne il senso profondo, probabilmente in modo critico, ma senza ritrovarsi deprivato di tutti i suoi riferimenti culturali ed identitari nel giro di pochi decenni: l’armonizzazione, dopotutto, rimane il principale motore del multiculturalismo, e come tale è vissuta dagli occidentali sani di mente.
Per un musulmano il discorso è differente. Specie tra i più giovani, l’assenza di un’attitudine alla inculturazione (tratto distintivo della cristianità, per chi se lo fosse scordato), magari unita al bisogno di qualcosa di facile in cui tornare a credere, genera inquietudini nelle quali i fomentatori d’odio hanno buon gioco ad insinuarsi. Gli inquirenti e i flic impegnati a sedare le rivolte parigine possono scuotere la testa finché vogliono, ma lo stato d’animo di molti ragazzi delle banlieue apre immensi territori in cui il fondamentalismo “di ritorno” può radicarsi. Tra i numerosi roghi notturni sono bruciate anche due chiese. E se le élite burocratiche francesi non sapranno scrollarsi di dosso l’ignavia impiegatizia che le ottunde, in futuro le violenze di questi giorni saranno ricordate come l’inizio di una tragica escalation insurrezionale.
Non se ne esce: se vogliamo trasformare le tensioni tra sudditi - in lotta per un angolino alla mangiatoia dei sussidi pubblici - in viva forza di coesione tra diversi, occorre ridimensionare l’ampiezza del settore pubblico in ogni sua manifestazione. Liberalizzare l’istruzione, umanizzare la solidarietà e l’aiuto reciproco favorendo il no profit, ma soprattutto movimentare il mercato del lavoro. Solo il bisogno di un reddito smussa gli spigoli tra gruppi etnici e incoraggia il sinergismo produttivo. Eventuali affirmative actions, se ritenute indispensabili, si prendono in considerazione solo a livello locale, non volgendo lo sguardo a qualche oscuro burocrate lontano mille miglia dalle problematiche e dalle persone in carne e ossa.
Basta confrontare le risposte sul piano dell’integrazione e dell’ordine pubblico ottenute in Europa e negli USA, adottando ricette opposte come lo possono essere rispettivamente quella dirigista e quella liberale. Negli Stati Uniti, tra il 1991 e il 2001, i crimini violenti segnalati dalla polizia sono diminuiti del 34%; mentre in Europa, nel periodo compreso tra il 1995 e il 1999, gli stessi reati sono cresciuti dell’11%.
Assimilazione contro meltin’ pot: se vogliamo far parlare solo i numeri, i numeri parlano chiaro.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Politica estera Francia Cultura politica

permalink | inviato da il 11/11/2005 alle 13:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


sfoglia     ottobre   <<  1 | 2  >>   dicembre
 


Ultime cose
Il mio profilo



11 Settembre
1972
2twins/M&A
Accessibile
A Conservative Mind
Aislinn
Alef
Alessio Guzzano
Alexandra Amberson
Astrolabio
Atroce Pensiero
Azioneparallela
Benedetto Della Vedova
Bernardo
Bioetiche
Bourbaki
Broncobilly
Cadavrexquis
Calamity Jane
Camillo
Cantor
Carlo Panella
Carlo Scognamiglio
Carlo Zucchi
Ce lo dice Hillman
Climate Audit
Coast2Coast
Crossroads
Davide Giacalone
David the Gray
Daw
Deborah Fait
De Libero Arbitrio
DestraLab
DMC (un amico di vecchia data)
El Boaro
Face the Truth
ffdes
Filosofo austro-ungarico
Freedomland
From being to becoming
Germany News
Gianni Pardo
Giorgio Israel
Giovanni Boggero
Giovanni Maria Ruggiero
Giulia NY
Green Report
Greg Mankiw
Happy Trails
Harry
House of Maedhros
Hugh Hewitt
Ideas Have Consequences
Il blog dell'Anarca
Il bosco dei 100 acri
Il Castello
Il Filo a Piombo
Il Megafono
Il piccolo Zaccheo
Il Politico
Ingrandimenti
In Visigoth
Ipazia
Italian Libertarians
JimMomo
Joyce
Karamazov
Karl Kraus
Krillix
L'apota
La Cittadella
La Pulce di Voltaire
La voce del Gongoro
Le Guerre Civili
Lew Rockwell
L'estinto
Lexi
Liberali per Israele
Liberalizzazioni
Lino Jannuzzi
Little Green Footballs
Lo PseudoSauro
Lo Schiavo
Lo straniero di Elea
L'Ussaro
Macromonitor
Mario Sechi
Marco Taradash
Massimo Fini
Mau
Michael Ledeen
Miss Prissy
Mondo Ingegneri
Napoli Viva
Neocon Italiani
Ne quid nimis
Noise from America
Numendor
Oggettivista
Orpheus
Otimaster
Paolo Longhi
Parbleu!
Passaggio al Bosco
Pensiero Conservatore
Perla Scandinava
Phastidio
Principessa Lea
Processi di mercato
Realismo Energetico
Riflessioni di un Conservatore
Robinik
Schegge di Vetro
Snow Crash
SocraticaMente
Starsailor
The Mote in God's eye
The Right Nation
Topgonzo
Ultima Thule
Valentina Meliadò
Ventinove Settembre
Walking Class
Watergate
Wellington
Wind Rose Hotel
Zamax
Zona Franca


Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom