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Perduta nazione, avito suolo
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La situazione mediorientale spiegata
meglio che in mille editoriali





In memoria di Diamond
"Dimebag" Darrell
, e di tutti gli
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gioventù trascorsi a sgomitare
sotto la sferza selvaggia
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Spigolature internautiche

"Uòlter Veltroni
a tajà er nastro
so' tutti bboni"

            by Giggimassi


"Far l'amore
col preservativo
è come fare il bagno
con lo scafandro"

                (Anonimo)


"Non sono né del partito
rivoluzionario né del
partito conservatore.
Ma tuttavia e dopotutto
tengo più al secondo che al
primo. Infatti dal secondo
differisco nei mezzi
piuttosto che nel fine,
mentre dal primo differisco,
insieme, nei mezzi e nel fine.
La libertà è la prima delle
mie passioni. Questa è la
verità"


      Alexis De Tocqueville
                    (by Zamax)


"Se Dio si candida,
lo stolto pensa alle elezioni
invece che al problema
dell'elezione"


            Giuliano Ferrara


"Io credo soltanto nella parola.
La parola ferisce, la parola
convince, la parola placa.
Questo, per me, è il senso
dello scrivere"


                    Ennio Flaiano
                (by Il Paroliere)


"L'ideazione di un sistema
resistente è atto creativo
che solo in parte si basa su
dati scientifici; la sensibilità
statica che lo determina, se
pure necessaria conseguenza
dello studio dell'equilibrio e
della resistenza dei materiali,
resta, come la sensibilità
estetica, una capacità
puramente personale, o per
meglio dire il frutto della
comprensione ed assimilazione,
compiutesi nello spirito del
progettista, delle leggi
del mondo fisico"


                       Pier Luigi Nervi
(Scienza o Arte del Costruire)


"L'unica cosa necessaria
per il trionfo del male
è l'inerzia dei buoni"

                         Edmund Burke
              (by Torre di Babele)


"Un governo così grande da
darti tutto quello che vuoi
è anche abbastanza grande
da toglierti tutto quello che hai"


               Barry M. Goldwater
          (by Retorica e Logica)


"L'amore è donare quello
che non si ha a qualcuno
che non lo vuole"


                     Jacques Lacan
                       (by Bernardo)


"Sono un conservatore nel
senso inteso da Hannah Arendt,
che si preoccupava della
preservazione del mondo.
Oggi comunque non c'è più
ordine costituito, ma solo
un cambiamento costituito.
La nostra sola tradizione è
il progresso. Viviamo in nome
del movimento e del
cambiamento continuo.
In questo contesto, io mi
considero un rivoluzionario,
perché ormai la sola
rivoluzione possibile è quella
che interrompe le derive
contemporanee"

               Alain Finkielkraut
                            (by Temis)


"Parliamo di politica:
quando si mangia?"


                 Alberto Mingardi


"Quella delle domeniche
a piedi è una messa rosso-
islamica, basata sulla nostalgia
del bel tempo della austerity
'regalataci' dall'Opec nel 1973.
E' un rito di espiazione e
autoflagellazione, direbbe un
Ernesto De Martino. E' una
autopunizione per aver pensato
di andare in auto a casa della
mamma, direbbe Freud. E' una
purga rivoluzionaria per
distruggere i beni di consumo
e tornare al valore d'uso,
direbbe Karl Marx"


                  Paolo Della Sala


"Quando uno conosce bene
una cosa se ne ha a male
se qualcun altro ne parla"


                          by Cruman


"Il vero conservatore sa che
a problemi nuovi occorrono
risposte nuove, ispirate a
principi permanenti"


             Giuseppe Prezzolini
  by Camelot Destra Ideale


"Una donna lo sa: le donne
adorano odiarsi. E' una cosa
vezzosa, niente di grave: solo
un po' di veleno qua e là, uno
sgambetto un sorriso e una
pugnalata alle spalle.
Non possiamo resistere"


              Annalena Benini


"Gli elettori delegano
il peccato ai potenti, così
possono immaginare
di non essere colpevoli
di nulla"


          Paolo Della Sala, again


"L'utilitarista deve nascondere
giudizi di valore da qualche
parte, per prendere decisioni
in base al suo principio,
e la teoria morale che ha
non è quindi l'utilitarismo,
ma lo specifico criterio
decisionale adottato"


                          LibertyFirst


"Non c'è più nessuno
a cui sparare, signore.
Se si tratterà solo di
costruire scuole e ospedali,
è a questo che serve l'esercito?"


                   Michael Ledeen


"L'idealista è uno che,
partendo dal corretto
presupposto che le rose hanno
un profumo migliore dei cavoli,
usa le rose per fare la zuppa"


                  Antonio Martino


"Sono sempre i migliori
ad andarsene dai forum"


                           Malvino


"Sapientia deriva da assaporare,
serve altro commento che non sia
mettere in moto il pensiero,
il ragionamento critico
come sapore delle cose?"


                                 adlimina


"Se gli economisti fossero
in grado di prevedere l'economia
non sarebbero tali, cioè non
avrebbero bisogno di insegnare
per sbarcare il lunario"


                            Mario


"Chi è sovente accigliato,
chi alza spesso il ditino
ammonitore, chi giudica
severamente il mondo
è uno che nel mondo
ci si trova male"


                             Gianni Pardo


The unprofessional blog

L'autore dichiara apertamente
che gli audaci parti del suo
intelletto avrebbero bisogno
del conforto di dottrina
specialistica in più materie,
nessuna delle quali minimamente
padroneggiata: pregasi notare
- sia ricordato qui una volta
per tutte - che di siffatti
scrupoli accademici è
privilegio della corporazione
dei dilettanti infischiarsene
allegramente (TNX Zamax)


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30 ottobre 2005

Le ragioni del "perismo"

Dal gran clamore attorno alle riflessioni, più o meno recenti, esposte da Marcello Pera a voce (i convegni di Magna Charta) o per iscritto (i dialoghi con l’allora Cardinale Ratzinger), emerge prepotente una profonda difficoltà di comunicazione e comprensione tra interlocutori. Il Presidente del Senato evidenzia i limiti e i rischi del “meticciato culturale”, cioè di un multiculturalismo irenista dimentico dei presupposti identitari che informano qualsiasi civiltà giuridica, e i commentatori parlano di un richiamo alla purezza razziale di stampo eugenetico-goebbelsiano.

Parimenti, nelle stesse occasioni, si delinea un minimo accenno di rettifica dei vetusti paradigmi anticlericali impugnati dal liberalismo ottocentesco, magari all’insegna di una rivalutazione dello spontaneismo religioso americano, e gli analisti ravvisano una deriva codina e papista.

Sul Foglio di ieri Piero Craveri e Massimo Teodori, quest’ultimo reduce da un piccato carteggio a sfondo etimologico con Giuliano Ferrara, compendiano piuttosto efficacemente il complesso di riflessi condizionati e ferrei dogmatismi dialettici che investe molto liberalismo “positivista”, specialmente se di provenienza neolatina.

Dall’intervento in esame, più che la sezione dedicata all’effetto politico ivi attribuito alle posizioni di Pera, spiccano le argomentazioni di filosofia giuridica che, nelle intenzioni degli estensori, dovrebbero fornire le coordinate in grado di delimitare l’appartenenza liberale. Posto che l’intento di stilare un “manifesto” del liberalismo costituisce di per sé una nettissima contraddizione in termini, giacché il pensiero liberale (entro certi limiti di larga massima) si contraddistingue proprio per l’assenza di un modello ideologico standard da rispettare, seguire il filo del ragionamento esposto da Teodori e Craveri può tornare utile per ribadire le diversità d’approccio che, a dispetto di ogni esclusivismo, possono convivere nello stesso campo culturale.

L’asse portante della disamina, pensata per dimostrare l’anti-liberalismo di Pera, poggia su un nodo tematico fondamentale: “l’antitesi tra la legge naturale, o ‘divina’, come la invoca Antigone sotto le mura di Tebe, e la ‘legge scritta’”. Perciò “l’origine del diritto naturale non è [...] ‘giudaico-cristiana’”, in quanto “da duemila e cinquecento anni esso è invece pietra miliare di tutta la civiltà occidentale”.

Preso atto di tale “antitesi”, secondo i due autori, la codifica del diritto positivo avrebbe seguito una strada separata dalla Legge immanente, di cui pure in principio avvertiva la presenza sovrastante. In accordo con tale concetto di “antitesi”, scaturisce un’insanabile frattura tra il giusnaturalismo “ontologico” predicato dal tomismo e la sua evoluzione “soggettiva”, autentico portato della rivoluzione liberale.

Ma il motivo per cui una disciplina filosofica come il giusnaturalismo subisce continue revisioni nel tempo - anche tuttora - non risiede certo nella sua aspirazione a disfarsi dell’oggettività. Anzi, per quanto il modernismo cerchi di affermare il contrario, ogni ricerca intellettuale è euristica, cioè tende al vero e all'assoluto. Che senso avrebbe altrimenti lo sforzo cognitivo, se perennemente condannato all’indifferenza gnoseologica o, peggio, etica?

Come un poligono sempre più spezzato approssima il cerchio in cui è inscritto senza mai raggiungerlo, anche la filosofia del diritto anela a quel codice “scolpito nelle stelle” di cui, a causa dell'imprescindibile finitezza che le è propria, non afferra mai l’essenza ultima. Gli antichi greci, semplicemente, percepivano con chiarezza questa tensione ideale. L’innatismo cartesiano-illuminista devoto alla dea Ragione, a tal proposito, rappresenta una delle possibili risposte alla domanda di un’irriducibile “sorgente” del vincolo normativo. Intesa come materia di discussione, sarebbe una “risposta” assolutamente accettabile. Ma quando Craveri e Teodori sbarrano la strada al confronto sostenendo che far “risalire la crisi contemporanea alle premesse logiche poste dal ‘cogito’ cartesiano” sarebbe una “affermazione a cui davvero un laico non può acconsentire”, incorrono in un errore che invalida le loro tesi sul piano storico e concettuale.

Storico, perché a furia di piantare paletti anticlericali i due saggisti finiscono per estromettere nientemeno che John Locke dal panorama laico e liberale di cui fu il capostipite. Infatti l’empirismo lockiano, naturaliter avverso al razionalismo francesizzante, si basa sulla negazione della res cogitans e della res extensa, le “sostanze reali” cui l’elaborazione delle idee tende indefinitamente (per l’appunto) senza mai conoscerne il substrato.

Concettuale, perché ergersi a certificatori della liberalità altrui non è mai una buona politica, per chiunque azzardi una definizione di liberalismo. Definizione sempre incompleta e - questo è il bello dell’idea liberale, oltre che la sua forza di autoconservazione storica - aperta agli sviluppi dettati dall’esigenza di favorire l’intrapresa e la responsabilità individuale contro l’oppressione, la tirannide, gli abusi del potere politico.

Se nel Sei-Settecento si imponeva l’avvento di un diritto di proprietà in chiave borghese ed antiaristocratica, attualmente urge l’introduzione di un criterio che sappia tenere la morale scientifica costantemente al passo con le potenzialità della tecnica. Per soddisfare questa necessità non serve tanto indulgere a soluzioni “reazionarie” (e qui, a dire il vero, mi riferisco anch’io alle fumose ambiguità di Pera), ispirate ad un passato impossibile da ricreare tal quale, bensì trattenere dalla tanto vituperata Tradizione i “mattoni” ancora utilizzabili che riesce ad offrire. La distinzione tra diritto soggettivo e diritto positivo può essere uno di questi.

Al centro del liberalismo, insomma, deve rimanere unicamente l’esegesi del logos, dove l’argomentare conta perfino più del dimostrare. Perché al centro dell’argomentazione non può che esserci un'individualità aperta al radicarsi di una convinzione. Una non-ideologia del libero confronto di coscienze, quindi: il settarismo di Teodori e Craveri può dire lo stesso?




28 ottobre 2005

Mineo-gate

Tempi grami, per l’informazione giornalistica in arrivo dagli USA. L’italiano (ma forse il discorso vale per un soggetto più ampio, l’europeo) che desiderasse conoscere nei dettagli la situazione politica d’oltreoceano, infatti, vedrebbe la sua curiosità infrangersi contro il muro di pregiudizio, scarsa professionalità e wishful thinking (leggasi “dissonanza cognitiva”) colpevolmente eretto dai nostri corrispondenti di stanza in America. Il livello di distorsione preconcetta della realtà, praticata quotidianamente dalla pletora di lenoni che dovrebbe tenerci informati, segna com’è ovvio un vero e proprio “picco permanente” dacché George W. Bush ha varcato la soglia della Casa Bianca.

Metti allora di ascoltare l’ennesima mistificazione affastellata dall’ineffabile Corradino Mineo; metti il disappunto di scoprire che le sue discutibili cronache, di recente, sono state promosse dal Tg3 al Tg1; metti pure che, ironia del destino, l’euforia per l’avanzamento di carriera travolga cotanta vedetta in pieno “CIAgate”. I casi sono due: o, data la complessità dell’intricata vicenda in questione, ci si abbandona all’atto di fede, oppure si volge lo sguardo altrove. Ammesso, beninteso, che si sappia a che santo votarsi.

Personalmente, all’infuori dei bravi Maurizio Molinari (La Stampa) e Christian Rocca (Il Foglio), trovo che il paesaggio giornalistico italiano non offra nulla che non si possa agevolmente sostituire con una navigata “motu proprio” su internet.

Il telegiornale della prima rete di ieri, per tornare ai fatti, suggeriva oscure connessioni tra la bufala pseudo-spionistica circa il contrabbando di uranio tra Niger e Iraq e il discorso sullo Stato dell’Unione con cui Bush, nel gennaio 2003, sancì di fatto l’inizio delle ostilità con Saddam. La tesi si riassume così: non solo la presenza delle armi di distruzione di massa, ma anche il traffico illecito di materia prima per confezionarle sarebbe un’astuta trovata da spendere sui tavoli diplomatici onusiani.

Nella fattispecie, per trovare il bandolo del garbuglio che sembra aver inguaiato Lewis “Scooter” Libby e Karl “The Architect” Rove, possono tornare utili gli articoli del già citato Christian Rocca disponibili qui e qui.

Riassumendone all’osso il contenuto, emerge che l’idea della bufala è frutto di una curiosa iniziativa assunta da un’ex spia italiana (e te pareva...) al soldo dei francesi, la quale, pur di intascarne i denari, non ha esitato a riempire i suoi mandanti di panzane. Avveniva tra il 1999 e il 2000 (epoca Clinton e Amato, per capirci). E come attestano sia la Commissione sull’Intelligence del Senato di Washington sia la Commissione Butler britannica, i francesi stessi confermarono in sede ufficiale l’attendibilità di quei documenti, nel frattempo trasmessi agli USA via fax dall’Ambasciata a Roma. Sta di fatto, però, che le informative in mano all’intelligence americana già prima del recapito del falso fascicolo italo-francese, avvenuto il 9 ottobre 2002, fossero ritenute “più ampie” nel descrivere i movimenti in materiale radioattivo in terra d’Africa.

Furono questi ultimi dossier “allargati” - di provenienza inglese - a fornire le basi per le fatidiche “16 parole” con cui Bush alluse ai sospetti scambi afro-iracheni nel suo celebre discorso, non già la farlocca documentazione italiana e francese. Parole, quelle del presidente americano, così pronunciate: “Il governo inglese ha appreso che Saddam Hussein ha recentemente cercato di acquisire significative quantità di uranio dall’Africa”. Cercato di acquisire, non “comprato”; Africa, non “Niger”. Paradossalmente, quindi, proprio ignorando la stravaganza delle prove falsate il governo americano si è procurato un abbaglio nell’uso di quelle, erroneamente ritenute veritiere, fornite dagli inglesi. Nessun “uso spregiudicato” di informazioni infondate - come scrivono Repubblica e il blog di Luttazzi, e come proclama Corradino Mineo da New York -, casomai il contrario.

Sul flusso di comunicazioni riservate tra l’Africa e gli Stati Uniti durante il 2002, poi, si innestano le vicissitudini della coppia Joe Wilson/Valerie Plame. Il primo, ex ambasciatore in Niger, fu inviato laggiù per controllare la circolazione di uranio direttamente sul posto. Tempo otto giorni e l’inviato, al suo rientro in patria l’8 marzo 2002, confermò che sì, gli abboccamenti tra alcuni delegati di Niger e Iraq c’erano stati, benché senza sviluppi degni di nota. Poi, nel giro di qualche mese (6 luglio 2003), Wilson ritratta e, con un articolo sul New York Times, accusa la Casa Bianca di aver falsificato le prove sulle armi di Saddam. Una settimana dopo arriva come una bomba la controaccusa di Bob Novak, editorialista conservatore ma anti-Bush, che punta il dito contro la moglie di Wilson, Valerie Plame, colpevole a suo dire di “conflitto di interessi”. Secondo Novak la Plame, in qualità di agente CIA, avrebbe pilotato l’affidamento della missione africana al marito confidando nella sua ostilità a Bush (i coniugi sono entrambi liberal), per poi orchestrare uno scandalo a scoppio ritardato.

Apriti cielo. L’identità segreta dell’agente Plame è bruciata: chi sono le fonti di Novak? E perché la giornalista Judith Miller, che non ha mai scritto una sola riga sull’intera faccenda, è stata sbattuta in galera per 85 giorni? C’entrerà la sua fonte più illustre, cioè Lewis Libby? Domande alle quali cercherà di rispondere l’inchiesta indipendente che potrebbe partire in queste ore, ma che per il momento rimangono sotto una coltre si mistero.

Lo so, è un casino pazzesco, una trama da capogiro per la mole di personaggi che coinvolge contemporaneamente. Ragione in più per aspettarsi un’informazione corretta e asciutta a riguardo. Ma la distinzione tra “cronaca” e “analisi”, ormai, sembra essere un fondamentale caro a ben pochi operatori dell’informazione.




28 ottobre 2005

Il Brasile al disarmo

Se seguite questo link, potete trovare un articolo denso e coinvolgente di Alessandro Moroni a proposito del referendum per l’abolizione del commercio privato di armi da fuoco, tenutosi domenica scorsa in Brasile e, come ormai si sa, bocciato abbastanza sonoramente. L’analisi offre un punto di vista senz’altro alternativo a quello maggiormente in voga tra i libertari. Sebbene io sia molto sospettoso nei confronti del monopolio statale della forza, non posso nascondermi che una sana “libertà d’arme” deve essere preceduta da una cultura della proprietà individuale ben sedimentata nel corpo sociale. In assenza di chiari diritti di proprietà privata, l’autodifesa dalla violenza altrui non è nemmeno concepibile, mancando a tutti gli  effetti lo stesso “bene” da difendere. E questo è proprio il caso dei paesi più poveri, quali appunto il Brasile, dove una fetta sterminata di popolazione non “possiede” alcunché.

Mi sembra che Alessandro, rammentando il successo della campagna per la consegna volontaria delle armi da fuoco, tenutasi l’anno scorso, riesca ad intravedere una soluzione del problema in grado di conciliare la dismissione degli arsenali privati con la libera adesione dei singoli.

Ma soprattutto concludendo che “a poco serve disarmare la mano, se non si disarma il cuore” si centra il nocciolo della questione. I cuori, infatti, induriscono fino a dimenticare ogni riguardo verso il prossimo tanto più se assumono la negazione della realizzazione individuale come un’abitudine, una costante quotidiana. Per amare il prossimo nostro come noi stessi occorre...amare noi stessi: ma senza la libertà di guadagnare e di ricavarsi uno spazio personale davvero esclusivo, l’amor proprio non può sorgere. Prima la costruzione di un “recinto di autodeterminazione”, poi la scoperta del conseguente rispetto per gli altri, e solo da ultimo la possibilità di difendersi. Modificare la catena significa stravolgere gli equilibri che regolano la vita associata.

Una volta di più il Sud del mondo sfida la mentalità lineare dei suoi dirimpettai abbienti,  nell’urgenza sempre più pressante di affrancarsi dall’autocrazia e di aprirsi al libero mercato.


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26 ottobre 2005

Un sindaco efferato

Prove tecniche di lacerazione interna. Se il buongiorno di vede dal mattino, chissà cosa ci riserverà la rissosa compagine “unionista” (?) una volta ristabilitasi al governo con l’ormai scontato plebiscito dell’anno venturo. Già, perché se lo scontro tra le varie anime della sinistra coalizzata riesce ad infuriare a questi livelli in un contesto come quello amministrativo, viene da domandarsi come riusciranno i vertici dell’attuale opposizione a mettersi d’accordo su bazzecole come la politica estera o tributaria, visto che nemmeno lo sgombero di qualche disgraziato in braghe di tela sembra essere in grado di compattare il caleidoscopio antiberlusconiano.

Naturalmente mi riferisco alle tensioni che agitano il centrosinistra bolognese, scosso dall’inaspettato attivismo del sindaco Cofferati sul fronte della legalità urbana. Innanzitutto, sono tra coloro che ritengono la svolta autoritaria dell’ex segretario cigiellino un abile diversivo per coprire l’immobilismo della sua amministrazione comunale su tutto il resto. A un anno dall’insediamento, infatti, la giunta felsinea non solo non ha saputo svecchiare la bolsa macchina burocratica che governa le strutture pubbliche della città, ma non ha nemmeno fatto partire l’ombra di un cantiere. Anzi, sono fioccate le sospensioni “temporaneamente definitive” per i progetti approvati durante la precedente gestione a marchio Guazzaloca. Com’è accaduto ad esempio con l’agognata doppia linea di metropolitana, antico cruccio della viabilità bolognese, faticosamente giunta al nastro di partenza dopo decenni di estenuante contrattazione su più tavoli - e ora nuovamente in alto mare.

Ma la vicenda assume contorni particolarmente intriganti solo se esaminata confrontando attentamente gli interventi di due commentatori che, data la loro vicinanza alla galassia del sinistrismo duro e puro, in teoria dovrebbero lavorare per una composizione della vertenza la più indolore possibile.  

Invece Piero Sansonetti, direttore di Liberazione, opta per l’attacco frontale: “Sergio Cofferati - si legge in un editoriale apparso sull’organo ufficiale di Rifondazione - è un esempio lampante di cos’è lo stalinismo moderno”, ultimamente tradottosi “nella convinzione che il problema principale della politica non è in quale modo, con quali fini, quali mezzi e quale programma si governa ma è, semplicemente, chi governa, cioè: dov’è lo scettro”. “La sinistra - prosegue Sansonetti - deve andare al governo non per avere il potere ma per governare. Non si va al governo per identificarsi col potere ma per criticare il potere da una posizione di forza, e dal punto di vista dei governati, cioè delle vittime del potere. Questa è la sfida che la sinistra lancia all’Unione. E anche questo giornale”.  

Hai capito il libertario. Per come la vedo io, il barbuto opinionista potrebbe addirittura ricevere un sincero plauso anarchico, se non fosse che le sue idee in materia economica e sindacale cozzano un tantino violentemente con l’accorata invettiva anti-potere di cui sopra.

Ma passiamo invece alle dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera di lunedì scorso dal principe dei giustizialisti a tamburo battente, ossia Paolo Flores d’Arcais. Che subito rassicura: “La legalità è una e indivisibile”. “Ma - chiarisce il direttore di Micromega - proprio in quanto tale, è evidente che per farla rispettare bisogna cominciare dai piani alti”. La qualifica di autentico legalitario, perciò, spetta solo a “chi, avendo a disposizione un corpo di vigili urbani, comincia dai reati più gravi”.

Forse all’inflessibile sosia di Walter Veltroni il concetto appare sfuggente, ma dal suo discorso - che è poi la perfetta sintesi della mentalità giacobina, in quanto fautore dell’Onestà come suprema finalità della politica - traspare una profonda contraddizione in termini allorché il primato della politica, cacciato dalla porta, rientra puntualmente dalla finestra. Infatti la selezione di priorità che consente l’individuazione dei reati “più gravi” ha un profondo significato politico, giacché qualunque classificazione del “danno criminale” passa inevitabilmente attraverso valutazioni d’opportunità irriducibili a criteri assolutistici.

Che i reati finanziari siano i peggiori è opinione di Flores e dei suoi seguaci. Ad altri potrebbero sembrare più preoccupanti le possibili ripercussioni della cosiddetta “microcriminalità” sull’incolumità dei singoli, ad esempio. Anche visto e considerato che un peculato o una malversazione non ammazzano né feriscono nessuno (se non, metaforicamente, nel portafogli), mentre una rapina a domicilio può avere esiti ben al di là del preventivato. Ovviamente questo non significa chiudere un occhio sulle ruberie “in giacca e cravatta”, bensì solo offrire una graduatoria della “gravità penale” alternativa ai decaloghi giacobini di certo giustizialismo a senso unico.

Ma se le divergenze tra avversari, come possiamo esserlo io e un Flores d’Arcais, si risolvono democraticamente nell’urna elettorale, riesce difficoltoso comprendere come possano sciogliersi le discrasie interne all’alleanza di centrosinistra, tuttora in bilico tra il libertarismo radicaleggiante di un Sansonetti e il rigore togato e imparruccato di un Flores. Senza dimenticare la crociata contro i pezzenti di un Cofferati, naturalmente.




23 ottobre 2005

25 Luglio. Quarant'anni dopo

di Dino Grandi, a cura di Renzo de Felice
520 pp, Il Mulino (collana "Storia/memoria"), €24,50

Se perfino gli avvenimenti storici e politici di importanza secondaria arrivano a meritarsi le lenti deformanti della dietrologia e della rincorsa morbosa ai retroscena più tendenziosi, e ciò a maggior ragione in un paese particolarmente suscettibile in merito all’opacità del potere come l’Italia, riesce difficile credere che proprio la drammatica seduta del Gran Consiglio a cavallo tra il 24 e il 25 luglio 1945 - in cui venne ratificata la sfiducia alla dittatura di Mussolini - abbia potuto distinguersi da questa abitudine storiografica tra il cinico e lo scandalistico.

L’apparente anacronismo vergato nel titolo di queste memorie serve a farsi un’idea del periodo di tempo intercorso tra la loro stesura e la decisione, da parte dell’autore, di darle alle stampe. Fu infatti solo nel 1983 che Dino Grandi scelse di rompere un silenzio durato quarant’anni precisi, scandito tra le titubanze omertose dell’establishment editoriale e le sistematiche falsificazioni della realtà storica perpetrate in quel lasso di tempo, e di affidare la corretta ricostruzione dello scenario generale di riferimento ad uno “storico onesto” come Renzo De Felice.

Nel volume Grandi si impegna nella doppia veste di estensore “a caldo” (“Il Gran Consiglio” e “Gli affossatori”), segnatamente autoesiliatosi a Lisbona e colmo di sdegnoso livore da fissare per iscritto, e di prefatore di se stesso, laddove la veemenza appassionata del protagonista ha ormai ceduto il passo al quieto (ma adamantino) proemio di un rasserenato ottantottenne. Per cui la struttura del testo si presenta invertita rispetto alla norma, con la “pars destruens” accumulata nei due maxi capitoli conclusivi e la “pars construens” redatta sotto forma di sostanziosa prefazione bifronte; una a carattere rigorosamente storiografico (l’introduzione di De Felice) e l’altra improntata alla sistemazione e alla chiarificazione di un retroterra umano e culturale altrimenti sconosciuto ai più (il proemio di Grandi stesso).

Il ruolo storico ricoperto dal gerarca di Castenaso fu sempre quello dell’eretico in servizio permanente effettivo - anche nel suo caso con quella punta di vanità intellettuale tipica di tutti gli italiani che, da Montanelli a Pasolini, a vario titolo si sono professati tali - e del discolo controcorrente, com’è nelle corde di chiunque si assuma il compito di fustigare i vizi della sua compagine (politica, culturale, sportiva, financo gastronomica) di appartenenza. In pratica una sorta di “terzista” ante litteram, e forse non è totalmente casuale l’interessamento per la sua vicenda personale dimostrato anche in questa occasione dal De Felice, cioè proprio il fondatore di quel filone pubblicistico “equidistante” che oggigiorno trova asilo nella scuderia giornalistica del suo discepolo più illustre, l’attuale direttore del Corsera Paolo Mieli.

Anglofilo e ammiratore del sistema liberale d’oltremanica, nonché fautore di un conservatorismo “sociale” non privo di tratti sorprendentemente lungimiranti, Grandi vagheggiò per il fascismo una missione di raccordo ideologico tra il “secolo liberale”, ai suoi tempi appena conclusosi, e il “secolo delle masse” che andava aprendosi, ricondotta alla temperie emergenziale in cui l’Italia si era calata dopo la Grande Guerra. Ma le speranze giovanili riposte in un movimentismo transitorio e impolitico finirono sepolte sotto il fascismo di regime, improntato ad un totalitarismo di stampo rivoluzionario e militarista.

L’inanità dei suoi tentativi di correggere la rotta intrapresa dal fascismo fu pari solo alla delusione di chi tentò invano di marginalizzarlo una volta per tutte. Si oppose all’ipotesi di rendere la marcia su Roma una rivolta armata, contro gli orientamenti di ampi settori del fascismo, riunito in convegno a Napoli alla vigilia della “rivoluzione”; litigò con Mussolini sin dal primo ingresso dei fasci in Parlamento per via della sua (nemmeno troppo peregrina) intenzione di collocare i gruppi del partito alla sinistra, anziché all’estrema destra dell’aula; spedito al “confino dorato” dell’ambasciata a Londra, non smise mai di intessere ogni trama diplomatica utile ad allontanare l’Italia dall’orbita hitleriana. Perfino in piena guerra, da ministro Guardasigilli, non mancò di irritare i tedeschi difendendo a spada tratta l’impianto della sua riforma dell’ordinamento giudiziario, ispirata al diritto romano classico e non, come avrebbero preferito i nazisti, alle pericolose fantasie norreno-nibelungiche tanto amate dai giuristi più accreditati dell’epoca.

La penna del Grandi quarantacinquenne si trova allora a difendere la propria versione dei fatti del 25 luglio, pesantemente messa in discussione da più parti già mentre il diretto interessato si trovava suo malgrado a Lisbona per proteggere l’incolumità sua e dei familiari dalla rappresaglia nazifascista, inscenata coi processi-farsa di Verona.

La traiettoria del suo memoriale si dirige quindi verso i tre fronti di mistificazione individuabili in quel preciso momento storico. Il primo, di tutti senz’altro quello maggiormente carico di implicazioni personali, era rappresentato dalla propaganda divulgata dai suoi ex sodali, ricostituitisi alla testa dell’effimera Repubblica Sociale Italiana. Costoro accreditavano la tesi del “complotto monarchico”, ordito dagli ambienti militari più vicini al sovrano per sobillare i fascisti insoddisfatti del “duce”, magari dietro la (manco a dirlo) fasulla promessa di allettanti regalie.

Il secondo, dal canto suo, faceva capo direttamente ai vertici militari, i quali puntavano a disconoscere la natura “interna” dell’avvenuto collasso e ad arrogarsene la paternità esclusiva.

Il terzo, infine, proveniva dalla variopinta galassia dell’antifascismo - ai tempi ancora disomogenea e scoordinata - che, dopo essersi dotata di un organico apparato di rappresentanza sotto le insegne del Comitato di Liberazione Nazionale, giocò la carta della “rivolta di popolo” come unica responsabile della detronizzazione del tiranno, immancabilmente trascinato in piazza e consegnato al pubblico ludibrio. In effetti quest’ultima interpretazione non era troppo lontana da ciò che in seguito realmente avvenne - ma solo due anni dopo la “fatal seduta” del 25 luglio e con il suo irrinunciabile viatico.

Devono però essere state da un lato la solidale commiserazione verso la ridotta neofascista di Salò e il suo miserevole destino e, dall’altro, l’assenza di un soggetto che corrispondesse in modo sufficientemente unitario ad un antifascismo organizzato, a far crollare la scure polemica di Grandi sul bersaglio che domina interamente la sezione dedicata agli “affossatori” (pari a circa un terzo del libro): la giunta militare sostituitasi alla dittatura dopo le dimissioni e l’arresto del “duce”.

Di essa si possono ravvisare due livelli di dabbenaggine assoluta. Uno è relativo alla diffusa mancanza di acume politico e di tempismo con cui, nei giorni immediatamente successivi alla nomina e all’insediamento, l’intero esecutivo protrasse colpevolmente gli indugi nel riposizionare dell’Italia sulla scena bellica. Di tale ritardo si possono incolpare svariati fattori, anche contingenti, ma nessuno di essi può eguagliare le conclamate responsabilità - e qui veniamo al livello “individuale” di contestazione - accumulate dall’uomo che forse più di chiunque altro impersona il tratto d’unione che, da Caporetto all’8 settembre, collega tra loro le peggiori sciagure italiane del primo Novecento: il maresciallo Pietro Badoglio. Dopo due anni trascorsi in volontario, sdegnoso isolamento “a giocare alle bocce”, il generalissimo si scoprì limpidamente antifascista - nonostante tutte le avventure coloniali condotte dalle armate del Regno nei vent’anni precedenti portassero la sua firma inconfondibile - e acconsentì a formare un governo di unità nazionale al fine di rivedere, o almeno così si riteneva sulle prime, la collocazione italiana sullo scacchiere internazionale.

Non senza una buona dose di “senno del poi”, Grandi sostiene di aver orchestrato la sfiducia al fascismo con l’unico scopo di riguadagnare l’Italia alla lotta antitedesca, quindi senza altro fine che non fosse l’ingresso stabile del suo paese nella sfera politica (e belligerante) delle democrazie occidentali. Un simile obiettivo, durante la settimana che seguì il 25 luglio, almeno a lui sembrò realisticamente a portata di mano. Il raffronto degli editoriali apparsi sulla stampa anglosassone in quel periodo, assieme alle voci raccolte presso i bene informati in contatto con lo stesso Grandi, sembrano confermare questa convinzione. Eppure gli sconcertanti traccheggiamenti di Badoglio, senza tacere le colpe della sua cerchia di collaboratori, portarono allo spreco irrimediabile della fattiva “pausa di riflessione” adottata dagli Alleati fino ai primi di agosto del ‘43. Le intenzioni del generalissimo, al contrario, miravano a “prendere tempo” con entrambe le parti in lotta, nell’ignobile tentativo di prolungare l’ipotetica “neutralità di fatto” italiana a tempo indeterminato. Un disegno improntato alla ricerca di un compromesso a costo zero con tutti gli interessati, alla maniera del collaborazionismo imbelle (ma segretamente sabotatore) del generale Pétain coi nazisti.

Le furbesche titubanze di Badoglio rimasero a tal punto impresse nel tragico folclore dell’epoca, che gli Alleati anglo-americani vi dedicarono il conio di un neologismo difficile da fraintendere: “to badogliate” (lett. “badogliare”). Sembrano innocue goliardate, ma sono proprio le invenzioni linguistiche del genere ad elevare le colpe dei singoli al rango di vergogne collettive.

Per difendere Grandi sul versante dell’autoindulgenza, Renzo De Felice non manca di sottolineare la fitta serie di manovre occulte che, soprattutto quando la situazione militare apparve irreversibilmente pregiudicata, fu avviata all’interno degli ambienti istituzionali e filomonarchici da esponenti delle forze armate, da dignitari di corte e da alti prelati per pianificare la caduta del fascismo e il riassetto dello stato. Il regime di Piazza San Sepolcro sarebbe giunto al capolinea in ogni caso, quindi. Cionondimeno l’autonoma iniziativa di Grandi riuscì a far carburare gli eventi nella fitta ragnatela di equilibri clandestini venutasi a creare in qualche mese di antifascismo occulto.

Ma relegato in una posizione di seconda fila, com’era quella ormai stabile di fuoriuscito, a Grandi fu impossibile dimostrare la bontà - e la moralità - del voltafaccia “armi in pugno” che accarezzava sin dall’entrata in guerra dell’Italia. Del resto, se la sua avventura politica ha qualcosa da insegnare, è proprio che la difesa ad oltranza di una reputazione da “personaggio scomodo” costa moltissimo, in termini di prestigio e di influenza, a chiunque la porti avanti. Arrischiando il deleterio passatempo dei “se” e dei “ma”, viene da chiedersi cosa l’insigne giurista emiliano sarebbe riuscito ad ottenere, se solo avesse smussato un po’ i suoi spigoli vivi quando sarebbe stato il caso, cioè durante il mandato da Ministro degli Esteri toccatogli a cavallo tra le due decadi del fascismo. Magari sarebbe durato in carica più a lungo, forse avrebbe potuto consolidare le sue relazioni diplomatiche con l’Inghilterra da una posizione ben più privilegiata che non da semplice ambasciatore…

Ma (il “forse” rimane d’obbligo) di fronte agli intoppi che sempre la messa in pratica di un’idea, anche della migliore, comporta, gli sarebbe dispiaciuto troppo non potersi rifare alla chiosa più in voga tra le intelligenze vivaci - ma toccate dal narcisismo - di tutti i tempi: “Ve l’avevo detto, io…”


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20 ottobre 2005

Sul proporzionale

                        

Le critiche mosse da Sabino Cassese alla riforma della legge elettorale in senso proporzionale, pubblicate in forma di editoriale sul Corsera dello scorso 10 Ottobre, sono in larga misura assennate e condivisibili. Difatti l’illustre costituzionalista ha ragione di sostenere che il riparto proporzionale dei seggi “ridà ai partiti un ruolo dominante”, che “accentua le divisioni tra partiti alleati” e “aumenta il potere condizionante degli associati nella coalizione”, oltre a produrre una generale “frammentazione, perché è difficile unire al vertice una piramide che nasce separata alla sua base”. Piuttosto ci sarebbe da domandarsi se Cassese non finisca per contraddire il suo stesso severo giudizio circa il “cesarismo” introdotto dalle riforme costituzionali in via di approvazione, quando lamenta il ritorno alla “palude del parlamentarismo” che si profila all’orizzonte. O si promuove il rafforzamento del potere esecutivo con coerenza o si lascia perdere. Un’obiezione, per il vero, perfettamente ribaltabile - previo capovolgimento degli argomenti - sull’attuale maggioranza di governo, che con una mano abbozza un (pasticciato) piano di riassetto istituzionale “decisionista” e con l’altra ripristina la partitocrazia paralitica del pre-Mani Pulite.

Ma la mia analisi non vuole vertere sul piano prettamente tecnico-politologico del tema in questione. E nemmeno si propone di evidenziare l’espansione tendenziale della spesa pubblica nei sistemi politici di impianto proporzionalista - peraltro ottimamente descritta da Ernesto Felli e Giovanni Tria sul loro diario, ne Il Foglio del 13 Ottobre.

La mia preoccupazione, se vogliamo, appartiene alla sfera della cultura politica; più precisamente alle ricadute dei diversi sistemi elettorali sulla formazione del consenso pubblico e delle “petizioni di principio” a cui l’azione di governo dovrebbe rifarsi.

Il proporzionale funziona in base alla logica “un voto, un seggio”, mentre il maggioritario preferisce lo schema “un voto in più, un seggio”. Il primo assicura la rappresentanza, il secondo la governabilità

Ma mentre la presenza in pianta stabile dei partiti permette all’elettore di scegliersi una divisa ideologica su misura, con il bipolarismo “bloccato” (o, meglio, con il bipartitismo tout-court) il corpo elettorale sceglie l’una o l’altra di due piattaforme alternative ed essenziali non tanto in funzione della “quantità di voti” racimolata, quanto invece premiando la capacità di “spalmare” su un elettorato eterogeneo un contratto politico stipulato al ribasso. Quest’ultima ipotesi è consueta negli Stati Uniti, dove, per guadagnarsi un consenso il più diffuso possibile, i due schieramenti si contendono l’attrazione di gruppi ideologici trasversali, spesso anche diversissimi tra loro. Si pensi all’impresa repubblicana di un anno fa: riuscire a far convergere i tradizionali paleocon con i social conservatives, i falchi neocon con gli isolazionisti libertarian e chi più ne ha, più ne metta. Il tutto si è reso possibile con una proposta di governo “minimalista” (per mettere d’accordo anime tanto dissimili è d’obbligo) e da un fermento culturale continuo all’interno della società reale (dire “civile” non mi piace, oltre ad essere decisamente ambiguo).

Ecco quindi delinearsi le due corna del dilemma proporzionale. Per prima cosa, con la resurrezione dei partiti a camere stagne, la politica tornerà a farsi promotrice di un interventismo a tinte forti, tanto stringente nei proclami da comizio quanto - paradossalmente, ma non troppo - miseramente clientelare e opportunista a giochi di palazzo compiuti. Tra l’altro con una rinnovata possibilità da parte dei raggruppamenti etnico-geografici politicamente compatti e numericamente consistenti - regioni rosse in primis - di far valere la propria volontà anche al di fuori delle loro aree territoriali di riferimento. Un esito in aperto contrasto con le parole d’ordine federaliste (malamente) ripetute ad ogni pie’ sospinto dalla CdL, no?

In secondo luogo emerge con prepotenza la cristallizzazione dialettica causata dalla totale sovrapposizione tra identità politiche e formazioni partitiche, tipica del proporzionale per definizione. Come accennavo a proposito della situazione americana, col maggioritario anche le idee poco praticabili se mediate dalle convenienze partitocratiche hanno modo di giocare la loro partita a tutto campo, da una parte o dall’altra dell’arco politico, tramite la pressione che sono eventualmente in grado di esercitare sulle classi dirigenti - cioè sul “personale politico” vero e proprio - grazie alla forza di un’opinione pubblica direttamente a contatto col potere costituito. Il liberalismo fa per l’appunto parte di una “famiglia” ideologica assai poco gradita ai professionisti della politica, poiché di fatto teorizza l’arretramento dell’autorità pubblica a vantaggio dei diritti di proprietà individuali temprati nel libero mercato.

Sapete invece cosa succederà col proporzionale? Succederà che il liberalismo non potrà più combattere la sua aspra battaglia bifronte incalzando contemporaneamente la destra liberista e la sinistra riformista, seppur da posizioni di minorità congenita, come attualmente tenta di fare a mezzo stampa (penso a testate come Il Foglio, L’Indipendente o Il Riformista) oppure col ricorso alla ”cavalleria del pensiero” (l’IBL torinese ne è un esempio). No, perché la necessità di confluire in compagini ideologicamente connotate costringerà i liberali a radunarsi nell’intima ridotta di una “casa comune” ad hoc. Si tornerà al PLI da 3%, con sommo gaudio dei mastodonti cristiano-sociali e social-democratici che potranno tornare a sfidarsi indisturbati, uguali e contrari, senza l’assillo di dover gestire le piccole percentuali di riformatori non allineati che, col maggioritario, ribaltano i destini della politica non appena lo ritengono opportuno. Anzi, proprio il dinamismo dei “piccoli” si troverà a fare da ancella ai ritrovati “poteri forti”, serviti e riveriti da blocchi governativi più o meno immobili attorno ai quali orbitare incondizionatamente, pena la ghettizzazione politica e culturale, oltre che la mancanza di fondi economici. E via allora a cercare finanziamenti nell’unico modo possibile per non soccombere allo strapotere dei “grandi”, cioè la corruzione.

Il punto è proprio questo, in effetti: l’uscita completa dal sistema consociativo demitiano-berlingueriano, guardacaso sapientemente lasciata a logorarsi sospesa tra il maggioritario a furor di popolo e le grandi incompiute “di contorno” (quadro istituzionale debole, finanziamento ostinatamente pubblico dei partiti), non può non implicare il passaggio dal “chi sta con noi, ci voti” al “chi sta con noi, ci finanzi”.

E Berlusconi, artefice dell’escamotage forzista che ha saputo bilanciare a costo zero la supremazia della gioiosa finanza rossa, è perfettamente conscio del carattere transitorio della sua intuizione di undici anni fa, senza una profonda revisione dei meccanismi di formazione del consenso “in solido” - e così ci ricongiungiamo geometricamente al tema d’apertura. Ormai la “fuga in avanti” del Cav. è stata sopravanzata dall’introito aggiuntivo incamerato dalla sinistra in questi anni - stante l’assoluta egemonia ulivista a livello amministrativo - impossibile da fronteggiare senza un volume finanziario paragonabile all’accoppiata fissa cooperative-enti locali. Il proporzionale, in quest’ottica, appare quindi come una ritirata in buon ordine dal fronte caldo della konservative revolution.

Ma vallo a spiegare ai corporativisti acquartierati a tutte le longitudini politiche, un discorso simile...




19 ottobre 2005

Il silenzio dei polli

Di tutto questo allarmato clamore intorno all'influenza aviaria, meglio nota con la sanguinosa sopraddote di "virus dei polli", oltre all'evidente congegno mediatico escogitato per far impennare le vendite di vaccino antinfluenzale da un lato e per non compromettere eccessivamente le vendite di carni bianche dall'altro, è un particolare apparentemente secondario a lasciarmi alquanto perplesso.
Il Ministero della Salute, nella persona del suo titolare Francesco Storace, ha infatti esortato i cacciatori ad abbassare temporaneamente le doppiette e comunque a non usare esche o richiami vivi per procacciarsi (è il caso di dirlo) la selvaggina. Questo per scongiurare una possibile "pandemia", ormai assurta a nuovo idolo degli allarmisti di ogni risma. L'approvazione degli ambientalisti nei confronti dell'accorato proclama espresso dall'ex mazziere assiso al dicastero della Salute (maiuscola, mi raccomando) giunge a guarnire il paradossale scenario di questi giorni con la proverbiale ciliegina.
Perché lo sanno non dico tutti i diplomati, non dico tutti i detentori di licenza media, non dico nemmeno i reduci delle elementari, ma credo addirittura tutti gli aspiranti alla scuola materna che qualunque virus, per trasmettere il suo contagio, deve proliferare negli organismi viventi. E che quindi un incremento dell'attività venatoria, nella fattispecie, agevolerebbe la circoscrizione dei possibili focolai virali.
Che poi io sia convinto della totale ridicolaggine di questa palese montatura - peraltro congegnata sulla falsariga delle campagne "informative" che, di tanto in tanto, spaventano il pubblico televisivo americano con le calamità più strampalate (api killer dall'Africa, dentellature altrettanto killer sui rulli delle scale mobili) - è un altro discorso.
Anche considerato che sul tema della caccia in generale io mi ritengo molto "di sinistra" (che ci volete fare, non amo svegliarmi la mattina e ritrovarmi una canna di fucile puntata sotto il naso, per di più all'interno del mio fondo agricolo...), credo proprio di potermi ritenere al di sopra di ogni sospetto, quando trovo che in un determinato frangente un uso intelligente della caccia servirebbe da alleggerimento per una psicosi collettiva  colpevolmente indotta


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19 ottobre 2005

I sette samurai

A scuola i compagni lo canzonavano e gli davano del “Signor Caramella”, per via della filastrocca popolare in cui il protagonista versava dei lacrimoni grossi come caramelle. Era un timido piagnone, Akira Kurosawa (Tokyo 1910 - Tokyo 1998), il tipico bimbo estraniato e singolare che le maestre non sanno mai come prendere.

La sua fantasia avrebbe continuato a lavorare in segreto, oppure a manifestarsi solo in parte, se il nostro non fosse stato dotato della capacità di riconoscere e far fruttare gli incontri davvero importanti. Disse lui stesso di essere stato “un uomo fortunato”, proprio in virtù del perfetto tempismo con cui i personaggi salienti della sua vita gli si erano presentati davanti. Ogni sua crisi o svolta esistenziale ha saputo accompagnarsi all’intervento provvidenziale di un mentore prodigo di consigli, affetti, esempi.

Primo della serie dei “legami pesanti” vi fu quello con il padre, un severo militare di origini samurai, che nonostante il suo rigore educativo seppe incoraggiare la curiosità intellettuale dei figli anche nei confronti delle “novità” come il cinema, che per molti tradizionalisti era ancora tabù.

Decisivo fu poi l’apporto del fratello Heigo, un ragazzo estroverso e brillante, che spesso provocava amorevolmente il piccolo Akira, pur di scuoterlo dai suoi lunghi silenzi e di arricchirne il bagaglio emotivo.

Fuori dall’ambito familiare si avvicendarono un professore libertario amante dei suoi disegni intimisti, un coetaneo lagnoso e suo futuro cosceneggiatore, un regista ascetico e paludato (Kajiro Yamamoto) disposto ad assumerlo come assistente. Sullo sfondo, mentre il coraggio affiorava grazie alla meditazione e al kendo, si sviluppava una personalità costantemente in bilico tra individualismo e spirito di gruppo, tra ribellione e disciplina.

Quindi, nel biennio 1943-45, il battesimo del fuoco con l’opera prima (“Sugata Sanshiro”) e il via al periodo che segnerà maggiormente l’impronta artistica e professionale del regista. Il quale, peraltro, fu  perseguitato dall’incubo della censura lungo tutto il suo primo decennio di attività: prima sotto la casta militarista nipponica, poi con i vari comitati di controllo americani. Due ambienti saturi di psicosi diametralmente opposte sul piano tematico, ma ugualmente limitanti su quello creativo.

Sperimentatore, perfezionista, volitivo, Kurosawa si rifaceva con particolarissima sensibilità personale ai pilastri del cinema e della letteratura mondiali (Renoir e Ford, Shakespeare e Dostoevskij); dedicò la sua vita interamente alla cinepresa, arrivando a dire che “se prendete me stesso e sottraete ‘cinema’, il risultato sarà zero”. Sul suo cammino, oltre all’abbandono della pittura per mancanza di “un modo personale di vedere le cose”, vi furono l’università mai nemmeno iniziata e un grave lutto in fondo all’animo: la prematura scomparsa dell’adorato Heigo, che di mestiere commentava i film muti, morto suicida dopo l’introduzione del sonoro.

Di sicuro, “I sette samurai” (1954) è il suo lavoro più noto e apprezzato, ma forse non tutti sanno che la pellicola dovette affrontare cospicui rimaneggiamenti, nonché numerose disavventure di lavorazione e di postproduzione. La versione approdata al festival di Venezia e premiata col Leone d’argento, poi circolata per trent’anni, era stata infatti decimata per un totale di 76 minuti. L’originale apparve in Italia solo nel 1986, trasmesso a tarda notte per fare spazio ad un discorso di Fanfani.

Questa profonda deformazione inflitta alla sua creatura avrebbe contribuito a tradire le intenzioni dell’autore già abbastanza, senza che vi si aggiungesse anche la febbre del remake in salsa western. Invece prima il fortunato “I magnifici sette” di John Sturges, poi le piccole e grandi rievocazioni da parte di Sergio Leone non fecero che infastidire ulteriormente Kurosawa il quale, tra il serio e il faceto, si chiedeva: “Perché rifare tale e quale un film travisandone in parte lo spirito?”.

Quello “spirito” intendeva proporre un’immaginifica rivisitazione dell’epoca Sengoku (XVI secolo) che fosse in grado di svettare nei cieli dell’epica, non solo di evidenziarsi come piccolo capolavoro di genere - magari sbrigativamente etichettato come “cappa e spada”. La combinazione di tagli e rifacimenti, invece, unita alla pessima abitudine occidentale di ragionare tramite gli schemi coniati dai giornalisti, generò la convinzione che “I sette samurai” fosse una sorta di western alla giapponese. Marchiando en passant l’autore come uno specialista del genere.

Al contrario Kurosawa aveva sognato l’utopico incontro tra due caste storicamente segregate, quella dei samurai e quella dei contadini. I primi, stanchi di orizzonti esistenziali effimeri e consci del loro debito nei confronti degli umili, decidono di allearsi ai secondi, vittime designate della prepotenza e della barbarie. La fusione delle culture, degli umori e delle passioni di questi due gruppi sociali saprà erigere una barriera contro l’ingiustizia destinata a varcare i secoli. Mica ammazza-accoppa-affetta.

Le riprese, iniziate nel maggio 1953, furono ripetutamente sospese a causa dell’annosa penuria di “piogge e cavalli”; il tutto mentre il preventivo era stato abbondantemente sforato e la produzione cominciava a rumoreggiare. Lo scaltro regista, abituato a montare il quotidiano per controllare l’avanzamento dei lavori, presentò allora le due ore di film già pronte, giurando che mancava solo la battaglia finale - cioè, guarda caso, proprio il rullo di ripresa più costoso. “Se non avessi girato il film con tanta cura”, ebbe a dire in seguito, “la Toho non avrebbe incassato tutti quei soldi. Al cinema povero io non credo”. Poi vennero le direttive della produzione, basate su una sciagurata interpretazione dei gusti occidentali, e così un film di tre ore e venti divenne lungo due.

 

Questo per quanto riguarda il “qui e prima”. Per il “qui e ora”, invece, è impossibile non partire dal sussulto emotivo, dall’assalto di energia plastica che questo film riesce ancora a sprigionare. “Shinichin no Samurai” ha segnato dei traguardi cinematografici definitivi, ai quali la settima arte guarda con deferenza ancora oggi. Certo, gli anni passano anche per i mostri sacri: il bianco e nero, il montaggio analogico, la recitazione affettata stanno a testimoniare che molta acqua è passata sotto i ponti, e davvero non mi azzarderei a programmare un film del genere nell’ambito di qualche cineforum aziendale forzato in stile “tragico Fantozzi”.

Eppure l’anima di un’opera simile trascende il suo involucro formale, dettato dalle possibilità tecniche a disposizione dei realizzatori, proprio perché ruota attorno a consolidate suggestioni narrative.

Come l’iniziazione del principiante, impersonato dal giovane Katsushiro, uno dei cavalli di battaglia di Kurosawa - il quale, come si è detto, durante la sua vita sperimentò più volte il senso e l’importanza del confronto dell’apprendista col suo “sensei”. Oppure come il sodalizio tra personaggi eterogenei (ciascuno dei Sette è un idealtipo umano a sé stante) o tra i diversi esponenti di una rigida gerarchia sociale (i servi della gleba e il ceto guerriero), in nome dell’alleanza contro una minaccia superiore, che oltrepassa ogni divisione politica, religiosa o culturale. Un ventaglio tematico abbastanza familiare, a noi Tolkien-fans.

Per chi non ha assistito nel giusto ordine cronologico all’evoluzione del cinema, esiste il rischio di invertire la percezione del deja-vu, e di individuare le somiglianze coi film recenti al contrario. Perciò potrebbe scappare detto che la discesa dei briganti dalle montagne ricorda la galoppata dei Rohirrim ne “Le due torri”, oppure che la galoppata degli assalitori tra i fusti degli alberi fa venire in mente la carica guidata da Massimo ne “Il gladiatore”, o ancora che il regista ha imparato a riprendere la stessa scena da più postazioni separate col sapiente calibro del controcampo..

Ma sarebbero sensazioni totalmente capovolte, perché in questi come in molti altri casi è stato proprio Kurosawa la sorgente di un’innovazione tecnica e artistica che ha fatto scuola. L’alternanza tra primissimi piani e campi lunghi, il dinamismo delle inquadrature e degli attori, le ellissi, la concisione dei dialoghi sono solo altri esempi di idee concepite o rinnovate dal regista nipponico.

E l’avventura, sceneggiata tra gli alti e i bassi di una difficile “coabitazione forzata”, si scioglie infine proclamando che le opere dei contadini sopravvivono a quelle dei samurai. Il cerchio si chiude sotto lo sguardo dolente del vecchio Kambei, rivolto amaramente verso i sepolcri di chi è morto senza inutili ambizioni.

Coerenza, sintesi, realismo, alta qualità. All’epoca il cinema doveva essere affare per fisici robusti, specie in una realtà difficile come quella del Giappone postatomico. Le immagini de "I sette samurai” richiamano una forte impressione di precarietà e di pionierismo, di artigianato e di fatica campale, come solo le battute iniziali (o poco più avanzate) di una disciplina in rapida evoluzione sanno trasmettere. Si intuisce che il cinema di allora doveva implicare una grande manualità, una profonda esperienza pratica, quasi da mestiere preindustriale, in cui non contava l’accademia bensì la lunga gavetta.

Oggi le tecnologie digitali, unite all’avvento degli effetti visivi computerizzati, hanno moltiplicato il numero di professionalità coinvolte nella lavorazione di un film. I mezzi tecnici hanno raggiunto una tale varietà di applicazioni, che spesso hanno finito per essere scambiati con le finalità del cinema. Si è arrivati così a film ripieni di elettronica ma svuotati dei fondamentali (si pensi ad esempio alla nuova trilogia di  “Guerre Stellari”), senza contare che oramai bastano una telecamera interfacciabile e un software dedicato per rendere chiunque, potenzialmente, un “regista”.

Agli albori, invece, l’autore seguiva direttamente tutta la costruzione di un filmato. Lo sceneggiava, lo girava, lo montava, lo produceva: erano professionalità complete e altamente qualificate, per lo più garantite dal fatto stesso di essere “arrivate” a ricoprire il loro ruolo. Di sicuro, l’epoca in cui ci si poteva fidare del cinema a scatola chiusa - confidando nel sicuro valore dei suoi protagonisti - è arrivata al capolinea da un pezzo, anche con la morte di Akira Kurosawa.

 

Questa edizione speciale de “I sette samurai” contiene un doppio DVD più una bio-monografia su Kurosawa, curata da Aldo Tassone (al quale sono debitore di qualche aneddoto sparso). Sul primo disco si trova la versione integrale del film, le solite opzioni per lingue e sottotitoli, e l’immancabilmente superflua compilation di tutti i trailer possibili. Il secondo disco racchiude il film accorciato, un “dietro le quinte” da 53 minuti, l’audiocommento del critico Claudio G. Fava e del maestro di Daito Ryu Tonino Certa, nonché il cast e le biografie di Fava e Certa. Due marchettone, queste ultime, di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Sembra quasi incredibile, ma la maggior continuità visiva e narrativa restituita alla versione originale rende l’opera integrale più “leggera” di quella sforbiciata, che spesso risulta sfilacciata e precipitosa.

Piccola annotazione a latere, rivolta all’editor del libretto allegato: forse i refusi sono un po’ troppi. E forse si poteva optare per un packaging leggermente più voluminoso, magari evitando un corpo del testo così microscopico.

 

I sette samurai – Edizione speciale

Mondo Home Entertainment, € 16,90




18 ottobre 2005

Meno uno

E’ andata. Adesso il colmo dei colmi sarebbe inchiodarsi proprio sull’ultimo esame: probabile ma non assicurato, suvvia, oggi mi sento ottimista. ;-)


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permalink | inviato da il 18/10/2005 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa



16 ottobre 2005

Alexander

Alcuni cineasti hanno costruito film ingenui e puerili sulla genialità (Will Hunting - genio ribelle), sull’emancipazione femminile (L’albero di Antonia), sull’identità italo-americana (Summer of Sam), o ancora sul culto della latinità (L’attimo fuggente). E quando un regista smarrisce il contatto con la proponibilità del suo lavoro, i casi sono due. O le aspettative riposte nella realizzazione di un sogno d’infanzia fagocitano ogni speranza di lucidità in fase di script, oppure l’ansia di contrabbandare per oggettivi i propri convincimenti personali mette in cortocircuito le ipotesi con le tesi, il presente con il passato.

Oliver Stone, in aggiunta a tale coppia di premesse, sconta dei grossi problemi nell’affrontare le psicologie ingombranti. Il suo Nixon è un maniaco squilibrato e sadico, un villain dal fascino perverso, non certo un presidente americano credibile. Jim Morrison, nell’avventurosa biografia dedicatagli con “The Doors”, assomiglia più ad una rivisitazione di Baudelaire in salsa californiana che ad un figlio della beat generation puro e semplice (Ray Manzarek, tastierista della band, un volta dichiarò che “se fosse stato davvero così, saremmo durati una settimana o poco più”).

D’altro canto la sciocca idea che, per impersonare l’epica del “condottiero”, basti imbottire un personaggio di fregnacce retoriche sulla morte da sconfiggere e di ardore erotico sotto le coltri, di per sé, può benissimo funzionare per inchiodare il pubblico alle poltroncine in sala. Dopotutto, se “Il Gladiatore” di Ridley Scott ci ha raccontato con successo che il tipico generale romano era un muscoloso spadaccino da combattimento...

Piuttosto bisognerebbe evitare di attardarsi sulla contrapposizione tra i sandal movies, che rispecchierebbero l’atavico deficit culturale degli americani tronfi di hamburger, e le “opere incomprese” perché fondate su chissà quale spessore estetico elevato. Infatti la semplificazione connessa al linguaggio del cinema ci dovrebbe aver insegnato che l’espediente scenico è sempre in agguato.

Never complain, never explain, recita un vecchio adagio hollywoodiano: più il dialogo consuma le immagini, più i contenuti diventano confusi, più si è costretti a chiarirli in conferenza stampa. Il film che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto riscattare l’imperialismo macedone, si rivela debolissimo proprio laddove cerca di rintracciare visivamente la coerenza tra il carisma dell’ellenismo e le sue ripercussioni sul mondo antico.

Se doveva essere l’accuratezza della ricostruzione lo strumento principale di una simile (titanica!) indagine, l’elenco di alcune delle inesattezze presenti all’interno della pellicola in questione, forse, servirà a ridimensionare questo genere di presupposti concettuali. Le sviste hanno tutte un comune denominatore: l’involontaria messa in ridicolo dei persiani, cioè proprio l’effetto da evitare a tutti i costi, per il film che doveva sottolineare l’assimilazione culturale illuminata condotta da Alessandro.

Si parte con Gaugamela, laddove non si può non ribadire che l’esercito di Dario III viene assurdamente raffigurato come una ciclopica masnada allo sbando, per non tacere della ridicola parodia dei generali achemenidi messa in scena. Tutto il loro abbigliamento, copricapi e uniformi, suggerisce un fortissimo legame con la cultura araba, che nulla ha a che vedere con la ben più antica tradizione indo-iraniana. Si prosegue con la confusione e proposito delle capitali; il persistente riferimento a Babilonia perpetra un colpevole inganno ai danni dello spettatore, visto che all’epoca dei fatti la sede dell’impero era Persepoli. Sembra quasi che le due città fossero intercambiabili, quindi che un barbaro valesse l’altro.

E la distruzione della stessa Persepoli, e la progressiva “orientalizzazione” del macedone? Sparite, ma quel che stupisce maggiormente è la rievocazione della principessa Roxane, interpretata da un’attrice di colore. Il nome della sposa deriva dal persiano arcaico “rokh-shawn”, ovverosia “di pelle chiara”: la moglie di Alessandro, infatti, fu prescelta tra la tribù dei sarmati, abitanti all’incirca dell’attuale Ossezia (Caucaso meridionale). La lista di strafalcioni si prolungherebbe, poi, passando in rassegna gli inventatissimi abiti nuziali simil-burqa della principessa, oppure il sapore arabeggiante della colonna sonora, in un irriguardoso crescendo di affronti all’identità iraniana.

Cantonate, queste, che stracciano senza speranza il biglietto da visita “historically correct” di Alexander, così come ogni sua pretesa da “ponte interculturale”. A maggior ragione se si pensa alle contestuali, velate tensioni diplomatiche alimentate dal film presso l’Iran, le cui autorità hanno perfino sospettato Stone di intelligenza con la propaganda anti-ayatollah di marca bushista...

Dice: va bene, però siamo al cinema, mica in un’aula di università. Verissimo, ragione in più per abbandonare la sterile polemica tra americani sempliciotti e regista erudito, tra cinema d’intrattenimento e arte d’élite, magari imbastita per impreziosire il velleitario parallelismo tra cronaca recente e storia antica paventato da Stone. Nelle sue interviste il regista ci ha spiegato che, mentre Alessandro ha inteso conquistare senza soggiogare, oggi il presidente Bush se ne impipa dell’altrui dignità. Ottimo esempio del cortocircuito concettuale di cui sopra, lo sguardo al passato con gli occhi del presente ha due conseguenze: rivela il candore fanciullesco - nonché militante - dell’autore e provoca il naufragio dell’intera operazione.

La prima conclusione nasce da una considerazione di carattere storico. Chiunque abbia costruito la sovranità allargata di una civiltà - col ferro, col denaro, con la cultura, con la tecnologia -, ha immancabilmente annunciato di voler salvare il mondo e di intraprendere una campagna di pacificazione universale. E tutti i conquistatori si sono attorniati di sapienti e pensatori di prim’ordine, pur di sostenere i loro progetti anche sul piano culturale e teorico.

I romani dovevano liberare il mondo e civilizzarlo con la spada, dicevano gli stoici. Un paio di millenni più tardi, il prometeo Napoleone finì incatenato a Sant’Elena per aver tentato di offrire l’autodeterminazione alle nazioni, dicevano gli illuministi. L’Impero Britannico giungeva dove la barbarie ne invocava l'intervento: era il fardello dell’uomo bianco, diceva - tra gli altri - Kipling. La razza ariana doveva trovare il suo spazio vitale a spese delle stirpi vassalle e costruire la pace germanica, diceva la dottrina eugenetica nazista. Quello americano è un impero basato sul consenso, dicono oggi i falchi neoconservatori. Dalla notte dei tempi, chi ha sfidato il mondo ha proclamato di essere stato chiamato ad emendare le sofferenze dell’umanità. E’ compito della memoria storica valutare con quanta sincerità o efficacia - anche se coi nazisti mi pare che non possano esserci troppi dubbi -, ma il meccanismo che genera il dominio è e rimarrà sempre lo stesso. E quando i greci facevano ciò che oggi si rimprovera agli americani - cioè produrre miti e, en passant, estendere la loro sfera d’influenza - il concetto era altrettanto chiaro.

Queste riflessioni conducono al cuore del fallimento filmico di Oliver Stone. Nato per dimostrare a suon di prediche interminabili l’indimostrabile primato dell’imperialismo “a fin di bene”, poteva almeno svelare l’arcana magia che concede al condottiero di incarnare lo spirito della Storia e la volontà del suo popolo. Nulla di inarrivabile, se si pensa che anche un film tutto sommato modesto come Braveheart ci è riuscito discretamente. Invece questo Alessandro ipertricotico ripropone l’idea infantile di eccezionalità che, come detto, aveva già abbondantemente segnato l’opera di Oliver Stone in passato. Che un idolo giovanile ante litteram, spiato dal buco della serratura mentre si destreggia col solito campionario di romantici tormenti, possa approfittare della sua posizione per guidare un’armata alla guerra, sbraitando di tanto in tanto qualche pillola di filosofia e cedendo alla tentazione di depilarsi regolarmente  le gambe, è una visione talmente farsesca da far gridare all’americanata camp.

Difatti il sostrato ideale dell’avventura alessandrina è appeso alla voce dell’anfitrione Anthony Hopkins, la sola in grado di fornire le chiavi di lettura necessarie per spiegare la molta benevolenza nei confronti di un uomo che, senza le dovute spiegazioni, apparirebbe solamente come un despota isterico e ostinato, per di più continuamente contestato dai suoi stessi luogotenenti. Lo script, come accade spesso con i progetti inseguiti fin dall’infanzia, deborda di parole che dovrebbero annettere il pubblico ad un rapporto intimo con i sentimenti del cineasta, così prodigo dinanzi alla musa di tutta una vita. L’esondazione verbale ha invece un effetto narcotico, esattamente opposto al brivido di partecipazione emotiva che solo il “mostrato” può procurare, al cinema.

Peccato al cubo, perché sul fronte del “racconto per immagini” la mano del maestro si intravede comunque, per quanto soffocata da un impianto narrativo prolisso oltre ogni limite. L’occhiata rivelatrice tra Alessandro ed Efestione a proposito della morte di re Filippo, così come l’inquadratura sugli strumenti chirurgici poco prima dell'abbattimento di un ferito grave, sono esempi di una regia sapiente. Oppure la fotografia, che procede verso un costante sgranamento tanto più la conquista si spinge all’eccesso, con gli stacchi di montaggio a sottolineare il contrasto. Il pluricitato sopravvento del rosso nel finale, poi, accompagna la caduta dell’imperatore e del suo sogno con un pregevole tocco di creatività.

Ma le note positive evaporano, se confrontate con i guasti provocati dalle disgraziate "condizioni al contorno" che incombono su tutta l’operazione. I dialoghi, sovraccarichi di pretese letterarie e chiarificatrici, spesso sconfinano nel naif (“Vieni Bucefalo, cavalchiamo verso il destino”) o nella comicità involontaria (a proposito di camp: “Tieni ancora la testa inclinata, come un cervo che ascolta il vento”). Il gigantismo del copione ha delle ricadute deleterie sulla recitazione che, spesso privata dell’effetto di presa diretta, degenera nel teatrale alla moviola. E quest’ultimo va saputo reggere: Val Kilmer è un attore discreto e se la cava bene, ma Colin Farrell è abulico, mentre Angelina Jolie è inguardabile (professionalmente, beninteso).  

Se la strettoia logica tra attualizzazione e storicità genera l’ingorgo espressivo sin qui descritto, essa ha anche il merito di aver saputo restituire il rapporto tra Alessandro ed Efestione con una certa pertinenza. Le vicissitudini tra i due, con qualche cautela, rispecchiano quella che poteva essere la “omoaffettività” in epoca classica. Non a caso scontentando sia gli odierni progressisti, i quali reclamavano un dramma convenzionale e scabroso sulle rivendicazioni gay, sia la destra cristiana d’oltreoceano, forse un po’ confusa sulla cronologia in generale. Ben fatto, anche se questo equilibrio è figlio dello stesso collo di bottiglia concettuale che ha stretto Oliver Stone lungo tutta l’opera, da una parte proteso verso un’impossibile coerenza tematica e dall’altra impegnato a restituire un coinvolgimento emotivo personale e, in quanto tale, attualissimo.

Inutile dire che il giudizio maturato nei confronti di questo film non fa che accrescere le mie riserve sul genere biopic in particolare, e sul viatico della serie “sogni d’infanzia” dei registi in generale. Il timore per King Kong sta virando all’angoscia: Peter, smentiscimi tu!

 

 “La storia di una nazione, come la storia degli individui, consiste più in ciò che si è dimenticato che in ciò che si ricorda” - Josip Brodskij



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